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Rosario Bonaccorso parla del nuovo disco A Beatiful Story: “Un modo onirico di raccontarmi”

Dopo la trilogia dedicata al Viaggio Rosario Bonaccorso traccia un nuovo capitolo della sua vita musicale con il nuovo disco intitolato A Beautiful Story pubblicato da Jando Music. Un progetto nuovo, ricco di lirismo, per il quale il contrabbassista di origini siciliane ha scelto una formazione di giovani e affermati talenti del mondo del jazz quali Dino Rubino al flicorno, Enrico Zanisi al pianoforte e Alessandro Paternesi alla batteria. Rosario Bonaccorso ci ha raccontato questo nuovo “viaggio”:

Maestro, volevamo cominciare l’intervista subito con una riflessione: nella trilogia precedente relativa ai dischi Travel Notes, In Cammino e Viaggiando il tema principale era senza dubbio quello del viaggio: anche in quest’ultimo progetto è presenta una riflessione?

Anche questo cd è un viaggio, ma un viaggio nel tempo e nei sogni, potrei quasi dire che ho scelto un modo onirico di raccontarmi. Ho raccolto dodici “belle storie” della mia vita che per me hanno rappresentato la realizzazione di un sogno, doveva essere qualcosa di speciale che creasse l’impulso a scrivere nuova musica, infatti le Beautiful Stories del cd sono i miei sogni diventati realtà. Il tutto è partito dalla riflessione che tanti anni fa avevo realizzato il sogno fatto da ragazzino, cioè quello di vivere nella musica e in modo particolare nel mondo del jazz. Dei miei quasi sessanta anni ne ho trascorsi quaranta facendo il musicista e ora con questo nuovo disco ho firmato un altro capitolo della mia vita, in Beautiful Story si possono ascoltare dodici “immagini in musica” che rappresentano un’altra parte di me.

Ricerca melodica, lirismo e profondità: sono queste le caratteristiche che ci sono saltate in mente dopo aver ascoltato le 12 track del disco. Che tipo di ricerca musicale e compositiva ha effettuato negli ultimi anni ?

Credo che questa liricità sia nella natura di noi musicisti italiani, (ma non solo nel senso dell’Opera) ecco perché uno dei brani del cd l’ho dedicato a questa nostra qualità, con “My Italian art of jazz” rappresento l’aspetto melodico, cantabile, romantico e puro di una emozione. La profondità che si percepisce all’ascolto è una conseguenza del nostro modo di far musica, per suonare onestamente ti devi immergere completamente in te stesso, entrare in contatto profondo nella propria interiorità di artista per raccogliere la vera essenza di quel che sei e trasmetterlo in musica, quando ci riusciamo è magia. Da quando scrivo musica il mio modus compositivo è sempre stato molto melodico e spontaneo. Noi siamo e trasmettiamo quel che abbiamo assimilato nella nostra vita, in ascolto e in pratica musicale, credo che sia nostro dovere ascoltare e quando possibile suonare tutto ciò che possiamo, per preparare noi stessi ad essere terreno ricco e fertile, questo permetterà all’ “idea compositiva ” di arrivare e di essere fissata. A volta si tratta solo di una illuminazione melodica, di una cellula ritmica, di un colore, ma quando arriva è sempre una gioia e la cosa bella e insieme difficile da fare, è aver la capacità di prendere al volo questa ispirazione per fissarla in musica. Compongo sempre col contrabbasso e voce o con l’aiuto della chitarra, questo porta ad un forte senso melodico dei miei brani, che include un certo minimalismo compositivo. Nell’ultimo disco lirismo e cantabilità sono segnali forti e ho lavorato col gruppo per spogliare la musica di tutto quel che non era necessario, cercando di ottenere l’essenza della semplicità.

E’ cambiato qualcosa rispetto alle composizioni dei dischi precedenti?

Sicuramente è cambiato tutto l’approccio compositivo rispetto al mio ultimo cd “Viaggiando” e comunque, in ogni disco cambia sempre l’impulso a scrivere perché tanti fattori variano, per esempio per chi lo stai scrivendo, quando e dove lo scrivi, dove vuoi andare con la tua musica, quali gioie e quali sofferenze vuoi rappresentare. Credo che un compositore mantenga sempre nel tempo quello che si può chiamare, una propria identità compositiva, cioè la sua riconoscibilità nel tempo, ecco, penso che avere una riconoscibilità compositiva conferma che stai rappresentando te stesso in modo onesto.

In questo disco non abbiamo potuto fare a meno di notare la presenza di tre giovani talenti del jazz italiano ed internazionale, ovvero Dino Rubino, Enrico Zanisi e Alessandro Paternesi. Perché la scelta di approcciarsi con tre giovani esponenti delle nuove generazioni?

Per questo disco volevo un suono diverso, volevo essere me stesso ma con un altro colore musicale. Ho scelto Dino, Enrico ed Alessandro dopo averli ascoltati a lungo e in diversi contesti, mi è piaciuto il loro rapporto con la musica, la loro fresca semplicità e insieme profondità di linguaggio, prima ancora di suonare insieme sapevo che sarebbero stati perfetti per il mio progetto. Oltre che ottimi sideman sono anche band-leader, sanno prendersi responsabilità in musica, suonano col cuore, hanno un bellissimo carattere, cosa di non poco conto quando si viaggia insieme. In loro ho trovato delle persone che privilegiano il mettersi a disposizione della musica senza cedere alla tentazione dell’ego e del virtuosismo.

In generale, dunque, che tipo di esperienza è stata quella vissuta sino ad ora con questi tre giovani musicisti e soprattutto cosa si impara dai giovani?

Quando io ero giovane si diceva che “… si impara da quelli più bravi e più vecchi di noi…” perché si può approfittare della loro saggezza ed esperienza. Sinceramente io la penso ancora cosi, ma aggiungerei che si impara a crescere solo da quelli bravi e da quelli non bravi si impara ad evitare gli errori !   E’ bello condividere la mia strada con bravi e giovani artisti, la musica è uno dei migliori sistemi per scambiarsi esperienze, questo succede ogni volta che suoniamo insieme, ma non solo, pensate a quanti viaggi facciamo insieme , quanta vita “normale” ci scambiamo insieme, dividendo le nostre opinioni di come vivere la non facile quotidianità dell’essere al mondo. Mi piace il confronto con i miei giovani compagni di viaggio, che fra l’altro potrebbero essere anagraficamente tutti figli miei... ho una bella responsabilità! Viaggiare e suonare con i giovani è sempre una doppia scoperta, loro scoprono cose che noi, meno giovani, abbiamo scoperto alla loro età e io scopro le mie reazioni 30 anni dopo, quindi è sempre come un venire e rivenire di esperienze, sempre interessante. Cosa si impara dai giovani? Che la vita è sempre bellissima, ad ogni età.

In questo momento storico, se guardiamo soprattutto quello che sta succedendo negli Stati Uniti e Nord Europa notiamo la presenza di un jazz molto sperimentale e avanguardistico. Potremmo dire che A beautiful story è un disco che va in controtendenza con quelle che sono le “mode” del momento?

Non so se vado controtendenza, o almeno diciamo che non mi faccio questa domanda. Scrivo musica e soprattutto la suono, per me stesso, non perché devo piacere o per essere alla moda. Per me è necessario scrivere come scrivo per un puro atto di onestà intellettuale che si concretizza nel condividere con altri artisti e col pubblico il mio pensiero artistico. Credo nella ricerca e nella libertà dagli schemi, ma mi piace sentire avant gard music solo da musicisti onesti e competenti, non sono d’accordo con chi suona in modo …“complesso” o come qualcuno dice “intellettuale” o avantgard solo per farsi notare, per essere interessante per certi giornalisti e critici o ancor peggio per essere alla moda. Con i miei colleghi ci facciamo spesso domande del tipo, cosa vuol dire fare avant gard adesso, nel 2017? ….

Ma allora cosa suonavano musicisti come Mingus già nel lontano 1956? Albert Ayler o Ornette Coleman per tutta la vita? Suonavano Avant avant avant avant ..gard?Secondo me loro vivevano in pieno il loro tempo storico e la loro società, ma soprattutto rischiavano in musica, ecco cosa facevano, rischiavano sempre! Questo si deve fare in musica, è una questione di persone e non di stili. Molte persone amano dare etichette, ma forse dovremmo finirla di fare così, basterebbe leggere alcune biografie, come quelle di Miles Davis, di Mingus o quella di Hancock, per capire che non ci sono etichette e stili, ma solo artisti! E nel tempo rimangono solo musicisti bravi a prescindere dalle etichette.

A questo punto una domanda anche di attualità: che tipo di scenario musicale stiamo vivendo in Italia? E soprattutto è difficile per le nuove generazioni trovare spazio in questo contesto?

Attualità vuol dire anche centinaia di scuole di jazz presenti in Italia, in Europa e nel mondo che creano ogni anno migliaia di nuovi musicisti che vogliono entrare nel mercato. Il problema è grande: dove potranno suonare questi giovani per fare esperienza? L’inflazione del numero di musicisti, il rapporto tra offerta e domanda è sballatissimo. Quando avevo venticinque anni chi era bravo poteva lavorare, adesso invece c’è una quantità enorme di bravi musicisti che però stanno a casa, perché non ci sono gli spazi adeguati per farli suonare. Chi approfitta di questo problema sono alcuni organizzatori che negli ultimi anni tendono ad abbassare le paghe approfittando della disperata ricerca di concerti dei giovani, questo è un danno gravissimo per il futuro del Jazz e per una sana presa di coscienza professionale del nostro lavoro. Secondo me si prospettano anni complicati per i giovani, dove la selezione tra musicisti sarà molto dura. Mi auguro che anche in Italia, come succede già all’estero, le istituzioni culturali dello Stato comincino ad aiutare in modo più consistente il sistema Jazz italiano, attraverso il sostegno economico di chi organizza seriamente si creerebbero più spazi concreti come jazz club, rassegne musicali e festival, per un futuro professionale di chi opera nel Jazz.

Cosa è cambiato, dunque, nello scenario musicale negli ultimi 20 anni?

Dal mio punto di vista sono cambiate tante cose, in primis c’era più lavoro, venti anni fa cominciavo la mia lunga avventura nel gruppo di Stefano di Battista e siamo stati per dieci anni impegnatissimi, poi la mia avventura con Enrico Rava è durata otto anni, si facevano tour di due, tre settimane, ora sono una rarità, è come cercare un ago nel pagliaio. Da ventidue anni dirigo il Percfest, il Jazz Festival di Laigueglia, in cui do molto spazio alla musica italiana ed ai giovani, ebbene, sempre per il problema che citavo prima, da parecchi anni a questa parte il Festival è martoriato da tagli economici sempre più pesanti, che mi auguro non lo facciano morire, come è già successo per tanti altri Festival negli ultimi dieci anni. In poche parole, sono ottimista riguardo alla qualità della musica e dei musicisti, che è di alto livello ed in crescita continua, ma sono molto preoccupato per il futuro dello scenario musicale e per la vita professionale dei jazzisti.

Torniamo ora al disco: visto che abbiamo parlato della precedente trilogia relativa al viaggio volevamo chiederle se quest’ultimo disco potrebbe rappresentare l’inizio di una nuova?

Perché no? Ne sarei assai felice, sono molto stimolato dal mio gruppo e dal loro pensiero musicale, ho tante nuove idée e sono di nuovo al lavoro per scrivere nuovi brani, che già nel loro embrione hanno un collegamento affettivo con A Beautiful Story

Un’ultima domanda prima di chiudere: lei è presenta nella scena jazzistica italiana e mondiale da anni: cosa si aspetta, dunque, da questo ultimo disco?

Credo di aver scritto un disco onesto e riflessivo, dove si respira la musica che amo suonare in questo momento, dove energia e pace si compensano, dove profondità di linguaggio e la mia filosofia di pensiero si confrontano. Ecco, sarei felice se chi lo ascoltasse entrasse nella mia dimensione di artista, dove racconto in musica dodici storie che sono un mio omaggio alla vita, vita che spero di continuare a vivere in libertà , per continuare ad imparare e a scoprire quanto ancora c’è di bello, sperando di portare la mia musica in giro per il mondo.

 

 

 

 

 

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