Jazz Agenda

Donatella Luttazzi canta Lelio Luttazzi al Teatro Arciliuto: il racconto dello spettacolo

Un concerto dedicato al grande Lelio Luttazzi, dove non mancheranno grandi successi della canzone italiana in bianco e in nero. Venerdì 6 dicembre presso il Teatro Arciliuto Donatella Luttazzi, figlia del grande showman e musicista italiano, e Le Zebre a Pois si cimenteranno con un repertorio composto dai più grandi successi del padre affiancato da brani meno conosciut. Donatella in persona ci racconta come si svolgerà questo spettacolo musicale, non senza ricordare il genio del grande Lelio Luttazzi.

Donatella per cominciare l’intervista parliamo proprio dello spettacolo delle Zebre A pois che si terrà all’Arciliuto il 6 dicembre. Porterete in scena brani più e meno noti di tuo padre, Lelio Luttazzi: ci vuoi dare qualche dettaglio in più sulla serata?

Già da molti anni ho deciso di affrontare il suo repertorio, scoprendo quale grande compositore sia stato papà, con canzoni apparentemente semplici e orecchiabili ma in realtà complesse dal punto di vista armonico. Mi sono messa ad arrangiarle, coadiuvata all’inizio dalla nostra pianista storica Cinzia Gizzi, che al momento è per fortuna o purtroppo per noi, impegnatissima col Conservatorio. Però in quel periodo ci sono stati autori meravigliosi che hanno fatto la tv in b/n, che il compianto Antonello Falqui ha saputo valorizzare, come Gianni Ferrio, Bruno Canfora, Carlo Alberto Rossi, e altri. A questi compositori faremo un omaggio.  Anche io faccio un omaggio personale a mio padre, con la canzone che ho scritto due o tre mesi fa per lui, che si chiama In fondo al cuore mio, che alle mie Zebre piace veramente molto.

Per quanto riguarda la band, invece, visto che sul palco ci sarà un quartetto vocale, ci vuoi raccontare come avete studiato i brani e soprattutto in che chiave li riproporrete?

Li riproponiamo in chiave jazzistica. Tre brani sono stati arrangiati da Lelio apposta per noi. Invece per gli altri, ho sempre fatto io gli arrangiamenti vocali, che richiedono voci di cantanti professioniste, quali sono Giovanna Bosco, Simona Bedini e Sonia Cannizzo, che sono cantanti soliste, anche jazziste e conoscono l’arte del cantare armonizzate, devo dire anche grazie al lavoro che da anni facciamo insieme. Avremo come ritmica Andrea Saffirio, che pur essendo giovanissimo, è già stimatissimo e considerato tra i migliori pianisti. Ci sarà al basso il bravissimo Guido Giacomini, reduce dai mille successi con Arbore, ma anche cantante e un po’ mattatore, e Gianni Di Renzo alla batteria, nostro collaudato batterista, e grande amico, insegnante al Saint Louis.

Per quanto riguarda la parte artistico-musicale legata alla figura di Lelio Luttazzi, cosa ti piace ricordare di lui? Qualche brano in particolare o magari il suo modo originale ed ironico di approcciarsi alla musica…

Secondo me papà era un cantautore ante-litteram, una specie di Paolo Conte, ma ancora più ironico. Non posso dire che ci sia una canzone che preferisco di lui: tutte mi commuovono. Non so le lacrime che ho versato sul pianoforte mentre le studiavo. Poi il suo amore per il jazz, che mi ha trasmesso, e lo swing che aveva. E’ uno dei musicisti più dotati di swing, tra tutti quelli che ho sentito. E come pianista, posso dire che era eccellente: difficile per me accontentarmi di musicisti mediocri.

Quali sono stati secondo te, artisticamente parlando, i più grandi pregi a livello artistico e musicale di Lelio Luttazzi?

In parte ho già risposto a questa domanda: la musicalità, lo swing, e come approccio artistico, questa sua leggerezza e modestia, per cui diceva di non saper suonare, e ci credeva anche. Vero è che un Lelio Luttazzi poteva permettersi di dire “Non so Suonare” visto il suo livello di genialità, e anche di notorietà. Un’altra cosa che ho sempre apprezzato è la sua lealtà nei confronti sia dei suoi colleghi, che dei musicisti con cui collaborava, che dirigeva. Grande rispetto per gli altri. Pur nella consapevolezza quasi inconscia di essere un grande. Poi il suo modo di arrangiare, arte che tecnicamente gli è stata insegnata da Gianni Ferrio. Ma lui sapeva perfettamente che quella nota era indispensabile e quella invece no. Questo è dei grandi musicisti. La canzone che aveva scritto per me, Papà fammi cantare con te, che abbiamo anche messo su 45 giri, è talmente bella e anche difficile, che tirandola giù a orecchio, come ho fatto con altre canzoni di cui non ho la parte, ho avuto delle difficoltà.

C’è secondo te una parte nascosta legata alla figura artistica di Lelio Luttazzi che magari è rimasta nascosta ai riflettori che ti piacer ricordare di più?

Direi una forma di ritrosia e anche di onestà tipicamente triestine, secondo me. Non si sarebbe mai preso il merito di qualcosa che fosse di qualcun altro, per esempio.  Ancora adesso, quando guardo le parti che ha scritto appositamente per me a mano, all’età di 80 anni circa, vedo la precisione nella scrittura, che ancora mi stupisce. E l’intransigenza in tutto, anche nei confronti della sua unica figlia, ma questo è un altro discorso!

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Donatella Luttazzi presenta Orango Tango “Auguri Papà Lelio”: appuntamento al teatro Testaccio

Venerdì 27 aprile presso il teatro Testaccio Donatella Luttazzi sarà in concerto alla testa del suo quartetto Orango Tango dove presenterà lo spettacolo “Auguri Papà Lelio”. Il concerto, infatti, si terrà proprio nel giorno del compleanno di Lelio Luttazzi, personaggio assai noto nel mondo dello spettacolo e padre di Donatella. Un’occasione per ricordarlo, dunque, e per proporre un concerto fra canzoni d’autore assai note e brani della vocalist triestina. Sul palco ci saranno Francesco di Giovanni alla chitarra, Guido Giacomini al contrabbasso ed Alberto Botta alla batteria. Donatella in persona racconta a Jazz Agenda l’essenza di questo spettacolo:

Donatella, senza dubbio un’occasione importante per questo show che andrà in scena al Teatro Testaccio. Ci vuoi parlare inizialmente di questo show e di cosa porterai in scena?

Si tratta di un concerto di canzoni d’autore. Potrebbe definirsi uno show, ma forse concerto è più appropriato: non vorrei che il pubblico si aspettasse uno spettacolo teatrale. Da quando avevo 16 anni e cantavo al folkstudio di Cesaroni, amo cantare accompagnandomi con la chitarra (mio padre veniva spesso ad ascoltarmi) e anche coinvolgere il pubblico. La cosa che mi dà più soddisfazione è vedere la gente che partecipa sorridendo o addirittura ridendo, e poi se ne va arricchita di qualcosa in più. Dalle folksongs americane con cui ho cominciato,sono passata a scrivere io canzoni, diciamo ironiche e a volte comiche, ma anche serie, e ovviamente a eseguire canzoni di autori importanti, come Paolo Conte, Gianni Ferrio, Tom Jobim, Lelio Luttazzi e altri, oltre alle mie. Quindi un po’ di jazz, un po’ di tango, un po’ di riflessioni sulla vita. Insomma, canzoni da ascoltare.

Non possiamo non parlare di questo spettacolo in particolare senza menzionare la figura di Lelio Luttazzi quanto è stato importante per te e che bagaglio artistico ti ha lasciato?

La data di questo concerto, il 27 aprile, coincide con il compleanno del mio compianto papà. E ovviamente farò anche sue canzoni. Pur non avendo vissuto con lui e non avendomi “insegnato” a suo tempo niente di teoria musicale, devo dire che mi ha trasmesso geneticamente la musicalità, l’ironia, un amore viscerale e struggente per la musica. Solo frequentarlo le volte che ci vedevamo, e che suonavamo insieme, con lui che mi accompagnava in standard come Stella by Starlight o Body and Soul, solo questo per me è equivalso a chissà quante lezioni di jazz che altri giovani meno fortunati di me hanno dovuto imparare nelle scuole. Poi lo swing che aveva lui non è automatico in chi suona jazz. E lo swing, secondo me, non si impara! Era severo con me, non mi faceva spesso complimenti, ma un giorno ha detto “Hai molto swing.” Sulle sue canzoni ho voluto fare un lavoro certosino di studio e di arrangiamento in un progetto per quartetto vocale (le Zebre a Pois) che porto avanti tuttora

Parliamo anche del rapporto padre e figlia: da questo punto di vista come ti piace ricordare questa figura?

Mi piace ricordarlo nella sua comicità, quando mi portava a Fregene, e lì restavamo fino a sera, dove trovavamo Walter Chiari, Sergio Valentini, Ugo Calise, tanti amici. E in auto cantavamo dei riff armonizzati, e lui faceva delle facce e dei gesti da vero comico, come Jerry Lewis. Su questo ho scritto un libro: “L’unico papà che ho – Cosa si prova ad avere un padre famoso, appassionato di jazz e assente” ed. Lampi di Stampa. Basta ordinarlo in una libreria qualunque, prima o poi arriva. Lì racconto del mio rapporto con lui, che assomiglia per certi versi a qualunque rapporto padre-figlia, che è comunque un grande rapporto d’amore.

Per quanto riguarda il tuo progetto, invece, ci vuoi raccontare come è nato Orango Tango e come si è sviluppato nel corso del tempo…

Ti accennavo che a un certo punto mi sono messa a scrivere canzoni: le prime erano “serie” e le eseguivo a trent’anni circa in quintetto con Eddi Palermo, Nicola Stilo, Francesco Puglisi e Claudio Rizzo. I migliori insomma. Abbiamo fatto anche qualche concerto, ma la mia vita musicale è stata discontinua (me lo diceva anche la mia insegnante di canto, rimproverandomi). Poi ho sentito l’esigenza di usare il sense of humour, e devo dire la verità, è la qualità che apprezzo maggiormente nelle persone, e che fortunatamente mio padre mi ha trasmesso.  Per questo progetto, che chiamo Orango Tango, sono affiancata dal bravo Francesco Di Giovanni, e il 27 saremo accompagnati da un contrabbassista e un batterista che sono dei personaggi nel panorama musicale: Alberto Botta è il batterista “ufficiale” di Arbore, e Guido Giacomini che suona spesso con Arbore, ed è anche cantante, appassionato di swing e un po’ entertainer anche lui..

Uno spettacolo, dunque, che ha anche una dimensione teatrale?

Direi di no, come ti accennavo prima. Dimensione teatrale significa battute scritte, scenografia, movimenti di scena particolari. no, niente di tutto questo. Noi siamo estemporanei, inventiamo ogni volta. Il teatro richiede una forma di “rigidità” e passività nel pubblico. La mia scuola è stata il Folkstudio, spesso la gente canta insieme a me, soprattutto col CAN DE TRIESTE.

 

 

 

 

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