Jazz Agenda

Carlo Cammarella

Carlo Cammarella

Last Breath of Summer: esce il primo singolo di One Flower Left

Last Breath of Summer, primo singolo del progetto One Flower Left, esce venerdì 26 marzo per l’etichetta Filibusta Records (distrib. digitale Believe Distribution Services) anticipando l’uscita del disco che avverrà tra pochi mesi. Alessandra Patrucco alla voce e all’elettronica ha composto scritto e arrangiato tutti i brani dell’album. La band è completata da Angelo Conto al piano e all’elettronica, Luca Curcio al contrabbasso e basso elettrico e Nicholas Remondino alla batteria, oggetti ed elettronica. La musica energica ed elegante si muove tra influenze jazz, che ritroviamo soprattutto nella voce della vocalist, l’elettronica, il pop e le atmosfere dance. Il brano accattivante e dinamico risulta un vero e proprio mix artistico in cui ritroviamo linguaggi, stili che si mescolano alla perfezione legando tradizione e musica moderna. Last Breath of Summer nasce da un sentimento di gioia e gratitudine per le piccole cose della vita che portano ad un irrefrenabile desiderio di ballare.

SPOTIFY

https://open.spotify.com/album/1bUK1FoRNg04gi0OJVM9Lh

BIO: Alessandra Patrucco è cantante, scrive musica e testi ed è attiva sulla scena europea. Come compositrice e interprete ha creato un linguaggio personale in cui confluiscono gli interessi per il jazz, il pop, la musica elettronica, la tradizione popolare e l'improvvisazione. Ha pubblicato tre album: Circus (ICP 045, Tondist 2006), Varda la luna/Sasa’ (Nota 2006), Majin/Dindun (2013). Ha collaborato con diversi artisti: Pierre Favre (Zurigo), ICP orchestra (Amsterdam), Villa Sonora, gruppo vincitore del Jur Naessens Music Award 2007 (Amsterdam), con il musicista londinese Nitin Shawney al Festival Marsatack (Marseille).

Ha tenuto concerti tra gli altri, per il Festival Internazionale del Libro di Torino- Lingua Madre, Europa Cantat XVIII, Festival Premio Nazionale Musica Popolare di Loano con il suo trio Dindun, Festival OperaEstate (Bassano) e Festival Short Theatre (Roma), per la Mostra Sonora i Visual (Barcellona) e Museruole/Women in experimental music (Bolzano) con il suo progetto Ramat de so, per il Festival Lem (Barcellona), Dispositivo Campo Magnetico (Barcellona) e MITO educational Festival Internazionale della Musica (Torino), per il Teatro Stabile di Torino con lo spettacolo Admurese, per il Tremplin Jazz Festival (Avignone), e due edizioni del Torino jazz festival con il suo quartetto.

Line up:Alessandra Patrucco - voce, composizione ed elettronica, Angelo Conto - piano ed elettronica, Luca Curcio - contrabbasso e basso elettrico, Nicholas Remondino - batteria, oggetti ed elettronica 

 

One Flower Left:

https://www.facebook.com/One-flower-left-110348527779064

http://www.klang.to.it/Alessandra/index.html

 

Francesco Mascio racconta il nuovo EP Preview: tra contaminazione, ricerca e curiosità

 

Pubblicato il 21 dicembre dall’etichetta Italian Way Music, Preview è il nuovo EP del chitarrista Francesco Mascio contenente tre brani originali intitolati Lilith, Brigid e Nyomuto. Un progetto evocativo, dai tratti onirici che fonde world music, musica etnica affacciandosi anche verso la tradizione irlandese. Ne abbiamo parlato a tu per tu con Francesco Mascio in persona.

Per cominciare l'intervista parliamo subito dell EP: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Preview é un EP contenente tre brani di mia composizione. Lilith é una composizione ispirata alla musica mediterranea, e nello specifico si tratta di un brano molto vicino alle sonorità andaluse. Brigid invece si ispira alla musica irlandese, anche se il suo andamento ritmico ricorda molto la tradizione musicale dei monti Appalachi negli Stati Uniti. Infine Nyomuto, che vede la collaborazione del griot gambiano Jali Babou Saho, é una composizione affine con la tradizione musicale dell’Africa occidentale.

Raccontaci adesso la tua storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Preview” nasce all’interno delle sale di registrazione del Nightingale Studios, a seguito di un’idea di Lorenzo Vella. Nell’ambito di questa iniziativa, ero stato invitato a prendere parte ad una sessione di riprese audio, effettuata mediante una particolare tecnica di registrazione detta binaurale. Successivamente, dall’incontro con l’etichetta Italian Way Music, é nata l’idea di pubblicare l’intero lavoro sotto forma di un EP.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

In un anno complicato per la musica e l’arte in genere come il 2020, ho voluto lasciare un segno tangibile e udibile attraverso questo EP, il quale come, si intuisce dal titolo stesso, anticipa, in una versione guitar solo, le sonorità di un lavoro discografico che ho intenzione di pubblicare più in là. “Preview” rappresenta quindi la prova concreta del non arrendersi, nell’affermare che, nonostante le difficoltà, la Musica va avanti.

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

Lungo il mio percorso musicale sono stati tanti gli artisti che hanno ispirato e influenzato la mia musica.  Citarli tutti sarebbe impossibile, soprattutto perché non ho mai limitato il mio ascolto ad un singolo genere, per cui potrei facilmente accostare Michael Jackson a John Coltrane, come Andrès Segovia a Bob Marley. Per tale motivo credo che l’aspetto più importante che ha caratterizzato le mie influenze musicali, sia stato la curiosità. Infatti grazie al fatto di essere curioso, vado continuamente alla ricerca di nuovi stimoli da cui traggo ispirazione per creare la mia musica.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

In questo periodo in cui l’attività concertistica é pressoché immobile, mi sto dedicando molto alla composizione, che come al mio solito spazia molto tra i vari stili. Vi sono infatti composizioni legate al mondo del jazz, altre connesse con la tradizione musicale africana, altre ancora hanno un taglio più hip hop e r&b, mentre altre composizioni sono invece ispirate alla musica rinascimentale europea. In effetti al momento non saprei dire con esattezza quale di queste vene creative riuscirà a sfociare prima delle altre in una prossima pubblicazione.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

L’ 8 febbraio sono stato in studio per registrare il mio primo singolo, mentre la settimana seguente prenderò parte ad una sessione di registrazione con un quartetto jazz. Molto presto darò notizia di queste nuove attività, ma per il momento non posso svelare altro. Ringrazio Carlo Cammarella per lo spazio dedicato al mio nuovo Ep “Preview” e invio grande abbraccio a 6 corde a tutti gli amici di Jazz Agenda.

Lunga Vita a chi sostiene la Musica e l’Arte.

Thomas Rückert s il nuovo disco “A Rose E `er Blooming”: dalla musica sacra medievale al jazz

Pubblicato il 18 dicembre 2020 dall’etichetta Eden River Records "A Rose E'er Blooming." È il nuovo album in piano solo del jazzista Thomas Rückert: un progetto che rappresenta un'incarnazione musicale della preghiera. Questo lavoro trae spunto dalle melodie e dai testi sacri tedeschi medievali aggiungendo la libertà dell'improvvisazione e una varietà ben equilibrata di tecniche di pianoforte e composizione. Ecco il racconto di Thomas Rückert

Parliamo dell'album all'inizio dell'intervista: Potrebbe descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

A Rose E `er Blooming è un'incarnazione musicale della preghiera. Serve lo spirito delle melodie e dei testi sacri medievali tedeschi con la libertà dell'improvvisazione e una varietà equilibrata di tecniche pianistiche e compositive. Thomas Rückert combina le melodie originali con strutture musicali di diversi generi. In questo CD si trovano aspetti di jazz, gospel, folk, contrappunto classico occidentale e - sì - musica tradizionale indiana e africana. Si fondono dolcemente con lo spirito della storica musa tedesca al servizio del sacro.

Ora raccontaci la tua storia: Come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

L'idea mi è venuta quando un organizzatore di concerti mi ha chiesto di suonare un concerto di musica natalizia per pianoforte senza le solite canzoni come Jingle Bells o O Tannenbaum, ma piuttosto con canzoni della grande vecchia tradizione tedesca del Medioevo.

Un disco per una band o un artista può sintetizzare cose diverse: una foto del momento, un punto di arrivo o di partenza: cosa rappresenta per voi?

È un arrivo per me, ho potuto realizzare in questo CD cose che per me sono state importanti per tutta la vita, sia dal punto di vista ludico che musicalmente-spirituale. Il sogno di una vita si è avverato.

Quando parliamo dei tuoi riferimenti musicali, cosa ti viene in mente? Ci sono alcuni artisti, conosciuti o meno, che sono stati davvero importanti per voi?

Jam Keith Jarrett viene prima di tutto per me. Suona sempre al momento, è molto onesto e si prende dei rischi. È un seguace di Gudjeff, un maestro spirituale russo, quindi si sente molto il sacro nella sua musica. Per il resto, mi sento molto legato alla tradizione jazzistica e alle sue radici. Musicisti come Thelonious Monk, Bill Evans e naturalmente Herbie Hancock sono molto molto importanti per me.

Come vede il suo progetto in futuro? In breve, quali potrebbero essere gli sviluppi in termini di musica?

In generale mi dedicherò maggiormente al pianoforte solista, incorporandovi influenze dalla world music, ad esempio la musica turca o indiana ne farà parte perché incarnano un grande potere dei rispettivi popoli. Per me sarà sempre importante andare alle radici della musica, per esempio quando lavoro su una canzone spirituale come in questo CD, voglio usare questo spirito e non mostrare le mie capacità personali.

Infine, guardiamo al futuro: Avete in programma qualche concerto o nuove registrazioni che intendete presentare?

Sì, ci sarà un CD in trio pubblicato nel 2021 con il bassista newyorkese Thomas Morgen e il batterista di Colonia Fabian Arends. Ci siamo incontrati in studio l'anno scorso e abbiamo improvvisato meravigliosamente, da un lato in piena libertà e dall'altro su composizioni originali o canzoni sconosciute dell'American Songbook come Bill o dove è il compagno per me.

Il Gioco pubblica il disco d’esordio: il jazz che si fonde con il rock e i suoni orientali

E’ uscito per l’etichetta Emme Record Label, nell’agosto del 2020, il disco d’esordio de “Il Gioco”. Un trio “bassless” composto dal sassofonista Leonardo Rosselli, il chitarrista Thomas Lasca e il batterista Andrea Elisei con la partecipazione speciale di Francesco Savoretti alle percussioni. Un progetto dinamico in cui il jazz si fonde con il rock e con sonorità orientaleggianti. La band ci ha raccontato questa nuova esperienza.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Salve a tutti, in questo nostro primo disco abbiamo voluto dare spazio alle nostre esperienze personali extra-musicali, inserendole in un contesto preciso che è appunto il nostro sound. Attraverso i vari titoli che abbiamo dato alle tracce dell’album, è possibile risalire alle sensazioni/esperienze che ci hanno colpito a tal punto da scriverci della musica dedicata.

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Il gruppo è nato fra i banchi di scuola delle superiori, il jazz era una nostra passione comune e perciò cercavamo di “strimpellare” come potevamo all’epoca. Poi con il tempo siamo passati da essere un quartetto ad un trio, passando per diversi sostituti, fino ad arrivare all’attuale formazione.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Sicuramente per noi è stato prima di tutto una fotografia del momento, un punto di arrivo di un percorso nato quando eravamo più giovani, ma allo stesso tempo segna l’inizio di una nuova strada che sicuramente percorreremo con un’idea più chiara di quello che è il nostro stile e il nostro concetto di musica.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti? 

Sicuramente molto importanti sono stati il trio di Paul Motian, Joe Lovano e Bill Frisell per il concetto di gruppo “bassless”, ma anche gruppi più vicini alla tradizione jazzistica come il quartetto di Gerry Mulligan e Bob Brookmeyer che ci è stato d’ispirazione per quanto riguarda la gestione dell'accompagnamento melodico.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Attualmente ognuno di noi tre sta seguendo le proprie attività musicali. Non mancano però le occasioni per vederci e per suonare insieme che, visto il periodo in cui viviamo, è già molto. La cosa a cui sicuramente teniamo di più è la nostra amicizia, senza la quale non riusciremmo a tirare fuori una musica come quella presente nel nostro disco d’esordio. Dopotutto il lato umano è quello che va ad influenzare più di tutti l’interplay che si viene a creare al momento dell’esecuzione, oltre ovviamente all’attento ascolto reciproco.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Per ora siamo fermi dal punto di vista del live, sicuramente il periodo non ci è stato molto d’aiuto. Nonostante questo noi ci teniamo “caldi” per la prima occasione disponibile per promuovere Il Gioco dal vivo. Parallelamente a questo ognuno di noi si sta concentrando in progetti diversi sempre in ambito jazzistico, esperienze che sicuramente saranno un grande stimolo per questo trio che fonda le proprie radici sull’interplay e sulla voglia di navigare strade desuete.

Algoritmo Soldi: il nuovo singolo degli Artico feat. Grazia Di Michele

Si intitola Algoritmo Soldi l’ultimo singolo degli Artico uscito il 10 novembre 2020 con la partecipazione speciale di Grazia Di Michele e di Maurizio Giammarco. La band è composta da Claudio Bartolucci, batterista, cantautore e produttore, Andy Bartolucci (batteria), Marco Valerio Cecilia (chitarre) e Francesco Sciarretta (piano e tastiere). Un brano jazz dalle tinte pop che rappresenta una riflessione sui tempi moderni, sul denaro e più in generale sulla società capitalistica. Ne abbiamo parlato con la band in prima persona.  

Per cominciare l'intervista parliamo del testo che è una delle cose che ci ha colpito di più del brano: cosa racconta Algoritmo Soldi?

Racconta della eccessiva dipendenza dal denaro nella quale si vive ma al tempo stesso, offre una possibilità di uscire da questa logica a chi dimostra di sapere gestire le proprie facoltà e volgere lo sguardo ad altri valori.

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Artico è una Band in cui confluiscono diversi elementi musicali rappresentativi dei componenti la Band tra rock, jazz, pop e classica. Nasce nel 1995 per merito di Claudio Bartolucci, batterista di lungo corso, cantautore e produttore affiancato attualmente dal figlio Andy Bartolucci (batteria), Marco Valerio Cecilia (chitarre) e Francesco Sciarretta (piano e tastiere); dagli esordi ad oggi il percorso artistico si è evoluto acquisendo nel tempo una maggiore sensibilità e attenzione al dettaglio ed alle scelte stilistiche che concorrono nel percorso per noi sempre in evoluzione.

 

E invece la collaborazione con Grazia di Michele che ha partecipato alla realizzazione della canzone come è nata?

La collaborazione in Algoritmo Soldi con Grazia Di Michele, oltre alla preziosa presenza di Maurizio Giammarco al sax, è nata come punto di incontro, dopo diverse sessioni di prove e registrazioni di progetti di Grazia a cui abbiamo contribuito e, naturalmente, per Artico rappresenta un grande stimolo dal punto di vista umano, artistico e professionale.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Gli artisti che hanno formato il “sound” di Artico provengono dallʼesperienza musicale di ciascuno dei componenti. Possiamo citare lʼambito classico (Mozart, Beethoven, Tchaikovskij), quello Rock (The Kinks, James Taylor, Paul Simon, Beatles), Jazz (Monk, Miles Davis) e Blues (Eric Clapton) ma, comunque siamo sempre curiosi di imparare a far musica ascoltando anche le nuove tendenze (elettronica, etnica e folk).

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

L’evoluzione di Artico è sempre continua, fin dalle prime note messe sul primo CD (A Due Passi Da Roma - 1996)

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Per ora non abbiamo in programma esibizioni “Live” data anche lʼattuale emergenza Covid, riguardo a nuove uscite a breve per i primi dellʼanno 2021 abbiamo programmato la pubblicazione di un 2° Singolo dopo Algoritmo Soldi il cui titolo sarà noto a pochi giorni dalla sua uscita in Radio e nella distribuzione digitale. Il riferimento per saperne di più è  il nostro sito Web che invitiamo a visitare: www.articostudiobandroma.it

Gianluca Lucantonio e il disco Slippin’ & Sliding: “Il trio è una sfida continua per un chitarrista”

Si intitola Slippin’ & Sliding l’ultimo disco del chitarrista Gianluca Lucantonio che nasce dopo 15 anni dall’ultimo lavoro. In questo progetto il chitarrista si avvale di altri due musicisti di grande livello con cui collabora da diverso tempo, ovvero Andrea Nunzi alla batteria e Stefano Nunzi al contrabbasso. Sono 13 i brani che fanno parte del disco, tra famosi standard ed altri originali. Ne abbiamo parlato con Gianluca Lucantonio in persona.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: Luca ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

E’ un disco che arriva dopo circa 15 anni dal mio primo cd. La differenza sostanziale è che il primo disco era in quartetto, questo invece è suonato in trio, con la classica formazione chitarra, contrabasso o basso elettrico e batteria. il disco è composto da 13 brani tra cui diversi standard della musica afroamericana e mie composizioni. Suonare in trio per un chitarrista è una sfida continua e non essendoci un altro strumento armonico, si ha molta più libertà, ma bisogna ricordarsi che quando si improvvisa bisognerebbe dare all’ascoltatore sempre dei punti di riferimento armonici, anche quando si suona a “linnee”. A mio avviso, bisogna essere in grado di far sentire a chi ascolta i “cambi” armonici, con riferimenti alla tradizione ma senza rinunciare ad esplorare cose nuove. Un percorso di studio che dura una vita.

Raccontaci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Io e il bravissimo batterista, Andrea Nunzi, ci siamo conosciuti al conservatorio ed è nata un’amicizia che va al di là della musica. Suonando spesso insieme, mi è venuta la voglia di scrivere pezzi nuovi. Di conseguenza abbiamo coinvolto il fratello di Andrea, Stefano Nunzi, grande contrabbassista, abbiamo suonato un po’ e vedendo che funzionava ho deciso di registrare. 

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Per me è sempre un punto di arrivo, di sintesi di un lavoro di anni. Probabilmente è per questo motivo che dal primo disco sono passati 15 anni. Per scrivere pezzi nuovi, decidere di registrarli, deve per me essere successo qualcosa, qualche cambiamento. Suono in maniera molto diversa dal primo disco, si sente chiaramente che alcune cose prima erano in fase embrionale e ora si sono sviluppate, sono più integrate e fanno parte in maniera più completa di un discorso musicale. Ho sempre avuto un suono ben preciso in testa, e mi ci sto avvicinando, ma il cammino è ancora lungo ed in continua evoluzione.

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

Sono cresciuto ascoltando tutti i tipi di musica, con una passione per il jazz che è sfociata intorno ai sedici anni. Ho sempre avuto un approccio analitico alla musica nel senso che, se a livello musicale mi piace una cosa devo capire il perché, e se non mi piace una cosa devo capire il perché non mi piace.

ho studiato diversi anni negli stati uniti Con Charlie Banacos, Jerry Bergonzi, Mick Goodrick, e altri insegnanti, quindi tutto quello che ho studiato con loro affiora sempre nel mio modo di suonare, ovviamente influenzato da tutto l’ascolto quotidiano che un serio musicista di jazz deve avere. Questa musica si tramanda con l’ascolto e non si può prescindere dall’ascoltare musica tutti i giorni, soprattutto se parliamo di jazz e di musica improvvisata.  Ci sono dei dischi per me fondamentali e che continuo ad ascoltare spessissimo. eccone alcuni: Lady in Satin di Billie Holiday, A Turtle’s Dream e You Gotta Play the band di Abbey Lincoln, il primo disco di Michael Brecker con un Metheny ai massimi livelli, tutto il lavoro di Paul Desmond con Jim Hall alla chitarra, Introduction Di Paul Bley, Trio Vol.1 di Hampton Hawes, Sonny Meets Hawk di Sonny Rollins, i primi due dischi dei Bass Desires di Mark Johnson, tutto il lavoro discografico di John Scofield e di John Abercrombie, Charlie Parker at Storyville è uno dei miei preferiti di Parker, Alive di Grant Green, Original Jazz Sound vol 1,2, e 3 di Hampton Hawes con Jim Hall e Red Mitchell, Sunday at the Village Vanguard di Bill Evans, Crescent di John Coltrane, Standards Vol 2 di Keith Jarrett, The Bridge di Sonny Rollins, Live Sessions at Minton’s Playhouse 1941 di Charlie Christian, tutto il lavoro discografico di Monk, tutti i dischi del primo quintetto di Miles Davis.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Continuare a scrivere pezzi nuovi, imparare pezzi nuovi della musica afroamericana, speriamo che questo periodo passi presto e si possa ricominciare a suonare dal vivo.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Visto che al momento non si può suonare sto dedicando molto tempo a scrivere e a studiare e sviluppare cose che avevo lasciato un po’ da parte sullo strumento.

Settembre è il nuovo singolo di Elga Paoli: un brano dedicato all’autunno e alla riflessione

Pubblicato dall’etichetta Koiné by Dodicilune il 24 novembre 2020, Settembre l’ultimo singolo della cantautrice e compositrice Elga Paoli. Un brano malinconico, elegante dove jazz e cantautorato si incontrano in una perfetta alchimia di suono e parole. La formazione è completata da Andrea Colella (contrabbasso), Alessandro Marzi (batteria), Silvia Lanciotti (violino), Francesco Marquez (violoncello). Ecco cosa Elga Paoli ha raccontato a Jazz Agenda in merito a questa nuova avventura.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del tuo nuovo singolo intitolato Settembre: ti va di presentarlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Volentieri: era un po’ di tempo che sentivo di scrivere qualcosa sul momento che precede l’autunno, in cui ogni cosa è ancora sospesa, momento particolarmente adatto per riflettere, raccoglierci in noi stessi, come se fosse un nuovo inizio. Ho cominciato a lavorarci l’anno scorso, sempre alla fine dell’estate e poi quest’anno, quando sono tornata nella mia casa, al mio pianoforte e cercavo dentro di me un suono che mi riconducesse al mio nucleo essenziale. Poi ho trovato questa frase strumentale che ho usato nell’introduzione che mi ha dato una forte Spinta di ispirazione, frase che ho affidato poi agli archi e che è divenuta, credo, la caratteristica del brano

Un brano che con un testo evocativo e anche un po’ malinconico. Ci vuoi raccontare di cosa parla?

Settembre, come dicevo, è il tempo della riflessione e del ritorno a se stessi, ma è anche una metafora: nel brano ho paragonato le foglie di settembre, che fino alla fine imprigionano tutta la bellezza e i loro colori. In questo modo sembrano celebrarla come monito e come invito a seguire il loro esempio, valorizzando tutti i giorni fino all’ultimo e conservando in noi tutta la bellezza che ci ha attraversato pur tenendo presente che siamo in balia di un colpo di vento. Quest brano si ispira in parte a Pessoa che dedica alcune pagine al tema dell’autunno ed al momento che lo precede in cui niente è ancora morto ma ogni cosa, come in un sorriso ancora assente, si trasforma in nostalgia della vita.

Le musiche che componi sono, a nostro avviso, una via di mezzo tra jazz e cantautorato. Tu sei d’accordo con questa espressione?

In parte è così. Io sono stata uno dei primi musicisti italiani a "giocare" con la lingua italiana applicata a temi jazzistici che non siano di impianto cantautorale ma piuttosto improvvisativo. Specialmente all’inizio ero una ragazzina quando già componevo arditi brani in 5/4 e 7/4 accompagnata da musicisti come Roberto Gatto, Maurizio Giammarco, Danilo Rea e Michele Ascolese. All’epoca, però, non andava di moda e il primo album fu molto "contenuto" e arrangiato in maniera decisamente pop. Tuttavia ho avuto molti consensi e mi ha dato la possibilità di partecipare al premio Tenco. In seguito ci furono Cammariere e Capossela che aprirono la strada. Tornando alla domanda si può senz’altro dire questo!

Settembre come dicevamo è un brano un po’ malinconico, come del resto lo è questo periodo per chi vive di musica e arte. Tu come hai vissuto e come vivi questa congiuntura?

Cerco di viverlo nel miglior modo possibile, suonando e componendo: mi ritengo abbastanza fortunata perché ho una casa. Indubbiamente questa insicurezza e senso di precarietà sono stati dei fattori determinanti che hanno contributo alla composizione del brano. Inoltre io sono anche una persona incline alla malinconica, intesa come fattore di nutrimento emotivo e preziosa fonte di ispirazione. Da giovane ero molto più estrema ed ero abbastanza autodistruttiva, adesso me ne guardo bene! Penso che in un individuo sano si modifichino negli anni le percezioni e ciò che ci sembra importante, le esigenze, gli interessi per fortuna siamo mutevoli, cangianti proprio come le foglie.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: visto che parliamo di un brano unico ci vuoi anticipare se uscirà qualcos’altro nei prossimi mesi?

In effetti questo brano va inteso quasi come un viatico, un’elegia, una prefazione all’album che seguirà, ispirato come accennavo ad alcune pagine del libro dell’inquietudine e ad alcune poesie di Pessoa. Posso già anticipare che la sezione di archi sarà presente in buona parte dei brani, che spaziano in “climi" inediti. Il jazz sarà presente, ma non "swingante”, ci saranno degli ospiti interessanti e illustri tra cui Umberto Vitiello, con il quale sto “trafficando" intorno ai brani, e la splendida Giovanna Famulari. Sarà un album sicuramente colorato perché la malinconia spesso è creativa e Ricca di fascino.

 

 

 

 

 

LaRizzo racconta il disco Fogli che Raccontano: “Un percorso che dura da tutta una vita”

Pubblicato dall'etichetta TRP Music, Fogli che Raccontano è l’ultimo disco della vocalist Alessandra Rizzo, in arte LaRizzo. Un album che rappresenta il percorso musicale di 10 anni di una artista versatile con una chiara impronta blues/soul. Ecco cosa ha raccontato a Jazz Agenda. 

Fogli che raccontano rappresenta il percorso musicale di oltre dieci che ti ha portato ad essere l’artista che sei. Per cominciare ti va di raccontare ai lettori di Jazz Agenda questo percorso?

Potrei dire che è un percorso che dura da tutta una vita. Nasco come violoncellista, ma c’è stato un momento in cui ho sentito l’esigenza di coltivare la mia voce e, dopo numerose esperienze con formazioni di vario genere, ho trovato la mia dimensione nei concerti unplugged con Edo Musumeci alla chitarra. Da qui è stato naturale iniziare a scrivere di me e condividere con lui la composizione dei brani.

Parliamo ora del disco che racchiude brani di vario genere scritti anche in periodi diversi: ti va di descriverlo brevemente?

Fogli che Raccontano, come dico spesso è un viaggio. Un viaggio non solo tra gli eventi della mia vita, ma anche attraverso tutti i generi musicali che mi hanno influenzato e che hanno contribuito a definire il mio linguaggio. E’ una raccolta di brani che tra loro hanno sicuramente un filo conduttore e che dovevano essere una sorta di biglietto da visita per spianare la strada a quello che verrà.

Ascoltando brano per brano abbiamo notato diverse influenze che vanno dal blues, al jazz e anche la musica d’autore. Se dovessimo fare una sintesi di tutto, come descriveresti te stessa?

Amo la contaminazione in tutto quello che faccio. Ho viaggiato molto e questo mi ha permesso di amare profondamente tutte le culture ed i luoghi che ho conosciuto.  So chi sono ma amo arricchirmi di tutto quello che c’è intorno.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Una fotografia del momento in cui sono stati scritti, un punto di arrivo a chiusura di un periodo e di partenza verso quello che verrà.

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

La musica ha veramente fatto sempre parte della mia vita. In macchina, nei viaggi con la famiglia, cantavo a squarciagola Battisti, Dalla, Phil Collins, i Beatles. Poi ho scoperto Pino Daniele e credo di esserne rimasta folgorata. Oggi potrei fare una carrellata infinita che va da Sting, Stevie Wonder, Damien Rice, ma soprattutto Niccolò Fabi, non c’è un momento della mia vita che non sia descritto da un suo brano.

Parlando dei testi, invece, e della parte legata alla scrittura, c’è un filo conduttore che accomuna le canzoni di questo album?

Ogni brano descrive esattamente un momento di vita. Ascoltandoli esattamente nell’ordine in cui sono stati scritti, ognuno può tracciare una storia, arricchita dalle immagini raccontate. Per me, ovviamente sono concatenati tra loro con una rete a maglie fitte e solide.

Quando ti piace comporre le tue canzoni? Ci sono dei momenti in cui ti senti più a tuo agio nella scrittura?

La notte, riesco a mettere ordine tra i miei pensieri. Anche se durante il giorno riempio di annotazioni le note del telefono ed un quaderno che tengo in borsa. Quando non lavoro, vivo un po’ con la testa tra le nuvole, quindi è facile fare voli pindarici.

Chiudiamo con uno sguardo al futuro: al di là delle difficoltà di questo periodo ci sono delle novità di cui ci vuoi palare?

Questo periodo sto cercando di viverlo e guardarlo principalmente nei suoi aspetti positivi. Mi ha concesso di rallentare e, tal volta, di fermarmi, cose che faccio raramente. Sto imparando di nuovo a respirare. Spero serva a ricaricare le energie per quando avremo la possibilità di portare Fogli che Raccontano a passeggio per l’Italia.

Il Quinto Elemento e il nuovo disco Introducing: “Un patchwork che rappresenta le nostre anime”

Pubblicato dall’etichetta Filibusta, Records Introducing è il disco d’esordio de “Il Quinto Elemento”, formazione formazione composta dalle cinque vocalist Irene Giuliani, arrangiatrice dei brani, Mya Fracassini, Elisa Mini, Paola Rovai, Stefania Scarinzi. Un quintetto jazz a cappella che con gusto, ironia e teatralità ha realizzato un album con brani di vario genere arrangiati in una chiave originale e moderna. Ecco il racconta delle cinque vocalist per i lettori di Jazz Agenda

Il Quinto Elemento è un Quintetto Jazz a cappella che in questo primo disco ha affrontato brani di diverso tipo: per cominciare l’intervista volete descriverlo ai lettori di Jazz Agenda?

Mya: Questo è il nostro primo “figlio”, frutto dei primi anni di collaborazione insieme; è un patchwork che rappresenta le varie nostre anime, le nostre differenze e le nostre affinità, armonizzate dalla penna di Irene, che riesce a far convivere nella sua musica gli umori e gli amori di ben cinque cantanti donne, sempre però con una bella spolverata di autoironia.

Visto che i brani sono molto diversi tra loro, volevamo chiedervi anche le motivazioni delle vostre scelte artistiche proprio in merito alle canzoni riarrangiate

Irene: La scelta dipende dai brani che incontro, anche casualmente, e che mi ispirano. Spesso dipende dalla vocazione teatrale, pur nascosta, di questi pezzi. Le idee arrivano e mi accompagnano per un po’, le voci provano già nella mia testa. Pian piano si delineano le strutture che vengono poi esplicitate sul foglio musicale.

Per quanto riguarda i brani inediti, invece, raccontateci anche come li avete composti e come ci avete lavorato. Insomma, siamo anche curiosi di sapere qualcosa del vostro lavoro in sala prove: tutto quello che avviene dietro le quinte.

Irene: I brani originali di mia composizione (Introducing Quinto Elemento e Farnetico) sono evidentemente autoreferenziali.

Elisa: Ci piace molto insistere sulle particolarità del gruppo e di ognuna di noi, mettere in risalto la diversità che costituisce una grande ricchezza.

Irene: Con Introducing mi sono divertita a mettere insieme una specie di collage zappiano dove ogni componente ha un suo momento in cui canta nel proprio stile prediletto.

Mya: I brani arrivano arrangiati da Irene ed ognuna legge la propria parte ma già dalle prime prove facciamo delle modifiche, sperimentiamo soluzioni e alla fine quello che viene fuori è un lavoro collettivo, sia pur partendo dalle idee che scaturiscono dalla testa di Irene.

Nella vostra formazione, essendo un quintetto jazz a cappella, non c’è una sezione ritmica né tantomeno altri strumenti. Premesso che tutto funziona benissimo, ci volete motivare questa scelta?

Irene: Le sole voci che suonano insieme creano una magia irresistibile, quasi sacra. Linee singole si incontrano nello spazio, si fondono e diventano un unico strumento. È un incantesimo a cui non sappiamo sottrarci. La nostra musica è dichiaratamente per voci, solo talvolta imitiamo gli strumenti.

Mya: anche se non esiste una sezione ritmica, la scrittura delle varie parti costruisce sempre un supporto ritmico piuttosto forte, a partire dal basso, che non è sempre affidato alla stessa voce, e comunque anche le altre voci si intrecciano per dare sostegno ritmico e armonico a chi in quel momento ha ruolo solistico.

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e anche il percorso che avete fatto dalla vostra nascita fino all’uscita del disco!

Irene: Per questo bisogna ascoltare “Farnetico”, è tutto spiegato per filo e per segno, ma alla base di tutto c’è l’amore per la musica e l’amicizia.

Un disco può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Irene: Tutte e tre le cose. Documenta il nostro primo periodo insieme, fotografa il repertorio che sentiamo adesso più rappresentativo, ci dà modo di chiudere un capitolo e stilare finalmente la tracklist del prossimo disco.

Se parliamo dei vostri riferimenti cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti o anche dei filoni musicali che per voi come band rappresentano un punto di riferimento?

Irene: Il riferimento primario è quello dei King’s Singers, storico gruppo vocale maschile inglese di fama mondiale, ospite ricorrente dei teatri fiorentini. Arrangiamenti sopraffini, ironia british, suono celestiale. In realtà ci discostiamo dal loro approccio per quanto riguarda gli interventi solistici: mettiamo in risalto la differenza delle nostre singole voci e personalità. E qui si apre un mondo di altri riferimenti: dal vocal jazz più classico a Zappa, dalla Bossa nova all’Alternative rock, dai madrigali rinascimentali a Rossini, dal classico allo sperimentale.

Mya: Alla fine il nostro punto di riferimento è proprio il giocare con gli stili e i generi musicali. Non esitiamo davanti a nessuna commistione.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Irene: C’è una discreta “wish list” di brani che attendono di essere cantati dal Quinto Elemento, gli arrangiamenti in parte realizzati, in parte solo teorizzati.

Elisa: Alcuni brani sono originali, altri come nostra usanza sono estrapolati dai più vari repertori.

Mya: Forse dovremmo fare al più presto due nuovi dischi seguendo le due diverse direzioni o più probabilmente continueremo a unire ciò che appare differente. In fondo questa è la nostra più profonda vocazione.

 

Manuel Magrini racconta il suo ultimo disco Dreams: un viaggio tra sogno e realtà

Pubblicato il 30 ottobre da Encore Music, Dreams è il secondo album del pianista umbro Manuel Magrini che vede la partecipazione di Francesco Ponticelli al contrabbasso e Bernardo Guerra alla batteria. Un progetto dai tratti onirici con due fili conduttori principali: il sogno ed il viaggio. Manuel Magrini ha raccontato a Jazz Agenda questa nuova avventura discografica.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Si intitola “Dreams” ed è un disco in piano trio che parla di sogni e viaggi. È il mio secondo lavoro da solista pubblicato dall’Encore Music, prodotto da Roberto Lioli e Vittorio Bartoli, e non vedo l’ora di farlo ascoltare a tutti! In questa avventura, sono accompagnato da due grandissimi musicisti come Francesco Ponticelli (al contrabbasso) e Bernardo Guerra (alla batteria). La scaletta è composta da tutti miei brani originali con l’unica eccezione di “Après un rêve” di Gabriel Fauré, concepito originariamente per piano e voce e riadattato in trio per l’occasione.

Raccontaci adesso la tua storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Comporre musica è sempre stata un’esigenza naturale sin da quando ero un bambino, un po’ per la gioia di giocare con i suoni e un po’ per il bisogno di fissare determinati stati d’animo e “moti interiori” che provo; e per fare ciò, non conosco un linguaggio migliore di quello musicale: così astratto e allo stesso tempo diretto. Con l’uscita del mio primo disco in piano solo “Unexpected”, ho iniziato a viaggiare tantissimo facendo concerti in Italia e nel mondo. Le esperienze fatte, oltre a darmi occasioni per maturare, mi hanno sempre lasciato sensazioni forti, scoprendo nuove culture, arte, natura ma soprattutto per le belle relazioni personali che questo meraviglioso lavoro permette di instaurare. Tutte queste sensazioni vengono amplificate nei sogni che faccio e che vivo come un ulteriore viaggio interiore e per questo, in ogni posto dove sono stato, ho sempre scritto almeno un’idea musicale. Perciò, alla base del progetto c’è stata la volontà di raccogliere i vari brani composti e associati ad ogni viaggio/sogno fatto e dargli una forma. La scelta del piano trio è stata una conseguenza naturale, perché avevo bisogno di espandere la tavolozza sonora utilizzata fino ad allora nel piano solo. Bernardo e Francesco sono stati i compagni ideali per questa avventura, perché hanno avuto la sensibilità e l’esperienza per capire le mie idee ma allo stesso personalizzare fortemente i loro ruoli nelle composizioni.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

È contemporaneamente punto di arrivo e di partenza. Punto di arrivo perché rappresenta la concretizzazione di un percorso di crescita e ricerca fatto fino ad allora; allo stesso tempo, diventa anche un punto di partenza, perché rappresenta la base del nuovo discorso musicale che dovrà essere sviluppato da lì in poi. È stato così, per me, il primo disco, e lo è anche questo nuovo ora.

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

Per primo non posso fare a meno di citare Ramberto Ciammarughi, geniale pianista, umbro come me, col quale ho iniziato i primi studi sull’improvvisazione quando avevo 15 anni e grazie a lui ho iniziato a pormi alcune domande fondamentali: cosa voglio comunicare quando suono? Come posso sviluppare il mio racconto musicale per far sì che arrivi agli altri? Sulla base di questo ho costruito tutto il resto. Per quanto riguarda i musicisti storici, mi sento profondamente legato a Bill Evans, per la genialità che c’è in ogni elemento della sua musica, ma soprattutto per l’enorme umanità e comunicatività, che mi fanno mi commuovere ad ogni ascolto. Poi c’è Art Tatum per il pianismo, Miles Davis per il concetto di “rischiare” e vivere pienamente il presente quando si suona (ho come riferimento il live al Plugged Nichel col suo secondo quintetto), poi c’è Coltrane per la spiritualità nel fare musica... Insomma, se dovessi citarli tutti rischierei di annoiarvi! Per quanto riguarda i giovani, c’è il pianista armeno Tigran Hamasyan che apprezzo tantissimo, soprattutto nel modo di comporre. Infine, direi che è sempre stato fondamentale il mio amore per la musica classica. Studiarla, per un pianista, equivale a conoscere la storia del proprio strumento: dall’approccio polifonico del clavicembalismo (al quale sono molto legato) alla ricerca timbrica e le evoluzioni della tecnica strumentale del novecento; e qui sarebbero troppi gli autori da citare: ve lo risparmio! Posso dire che in ognuno degli ascolti che faccio, trovo una parte di me e mettendo insieme ogni pezzetto, come un puzzle, costruisco la mia personalità artistica.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

Pur non avendo certezze, credo di avere degli indizi: negli ultimi cinque anni ho iniziato una piccola rivoluzione personale nel mio modo di percepire il ritmo ed usarlo come mezzo espressivo. Sto esplorando la composizione di brani con più ampio respiro rispetto a forme brevi legate al mondo delle songs; questo anche quando scrivo per formazioni di matrice jazzistica come, appunto, il piano trio. Infine sto facendo i miei primi passi nel mondo delle tastiere e dell’elettronica. Questa è la direzione che sta prendendo la mia ricerca musicale e che, credo, svilupperò in futuro.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche progetto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

La situazione attuale, purtroppo, non sta permettendo, a noi musicisti, di vivere serenamente l’attività concertistica e da inizio anno fino ai prossimi mesi, sono stati annullati (o posticipati), molti concerti che avevo già in programma, sia in Italia che all’estero. È triste pensare che il concerto di anteprima del disco lo abbiamo fatto sul palco principale del Ronnie Scott’s a Londra l’anno scorso ed ora si fatica a trovare occasioni per suonare vicino a casa. Chi mi segue sui Social verrà informato presto sulle prossime date disponibili dei concerti. In ogni caso speriamo che il 2021 sarà migliore per tutti i musicisti dal punto di vista concertistico. Per quanto riguarda nuovi progetti, direi che bollono in pentola molte cose. Anzitutto, sto scrivendo tantissimo per piano solo e, quando tutto sarà maturo, sicuramente verrà fissato su disco. Inoltre, sto preparando nuove composizioni con Roberto Gatti (percussionista perugino) che registreremo per il nostro progetto “Uribe” (potete trovare già, su internet, molte cose che abbiamo fatto). Sono, poi, molti i progetti musicali nei quali sto contribuendo (da sideman) con musiche scritte da me come, ad esempio, i “Reverse” con i quali siamo stati in tournée in Malesia e nel Borneo negli anni passati.

Infine, direi che è da tenere d’occhio il duo con Cristina Zavalloni, che è nato da poco ma sta già dando grandi soddisfazioni. Vi consiglio di ascoltare su YouTube (nel canale dell’Egea Music) il nostro recente concerto svoltosi a Cesena e trasmesso in streaming per i circuiti musicali Colombiani.

 

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