Jazz Agenda

Carlo Cammarella

Carlo Cammarella

Jacopo Ferrazza racconta il disco Theater: nuove sonorità possibili per il guitar-trio

Pubblicato dall’etichetta Cam Jazz nell’aprile del 2019 Theater è il secondo disco da leader del contrabbassista Jacopo Ferrazza. Un progetto che rappresenta senza dubbio un seguito al percorso stabilito con l’album d’esordio Rebirth, al quale hanno partecipato ancora una volta Stefano Carbonelli alla chitarra e Valerio Vantaggio alla batteria. Jacopo Ferrazza ci ha raccontato questa avventura.

“Theater è il mio secondo disco prodotto per la Cam Jazz, e segue il primo “Rebirth, uscito due anni fa. Condivido questo progetto con due grandi amici e straordinari musicisti come Stefano Carbonelli alla chitarra e Valerio Vantaggio alla batteria. Con loro iniziammo cinque anni fa a suonare in trio e abbiamo sempre sperimentato arrivando al suono che ora ci caratterizza e ci stimola di più. In Theater, come già iniziato con l’album Rebirth, ho continuato la mia ricerca sulle possibilità sonore del trio con la chitarra e ho ampliato il mio percorso compositivo abbracciando tecniche di scrittura nuove e stimolanti che mi hanno portato a scrivere musica programmatica. Infatti, per la scrittura dei brani mi sono avvalso di copioni e sceneggiature da me create attorno alle quali cucivo addosso la musica, cercando così di raccontare una storia o una sensazione nel modo più descrittivo possibile. Questo processo compositivo, oltre ad altri significati più intimi o esoterici se vogliamo, mi ha portato alla scelta del nome Theater per il nuovo disco.”

Jacopo Ferrazza ci racconta anche il percorso che ha portato alla nascita del disco:

“Tutti e tre condividiamo molti ascolti e passioni musicali. Io e Stefano siamo amanti della musica classica così come lo è Valerio e per tanto tempo ci siamo scambiati consigli e scoperte musicali. Allo stesso modo condividiamo la passione per il rock oltre quella quasi scontata per il jazz che ci ha formato come musicisti. Alla luce dei nostri ascolti mi sono posto la domanda, nel momento della composizione, se fosse stato giusto fare un disco di jazz oppure no e la mia risposta è stata che avrei dovuto scrivere un disco di musica, senza un’etichetta o un’identità precisa che non fosse semplicemente la mia. E’ quindi venuto naturale fare un disco che non abbracciasse uno stile ben preciso ma unisse le molteplicità della musica e i suoi numerosi aspetti, così’ da evidenziare ancora di più quanto sia necessario per me attingere da ambiti differenti e riuscire, anche come risposta alla società e alla politica odierna, a far convivere elementi differenti e apparentemente distanti.”

Un disco che certamente rappresenta un punto di partenza: a proposito Joacopo prosegue dicendo che:

“Theater, come in parte Rebirth, non rappresenta un punto d’arrivo ma di partenza. Quello che ho cercato di fare, con le mie possibilità, è stato trovare delle sonorità è un tipo di scrittura cameristica che raramente ho trovato nei guitar-trio e il risultato che ho ottenuto mi ha molto soddisfatto! Mi ha anche dato la conferma però che le possibilità sono veramente tante e che, continuando la ricerca, scoprirò ancora altre vie e percorsi da battere. Aldilà poi dell’aspetto musicale e compositivo, Theater rappresenta molti miei aspetti e lati personali, storie e esperienze che ho vissuto, persone che hanno lasciato un segno in me e momenti onirici o extra sensoriali che ho voluto trasmettere in musica. Infine, rappresenta il forte legame che ho con Valerio e Stefano e il consolidamento della nostra amicizia, e la mia fortuna personale, di poter condividere questo progetto con loro.”

 

 

Attilio Troiano Quartet live al Cotton Club: un concerto dedicato al jazz degli anni '40, '50 e '60

Artista e polistrumentista di grande livello Attilio Trioano sarà in concerto al Cotton Club mercoledì 24 aprile 2019. Ad accompagnarlo in questo concerto, ispirato al grande jazz degli anni '40, '50 e '60 ci saranno sul palcoscenico Francesco Puglisi al contrabbasso, Andrea Rea al pianoforte e Adam Pache alla batteria. Attilio Troiano in persona ci ha raccontato questo progetto...

Attilio, per cominciare l'intervista parliamo subito del tuo spettacolo che andrà in scena al Cotton Club. Ti va di descriverlo in breve per i nostri lettori?
Il concerto sarà ispirato al grande jazz degli anni '40, '50 e '60. Citeremo alcuni tra gli storici esponenti di questo splendido genere musicale e ne renderemo omaggio. Inizieremo dai clarinettisti Artie Shaw e Benny Goodman per continuare con Louis Armstrong, poi i crooners Bing Crosby e Frank Sinatra e ancora con Chet Baker, Bob Brookmeyer fino ad arrivare ai sassofonisti Dexter Gordon, Sonny Stitt, Pepper Adams e John Coltrane. Una vera impresa per me, dovendo e volendo far riecheggiare il ricordo dei loro stili e del loro suono durante le nostre esecuzioni. Per ognuno di questi artisti sopracitati proverò a suonare il corrispettivo strumento. Il tutto senza rinunciare alla nostra personalità e musicalità. Mi auguro che tutti possano passare una piacevole serata in nostra compagnia.

Ad accompagnarti ci saranno anche dei musicisti d'eccezione molto noti nell'ambiente quali Francesco Puglisi, Andrea Rea e Adam Pache: perché hai scelto proprio loro?
Ho scelto loro perché sono dei seri professionisti e degli amici con i quali è sempre bello condividere il palco.

Parlaci adesso del tuo background musicale: come ti sei avvicinato alla musica e poi come si è svolto il tuo percorso fino ad arrivare ad oggi...
Mi limito a dire che fin da bambino ho trattato la musica come un gioco, finché è diventata un'arte sempre più seria nella mia vita. Ho studiato e continuo a studiare musica antica (l'arte dei fiamminghi e dei barocchi fino ai compositori del '900) e mi è sempre piaciuto comporre ispirandomi ad i miei grandi Maestri. Primo fra tutti J.S. Bach e poi tutti gli altri. La musica mi ha portato a viaggiare molto ed in questi viaggi ho avuto la fortuna di incontrare tanti musicisti bravissimi e persone di grande cuore ed umiltà, tutto ciò fa si che io oggi possa inserire nella musica la bellezza che ho incontrato e sperare che chi ascolta possa scorgerla anche solo per un attimo.

Sappiamo che sei anche un polistrumentista e che sai suonare bene diversi strumenti: è un'esigenza che nasce per guardare ed interiorizzare la musica da diverse angolazioni?
Sicuramente hai colto nel segno. Scrivendo arrangiamenti per Big Band e per orchestra sinfonica mi è davvero utile comprendere meglio l'utilizzo dei vari strumenti nelle loro potenzialità e questo probabilmente è stato uno dei motivi per cui ho voluto avvicinarmi ad i diversi strumenti. Vorrei aggiungere però che nel mio modo di vivere la musica cerco anche di lanciare un messaggio per far comprendere che non è vero che noi esseri umani possiamo fare “solo una cosa e bene” ma che la mente ha la capacità di comprendere molto più di quel che noi pensiamo che essa possa percepire realmente. Creando in noi questo tipo di pregiudizio è come se tarpassimo le ali alla nostra evoluzione. Personalmente se desidero di suonare uno strumento nuovo che mi affascina lo compro e lo imparo. Se suonare uno strumento musicale in più nella mia vita mi dona felicità allora perché dovrei privarmene? Cerco di essere come un bambino, senza pregiudizi ed aperto a qualsiasi tipo di apprendimento. Con la purezza dei bimbi possiamo imparare a suonare. Questo è sempre stato il mio approccio e spero che continui sempre ad esserlo.

C'è qualche strumento che preferisci in particolare? (Quali e perché)
Non saprei quale preferisco tra i vari strumenti. Mi piacciono tutti, anche quelli che ancora non suono. Ci sono periodi in cui suono e studio di più un particolare strumento piuttosto che un altro. In questi giorni ad esempio sto studiando un po' di più la chitarra ma come accennavo prima è la mente che deve funzionare in un certo modo, non solo le mani. Dico spesso ad alcuni miei allievi che suonando venti strumenti non ho di certo il tempo di studiarli tutti né tantomeno di studiare venti strumenti diversi al giorno, di conseguenza è la mente che deve comprenderne il funzionamento nella tecnica della fisicità che si adatta allo strumento immaginandone prima il suono ed il colore.

Per concludere raccontaci a che quali sono i tuoi progetti e se a breve ci saranno delle novità discografiche o delle nuove formazioni che metterai in piedi...
Nel mese di giugno devo registrare un nuovo disco con la mia Big Band e sto scrivendo dei nuovi arrangiamenti. Scrivere per Big Band mi diverte davvero molto e lo faccio sempre con passione, sia quando li compongo per me che quando lo faccio per conto di altri. Nel frattempo continuerò con i miei viaggi, concerti e workshop.

Marisa Petraglia e il disco Unusual: "un album che dimostra la versatilità della voce"

Pubblicato dall'etichetta Emme Record Label, Unusual è il disco d'esordio della vocalist Marisa Petraglia. Un progetto versatile e dinamico che ha visto la partecipazione di musicisti di alto livello quali Adam Pache alla batteria, Francesco Puglisi al contrabbasso e Andrea Rea al piano. Marisa Petraglia ci h raccontato questo progetto:

"Particolare, diversa, insolita sono sicuramente gli aggettivi che maggiormente hanno attribuito alla mia vocalità in questi anni ed il titolo del mio esordio discografico è proprio un invito a conservare ciò che rende "Unusual" ciascuno di noi perché, lì sta la nostra vera forza. Ho avuto il piacere e l'onore di essere accompagnata da eccellenti musicisti che mi hanno ispirata con la loro maestria come Adam Pache, Giovanni Amato, Pietro Condorelli, Francesco Puglisi, Andrea Rea. L' idea dell'album ha cominciato a prendere piede in un periodo molto difficile della mia vita e in un momento triste ero al piano, ho chiuso gli occhi ed ho iniziato a cantare commuovendomi.. Così è nato To my Angel..che ho condiviso subito con Pietro e da lì pian piano tutto è venuto in modo spontaneo. Ho concepito questo album con l'obiettivo di dimostrare quanto la voce possa essere versatile, potente, indipendente, coraggiosa ma allo stesso tempo delicata e attenta. Infatti i contesti musicali in cui la voce è immersa sono tutti ben differenti per le formazioni che l’accompagnano, per la scelta dei brani e gli stili presenti. (poi qui non so che aggiungere dei brani perché già ne ho parlato tanto nella presentazione del progetto che ti ho inviato)

Marisa Petraglia ci racconta anche il percorso che ha portato alla nascita del disco...

"Il mio percorso artistico è lontano e vicino da quello di tanti miei colleghi. Non sono cresciuta circondata da musica ma sono cresciuta fin da bambina con l'idea della musica e di quello che volevo comunicare attraverso di essa. Questa mia determinazione talvolta mi ha portato ad essere incompresa ma è stata anche la chiave che mi ha dato la spinta a studiare di tutto semnza tralasciare niente, per divorare e fare mio tutto ciò che potevo. Studiare al conservatorio, studiare privatamente con tanti insegnanti davvero eccezionali, fare jam, workshop e seminari, ascoltare concerti..tutto ciò nel tempo mi ha dato la possibilità di rendere fruibile a tutti attraverso la mia voce e la mia musica quella particolare idea della musica che ho avuto da sempre." 

Punto di arrivo o di partenza? Ecco cosa rappresenta questo disco per Marisa Petraglia...

"Unusual rappresenta per me un punto di arrivo e un punto di partenza allo stesso tempo. Punto di arrivo perché è la soluzione e la chiusura della prima parte del percorso della mia vita che mi ha allontanata e avvicinata alla musica continuamente. Unusual però è soprattutto un punto di partenza perché rappresenta quel primo tassello di un mosaico  di musica che voglio continuare a costruire ancora più tenacemente perché la mia vita è la musica e io voglio continuare a vivere con la  musica." 

Emanuele Sartoris racconta I Nuovi Studi: "l'improvvisazione all'interno di uno studio classico"

Pubblicato dall’etichetta pugliese Dodicilune Edizioni Discografiche e Musicali, I Nuovi Studi è un disco che porta la firma di Emanuele Sartoris. Un progetto in cui il pianista torinese inserisce il concetto di improvvisazione in uno studio tecnico pianistico. Gli studi sono 5 e aprono il disco, a cui si aggiungono 3 studi classici originali suonati così come sono stati scritti, uno di Chopin, uno di Listz e uno di Skrjabin. Questi 3 studi sono preceduti ognuno da un preludio completamente improvvisato dove raccolgo qualche impressione dello studio che verrà . L'ultimo brano è l'unico dichiaratamente Jazz. Un pezzo di Bill Evans dove si improvvisa in tutte le tonalità alternandosi tra 3/4 e 4/4. Emanuele Sartoris ci ha raccontato nel dettaglio questo progetto:

"Definirei “I Nuovi Studi” un lavoro discografico di confine in cui per la prima volta nella storia della letteratura pianistica si inserisce il concetto di improvvisazione all’interno di uno Studio tecnico. Il disco si apre con 5 studi da me congeniati frutto di un personale peregrinare sul pianoforte. una vera e propria ricerca, un esplorare i miei stessi limiti, sfruttando l’arma dell’improvvisazione con l'unica regola di utilizzarla ogni qual volta con differenti e caratteristici elementi tecnici. Di quì il vero elemento che rende "nuovi" questi studi, il tentativo di renderli musicali riunendoli in brani in grado di tentare l'impervia doppia strada della finalità tecnica sottomessa alla bellezza espressiva. Il disco procede con tre preludi che anticipano l’esecuzione di altrettanti studi classici di grandi autori per me focali e determinanti nella storia del pianoforte così come lo conosciamo e studiamo oggi, Chopin Listz e Skrjabin. Il preludio diventa un pretesto per improvvisare in maniera estemporanea ed assaporare le tecniche ed armonie dello studio successivo. L’album si chiude con il brano di Bill Evans Comrade Conrad, una composizione che per sua forma e natura a mio avviso rientra esattamente nel concetto di Studio così come lo intendevano i grandi autori delle scuole pianistiche del passato proponendo la possibilità di improvvisare in tutte le tonalità con le alternanze ritmiche più comuni nel Jazz.

Emanuele Sartoris ci racconta anche il percorso che lo ha portato alla nascita di questo disco:

"Le grandi opere di Studi pianistici di Liszt, Skrjabin ed in particolar modo Chopin sono stati per me la porta d'ingresso verso la musica classica. Sono sempre stato profondamente attratto, in qualità di improvvisatore, dall'abilità tecnica soggiogata alla bellezza espressiva ed esecutiva. Ritengo tuttavia che la tecnica non sia una mera dimostrazione di abilità ma una possibilità che sottomessa alla bellezza può arricchire le tinte espressive, specie nel creare durante l’atto improvvisativo quel rapporto di istantaneità tra pensiero e gesto che solo lo studio quotidiano possono garantire. Gli studi pianistici dei grandi autori spostano l'attenzione sui singoli problemi tecnici, offrendo la possibilità, in maniera pedagogica di apprendere anche attraverso l'assimilazione dello studio stesso. Spesso infatti l'atto di imparare il brano e di lavorarci contiene già in seno la scintilla adatta al superamento del problema tecnico. Tuttavia per un musicista abituato alla creazione estemporanea, come un Jazzista o come tutti i grandi pianisti classici del passato negli studi manca sempre un elemento, fresco, prezioso e vitale: L'improvvisazione. Da qui il cammino che mi ha condotto alla ricerca e quindi la nascita de “I Nuovi Studi”.

Un contributo o uno stimolo a perseverare nella ricerca? Emanuele Sartoris ci spiega anche cosa rappresenta per lui il disco:

"Di certo questi modesti studi non vogliono essere un paragone con la grandezza degli inarrivabili Chopin, Liszt e Skrjabin, cercano di mostrare anzi il mio totale esserne affascinato. A maggior ragione la mia offerta ha voluto essere più ricca e sincera incastonando nel disco uno studio per ognuno di questi grandi autori, preceduto da un preludio estemporaneo. Non bisogna infatti dimenticare, come spesso la storia vuol farci credere, che questi grandi, prima ancora di essere stati pianisti e compositori, sono stati formidabili improvvisatori. L'omaggio sposta, altresì, i riflettori su una questione culturale ancora troppo sottovalutata: spesso i musicisti classici, e non solo, si barricano ancora su un falso Parnaso in cui sembra di vederli immaginare per se stessi un futuro inesistente, già scardinato in passato dagli autori stessi tanto venerati ed idealizzati. La ricerca sul proprio strumento è tutt'altro che terminata con i grandi. Va spronata con ogni mezzo, e spero che questi nuovi studi possano essere un piccolo e sincero contributo adatto a ricordare sia ai pianisti cosiddetti "Jazz" che "Classici" l'idea per cui suoniamo storia viva ed in continua evoluzione, non riposta a prender polvere in qualche teca."

Okabe Family in concerto presso l'Elegance Café

Giovedì 17 gennaio torna in Italia, all'Elegance Café, il gruppo OKABE FAMILY capitanato dal sassofonista e compositore giapponese Genzo Okabe. Dopo i successi dell’ultimo lavoro DISORIENTAL (Challenge Records -2017) che ha portato il gruppo ad una nuova tournée in Giappone e ad una lunga serie di concerti in Olanda (Bimhuis, Lantaren, Paradox ed altri), il quartetto capitanato da Mr.Okabe porta in Italia un concerto totalmente nuovo, musica inedita che sarà poi registrata a fine tour per dare vita al quarto disco in sei anni della OKABE FAMILY. Ritorna in Italia il gruppo OKABE FAMILY di Genzo Okabe con un concerto di composizioni tutte nuove. Prossimi alla registrazione del 4to disco, OKABE FAMILY si esibisce da anni su alcuni del palchi più importanti del panorama jazzistico europeo e giapponese.

Inizio concerto ore 21:30
Drink + concerto 15 euro
Indirizzo Via Francesco Carletti 5
INFOLINE Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. – +39 06.57.28.44.58

Line-up

Genzo Okabe – sax.
Miguel Rodriguez – pianoforte.
Steve Zwannink – contrabbasso.
Francesco De Rubeis – batteria.

 

Michael Coal e la Soulpeanuts Big Band: “Un sogno tenuto nel cassetto per molti anni”

Venerdì 15 febbraio presso il teatro il Cantiere andrà in scena la Soulpeanuts Big Band, formazione composta da dieci elementi nata nel 2015 da un’idea del batterista producer Michael Coal. Sarà un concerto dedicato alla musica Afroamericana degli anni ’80, dove verranno riproposti alcuni dei più grandi successi di quell’epoca d’oro. A raccontarci questo spettacolo e soprattutto questa avventura è proprio Michael Coal

Michael per cominciare l’intervista raccontaci come si svilupperà lo spettacolo del 15 febbraio presso il Teatro Cantiere e se ci saranno delle novità rispetto ai precedenti live.

La novità principale di questo nuovo appuntamento è il Posto. Fino ad oggi siamo stati nei Locali canonici dove c’era un palco sufficientemente ampio per noi, mentre Il CANTIERE dove saremo il 15 Febbraio, è un grande Laboratorio delle Arti. Ci sono gruppi di Attori, Ballerini e altri che tengono Viva l’Arte attraverso la loro presenza e militanza. Posti così stanno scomparendo nel nostro Paese, eppure sono la Linfa che alimenta i serbatoi della Cultura. E’ in questi posti dove si recano i Talent Scout per scoprire Artisti validi. E’ un vero onore per noi dunque essere al CANTIERE. Quanto al Repertorio presenteremo nuovi brani. Uno in particolare prodotto e arrangiato da Quincy Jones ed interpretato alla voce dalla nostra Mimma Pisto. Poi uno di Bill Summers, percussionista di rango che militò con Miles Davis e Herbie Hancock alla fine degli anni 60. Barry White ……eccetera. Due ore di grandissima musica Afroamericana.      

Parliamo anche della storia della Soulpeanuts big band: tutto è cominciato nel 2015. Ci vuoi raccontare come è nata questa avventura?

Per moltissimi anni ho tenuto nel mio cassetto questo Sogno. Forse ho sbagliato ad avere timore di farlo vivere. Ma un giorno ho vinto le resistenze dentro di me ed anche quelle esterne, e ho cominciato da zero, con la fatica di mettere insieme una orchestra di molti elementi e lottando per farmi spazio nel panorama della musica dal vivo. Ho imparato che l’amore per ciò che si desidera supera molti ostacoli e che la gioia di farlo ripaga qualsiasi difficoltà. Anche economica.

Per quanto riguarda la scelta dei musicisti ce ne sono molti che vengono dal mondo del jazz: perché questa scelta?

Il nostro Repertorio richiede una formazione musicale e tecnica di alto profilo. La musica Afroamericana non è alla portata di tutti. Necessita di sensibilità ed interpretazione anche al di là della stessa preparazione tecnica del musicista. Dal Jazz si ottiene quella sensibilità che va oltre. Quel modo di interpretare che lascia molto spazio alla personalità di ogni musicista.  Soul, R&B e funk sono culture musicali molto legate al Jazz e spesso tra loro fuse. Esempio di questo fu Miles Davis nel periodo fine anni 70.  Molti degli artisti che proponiamo infatti sono stati jazzisti. Come per esempio Maurice White, Leader Earth Wind & Fire, che suonava jazz con Ramsey Lewis negli anni 60. Molte delle partiture che gli EWF hanno scritto riportano al jazz. Per non parlare della linea dei Fiati.   

Il sound della band è senza dubbio legato agli anni ’80, periodo d’oro della musica afroamericana. Quali sono le connessioni tra questo mondo e tra le prime big band legate al mondo del jazz?

Secondo me il paragone alle Big Band degli anni 30 non è musicalmente associabile ma è lo Spirito che è in linea con il progetto Soulpeanuts. Proporre musica Afroamericana soprattutto ballabile, ricca di suoni e di tanti musicisti. Trasferire emozioni dal palco direttamente alla pista da ballo, come si faceva ogni week end nelle Ballroom di New York come il SAVOY sulla Lenox Avenue ad Harlem. Desideriamo far rivivere quel clima gioioso e spensierato dove il pubblico è co-protagonista.

Cosa ti ha affascina di questo “mondo” musicale e cosa ti ha spinto a portare avanti questo progetto di Big Band?

Quello che più mi piace è l’emozione che questa musica ha traferito a milioni di persone in tutto il mondo. Mi ricordo che correvo ogni sabato pomeriggio a comprare i vinili che arrivano a Roma da New York. Dischi che venivano la sera stessa suonati al Piper o al M.A.I.S., che allora erano i luoghi sacri per tutti i giovani dell’epoca.  Ancora oggi ascoltare questi brani mi traferisce le stesse emozioni di quegl’anni. Sono note incredibilmente contagiose. Di gioia e di voglia di vivere. Quelle per esempio degli Ashford & Simpson o di Chaka Khan, Earth Wind & Fire, Benson, Chic, Kool &The Gang, e altri.

A questo punto una domanda personale: parlaci anche del tu percorso musicale…

Ho iniziato a suonare la batteria quando avevo 7 anni. Allora non era facile avere Maestri e media a disposizione per imparare la tecnica. Si imparava sul campo. Ascoltando i dischi e suonandoci sopra. E così ho fatto per moltissimi anni. Poi ho frequentato dei Maestri come Vincenzo Restuccia ed altri che mi hanno dato molto. Non mi definisco un batterista con tecniche da capogiro. Personalmente apprezzo più quelli che fanno meno note ma in un modo che arriva al cuore di ogni ascoltatore.

Chiudiamo l’intervista con una proiezione verso il futuro: prossimi progetti legati a Soulpeanuts Big band?

Il futuro per noi è continuare a suonare il più possibile, cercando di diffondere questa musica soprattutto ai giovani che spesso non la conoscono. Magari partecipare a importanti Festival estivi, sulle grandi Piazze a contatto con migliaia di persone. Vedremo.

 

 

 

Davide Palma racconta Christmas Songs By Sinatra 70th Anniversary: di scena al Cotton Club

Un concerto che omaggia una delle più grandi voci della storia della musica. Sabato 22 dicembre presso il Cotton Club di Roma andrà in scena lo Spettacolo “Christmas Songs By Sinatra 70th Anniversary”; Una serata dedicata al settantesimo anniversario dalla nascita del celebre disco cantato da Frank Sinatra. Alle prese con questo repertorio ci sarà il quintetto capitanato dal vocalist Davide Palma che per l’occasione proporrà grandi standard della canzone americana cantati da “The Voice” insieme ad alcune canzoni natalizie contenute nel celebre disco “Christmas Songs by Sinatra”. Davide Palma ci ha raccontato questo progetto che parte dall’amore per uno dei vocalist più apprezzati e conosciuti al mondo.

Davide per cominciare l’intervista parlaci di questo progetto legato alla figura del grande Frank Sinatra: come si svolgerà lo spettacolo del 22 dicembre?

Sono molto legato ai grandi cantanti del passato che militavano nelle big band. Tra questi brilla “Old Blue Eyes” Frank Sinatra, dalla cui vocalità e dal cui swing mi sento particolarmente ispirato. Cerco quindi di tradurre dinamiche orchestrali in un gruppo più piccolo, con arrangiamenti originali.”

Parlando invece del repertorio cosa suonerete il 22 dicembre al Cotton Club? Solo brani dal disco Christmas Songs by Sinatra? (se si elencarli e descriverli)

“Lo spettacolo vedrà un repertorio di grandi standard americani del jazz interpretati da Frank Sinatra, con miei arrangiamenti originali ideati per questa formazione. Essendo in atmosfera Natalizia, verranno eseguiti molti dei brani contenuti nell’ album “Christmas Songs by Sinatra” del 1948. Posso citare: Have Yourself a Merry Little Christmas, Winter Wonderland, Let It Snow!, Santa Claus Is Comin’ to Town, che appartengono alla tradizione jazzistica, ma sono entrati a far parte della musica Natalizia in un’accezione ben più ampia.”

Perché la decisione di dare vita ad un progetto legato alla figura del grande Frank Sinatra e soprattutto perché riprendere il disco in particolare “Christmas Songs by Sinatra”?

“Frank Sinatra è uno degli intrepreti dal jazz americano che ascolto di più. Appartiene ai grandi cantanti di Big Band degli anni 50’, periodo d’oro per queste formazioni. Inoltre quest’anno ricade il settantesimo anniversario dall’uscita dell’album “Christmas Songs by Sinatra” del 1948.”

Cosa ti ha affascinato di questo personaggio e cosa ti ha attratto maggiormente di questa figura così popolare?

La storia di Frank Sinatra è sicuramente affascinante: egli ha rappresentato per molti anni (anche a ridosso della seconda guerra mondiale) un’icona per i giovani americani. La cosa che più mi colpisce, quando lo riascolto, è l’originalità e la personalità che è riuscito ad infondere e a trasmettere in tutti i brani che ha registrato. Questa sua capacità, insieme con la qualità delle grandi orchestre con cui lavorava, ha fatto sì che le sue performance rimanessero nei cuori delle persone, per sempre.

Possiamo considerare un personaggio come Frank Sinatra una figura ancora attuale ai giorni nostri?

Frank Sinatra rappresenta l’uomo che ha saputo adattarsi alle circostanze. Nel suo caso, le circostanze musicali. Dopo il debutto nel 1939 con la registrazione di “All or Nothing at All”, il suo primo contratto discografico lo firmò con la Columbia Records nel 1942. Per i successivi 8 anni Frank Sinatra sfornò una serie di registrazioni indimenticabili, con uno stile che molto ricordava il cantare di Bing Crosby, cantante che ammirava sin dai primi anni 30’. Nel 1950 la Columbia non gli rinnovò il contratto, per vari motivi tra cui anche motivi di scelta musicale. Fu in quel momento che Frank Sinatra dovette rinnovarsi per riinserirsi nel mercato musicale, adattando il proprio iniziale stile canoro e ritrovare un mondo che avrebbe nuovamente conquistato. Nel 1953 firmò un contratto con la Capitol Records che per i successivi 7 anni assicurò a lui un lavoro costante e a noi pubblico molte delle versioni più belle di alcuni standard, lavorando con arrangiatori di big band come Nelson RIddle e Billy May. Personalmente questo è il periodo che più mi emoziona di questo grande cantante ed il periodo a cui più mi ispiro. Forse in quest’ accezione possiamo leggere Frank Sinatra come uomo moderno; una persona che ha saputo trovare la naturalezza e l’essenza di se stesso anche dovendo adattarsi ai cambiamenti del mercato, seguendo sempre e comunque il suo talento più grande: The Voice.

 

Jacopo Zanette racconta The Step Forward: “la sintesi di un percorso durato quattro anni”

Pubblicato dall’etichetta Emme Record Label, The Step Forward è il secondo disco che porta la firma degli Zadeno Trio, band formata da Claudio Jr De Rosa al sax, Alessio Bruno al contrabbasso e Jacopo Zanette alla batteria. Un progetto moderno, brillante che allo stesso tempo mantiene un forte legame con la tradizione. Ne abbiamo parlato con il batterista Jacopo Zanette che ha raccontato a Jazz Agenda la nascita del trio:

Zadeno Trio è una band formatasi all’interno del Koninklijk Conservatorium de L’Aia, Olanda, nella primavera del 2014. Il trio composto esclusivamente da musicisti Italiani vede ai sax e clarinetto basso Claudio Jr De Rosa, al contrabbasso Alessio Bruno e alla batteria Jacopo Zanette. Il trio nasce con l’idea di proporre la modernità nel rispetto della tradizione jazzistica avendo come punti di riferimento i famosi pianoless trio di Sonny Rollins, Joe Henderson fino ai più moderni Chris Potter e Joshua Redman. Zadeno Trio è un trio jazz pluripremiato (Jazz by the pool ‘14, Fara jazz award ‘15, Leiden jazz award ‘15, Barga jazz award ‘15, European jazz contest ‘17), che vede all’attivo due dischi, numerose apparizioni in radio e interviste giornalistiche. La presenza continua del trio in Europa ha portato i tre musicisti a viaggiare in paesi quali Olanda, Italia, Belgio, Croazia, Romania per poi spingersi fino in Taiwan e Georgia. Un’attività concertistica che vede all’attivo più di 120 concerti insieme ha portato il trio a sperimentare sempre in direzioni diverse mantenendo quella compattezza e unicità di suono che li contraddistingue. Musica totalmente originale che spazia dallo swing ai tempi dispari fino ad orizzonti di impronta cameristica, tutto nel rispetto della tradizione jazz, attraverso composizioni e arrangiamenti di tutti e tre i musicisti.

Jacopo Zanette ci racconta anche il percorso che ha portato alla nascita del disco:

The Step forward nasce dal percorso fatto in tre anni assieme dopo circa 100 concerti, numerosi premi, trasmissioni radiofoniche e il disco d’esordio “Holes In The Ground” (Emme Record 2016). Dopo l’impronta decisamente swing del primo disco, il trio ha voluto sperimentare in direzioni alquanto diverse dovute all’esperienza accumulata ed il suono di trio dal carattere sempre più deciso. “The step forward” vede la presenza di brani composti da tutti e tre i musicisti dove si spazia dallo swing di “An Affair” (Zanette), all’even moderno di Mr. Fangio (Bruno) fino a brani dispari come “Easy” (De Rosa). Dalle sale prove di un conservatorio a grandi palchi Zadeno Trio ha avuto sempre la costanza di proporre un progetto concreto, in cui vengono in luce tutte le qualità dei singoli musicisti, qualità che danno vita ad un trio dinamico, coinvolgente, moderno nel rispetto della tradizione. Tre esperienze di vita che si uniscono per dare vita a musica sempre nuova, in luoghi sempre diversi, dai club del nord Europa, alle gig di background, a cerimonie ufficiali, fino a festival e palchi più grandi di prestigiosi festival in svariati paesi del mondo.”

Un disco che rappresenta la sintesi di un percorso che dura da anni con tanti concerti alle spalle. A proposito Zanette prosegue dicendo che:

 “The Step Forward” rappresenta molte cose quali il percorso di trio insieme fatto in questi 4 anni, percorso che ha implicato duro e costante lavoro a livello compositivo, di prove, organizzazione di concerti, tour, viaggi, contatti e molto altro; l’amicizia e la complicità creatasi nel provare esperienze di vita comuni, sia a livello musicale, che personale della vita di tutti i giorni. Il disco rappresenta inoltre una fantastica collaborazione con Enrico Moccia e tutto il team Emme Record Label, che dopo il premio a Fara nel 2015 ci hanno accolti a braccia aperte e supportato nelle nuove idee musicali. Ogni singolo brano del nuovo disco rappresenta un’esperienza di vita con storie ed aneddoti riguardanti il trio o il compositore del brano in questione. Da brani scherzosi come “Jably” (Bruno), cameristici come “Is that you?” (De Rosa), scuri “The Neighbourhood” (Zanette) il trio ha voluto mettere in luce e dare spazio al concetto di interplay, che li contraddistingue fin dagli esordi, in maniera peculiare. Interplay che si sviluppa da un’idea, da un assolo, da un obbligato, da uno sbaglio, portando De rosa, Bruno e Zanette a creare un suono d’insieme unico e distintivo. “The step forward” è un disco di caratteri molteplici uniti dalla voglia di continuare a sperimentare insieme, nella fiducia, stima e rispetto reciproco e soprattutto nell’amore per la musica ed il jazz.”

 

Francesco Caligiuri racconta il disco d’esordio Olimpo: tra suoni mediterranei ed elettronica!

Un disco dal sound mediterraneo, con richiami onirici e dove non mancano spunti legati all’elettronica. Si presenta così Olimpo, disco in solo che porta la firma di Francesco Caligiuri, per l’occasione al sax soprano, sax baritono, clarinetto basso, flauto, synth, pubblicato dall’etichetta dodici lune. Caligiuri in persona ci racconta questo progetto:

“L'opera comunica una visione unica lungo i paesaggi emotivi del Mito classico, forte di ispirazione dalla musica popolare, ma rimanendo saldamente legato alla tradizione jazz. Il risultato è etereo ma audace, comunque di estrema godibilità. Il percorso improvvisativo di questa musica si può riassumere nella parola “Mýthos”, “racconto”. Le diverse timbriche degli strumenti e gli affascinanti suoni dell'elettronica suggestionano, conducendo la mente in un viaggio immaginario e immaginifico tra mito e leggenda, lungo i topoi culturali dell’antica Grecia e di tutto il bacino del Mediterraneo. L’improvvisazione, che mette a nudo il musicista esprimendone l’identità e l’essenza, ispira l’intenso pensiero musicale del progetto. Le nove composizioni originali richiamano tutte personalità e storie di divinità della mitologia greca: da Zeus e Poseidone, potenti e stabili, a Dionisio, Apollo e Afrodite, sentimentali e armoniosi; da Ares, Athena ed Efesto, creativi e solenni, ad Ade, oscuro e instabile”.

 Francesco Caligiuri ci racconta anche il percorso che ha portato alla nascita del disco:

“Fin da quando ero bambino, ero affascinato dalla mitologia greca e grazie alla mia formazione musicale ho voluto dedicare un progetto ad essa. Mi è sempre piaciuto l’aspetto descrittivo della musica e, appunto, nel mio disco ho cercato di interpretare al meglio le figure degli dei. Il disco è nato da una ispirazione musicale venutami mentre scrivevo la tesi della mia laurea triennale in jazz. Ho fatto un percorso dove ho analizzato il jazz europeo scegliendo alcuni musicisti che hanno influenzato il mio pensiero musicale, tra cui John Surman che per me è il maggiore esponente del jazz europeo. Hanno contribuito alla riuscita del disco anche la mia passione per la musica del bacino del mediterraneo e per la musica da film. Ho cercato di unire tutte le mie passioni per creare “OLIMPO”.”

Un disco che rappresenta anche un esordio da solista: Francesco Caligiuri ci racconta anche cosa rappresenta questo disco per lui:

“E’ il primo disco che porta il mio nome, mi sono messo in gioco con un progetto in solo cercando di dare il meglio di me. Per me creare un disco è come per un pittore creare un quadro, lasciare un qualcosa della propria arte, inoltre è un modo per far conoscere la mia identità musicale, la mia poetica improvvisativa. Non mi sono mai piaciute le regole che ingabbiano i musicisti e per me è stata una grande soddisfazione creare una musica che riesce a suscitare nell’ascoltatore le diverse sensazioni del proprio inconscio.  Io amo volare e sentirmi libero senza mai perdere la concezione della vita e con la musica riesco a fare ciò!”

 

Francavilla è Jazz: parla il direttore artistico Alfredo Iaia

Due appuntamenti con grandi nomi del jazz nazionale. Dall'8 all'11 settembre parte la quinta edizione del Festival Francavilla è Jazz, evento artistico prestigioso e ormai consolidato nel corso del tempo. A salire sul palcoscenico di “Largo San Marco” nella prima serata gli All Stars Quintet, band costituita da JesseDavis (sax alto), Flavio Boltro (tromba), Andrea Pozza (pianoforte), Paolo Benedettini (contrabbasso) e Adam Pache (batteria). Il secondo appuntamento sarà conTommaso/Marcotulli/Paternesi Trio, formazione composta da Giovanni Tommaso (contrabbasso), Rita Marcotulli (pianoforte) e Alessandro Paternesi (batteria). Alfredo Iaia direttore artico del festival ci ha raccontato questa nuova avventura...

Francavilla è jazz è un Festival giunto ormai alla quinta edizione. Cosa è cambiato nel corso di questi cinque anni?
"Il festival Francavilla è Jazz, nel corso degli anni, è divenuto sempre più un punto di riferimento per tutti i jazzofili pugliesi. La rassegna è cresciuta anno dopo anno, sia sotto il profilo della qualità delle proposte artistiche, sia per il riscontro positivo del pubblico e della critica. Negli anni è maturata in me la consapevolezza di avere creato con Francavilla è Jazz un brand che unisce la qualità dell’offerta musicale con la valorizzazione del centro storico di Francavilla Fontana. I luoghi non sono mai secondari, in quanto il jazz va ascoltato in contesti adeguati che valorizzino le performance degli artisti e consentano al pubblico di fruire al meglio della musica."

Quali sono, invece, le più grandi novità rispetto all'edizione precedente e soprattutto gli artisti che andranno in scena?
"Francavilla è jazz, quest'anno, propone agli appassionati due concerti imperdibili con artisti di assoluto valore. L'8 settembre, sul palco di Largo San Marco, si esibiranno gli All Stars Quintet. Una formazione composta da grandissimi musicisti  che promette spettacolo all'insegna dello swing e del grande hard bop. Jesse Davis, tra i più blasonati contraltisti al mondo, incontra Flavio Boltro, Andrea Pozza, Paolo Benedettini ed Adam Pache. L'11 settembre si cambia registro, in quanto la rassegna ospita altri due mostri sacri del jazz italiano, apprezzati a livello internazionale, Giovanni Tommaso e Rita Marcotulli, che insieme al bravissimo batterista Alessandro Paternesi, reinterpreteranno, con una chiave di lettura molto originale, le straordinarie musiche di George Gershwin."
 
Qual è secondo lei il segreto per portare avanti nel tempo una rassegna di questo tipo?
"Serve innanzitutto una grande passione unita ad una costanza straordinaria. Non è facile, come è noto, reperire risorse adeguate per la realizzazione di eventi di qualità e far fronte alle numerose esigenze organizzative. Il nostro è un festival artigianale basato esclusivamente sul supporto di appassionati legati insieme solo dall'amore per il Jazz. É per questo che il festival cresce ogni anno."

Una domanda generica adesso: la Puglia è ricca di talenti musicale e soprattutto di jazz: che periodo storico sta vivendo questa regione?
"La Puglia è una regione ricca di musicisti jazz straordinari. Si pensi a titolo esemplificativo alla presenza di artisti del calibro di Roberto Ottaviano, o tra i giovani di Luca Alemanno, per comprendere che il livello dei jazzisti pugliesi è altissimo. Tanti sono i musicisti di qualità, ma pochi sono gli spazi disponibili soprattutto per i più giovani. Bisogna ancora lavorare molto in questo senso, per concedere più opportunità e maggiori canali comunicativi. il mio impegno di direttore artistico nei prossimi anni andrà certamente in questa direzione."

Per concludere invece facciamo un bilancio delle precedenti edizioni e quali sono le aspettative riguardanti i due concerti
"Il bilancio delle precedenti edizioni è certamente molto positivo e le aspettative per quest'anno sono altissime, tenuto conto dell'altissimo livello degli artisti proposti."

 

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