Jazz Agenda

Silvia Carbotti racconta il disco Affetti Speciali dei Frubers in The Sky: tra jazz e musica d’autore

Pubblicato dall’etichetta Emme Record Label il 29 febbraio del 2019, Affetti Speciali è l’ultimo disco del quartetto Frubers in The Sky. Un progetto che si pone a metà tra il jazz e musica d’autore dove dalla grande sensibilità artistica. La band è composta da Silvia Carbotti alla voce, Max Carletti alle chitarre e arrangiamenti, Stefano Profeta al contrabbasso e Paolo Franciscone alla batteria. La cantante del quartetto ha raccontato a Jazz Agenda questa esperienza.

“Il quartetto si chiama Frubers in the sky, ed è composto da Silvia Carbotti alla voce, Max Carletti alla chitarra, Stefano Profeta al contrabbasso e Paolo Franciscone alla batteria. Si scrive Frubers e si pronuncia “frubers”. Non è un inglesismo ma una parola di pura invenzione, una sorta di nonsense nato come un gioco e che, per tutti i membri del quartetto, sintetizza le cose belle delle quali la vita si compone: un bel concerto, le onde del mare, una tazza di the… tutto può essere frubers! Anche una maglietta o una giornata di sole… Ed è cosi che volevamo fosse la nostra musica una costante e bella sorpresa per chi la suona e per chi la ascolta. Frubers è un progetto che nato a cavallo tra il 2013 e il 2014 e nel corso degli anni ha prodotto due album, il primo nel 2014 (Double) e il secondo uscito nel febbraio 2019 con Emme Record label dal titolo Affetti speciali, un disco completamente in italiano che alterna a brani originali alcune riscritture di “canzoni” che hanno fatto parte della storia della nostra musica più recente.”

Silvia Carbotti ci racconta anche il percorso che ha portato alla nascita del disco…

“Il primo passo, rispetto al passato, è stato quello di immaginare un album completamente in italiano. Volevamo trovare un ponte tra le sonorità a noi più care, quelle del jazz più contemporaneo e un linguaggio musicale facilmente riconoscibile anche ai meno esperti. In questo, le “canzoni” - almeno nel nostro Paese - sono una porta di accesso estremamente potente. Chi non conosce il tema - o anche solo sommariamente il ritornello - di Figli delle stelle o Figlio unico? Probabilmente tutti, dalla vicina del piano di sotto per arrivare a un cultore di Evans. È verosimile che il loro giudizio sul brano non sia il medesimo; è possibile, infatti, che la prima lo ricordi con piacere e il secondo lo consideri un “motivetto” ininfluente, ma certamente entrambi lo hanno bene in mente. Ecco, in quel punto nasce il nostro lavoro: analizzare il pezzo, tenere in piedi l’essenziale o mettere in evidenza delle bellezze nascoste. Cosi facendo la canzone, che diventa il nostro trait d'union, ci consente di approdare a sonorità più lontane, portando tutti gli ascoltatori per mano in un viaggio all’interno della bellezza. Cosi, sostituendo una vocale agli Affetti che danno il titolo al nostro album, ci troviamo di fronte a degli “effetti” speciali: citando alcuni brani della tracklist il tema della Tarantella napoletana, ruvido e diretto, si lega spontaneamente con una poesia di Raffaele Viviani. Figlio unico e L’estate sta finendo raccontano le storie d’amore concluse o impossibili, di uomini e donne incastrati inesorabilmente tra le partenze e le distanze che gli “affetti” delle volte ci presentano come un prezzo da pagare. Figli delle stelle si rivela come una intensa ballad - ospite nel brano il clarinetto di Marco Tardito - dal testo meraviglioso e poetico in un arrangiamento che la fa vibrare e rende manifesto il mondo fantastico nel quale si trovano gli amanti protagonisti della storia.”

Silvia Carbotti ci racconta anche cosa rappresenta il disco per la band…

“Affetti speciali è sicuramente il disco che ci ha permesso non solo di rendere più forte il legame, la complicità e l’intesa del quartetto ma anche di chiarire e consolidare la nostra identità, in termini non soltanto di sonorità e riscrittura ma anche di composizione e arrangiamento di nuovi brani che fossero in dialogo con gli altri. La canzone torna ancora una volta anche qui, delle volte per raccontare nuove storie, altre per celebrare un’amicizia o per fare un omaggio. Ecco perché sono nati Il trasloco di Sophie, breve storia di sorta di nuova Amelie, intenta nel suo trasloco e in tutti quei pensieri che si fanno quando ci si trova in una nuova casa e si scopre di essersi fermati finalmente nel posto giusto; One for Chet, omaggio a Chet Baker, alla sua musica, a Torino città nella quale ha vissuto, al jazz e alle sonorità dalle quali tutta la musica “dei Frubers” trae origine; Vuoi ballare con me anima pop di tutta la playlist e infine No, non è Tennessee Waltz (con la partecipazione di Marta Piccichè), ultimo brano del disco che ironizza sulle scelte insolite che il quartetto continua a fare nonostante gli stili e gli stilemi che per filologia, secondo alcuni, andrebbero perseguiti.

 

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Andrea Pozza docente alle Summer School del Fara Music: "Tutti noi progrediamo confrontandoci"

 
Come ogni anno anche nel 2019 una parte importante del Fara Music Festival sarà legata alla didattica e alle Summer School. Quest'anno fra i docenti che prenderanno parte alla manifestazione ci sarà anche il pianista Andrea Pozza: gli abbiamo fatto qualche domanda per capire come organizzerà i suoi corsi e sulla sua visione di insegnamento nella musica:
 
Andrea per cominciare partiamo dal primo giorno in cui si viene a contatto con gli allievi: come organizzi i corsi per gli studenti?
Di solito li faccio suonare un po', qualcosa di semplice, in cui si sentano a loro agio, per capire che livello di conoscenze hanno. Comincio così a conoscerli, il che mi serve per capire che argomenti posso affrontare e a che livello di profondità.
 
Essendo una settimana di completa immersione nel pianoforte e nella musica, che tipo di input ritieni sia giusto dare agli studenti?
Credo che la cosa più importante che voglio comunicare a chi vuole intraprendere lo studio della musica jazz sia il rispetto di se stessi, nel senso di coltivare una sana obiettività riguardo alle proprie capacità e conoscenze. Più riusciamo ad essere realisti su noi stessi e le nostre capacità, più siamo consapevoli di quello che dobbiamo fare per migliorare. Suonare jazz è come parlare una lingua, nessuno ti può dire quello che tu vuoi dire, devi scoprirlo da solo, ma devi conoscere bene la lingua per poter esprimere te stesso tramite essa! E' un grande lavoro di consapevolezza, prima di tutto e poi di studio  per mettere in pratica quello che hai capito.
 
Quanto è importante per uno studente fare delle esperienze di questo tipo?
E' di vitale importanza entrare in contatto il più possibile con chi parla il linguaggio del jazz, tanto quanto lo è farsi un soggiorno in Inghilterra per chi vuole parlare inglese. 
 
E' più utile fare una esperienza del genere quando si è alle prime armi (diciamo con pochi anni di studio alle spalle) o quando si è già un po' navigati nel proprio strumento?
Specie all'inizio è utilissimo per capire certi meccanismi e cominciare a rendersi conto delle conoscenze e capacità da acquisire. Chi è già più esperto può utilizzare queste esperienze per confrontarsi ulteriormente con professionisti che stima. Consiglio sempre agli studenti di imparare a fare domande, prendere iniziativa, essere attivi nel processo della propria crescita musicale, semplicemente per aumentare le probabilità di ricevere un consiglio azzeccato dagli insegnanti e perché, alla fine, ognuno deve imparare a prendersi cura della propria preparazione musicale, specialmente nel jazz! In realtà tutti noi, da chi è all'inizio a Charlie Parker progrediamo confrontandoci con altri musicisti e nella nostra epoca, con i mezzi di comunicazione di cui disponiamo possiamo veramente imparare tantissimo ogni giorno.
 
Per concludere queste esperienze quanto accrescono il bagaglio culturale di uno studente?
Moltissimo, lo accrescono proprio in quanto esperienze e vissuti. Sono le esperienze che ci fanno crescere, non le conoscenze teoriche. Possiamo non conoscere nulla della teoria, ma suonare bene, non è altresì detto che se conosciamo la teoria sappiamo suonare! Come una lingua, chi è madre lingua a volte non conosce la grammatica ma parla benissimo! L' ideale naturalmente è parlare bene e conoscere anche la grammatica!
 
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Jacopo Delfini racconta Sleeping Beauty: "Il disco si ispira alla tradizione di Django Reinhardt"

Un album dove la chitarra è la vera protagonista che si ispira alla tradizione lasciataci dal grande Django Reinhardt. Si presenta così Sleeping Beauty, disco d'esordio di Jacopo Delfini al quale hanno partecipato musicisti come Michele Frigoli alla chitarra, Mauro Negri al clarinetto, Claudio Ottaviano al contrabbasso) Andrea Aloisi al violino,  e Alex Carreri al contrabbasso (in Nuages). Jacopo Delfini ci ha raccontato come è nata questa avventura:

"Sleeping Beauty" è una raccolta di brani originali, più la cover di "Nuages" di Django Reinhardt. Il linguaggio musicale si ispira alla tradizione nata dall'opera di Reinhardt, che è, in sostanza, una delle più alte espressioni, per originalità e profondità, del jazz europeo. Un album incentrato quindi sulla chitarra, e sugli strumenti a corda (contrabbasso e violino, suonati rispettivamente da Claudio Ottaviano e Andrea Aloisi), con l'aggiunta, in due tracce, del suono vellutato e cool del clarinetto (suonato dal maestro Mauro Negri). I brani originali rappresentano quadretti di vita vissuta, seguendo il filone della ricerca della bellezza nascosta nelle piccole cose. A questo vuole alludere il titolo dell'album, appunto "Sleeping Beauty", bellezza che dorme, che si nasconde, che va cercata continuamente, nelle tante cose apparentemente insignificanti che ci circondano. Ma il lavoro è anche una dedica a Valerio, mio primo figlio, che ha compiuto da poco due anni, ed è la principale ispirazione di questo mio lavoro. Le registrazioni sono avvenute in un contesto casalingo, come si suole spesso fare quando ci si accosta al jazz manouche, senza separazione fra gli strumenti, con due microfoni in tutto. Il mastering è stato realizzato invece presso gli studi Ferber di Parigi, una garanzia di qualità per quanto riguarda questo genere musicale. In una traccia, dal titolo "Id", ho anche registrato la voce solista, mentre gli altri brani sono interamente strumentali. La cover di "Nuages" è invece l'unica traccia ad essere registrata live, davanti ad un pubblico."

Jacopo Delfini ci ha raccontato anche il percorso che ha portato alla nascita di questo disco:

"Il mio percorso musicale ha attraversato tanti momenti e tante esperienze, fra le più varie. Non sono mai riuscito ad abbracciare un solo genere musicale, la musica che amo spazia da Django Reinhardt a Brian Wilson, da Duke Ellington ai Beatles, da BB King ai Singers Unlimited. E credo che tutte queste influenze abbiano avuto, e tutt'ora abbiano una forte impronta su tutta la mia musica. Nella mia ventennale carriera ho fatto il chitarrista rock, blues, il corista, ho composto musica per altri, ho suonato come chitarrista ritmico per dieci anni in un'affermata formazione di swing manouche (i "Django's clan"), ho lavorato in tv al fianco di Renzo Arbore, ho fondato con Renato Podestà e Roberto Lupo i "Sugarpie and the Candymen", alle prese ultimamente con l'uscita del loro sesto album, ho pubblicato album per diverse libraries musicali in giro per il mondo, e, sopratutto, grazie alla musica, ho viaggiato tantissimo, e conosciuto migliaia di palchi. E' una vita piuttosto frenetica! Questo album è stato un momento di intimità e riflessione all'interno di questo caos, un'occasione per fare un sunto di quello che avevo assorbito e appreso negli anni precedenti. Penso valga per tutti i lavori, ma  in particolare nel campo musicale credo che qualunque tipo di esperienza lavorativa lasci una traccia, che in qualche modo riaffiorerà, e darà una direzione sempre un po' diversa a quello che avverrà in futuro. Per questo ho citato tutte queste mie esperienze: le ho amate tutte, le porto dentro di me, e hanno tutte contribuito a far nascere "Sleeping Beauty", in modo più o meno consapevole."

Un traguardo importante ed una sfida con se stesso: Jacopo Delfini ci spiega anche cosa rappresenta per lui il disco:

"E' il mio primo disco solista, quindi per me è stato un traguardo importante. Rappresenta in primo luogo una sfida con me stesso. Forse visto da fuori può sembrare una cosa da poco conto, ma in realtà realizzare un album a proprio nome necessita di molta fiducia in se stessi, disciplina, costanza ed energia. Dodici tracce di un album mi sono "costate" quasi un anno pieno di lavoro, fra ideazione, realizzazione, e produzione (ho autoprodotto l'album). Avere avuto in questo percorso vicino a me collaboratori nonché amici preziosi come Claudio Ottaviano e Renato Podestà (addetto al mixaggio) è stata per me una grande gioia, oltre che un grande aiuto. Inoltre questo album rappresenta per me un ritratto di quello che sono io adesso, quindi è questo anche un modo per conoscersi meglio, per guardarsi allo specchio, ben sapendo che negli anni si cambia continuamente. Già la realizzazione di questo lavoro mi fa sentire diverso, con nuove sfide e nuovi orizzonti musicali da esplorare. Ovviamente ciò rappresenta anche la possibilità di farsi sentire dagli altri, addetti ai lavori e non, è quindi un modo per far sentire la propria voce, sperando che il mio lavoro possa lasciare qualcosa a chi lo ascolterà. Oggigiorno, per qualche ragione che mi è ancora piuttosto oscura, diventa sempre più difficile esprimersi, trovare un'originalità, trovare qualcuno disposto ad ascoltarti per davvero. Il mondo musicale sta vivendo un momento strano, lo stesso concetto di album musicale è messo in discussione, tanto che a volte ci si può sentire un poco scoraggiati. Questo album è per me un'iniezione di ottimismo e di speranza, una bandiera che ho piantato in un certo momento della mia vita, e che potrò sempre scorgere voltandomi indietro. Se poi questo album avrà contribuito a trasmettere questo sentimento anche in un solo ascoltatore potrò dire che il mio lavoro rappresenta per me anche una fonte di stupenda felicità." 

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Jacopo Ferrazza racconta il disco Theater: nuove sonorità possibili per il guitar-trio

Pubblicato dall’etichetta Cam Jazz nell’aprile del 2019 Theater è il secondo disco da leader del contrabbassista Jacopo Ferrazza. Un progetto che rappresenta senza dubbio un seguito al percorso stabilito con l’album d’esordio Rebirth, al quale hanno partecipato ancora una volta Stefano Carbonelli alla chitarra e Valerio Vantaggio alla batteria. Jacopo Ferrazza ci ha raccontato questa avventura.

“Theater è il mio secondo disco prodotto per la Cam Jazz, e segue il primo “Rebirth, uscito due anni fa. Condivido questo progetto con due grandi amici e straordinari musicisti come Stefano Carbonelli alla chitarra e Valerio Vantaggio alla batteria. Con loro iniziammo cinque anni fa a suonare in trio e abbiamo sempre sperimentato arrivando al suono che ora ci caratterizza e ci stimola di più. In Theater, come già iniziato con l’album Rebirth, ho continuato la mia ricerca sulle possibilità sonore del trio con la chitarra e ho ampliato il mio percorso compositivo abbracciando tecniche di scrittura nuove e stimolanti che mi hanno portato a scrivere musica programmatica. Infatti, per la scrittura dei brani mi sono avvalso di copioni e sceneggiature da me create attorno alle quali cucivo addosso la musica, cercando così di raccontare una storia o una sensazione nel modo più descrittivo possibile. Questo processo compositivo, oltre ad altri significati più intimi o esoterici se vogliamo, mi ha portato alla scelta del nome Theater per il nuovo disco.”

Jacopo Ferrazza ci racconta anche il percorso che ha portato alla nascita del disco:

“Tutti e tre condividiamo molti ascolti e passioni musicali. Io e Stefano siamo amanti della musica classica così come lo è Valerio e per tanto tempo ci siamo scambiati consigli e scoperte musicali. Allo stesso modo condividiamo la passione per il rock oltre quella quasi scontata per il jazz che ci ha formato come musicisti. Alla luce dei nostri ascolti mi sono posto la domanda, nel momento della composizione, se fosse stato giusto fare un disco di jazz oppure no e la mia risposta è stata che avrei dovuto scrivere un disco di musica, senza un’etichetta o un’identità precisa che non fosse semplicemente la mia. E’ quindi venuto naturale fare un disco che non abbracciasse uno stile ben preciso ma unisse le molteplicità della musica e i suoi numerosi aspetti, così’ da evidenziare ancora di più quanto sia necessario per me attingere da ambiti differenti e riuscire, anche come risposta alla società e alla politica odierna, a far convivere elementi differenti e apparentemente distanti.”

Un disco che certamente rappresenta un punto di partenza: a proposito Joacopo prosegue dicendo che:

“Theater, come in parte Rebirth, non rappresenta un punto d’arrivo ma di partenza. Quello che ho cercato di fare, con le mie possibilità, è stato trovare delle sonorità è un tipo di scrittura cameristica che raramente ho trovato nei guitar-trio e il risultato che ho ottenuto mi ha molto soddisfatto! Mi ha anche dato la conferma però che le possibilità sono veramente tante e che, continuando la ricerca, scoprirò ancora altre vie e percorsi da battere. Aldilà poi dell’aspetto musicale e compositivo, Theater rappresenta molti miei aspetti e lati personali, storie e esperienze che ho vissuto, persone che hanno lasciato un segno in me e momenti onirici o extra sensoriali che ho voluto trasmettere in musica. Infine, rappresenta il forte legame che ho con Valerio e Stefano e il consolidamento della nostra amicizia, e la mia fortuna personale, di poter condividere questo progetto con loro.”

 

 

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Attilio Troiano Quartet live al Cotton Club: un concerto dedicato al jazz degli anni '40, '50 e '60

Artista e polistrumentista di grande livello Attilio Trioano sarà in concerto al Cotton Club mercoledì 24 aprile 2019. Ad accompagnarlo in questo concerto, ispirato al grande jazz degli anni '40, '50 e '60 ci saranno sul palcoscenico Francesco Puglisi al contrabbasso, Andrea Rea al pianoforte e Adam Pache alla batteria. Attilio Troiano in persona ci ha raccontato questo progetto...

Attilio, per cominciare l'intervista parliamo subito del tuo spettacolo che andrà in scena al Cotton Club. Ti va di descriverlo in breve per i nostri lettori?
Il concerto sarà ispirato al grande jazz degli anni '40, '50 e '60. Citeremo alcuni tra gli storici esponenti di questo splendido genere musicale e ne renderemo omaggio. Inizieremo dai clarinettisti Artie Shaw e Benny Goodman per continuare con Louis Armstrong, poi i crooners Bing Crosby e Frank Sinatra e ancora con Chet Baker, Bob Brookmeyer fino ad arrivare ai sassofonisti Dexter Gordon, Sonny Stitt, Pepper Adams e John Coltrane. Una vera impresa per me, dovendo e volendo far riecheggiare il ricordo dei loro stili e del loro suono durante le nostre esecuzioni. Per ognuno di questi artisti sopracitati proverò a suonare il corrispettivo strumento. Il tutto senza rinunciare alla nostra personalità e musicalità. Mi auguro che tutti possano passare una piacevole serata in nostra compagnia.

Ad accompagnarti ci saranno anche dei musicisti d'eccezione molto noti nell'ambiente quali Francesco Puglisi, Andrea Rea e Adam Pache: perché hai scelto proprio loro?
Ho scelto loro perché sono dei seri professionisti e degli amici con i quali è sempre bello condividere il palco.

Parlaci adesso del tuo background musicale: come ti sei avvicinato alla musica e poi come si è svolto il tuo percorso fino ad arrivare ad oggi...
Mi limito a dire che fin da bambino ho trattato la musica come un gioco, finché è diventata un'arte sempre più seria nella mia vita. Ho studiato e continuo a studiare musica antica (l'arte dei fiamminghi e dei barocchi fino ai compositori del '900) e mi è sempre piaciuto comporre ispirandomi ad i miei grandi Maestri. Primo fra tutti J.S. Bach e poi tutti gli altri. La musica mi ha portato a viaggiare molto ed in questi viaggi ho avuto la fortuna di incontrare tanti musicisti bravissimi e persone di grande cuore ed umiltà, tutto ciò fa si che io oggi possa inserire nella musica la bellezza che ho incontrato e sperare che chi ascolta possa scorgerla anche solo per un attimo.

Sappiamo che sei anche un polistrumentista e che sai suonare bene diversi strumenti: è un'esigenza che nasce per guardare ed interiorizzare la musica da diverse angolazioni?
Sicuramente hai colto nel segno. Scrivendo arrangiamenti per Big Band e per orchestra sinfonica mi è davvero utile comprendere meglio l'utilizzo dei vari strumenti nelle loro potenzialità e questo probabilmente è stato uno dei motivi per cui ho voluto avvicinarmi ad i diversi strumenti. Vorrei aggiungere però che nel mio modo di vivere la musica cerco anche di lanciare un messaggio per far comprendere che non è vero che noi esseri umani possiamo fare “solo una cosa e bene” ma che la mente ha la capacità di comprendere molto più di quel che noi pensiamo che essa possa percepire realmente. Creando in noi questo tipo di pregiudizio è come se tarpassimo le ali alla nostra evoluzione. Personalmente se desidero di suonare uno strumento nuovo che mi affascina lo compro e lo imparo. Se suonare uno strumento musicale in più nella mia vita mi dona felicità allora perché dovrei privarmene? Cerco di essere come un bambino, senza pregiudizi ed aperto a qualsiasi tipo di apprendimento. Con la purezza dei bimbi possiamo imparare a suonare. Questo è sempre stato il mio approccio e spero che continui sempre ad esserlo.

C'è qualche strumento che preferisci in particolare? (Quali e perché)
Non saprei quale preferisco tra i vari strumenti. Mi piacciono tutti, anche quelli che ancora non suono. Ci sono periodi in cui suono e studio di più un particolare strumento piuttosto che un altro. In questi giorni ad esempio sto studiando un po' di più la chitarra ma come accennavo prima è la mente che deve funzionare in un certo modo, non solo le mani. Dico spesso ad alcuni miei allievi che suonando venti strumenti non ho di certo il tempo di studiarli tutti né tantomeno di studiare venti strumenti diversi al giorno, di conseguenza è la mente che deve comprenderne il funzionamento nella tecnica della fisicità che si adatta allo strumento immaginandone prima il suono ed il colore.

Per concludere raccontaci a che quali sono i tuoi progetti e se a breve ci saranno delle novità discografiche o delle nuove formazioni che metterai in piedi...
Nel mese di giugno devo registrare un nuovo disco con la mia Big Band e sto scrivendo dei nuovi arrangiamenti. Scrivere per Big Band mi diverte davvero molto e lo faccio sempre con passione, sia quando li compongo per me che quando lo faccio per conto di altri. Nel frattempo continuerò con i miei viaggi, concerti e workshop.

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Marisa Petraglia e il disco Unusual: "un album che dimostra la versatilità della voce"

Pubblicato dall'etichetta Emme Record Label, Unusual è il disco d'esordio della vocalist Marisa Petraglia. Un progetto versatile e dinamico che ha visto la partecipazione di musicisti di alto livello quali Adam Pache alla batteria, Francesco Puglisi al contrabbasso e Andrea Rea al piano. Marisa Petraglia ci h raccontato questo progetto:

"Particolare, diversa, insolita sono sicuramente gli aggettivi che maggiormente hanno attribuito alla mia vocalità in questi anni ed il titolo del mio esordio discografico è proprio un invito a conservare ciò che rende "Unusual" ciascuno di noi perché, lì sta la nostra vera forza. Ho avuto il piacere e l'onore di essere accompagnata da eccellenti musicisti che mi hanno ispirata con la loro maestria come Adam Pache, Giovanni Amato, Pietro Condorelli, Francesco Puglisi, Andrea Rea. L' idea dell'album ha cominciato a prendere piede in un periodo molto difficile della mia vita e in un momento triste ero al piano, ho chiuso gli occhi ed ho iniziato a cantare commuovendomi.. Così è nato To my Angel..che ho condiviso subito con Pietro e da lì pian piano tutto è venuto in modo spontaneo. Ho concepito questo album con l'obiettivo di dimostrare quanto la voce possa essere versatile, potente, indipendente, coraggiosa ma allo stesso tempo delicata e attenta. Infatti i contesti musicali in cui la voce è immersa sono tutti ben differenti per le formazioni che l’accompagnano, per la scelta dei brani e gli stili presenti. (poi qui non so che aggiungere dei brani perché già ne ho parlato tanto nella presentazione del progetto che ti ho inviato)

Marisa Petraglia ci racconta anche il percorso che ha portato alla nascita del disco...

"Il mio percorso artistico è lontano e vicino da quello di tanti miei colleghi. Non sono cresciuta circondata da musica ma sono cresciuta fin da bambina con l'idea della musica e di quello che volevo comunicare attraverso di essa. Questa mia determinazione talvolta mi ha portato ad essere incompresa ma è stata anche la chiave che mi ha dato la spinta a studiare di tutto semnza tralasciare niente, per divorare e fare mio tutto ciò che potevo. Studiare al conservatorio, studiare privatamente con tanti insegnanti davvero eccezionali, fare jam, workshop e seminari, ascoltare concerti..tutto ciò nel tempo mi ha dato la possibilità di rendere fruibile a tutti attraverso la mia voce e la mia musica quella particolare idea della musica che ho avuto da sempre." 

Punto di arrivo o di partenza? Ecco cosa rappresenta questo disco per Marisa Petraglia...

"Unusual rappresenta per me un punto di arrivo e un punto di partenza allo stesso tempo. Punto di arrivo perché è la soluzione e la chiusura della prima parte del percorso della mia vita che mi ha allontanata e avvicinata alla musica continuamente. Unusual però è soprattutto un punto di partenza perché rappresenta quel primo tassello di un mosaico  di musica che voglio continuare a costruire ancora più tenacemente perché la mia vita è la musica e io voglio continuare a vivere con la  musica." 
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Emanuele Sartoris racconta I Nuovi Studi: "l'improvvisazione all'interno di uno studio classico"

Pubblicato dall’etichetta pugliese Dodicilune Edizioni Discografiche e Musicali, I Nuovi Studi è un disco che porta la firma di Emanuele Sartoris. Un progetto in cui il pianista torinese inserisce il concetto di improvvisazione in uno studio tecnico pianistico. Gli studi sono 5 e aprono il disco, a cui si aggiungono 3 studi classici originali suonati così come sono stati scritti, uno di Chopin, uno di Listz e uno di Skrjabin. Questi 3 studi sono preceduti ognuno da un preludio completamente improvvisato dove raccolgo qualche impressione dello studio che verrà . L'ultimo brano è l'unico dichiaratamente Jazz. Un pezzo di Bill Evans dove si improvvisa in tutte le tonalità alternandosi tra 3/4 e 4/4. Emanuele Sartoris ci ha raccontato nel dettaglio questo progetto:

"Definirei “I Nuovi Studi” un lavoro discografico di confine in cui per la prima volta nella storia della letteratura pianistica si inserisce il concetto di improvvisazione all’interno di uno Studio tecnico. Il disco si apre con 5 studi da me congeniati frutto di un personale peregrinare sul pianoforte. una vera e propria ricerca, un esplorare i miei stessi limiti, sfruttando l’arma dell’improvvisazione con l'unica regola di utilizzarla ogni qual volta con differenti e caratteristici elementi tecnici. Di quì il vero elemento che rende "nuovi" questi studi, il tentativo di renderli musicali riunendoli in brani in grado di tentare l'impervia doppia strada della finalità tecnica sottomessa alla bellezza espressiva. Il disco procede con tre preludi che anticipano l’esecuzione di altrettanti studi classici di grandi autori per me focali e determinanti nella storia del pianoforte così come lo conosciamo e studiamo oggi, Chopin Listz e Skrjabin. Il preludio diventa un pretesto per improvvisare in maniera estemporanea ed assaporare le tecniche ed armonie dello studio successivo. L’album si chiude con il brano di Bill Evans Comrade Conrad, una composizione che per sua forma e natura a mio avviso rientra esattamente nel concetto di Studio così come lo intendevano i grandi autori delle scuole pianistiche del passato proponendo la possibilità di improvvisare in tutte le tonalità con le alternanze ritmiche più comuni nel Jazz.

Emanuele Sartoris ci racconta anche il percorso che lo ha portato alla nascita di questo disco:

"Le grandi opere di Studi pianistici di Liszt, Skrjabin ed in particolar modo Chopin sono stati per me la porta d'ingresso verso la musica classica. Sono sempre stato profondamente attratto, in qualità di improvvisatore, dall'abilità tecnica soggiogata alla bellezza espressiva ed esecutiva. Ritengo tuttavia che la tecnica non sia una mera dimostrazione di abilità ma una possibilità che sottomessa alla bellezza può arricchire le tinte espressive, specie nel creare durante l’atto improvvisativo quel rapporto di istantaneità tra pensiero e gesto che solo lo studio quotidiano possono garantire. Gli studi pianistici dei grandi autori spostano l'attenzione sui singoli problemi tecnici, offrendo la possibilità, in maniera pedagogica di apprendere anche attraverso l'assimilazione dello studio stesso. Spesso infatti l'atto di imparare il brano e di lavorarci contiene già in seno la scintilla adatta al superamento del problema tecnico. Tuttavia per un musicista abituato alla creazione estemporanea, come un Jazzista o come tutti i grandi pianisti classici del passato negli studi manca sempre un elemento, fresco, prezioso e vitale: L'improvvisazione. Da qui il cammino che mi ha condotto alla ricerca e quindi la nascita de “I Nuovi Studi”.

Un contributo o uno stimolo a perseverare nella ricerca? Emanuele Sartoris ci spiega anche cosa rappresenta per lui il disco:

"Di certo questi modesti studi non vogliono essere un paragone con la grandezza degli inarrivabili Chopin, Liszt e Skrjabin, cercano di mostrare anzi il mio totale esserne affascinato. A maggior ragione la mia offerta ha voluto essere più ricca e sincera incastonando nel disco uno studio per ognuno di questi grandi autori, preceduto da un preludio estemporaneo. Non bisogna infatti dimenticare, come spesso la storia vuol farci credere, che questi grandi, prima ancora di essere stati pianisti e compositori, sono stati formidabili improvvisatori. L'omaggio sposta, altresì, i riflettori su una questione culturale ancora troppo sottovalutata: spesso i musicisti classici, e non solo, si barricano ancora su un falso Parnaso in cui sembra di vederli immaginare per se stessi un futuro inesistente, già scardinato in passato dagli autori stessi tanto venerati ed idealizzati. La ricerca sul proprio strumento è tutt'altro che terminata con i grandi. Va spronata con ogni mezzo, e spero che questi nuovi studi possano essere un piccolo e sincero contributo adatto a ricordare sia ai pianisti cosiddetti "Jazz" che "Classici" l'idea per cui suoniamo storia viva ed in continua evoluzione, non riposta a prender polvere in qualche teca."

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Filippo Arlia dirige la Berliner Symphoniker: Stefano Bollani suonerà la Rapsodia in Blue

Sabato 1° aprile 2019 il maestro Filippo Arlia dirigerà la Berliner Symphoniker  presso il teatro Filarmonico di Verona. Un concerto di spessore dove spicca anche la presenza del pianista Stefano Bollani che eseguirà al pianoforte la la Rapsodia in blu di George Gershwin. Per completare il programma della serata verranno eseguite musiche di Pyotr Ilyich Tchaikovsky e Modest Petrovic Mussorgsky. Il direttoire dello spettacolo Filippo Arlia ci ha parlato di questo concerto dove la classica incontra il jazz.

Il Maestro Arlia: “Tra classica e jazz, una serata di grande musica”Per cominciare l'intervista parliamo subito dell'opera di George Gershwin. Rapsodia in Blue è senza dubbio uno dei più grandi esempi in cui la musica classica si sposa con il jazz: quali sono le caratteristiche che più le hanno colpito di quest'opera?

Sicuramente mi colpisce il modo in cui Gershwin riesce a dare "freschezza" alla sua composizione. Ci sono degli strumenti che, per natura e timbro, non sono molto tagliati per il jazz, eppure nella Rapsodia questo non si nota affatto. Questo fa parte senza dubbio del genio del compositore americano.  

Quali sono, dunque, i punti di contatto tra musica classica e jazz? Come questi due linguaggi possono dialogare insieme?

La tecnica è senza dubbio comune ad ambedue i generi musicali. Inoltre, io ho sempre pensato che solo attraverso la contaminazione tra generi un musicista può essere veramente completo.   

Parlando sempre dello spettacolo in sé, che tipo di interpretazione avete cercato di dare all'opera di George Gershwin?

Cerchiamo di fare evadere le note dalle barriere dello scritto. In fondo, il jazz è in certo senso sinonimo di "libertà", quindi è fondamentale liberarsi da una visione troppo conservatrice della musica.  

Per quanto riguarda Stefano Bollani, invece, ci vuole dire come è nata questa collaborazione e come si è sviluppato questo spettacolo?

Volevamo regalare alla città di Verona un momento speciale, ed io ho iniziato nel 2007 la mia carriera proprio suonando la Rapsodia di Gershwin. A quel punto, il volto italiano più significativo da scegliere per questo genere, è senza dubbio Stefano Bollani. 

Quali sono le doti artistiche che le hanno colpito di più di questo grande pianista?

La tecnica molto simile a quella di un pianista classico: non tutti i jazzisti ne sono dotati.  

Parliamo anche del lavoro da studio e anche delle prove: come avete lavorato a quest'opera? 

Anzitutto capendo quello che il compositore vuole dire attraverso lo spartito. E poi, senz'altro ascoltando chi prima di me ha lasciato il segno interpretando Gershwin. Ho una collezione di dischi molto ricca, e ne ho approfittato per notare le differenze tra le varie esecuzioni.   

Prima di lasciarci ci descriva anche come avviene in generale il lavoro di un'orchestra e come  impostate le sessioni e le prove...

Dipende dalla tipologia di orchestra che ci si ritrova davanti. Ci sono orchestre che hanno già eseguito l'opera tante volte, per cui il direttore deve cercare semplicemente di dare il proprio "imprinting". Altre volte, invece, spetta al direttore anche un vero e proprio lavoro di "lettura", per spiegare ai professori d'orchestra che cosa stanno suonando. Paradossalmente, ritengo più difficile esprimere un' idea musicale originale quando si lavora a brani "di repertorio", perché le compagini orchestrali tendono a "conservare" in maniera esagerata la tradizione: questo, secondo me, è uno dei grandi limiti che oggi impedisce alla musica classica di reinventarsi in modo intelligente. 

 

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Paride Pignotti parla del disco 43° parallelo: "Un segno indelebile della mia identità artistica"

Pubblicato dall'etichetta Emme Record Label 43° parallelo è il disco d'esordio del chitarrista Paride Pignotti. Un progetto in cui i suoni del Mediterraneo si sposano con un jazz moderno, melodico, spesso dai tratti minimali. Completano la formazione Seby Burgio al pianoforte, Alberto Fidone al contrabbasso, Alessandro Marzi alla batteria e, come special Guest nella traccia “How Deep is the Ocean”, Nate Birkey, trombettista americano. Paride Pignotti ha raccontato a Jazz Agenda questa avventura:

"Il disco 43° parallelo è il mio primo lavoro discografico registrato al tube studio e prodotto per la Emme Record Label. Esso nasce dal forte desiderio di incidere alcuni dei miei brani in un disco in quartetto. Il titolo “43 parallelo”, rappresenta un omaggio a Grottammare, la mia città natale, dove per l’appunto passa il 43° parallelo e dove parte l’ispirazione che ha portato alla nascita di queste composizioni. Il disco è composto da 8 tracce, 6 brani originali scritti da me e da 2 standard jazz che ho scelto per la loro bellezza sia del testo ma anche perché li ritengo essere alcuni degli standard più coerenti con il pensiero musicale dell’album. Ogni mia composizione è stata scritta per ricordare e rivivere in musica qualche avvenimento della mia vita che mi ha particolarmente colpito. Uno dei temi di questo disco è l’amore inteso nei suoi diversi significati, non è un caso infatti che la playlist si apra con “Eva”, canzone dedicata alla figura della donna, e si chiuda con “My Foolish Heart”. Un altro tema centrale è il mare che considero una fonte continua di ispirazione. Sono molto contento di aver avuto la fortuna di essere accompagnato in questo percorso artistico da alcuni dei musicisti che più stimo sia musicalmente che umanamente e che ritengo essere i più adatti ad interpretare il pensiero estetico di questo disco. Essi sono Seby Burgio al Piano, Alberto Fidone al contrabbasso e Alessandro Marzi alla batteria e come special guest nella traccia "How Deep is the Ocean" il trombettista americano Nate Birkey .

Paride Pignotti ci ha raccontato anche il percorso musicale che ha portato alla nascita del disco:

"Il percorso musicale che ha portato alla nascita del disco non è stato facile. Era da molto tempo che sentivo di voler incidere in un disco alcune delle mie composizioni; per me è stato molto difficile capire quali fossero le canzoni più adatte per raccontare un pensiero musicale e quali non. Da qualche anno dedico molto più tempo alla composizione di brani originali anziché allo studio fine a se stesso, e questo mi ha permesso di avere un buon repertorio di brani originali. Nel disco, ho cercato perciò, di inserire quei brani ai quali ero più sentimentalmente legato, che sentivo potermi rappresentare al meglio e che erano stati scritti un po’ più di getto ed in maniera più spontanea e sincera rispetto ad altri brani che erano meno emotivamente coinvolgenti e che potessero sembrare solamente un esercizio compositivo. Nel disco ci sono molte influenze musicali, variano dalla musica classica fino al jazz moderno, passando attraverso la musica brasiliana e non solo. Nella scrittura di questi brani, ho sempre cercato di non farmi influenzare da pregiudizi di tipo musicale, amo ascoltare e scrivere la musica che sento dentro di qualunque genere essa sia. Un ruolo centrale nella ricerca delle sonorità di questo disco penso lo abbia avuto l’utilizzo della chitarra acustica nella maggior parte dei brani. E’ da qualche anno che ho iniziato ad approfondire il mio legame con questo strumento e sono molto contento delle varie sonorità che si riescono a creare."

Una grande opportunità e una fotografia di quel preciso momento: Paride Pignotti ci racconta anche cosa rappresenta per lui il disco:

"Il disco rappresenta una sorta di segno indelebile che raffigura perfettamente, come una fotografia, la propria identità artistica al momento della registrazione. Registrare un cd è di certo una esperienza bellissima. Ti aiuta a consolidare ancora di più i legami con i musicisti del gruppo con cui stai registrando, ti aiuta ad analizzare al meglio la tua musica e di conseguenza te stesso, ti aiuta a capire come migliorare, che direzione musicale prendere per i prossimi lavori e molto altro... Al giorno d'oggi rappresenta anche una grande opportunità di mettersi in contatto con il pubblico attraverso i vari festival musicali, la possibilità di mettersi in gioco come artista e soprattutto come compositore, non più quindi solamente come esecutore. Nel mio caso, penso che quest’ultimo sia stato, insieme all'esigenza di raccontare in musica delle emozioni, il motivo principale che mi ha spinto ad incidere un Cd. Grazie a questo lavoro ho infatti avuto modo di creare una identità alla mia figura di musicista e di chitarrista. Penso che soltanto attraverso la scrittura di brani e composizioni originali si possa tentare di fare qualcosa di nuovo ed è per questo che mi piace scrivere sempre nuova musica ed incentrare gran parte del mio tempo artistico alla realizzazione di nuovi lavori discografici"

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Mimmo Langella racconta il disco A Kind of Sound: "Un cambio di rotta rispetto ai lavori precedenti"

Uscito a distanza di sei anni dall'ultimo lavoro per l'etichetta GB MUsic, A Kind of Soul è l'ultima fatica del chitarrista Mimmo Langella. Il disco dal sapore decisamente "BLACK"si discosta particolarmente dai precedenti innanzitutto per la formazione in trio con Pasquale De Paola alla batteria e al basso Daniele Sorrentino, principalmente al contrabbasso, e Gabriele Lazzarotti: in secondo luogo per un sound essenziale dall'innato senso melodico. Una vera e propria rivoluzione, dunque, studiata, meditata ed "interiorizzata" che Mimmo Langella ha raccontato a Jazz Agenda:

"A Kind of Sound (GBMUSIC) è il mio quarto album da solista; esce a sei anni di distanza dal precedente, Soul Town. Segna un cambio di rotta rispetto ai lavori precedenti: il sound è più asciutto, ho scelto di fare a meno del tessuto armonico creato dal Rhodes o dall’Hammond che sorreggeva le mie melodie. Nel disco hanno suonato due bassisti differenti: Daniele Sorrentino, che ha suonato principalmente il contrabbasso, e Gabriele Lazzarotti; alla batteria invece c’è Pasquale De Paola, colonna portante di tutti i miei dischi. È stato registrato tutto in trio, ma contiene anche una traccia cantata da Marcello Coleman: mi piace che ci sia anche un momento più “leggero” all’interno dell’album in cui emergono le mie influenze extra jazzistiche, come il Soul, il Funk e il R&B. Il testo del brano è stato scritto da Roland Cabezas che fa anche le backing vocals, mentre Massimo Gargiulo suona la tastiera. Il disco è disponibile su tutte le principali piattaforme digitali."

Mimmo Langella ci ha raccontato anche il percorso che ha portato alla nascita di questo disco...

"A Kind of Sound prosegue il cammino musicale cominciato diciassette anni fa con The Other Side, l’album d’esordio, dove le influenze jazz/blues assorbite nel corso degli anni s’incontravano per mescolarsi nuovamente su un territorio ritmico di matrice black. Nei precedenti dischi, ho sempre suonato in quartetto, ma per questo mio nuovo lavoro in studio, ho deciso di cambiare, ho scelto di registrarlo in trio, questo mi ha creato non poche difficoltà: è stato molto difficile trovare i musicisti adatti al sound che avevo in testa. Cercavo un suono diverso, il suono di un trio che non fosse quello del power trio hendrixiano e del classico trio jazz. È un suono che trae ispirazione da tutta la musica nera, il jazz, il blues, il funk, il soul, il R&B. Amo il groove, per la mia musica ho bisogno di una sezione ritmica solida e precisa, che abbia un suono grosso e corposo. Il beat è essenzialmente funk, basso e batteria devono sapermi sostenere con un groove ipnotico con poche variazioni, senza annoiare e… annoiarsi! Ho impiegato circa due anni per trovare un bassista adatto e alla fine… non l’ho trovato! Ho registrato con dei turnisti”.

Un disco, dunque, che rappresenta un'istantena del momento. A proposito Langella conclude dicendo che:

"Il disco fotografa un momento del mio percorso artistico, è il risultato della mia ricerca sonora e musicale, è il traguardo raggiunto oggi che non può che essere il mio nuovo punto di partenza. Ovviamente mi aspetto che questa “fotografia” sia gradita al pubblico e faccia avvicinare più persone possibili alla mia musica."

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