Jazz Agenda

Stefano Carbonelli racconta il disco Morphé: “un percorso personale di ricerca, passione e studio”

Pubblicato dall’etichetta Cam Jazz Morphé è il secondo album che porta la firma del chitarrista Stefano Carbonelli. Un progetto trasversale che unisce la musica da camera, con momenti carichi di groove che spesso si miscelano con il rock, altre volte danno vita a momenti di improvvisazione pure. Completano la formazione Daniele Tittarelli al sax, Riccardo Gambatesa alla batteria e Matteo Bortone al basso. Stefano Carbonelli ci ha raccontato questa avventura:

Morphé - ci spiega - è un album di note scritte e qualche improvvisazione. La musica è stata composta o riadattata per la formazione del quartetto a mio nome, che in questo disco fa uso di sax contralto, chitarra elettrica e classica, basso elettrico e semiacustico, contrabbasso e batteria. Secondo disco per il gruppo, prima uscita insieme alla casa discografica CAM JAZZ che ci ha prodotto. Se si vuole incanalare l’opera in un genere bisogna notare che coesistono, a mio giudizio in modo riuscito, momenti contrappuntistici o da camera (in un certo senso in scia con Bach, Hindemith, Bartok…) con altri più groovosi e all’estremo molto rock, anche metal. Accomunano tutte le composizioni, compresa quella di Matteo, un’incessante metamorfosi delle stesse, che non raggiungono mai un delineamento compiuto. Questo è il manifesto nella prima traccia, la Title Track, mutevole e densa di idee in meno di due minuti. Da lì si parte per un percorso di brani i cui nomi omaggiano le personalità di Gould, Kafka, Gnap, “Car A V…” e Bongard (il cui consigliato libro “Pattern Recognition” di 100 indovinelli illustrati è particolarmente in tema con la ricerca e il senso della forma).”

Un percorso interiore e personale e tanto lavoro con la band. Stefano Carbonelli ci spiega anche il percorso che ha portato alla nascita del disco:

 “C’è alla base un percorso personale di ricerca, passione, studio analitico della musica. D’altra parte senza l’impegno dei miei colleghi il disco sarebbe rimasto sulla carta, anzi alcuni brani non sarebbero stati proprio composti. Il gruppo esiste stabile dal 2014, anno in cui abbiamo registrato il primo album ‘Ravens like Desks’. Da allora l’affiatamento è stato crescente e ho subito avuto come obiettivo una seconda uscita. Per il repertorio ho unito i due brani vecchi inediti ‘Morphé’ e ‘Kafka’ al recente ‘Stalattiti’, terminato di scrivere per l’occasione i due brani ‘Arrgh’ e ‘Gnap’ e composto dal principio ‘Glenn’. Il lavoro di scrittura è quello che ha caratterizzato di più il lavoro finito: c’è un’alta percentuale di musica scritta per un disco di jazz e le improvvisazioni sono spesso intese come parti non fondamentali del disegno complessivo. Durante le numerose prove iniziate nella primavera 2016 si è aggiunto il brano e ‘Bongard #101’ – presente in due tracce separate chiamate L e R –  e ‘Car A Vudge Joe’ di Matteo. Di lì a quasi un anno abbiamo avuto la fortuna di essere portati in studio dalla CAM JAZZ, nel marzo 2017 a Udine, dove abbiamo finalmente inciso Morphé.”

Cosa rappresenta invece Morphé per Stefano Carbonelli? Rispondendo a questa domanda il chitarrista ci mostra anche la sua visione della musica…

Non so per gli altri ma penso di poter rispondere che la musica di Morphé non è descrittiva e non ha l’intenzione neppure nascosta di rappresentare un’esperienza, un evento o un oggetto. Il mio parere è che ci si possa disinteressare di usare la musica come metalinguaggio, senza che questa manchi dell’elemento per il quale viene percepita come una cosa bella e funzionante. Detto altrimenti se la musica è piacevole lo è di per sé e non perché rappresenta una cosa: indirettamente l’ascolto delle note richiama delle sensazioni – soggettive – e questo è sufficiente. A mio parere, ipotizzo universalmente, l’ispirazione nella composizione o nell’improvvisazione nasce da meccanismi inconsci (che permettono la ‘spontaneità’) per cui reputo una forzatura cercare di descrivere altro con la musica: non che mi opponga all’uso ma potrebbe anche darsi che quello che si voleva descrivere (se non reso esplicito) non venga minimamente colto e tuttavia ciò non implicherebbe che la musica appaia deficiente. Il punto è che c’è una differenza abissale con un testo scritto o una raffigurazione, infatti la musica senza parole funziona lo stesso ed appassiona una percentuale di persone – non è rilevante quante persone se ne accorgano bensì il loro grado di appassionamento. Lascio al pubblico nove tracce a cui abbandonarsi e in cui scovare forme da analizzare in base ai criteri che preferisce ma sapendo che secondo l’autore la musica rappresenta se stessa.”

Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS