Jazz Agenda

Carlo Cammarella

Carlo Cammarella

Silvia Carbotti racconta il disco Affetti Speciali dei Frubers in The Sky: tra jazz e musica d’autore

Pubblicato dall’etichetta Emme Record Label il 29 febbraio del 2019, Affetti Speciali è l’ultimo disco del quartetto Frubers in The Sky. Un progetto che si pone a metà tra il jazz e musica d’autore dove dalla grande sensibilità artistica. La band è composta da Silvia Carbotti alla voce, Max Carletti alle chitarre e arrangiamenti, Stefano Profeta al contrabbasso e Paolo Franciscone alla batteria. La cantante del quartetto ha raccontato a Jazz Agenda questa esperienza.

“Il quartetto si chiama Frubers in the sky, ed è composto da Silvia Carbotti alla voce, Max Carletti alla chitarra, Stefano Profeta al contrabbasso e Paolo Franciscone alla batteria. Si scrive Frubers e si pronuncia “frubers”. Non è un inglesismo ma una parola di pura invenzione, una sorta di nonsense nato come un gioco e che, per tutti i membri del quartetto, sintetizza le cose belle delle quali la vita si compone: un bel concerto, le onde del mare, una tazza di the… tutto può essere frubers! Anche una maglietta o una giornata di sole… Ed è cosi che volevamo fosse la nostra musica una costante e bella sorpresa per chi la suona e per chi la ascolta. Frubers è un progetto che nato a cavallo tra il 2013 e il 2014 e nel corso degli anni ha prodotto due album, il primo nel 2014 (Double) e il secondo uscito nel febbraio 2019 con Emme Record label dal titolo Affetti speciali, un disco completamente in italiano che alterna a brani originali alcune riscritture di “canzoni” che hanno fatto parte della storia della nostra musica più recente.”

Silvia Carbotti ci racconta anche il percorso che ha portato alla nascita del disco…

“Il primo passo, rispetto al passato, è stato quello di immaginare un album completamente in italiano. Volevamo trovare un ponte tra le sonorità a noi più care, quelle del jazz più contemporaneo e un linguaggio musicale facilmente riconoscibile anche ai meno esperti. In questo, le “canzoni” - almeno nel nostro Paese - sono una porta di accesso estremamente potente. Chi non conosce il tema - o anche solo sommariamente il ritornello - di Figli delle stelle o Figlio unico? Probabilmente tutti, dalla vicina del piano di sotto per arrivare a un cultore di Evans. È verosimile che il loro giudizio sul brano non sia il medesimo; è possibile, infatti, che la prima lo ricordi con piacere e il secondo lo consideri un “motivetto” ininfluente, ma certamente entrambi lo hanno bene in mente. Ecco, in quel punto nasce il nostro lavoro: analizzare il pezzo, tenere in piedi l’essenziale o mettere in evidenza delle bellezze nascoste. Cosi facendo la canzone, che diventa il nostro trait d'union, ci consente di approdare a sonorità più lontane, portando tutti gli ascoltatori per mano in un viaggio all’interno della bellezza. Cosi, sostituendo una vocale agli Affetti che danno il titolo al nostro album, ci troviamo di fronte a degli “effetti” speciali: citando alcuni brani della tracklist il tema della Tarantella napoletana, ruvido e diretto, si lega spontaneamente con una poesia di Raffaele Viviani. Figlio unico e L’estate sta finendo raccontano le storie d’amore concluse o impossibili, di uomini e donne incastrati inesorabilmente tra le partenze e le distanze che gli “affetti” delle volte ci presentano come un prezzo da pagare. Figli delle stelle si rivela come una intensa ballad - ospite nel brano il clarinetto di Marco Tardito - dal testo meraviglioso e poetico in un arrangiamento che la fa vibrare e rende manifesto il mondo fantastico nel quale si trovano gli amanti protagonisti della storia.”

Silvia Carbotti ci racconta anche cosa rappresenta il disco per la band…

“Affetti speciali è sicuramente il disco che ci ha permesso non solo di rendere più forte il legame, la complicità e l’intesa del quartetto ma anche di chiarire e consolidare la nostra identità, in termini non soltanto di sonorità e riscrittura ma anche di composizione e arrangiamento di nuovi brani che fossero in dialogo con gli altri. La canzone torna ancora una volta anche qui, delle volte per raccontare nuove storie, altre per celebrare un’amicizia o per fare un omaggio. Ecco perché sono nati Il trasloco di Sophie, breve storia di sorta di nuova Amelie, intenta nel suo trasloco e in tutti quei pensieri che si fanno quando ci si trova in una nuova casa e si scopre di essersi fermati finalmente nel posto giusto; One for Chet, omaggio a Chet Baker, alla sua musica, a Torino città nella quale ha vissuto, al jazz e alle sonorità dalle quali tutta la musica “dei Frubers” trae origine; Vuoi ballare con me anima pop di tutta la playlist e infine No, non è Tennessee Waltz (con la partecipazione di Marta Piccichè), ultimo brano del disco che ironizza sulle scelte insolite che il quartetto continua a fare nonostante gli stili e gli stilemi che per filologia, secondo alcuni, andrebbero perseguiti.

 

Fara Music Festival // Il Jazz Italiano per le Terre del Sisma ad Accumoli ed Amatrice

Il Fara Music Festival prosegue la sua XIII edizione ad Accumoli ed Amatrice. Un programma innovativo di musica, trekking e solidarietà diffuso nelle terre mutate dal sisma, per scoprire luoghi di alto interesse paesaggistico e naturalistico e conoscere le specificità enogastronomiche locali, con concerti diffusi e percorsi escursionistici che permetteranno a turisti e appassionati, di viaggiare a piedi insieme a una carovana itinerante.

Una marcia solidale ricca di concerti jazz gratuiti ed escursioni. Il percorso prevede da 2 a 7 giorni di cammino che, partendo da Camerino attraversa Fiastra, Ussita, Castelluccio, Norcia, Accumoli, Amatrice per arrivare a L’Aquila, percorrendo sentieri, strade di campagna, alcuni tratti di strade asfaltate in prossimità dei paesi, con viste panoramiche che spaziano dagli Appennini, ai Monti Sibillini fino ai piedi del Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga.

I CONCERTI AD ACCUMOLI (25 Agosto)
ACCUPOLI, Area SAE Accumoli Capoluogo. Inizio Concerti ore 18.00

Corpo Bandistico “Città di Accumoli”: Una delle realtà musicali più longeve della Provincia di Rieti. Dopo lo scioglimento nel dopoguerra, la Banda Musicale viene rifondata nel 1979. Da oltre 40 anni la Banda rappresenta una splendida realtà, non solo musicale, di Accumoli.

• Bear Trip: Un trio crossover che rappresenta un punto di incontro tra il jazz e l’elettronica e che supera ogni tipo di catalogazione. Si presentano così i Bear Trip, band composta da Lewis Saccocci alle tastiere e synth, Gianmarco Tomai al basso e synth e Nicolò Di Caro alla batteria, che il 30 aprile 2018 ha pubblicato l’omonimo disco con l’etichetta Emme Record Label. Diverse le influenze musicali che fanno parte del Dna di questa formazione: dal jazz, presente soltanto come punto di partenza, fino a raggiungere il rock in tutta la sua potenza, passando per il funk e addirittura la Drum & Bass.

• Zadeno Trio: Un sound maturo che vola verso nuovi orizzonti e che allo stesso tempo mantiene un grande interesse per la tradizione. Si presenta così The Step Forward secondo disco degli Zadeno Trio. Dopo il successo della critica ottenuto con il precedente lavoro Hole in The Ground il trio composto da Claudio Jr De Rosa al sax, Alessio Bruno al contrabbasso e Jacopo Zanette alla batteria torna con un nuovo progetto innovativo. Parliamo, infatti, di un trio compatto che nel corso degli anni ha maturato un sound moderno caratterizzato da armonie ricercate, da scelte stilistiche brillanti, da decisioni metriche innovative e da diverse influenze compositive che fanno parte del Dna dei tre musicisti. Le composizioni di The Step Forward si muovono tra improvvisazione pura, momenti più rarefatti e passaggi dal sapore più intimo dove è il colore del suono a fare la differenza. Merito di una band coesa che nel corso degli anni ha raffinato il suono facendo della formazione in piano-less, un vero e proprio cavallo di battaglia. Da questo punto di vista, le esperienze accumulate in diversi tour europei, avvenuti durante i 4 anni dalla nascita del trio, sono servite a consolidare un sound ineguagliabile, dove l’assenza armonica è un pregio e mette spesso in risalto una sezione ritmica compatta e una complementarità tra basso e sassofono, strumenti così diversi che in questo disco instaurano spesso interessanti fraseggi.

• The Sycamore: The Sycamore è un collettivo di musicisti umbri nato nel 2015 con l’idea di esplorare con freschezza le sonorità di una formazione mediamente estesa; la mancanza di un leader porta tutti i membri del gruppo a partecipare attivamente alla fase di composizione e arrangiamento, pertanto la creatività dei componenti e lo scambio di idee hanno un ruolo centrale nell’economia del gruppo. Il loro primo EP, registrato nel novembre 2016 e ottimamente accolto dalla critica internazionale gli ha consentito di partecipare al Conad Jazz Contest 2017, esibirsi a Umbria Jazz e vincere il primo premio della Giuria Popolare. Il 2018 li vede attivi in numerosi festival e rassegne; l’intensa attività concertistica li porta a sviluppare un repertorio di circa 40 brani originali e a gennaio 2019 si ritrovano in studio per registrare il loro primo album, “Seamless”, per Emme Record Label. La band è composta da Andrea Angeloni al trombone, Leonardo Babatunde Radicchi al sassofono, Alessio Capobianco e Ruggero Fornari alla chitarra, Pietro Paris al contrabbasso e Lorenzo Brilli alla batteria.

I CONCERTI AD AMATRICE (31 Agosto)
VILLAGGIO LO SCOIATTOLO. Inizio Concerti ore 12.00

• Simone Basile Trio: Un progetto che fonde un jazz dal sapore moderno con atmosfere rarefatte e minimali che si alternano a groove incalzanti e decisi. Si presenta così Time, disco d’esordio del chitarrista Simone Basile pubblicato nel novembre 2018. La formazione è completata da una sezione ritmica di grande esperienza con Filippo Cassanelli al contrabbasso e Pier Paolo Liguori alla batteria. Time è senza dubbio un lavoro moderno in cui spiccano il talento compositivo del leader, sempre al servizio della band, e un interplay spiccato tra i membri del trio. Non mancano, inoltre, uno spiccato senso del ritmo e del groove che si alternano a brani decisamente più melodici dove si evince sempre un buon affiatamento della band. Il titolo del disco, emblematico ed incisivo, rappresenta la vera chiave di lettura del progetto: il concetto del tempo, infatti, e di come quest’ultimo influenza le persone ed i luoghi, è alla base di tutto e rappresenta il movimento all’interno di un labirinto che si muove tra passato, presente e futuro. Si può parlare del tempo leggendo un orologio, c’è bisogno di tempo per fare qualsiasi cosa e questo inevitabilmente ci porta al cambiamento. Il disco è composto da nove tracce, di cui sette brani originali e due standard: ognuna di esse racchiude una storia, un esempio di come il tempo ha cambiato qualcosa all’interno della vita dell’artista.

• Marisa Petraglia Quartet: Un progetto fresco, versatile, dove spicca la voce in tutte le sue infinite sfaccettature espressive. E’ questa l’essenza di Unusual, disco d’esordio della vocalist Marisa Petraglia pubblicato il 21 marzo 2019: la formazione in quartetto è completata da Francesco Merenda alla batteria, Aldo Capasso al contrabbasso e Danilo Blaiotta al piano. In questo lavoro la voce dipinge melodie ed emozioni nascoste in ognuno di noi per far conoscere, attraverso i colori di ogni brano, quello che ancora non sappiamo; proprio come un pittore dipinge le emozioni sul suo quadro. Con il suo timbro caldo ed espressivo Marisa Petraglia si confronta con l’essenza di ogni composizione attraverso una musicalità particolare che si allontana e si adatta allo stesso tempo al linguaggio tradizionale. C’è la volontà dell’artista di dimostrare quanto la voce possa essere versatile, potente, indipendente, coraggiosa ma allo stesso tempo delicata e attenta. Infatti i contesti musicali in cui la voce è immersa sono tutti ben differenti per le formazioni che l’accompagnano, per la scelta dei brani e gli stili presenti.

• Giovanni Palombo Camera Ensemble: Giovanni Palombo, Gabriele Coen, Benny Penazzi, Francesco Savoretti, un quartetto storico quello dei Camera Ensemble. Chi ascolta un loro album o semplicemente un live, percorrerà un viaggio musicale passando dalla dimensione eurocolta alla musica klezmer, dalle danze alle tradizioni etniche. Se Giovanni Palombo è l’autore maggiormente presente nei crediti dei brani, si può immaginare come il quartetto abbia uno sviluppo sicuramente collettivo, cosa sottintesa anche dalla denominazione stessa del gruppo: sono brani articolati in maniera calzante alle caratteristiche sonore ed espressive dei quattro musicisti, una formazione inconsueta dai ruoli intercambiabili – soprattutto per quanto riguarda le linee di basso realizzate dall’incontro delle voci del violoncello e della chitarra – e dall’esecuzione fluida e sempre in movimento.

Alberto La Neve racconta Night Windows: “Penso alla musica come qualcosa di introspettivo”

Pubblicato dall’etichetta indipendente Manitù Records, Night Windows è il nuovo album del sassofonista e compositore Alberto La Neve. Un disco sperimentale che si discosta da una catalogazione precisa che rappresenta, secondo noi, l’evoluzione di un percorso artistico e musicale cominciato diverso tempo fa. Alberto La Neve ci ha raccontato questo progetto.

Ciao Alberto e ben trovato: partiamo subito dal titolo suggestivo che hai dato a questa tua opera che trae spunto dalle opere del pittore Edward Hopper: ce ne vuoi spiegare il significato?

Ciao Carlo, ben trovato. Prima di tutto grazie per lo spazio dedicatomi. Sono felice di poter parlare di questo mio nuovo lavoro discografico. Le otto composizioni contenute nell’album traggono ispirazione da alcuni dipinti del pittore statunitense Edward Hopper. “Night Windows” oltre ad essere la Title Track, nonché il titolo di un suo quadro, rappresenta l’essenza dell’intero disco. Ogni composizione vuole essere una finestra notturna dalla quale poter osservare il mio mondo interiore.

 

Ci vuoi raccontare dunque come questo pittore ha ispirato le musiche di questo disco?

Ho scoperto questo pittore qualche anno fa attraverso uno dei suoi più famosi dipinti: “Nighthawks”. Questo quadro mi ha letteralmente rapito. Le leggere sfumature descritte attraverso i tenui colori di un’America del ‘900 mi hanno catapultato emotivamente nell’epoca del jazz che da sempre ho immaginato. Le sensazioni scaturite hanno generato una curiosità tale da approfondire Edward Hopper e ispirarmi ad alcuni suoi dipinti per delle nuove composizioni.

Più di due anni fa ti avevo fatto la stessa domanda, ma a distanza di un po’ di tempo, con un disco forse più maturo e nitido ti faccio la stessa domanda: quali sono le potenzialità e gli orizzonti che si possono esplorare con il sax solo?

Credo fermamente che le potenzialità di un qualsiasi strumento musicale siano infinite.

L’infinito è generato dalle sfumature che possono differenziare ogni suono o rumore. Così come nell’orizzonte, anche nella musica le venature che riesci a cogliere possono essere sempre differenti e rappresentare un nuovo punto di partenza.

 

Abbiamo notato che in questo disco utilizzi sax soprano e tenore: c’è uno strumento fra i due che preferisci oppure usati al punto giusto sono entrambi due strumenti che per te hanno lo stesso potenziale espressivo?

Sax tenore e sax soprano hanno delle caratteristiche differenti. Credo che, usati nel momento giusto, entrambi abbiano delle potenzialità espressive al servizio della musica.

In uno dei brani Room in Brooklyn, ha collaborato ancora la vocalist Fabiana Dota: come nasce questa collaborazione?

Fabiana ha una versatilità vocale e un’espressività non indifferente. Riesce a trasformare perfettamente in musica ciò che il mio pensiero trasforma in note. Non sempre l’interpretazione affidata ad altri musicisti rispecchia l’idea compositiva. Con Fabiana invece ho avuto sempre una perfetta sintonia e ormai da diversi anni collaboriamo nel rispetto assoluto di ciò che la musica stessa chiede.

Se dovessimo paragonare questo disco a quello uscito un paio di anni fa quali sono secondo te le differenze?

Questo disco è stato pensato per essere più sobrio, a volte minimalista, tenue in alcuni momenti e aggressivo in altri, ma sempre mantenendo una compattezza musicale in linea con la fonte d’ispirazione differente rispetto al passato.

E soprattutto cosa è cambiato in te in questi due anni?

Probabilmente più passa il tempo e più penso alla musica come qualcosa di estremamente introspettivo, mettendo in risalto sempre più il concetto stesso di suono.

Chiudiamo con una proiezione verso il futuro: Ti abbiamo spesso intervistato in progetti minimali dove il tuo sassofono è autosufficiente: per il futuro stai pensando anche ad un disco con una band?

Assolutamente si. Suonare “in solo” si muove parallelamente con altri progetti condivisi. In autunno uscirà un nuovo album concepito insieme al chitarrista Francesco Mascio e ispirato al nostro Mar Mediterraneo. Avrà come ospiti musicisti di altre nazionalità in un progetto comune di “musica” pensata come unione introspettiva di culture differenti.

 

 

 

Pierpaolo Bisogno feat. Rocco Zifarelli live al Fara Music Festival: "Un'anteprima del nuovo disco"

Dopo una settimana di concerti sarà il quartetto di Pierpaolo Bisogno a chiudere la tredicesima edizione del Fara Music Festival. La band vede la partecipazione speciale del chitarrista Rocco Zifarelli ed è completata da Roberto Gatto alla batteria, Francesco Galatro al contrabbasso e Pietro Lussu al pianoforte. Per l'occasione il concerto avrà luogo presso il teatro Plotach di Fara in Sabina (Via Santa maria in Castello 10). Pierpaolo Bisogno ci ha raccontato in prima persona questo progetto che a breve si trasformerà in un lavoro discografico intitolato Love Secret.

Pierpaolo per cominciare parliamo subito dello spettacolo che porterai in scena al Fara Music Festival?

Il concerto è una presentazione in anteprima del mio lavoro discografico che si intitola Love Secret ad accompagnarmi ci sarà Pietro Lussu al pianoforte, Francesco Galatro al contrabbasso e due ospiti d’eccezione Roberto Gatto alla batteria, e Rocco Zifarelli alla chitarra, che è anche ospite nel disco. Suoneremo gran parte dei brani del disco ma per l’occasione anche qualche standard più ricercato.

Raccontaci come nasce questo progetto?

Questo lavoro discografico nasce dal desiderio di registrare un disco di jazz che rendesse omaggio un po’a tutta la musica afroamericana, dagli anni 60 ad oggi, attraverso composizioni originali, ma con un tocco mediterraneo. Oltre alle composizioni originali ci sono due fantastici brani d’autore, Il primo, Laurie, del grande pianista Bill Evans, il secondo, The Dolphin, di Luiz Eça pianista argentino e straordinario compositore.  La scelta stilistica di utilizzare anche la chitarra in alcuni brani nasce dalla perfetta fusione che si crea tra i due strumenti specie nell’esposizione dei temi e da una molteplice collaborazione con Rocco Zifarelli con il quale ho molta intesa musicale, inoltre per altre due mie composizioni ho preferito il suono del flauto ai classici sax , perché è uno strumento che da un tocco di eleganza  e si sposa bene col vibes, il suono che si crea con flauto e vibrafono ricorda molti i dischi di jazz -smooth jazz e latin jazz degli anni 70 e 80.

Questi nove brani, che compongono il disco, rappresentano un po’ tutta la mia esperienza musicale degli ultimi anni, che va dalla mia passione per il jazz alla musica latina, dall’amore per il vibrafono alla passione per il mondo delle percussioni e la batteria, il tutto caratterizzati da una vena melodica, ma anche aggressiva e passionale che lascia trasparire un’anima romantica, ma allo stesso tempo carica di energia .........

Quali sono le possibilità timbriche e stilistiche che si possono esplorare con questo tipo di formazione?

Con il vibrafono si possono esplorare tutte le timbriche e tutti gli stili che appartengono al jazz e non solo, In questo caso nel mio disco c’è swing, bop, hard bop, latin e tanti concetti moderni.

Parliamo anche un pochino del tuo background come ti sei avvicinato alla musica e come nasce l’amore per il vibrafono?

Come spesso accade in tutte le forme artistiche mi sono avvicinato alla musica molto presto. Ho cominciato a percuotere la batteria quando avevo 4 anni ed a 7 anni ho cominciato a studiarla col M° Antonio Golino, mentre a 10 anni ho iniziato a suonicchiare il pianoforte. All’età di 14 anni ho intrapreso il percorso del conservatorio avvicinandomi sempre di più al vibrafono, alla marimba e solo in seguito a 20 anni anche alle percussioni latine, ma nel mio harem di percussioni il mio amore principale è “il vibrafono”.

Cosa ti ha intrigato di più in questo strumento?

In realtà con il vibrafono riesco a sfruttare al massimo la mia indole percussiva ma anche la mia vena armonica ed improvvisativa, diciamo che la difficoltà sta anche nell’enorme dispendio di energie fisiche e mentali che questo strumento richiede rispetto alla batteria jazz e alle percussioni in genere, per non parlare del trasporto.

Progetti per il futuro: come si evolverà questo progetto secondo te?

Le evoluzioni che potrebbe avere questo progetto sono molteplici, anche perché sono convinto che può piacere ad un pubblico misto. Poi, se parliamo di un’evoluzione stilistica, penso che sulla base di questo progetto si svilupperanno le basi per progetti sempre più contaminati, ma sempre cercando di far emergere una vena melodica anche nelle composizioni più complesse.

Andrea Pozza docente alle Summer School del Fara Music: "Tutti noi progrediamo confrontandoci"

 
Come ogni anno anche nel 2019 una parte importante del Fara Music Festival sarà legata alla didattica e alle Summer School. Quest'anno fra i docenti che prenderanno parte alla manifestazione ci sarà anche il pianista Andrea Pozza: gli abbiamo fatto qualche domanda per capire come organizzerà i suoi corsi e sulla sua visione di insegnamento nella musica:
 
Andrea per cominciare partiamo dal primo giorno in cui si viene a contatto con gli allievi: come organizzi i corsi per gli studenti?
Di solito li faccio suonare un po', qualcosa di semplice, in cui si sentano a loro agio, per capire che livello di conoscenze hanno. Comincio così a conoscerli, il che mi serve per capire che argomenti posso affrontare e a che livello di profondità.
 
Essendo una settimana di completa immersione nel pianoforte e nella musica, che tipo di input ritieni sia giusto dare agli studenti?
Credo che la cosa più importante che voglio comunicare a chi vuole intraprendere lo studio della musica jazz sia il rispetto di se stessi, nel senso di coltivare una sana obiettività riguardo alle proprie capacità e conoscenze. Più riusciamo ad essere realisti su noi stessi e le nostre capacità, più siamo consapevoli di quello che dobbiamo fare per migliorare. Suonare jazz è come parlare una lingua, nessuno ti può dire quello che tu vuoi dire, devi scoprirlo da solo, ma devi conoscere bene la lingua per poter esprimere te stesso tramite essa! E' un grande lavoro di consapevolezza, prima di tutto e poi di studio  per mettere in pratica quello che hai capito.
 
Quanto è importante per uno studente fare delle esperienze di questo tipo?
E' di vitale importanza entrare in contatto il più possibile con chi parla il linguaggio del jazz, tanto quanto lo è farsi un soggiorno in Inghilterra per chi vuole parlare inglese. 
 
E' più utile fare una esperienza del genere quando si è alle prime armi (diciamo con pochi anni di studio alle spalle) o quando si è già un po' navigati nel proprio strumento?
Specie all'inizio è utilissimo per capire certi meccanismi e cominciare a rendersi conto delle conoscenze e capacità da acquisire. Chi è già più esperto può utilizzare queste esperienze per confrontarsi ulteriormente con professionisti che stima. Consiglio sempre agli studenti di imparare a fare domande, prendere iniziativa, essere attivi nel processo della propria crescita musicale, semplicemente per aumentare le probabilità di ricevere un consiglio azzeccato dagli insegnanti e perché, alla fine, ognuno deve imparare a prendersi cura della propria preparazione musicale, specialmente nel jazz! In realtà tutti noi, da chi è all'inizio a Charlie Parker progrediamo confrontandoci con altri musicisti e nella nostra epoca, con i mezzi di comunicazione di cui disponiamo possiamo veramente imparare tantissimo ogni giorno.
 
Per concludere queste esperienze quanto accrescono il bagaglio culturale di uno studente?
Moltissimo, lo accrescono proprio in quanto esperienze e vissuti. Sono le esperienze che ci fanno crescere, non le conoscenze teoriche. Possiamo non conoscere nulla della teoria, ma suonare bene, non è altresì detto che se conosciamo la teoria sappiamo suonare! Come una lingua, chi è madre lingua a volte non conosce la grammatica ma parla benissimo! L' ideale naturalmente è parlare bene e conoscere anche la grammatica!
 

Jacopo Ferrazza racconta il disco Theater: nuove sonorità possibili per il guitar-trio

Pubblicato dall’etichetta Cam Jazz nell’aprile del 2019 Theater è il secondo disco da leader del contrabbassista Jacopo Ferrazza. Un progetto che rappresenta senza dubbio un seguito al percorso stabilito con l’album d’esordio Rebirth, al quale hanno partecipato ancora una volta Stefano Carbonelli alla chitarra e Valerio Vantaggio alla batteria. Jacopo Ferrazza ci ha raccontato questa avventura.

“Theater è il mio secondo disco prodotto per la Cam Jazz, e segue il primo “Rebirth, uscito due anni fa. Condivido questo progetto con due grandi amici e straordinari musicisti come Stefano Carbonelli alla chitarra e Valerio Vantaggio alla batteria. Con loro iniziammo cinque anni fa a suonare in trio e abbiamo sempre sperimentato arrivando al suono che ora ci caratterizza e ci stimola di più. In Theater, come già iniziato con l’album Rebirth, ho continuato la mia ricerca sulle possibilità sonore del trio con la chitarra e ho ampliato il mio percorso compositivo abbracciando tecniche di scrittura nuove e stimolanti che mi hanno portato a scrivere musica programmatica. Infatti, per la scrittura dei brani mi sono avvalso di copioni e sceneggiature da me create attorno alle quali cucivo addosso la musica, cercando così di raccontare una storia o una sensazione nel modo più descrittivo possibile. Questo processo compositivo, oltre ad altri significati più intimi o esoterici se vogliamo, mi ha portato alla scelta del nome Theater per il nuovo disco.”

Jacopo Ferrazza ci racconta anche il percorso che ha portato alla nascita del disco:

“Tutti e tre condividiamo molti ascolti e passioni musicali. Io e Stefano siamo amanti della musica classica così come lo è Valerio e per tanto tempo ci siamo scambiati consigli e scoperte musicali. Allo stesso modo condividiamo la passione per il rock oltre quella quasi scontata per il jazz che ci ha formato come musicisti. Alla luce dei nostri ascolti mi sono posto la domanda, nel momento della composizione, se fosse stato giusto fare un disco di jazz oppure no e la mia risposta è stata che avrei dovuto scrivere un disco di musica, senza un’etichetta o un’identità precisa che non fosse semplicemente la mia. E’ quindi venuto naturale fare un disco che non abbracciasse uno stile ben preciso ma unisse le molteplicità della musica e i suoi numerosi aspetti, così’ da evidenziare ancora di più quanto sia necessario per me attingere da ambiti differenti e riuscire, anche come risposta alla società e alla politica odierna, a far convivere elementi differenti e apparentemente distanti.”

Un disco che certamente rappresenta un punto di partenza: a proposito Joacopo prosegue dicendo che:

“Theater, come in parte Rebirth, non rappresenta un punto d’arrivo ma di partenza. Quello che ho cercato di fare, con le mie possibilità, è stato trovare delle sonorità è un tipo di scrittura cameristica che raramente ho trovato nei guitar-trio e il risultato che ho ottenuto mi ha molto soddisfatto! Mi ha anche dato la conferma però che le possibilità sono veramente tante e che, continuando la ricerca, scoprirò ancora altre vie e percorsi da battere. Aldilà poi dell’aspetto musicale e compositivo, Theater rappresenta molti miei aspetti e lati personali, storie e esperienze che ho vissuto, persone che hanno lasciato un segno in me e momenti onirici o extra sensoriali che ho voluto trasmettere in musica. Infine, rappresenta il forte legame che ho con Valerio e Stefano e il consolidamento della nostra amicizia, e la mia fortuna personale, di poter condividere questo progetto con loro.”

 

 

Attilio Troiano Quartet live al Cotton Club: un concerto dedicato al jazz degli anni '40, '50 e '60

Artista e polistrumentista di grande livello Attilio Trioano sarà in concerto al Cotton Club mercoledì 24 aprile 2019. Ad accompagnarlo in questo concerto, ispirato al grande jazz degli anni '40, '50 e '60 ci saranno sul palcoscenico Francesco Puglisi al contrabbasso, Andrea Rea al pianoforte e Adam Pache alla batteria. Attilio Troiano in persona ci ha raccontato questo progetto...

Attilio, per cominciare l'intervista parliamo subito del tuo spettacolo che andrà in scena al Cotton Club. Ti va di descriverlo in breve per i nostri lettori?
Il concerto sarà ispirato al grande jazz degli anni '40, '50 e '60. Citeremo alcuni tra gli storici esponenti di questo splendido genere musicale e ne renderemo omaggio. Inizieremo dai clarinettisti Artie Shaw e Benny Goodman per continuare con Louis Armstrong, poi i crooners Bing Crosby e Frank Sinatra e ancora con Chet Baker, Bob Brookmeyer fino ad arrivare ai sassofonisti Dexter Gordon, Sonny Stitt, Pepper Adams e John Coltrane. Una vera impresa per me, dovendo e volendo far riecheggiare il ricordo dei loro stili e del loro suono durante le nostre esecuzioni. Per ognuno di questi artisti sopracitati proverò a suonare il corrispettivo strumento. Il tutto senza rinunciare alla nostra personalità e musicalità. Mi auguro che tutti possano passare una piacevole serata in nostra compagnia.

Ad accompagnarti ci saranno anche dei musicisti d'eccezione molto noti nell'ambiente quali Francesco Puglisi, Andrea Rea e Adam Pache: perché hai scelto proprio loro?
Ho scelto loro perché sono dei seri professionisti e degli amici con i quali è sempre bello condividere il palco.

Parlaci adesso del tuo background musicale: come ti sei avvicinato alla musica e poi come si è svolto il tuo percorso fino ad arrivare ad oggi...
Mi limito a dire che fin da bambino ho trattato la musica come un gioco, finché è diventata un'arte sempre più seria nella mia vita. Ho studiato e continuo a studiare musica antica (l'arte dei fiamminghi e dei barocchi fino ai compositori del '900) e mi è sempre piaciuto comporre ispirandomi ad i miei grandi Maestri. Primo fra tutti J.S. Bach e poi tutti gli altri. La musica mi ha portato a viaggiare molto ed in questi viaggi ho avuto la fortuna di incontrare tanti musicisti bravissimi e persone di grande cuore ed umiltà, tutto ciò fa si che io oggi possa inserire nella musica la bellezza che ho incontrato e sperare che chi ascolta possa scorgerla anche solo per un attimo.

Sappiamo che sei anche un polistrumentista e che sai suonare bene diversi strumenti: è un'esigenza che nasce per guardare ed interiorizzare la musica da diverse angolazioni?
Sicuramente hai colto nel segno. Scrivendo arrangiamenti per Big Band e per orchestra sinfonica mi è davvero utile comprendere meglio l'utilizzo dei vari strumenti nelle loro potenzialità e questo probabilmente è stato uno dei motivi per cui ho voluto avvicinarmi ad i diversi strumenti. Vorrei aggiungere però che nel mio modo di vivere la musica cerco anche di lanciare un messaggio per far comprendere che non è vero che noi esseri umani possiamo fare “solo una cosa e bene” ma che la mente ha la capacità di comprendere molto più di quel che noi pensiamo che essa possa percepire realmente. Creando in noi questo tipo di pregiudizio è come se tarpassimo le ali alla nostra evoluzione. Personalmente se desidero di suonare uno strumento nuovo che mi affascina lo compro e lo imparo. Se suonare uno strumento musicale in più nella mia vita mi dona felicità allora perché dovrei privarmene? Cerco di essere come un bambino, senza pregiudizi ed aperto a qualsiasi tipo di apprendimento. Con la purezza dei bimbi possiamo imparare a suonare. Questo è sempre stato il mio approccio e spero che continui sempre ad esserlo.

C'è qualche strumento che preferisci in particolare? (Quali e perché)
Non saprei quale preferisco tra i vari strumenti. Mi piacciono tutti, anche quelli che ancora non suono. Ci sono periodi in cui suono e studio di più un particolare strumento piuttosto che un altro. In questi giorni ad esempio sto studiando un po' di più la chitarra ma come accennavo prima è la mente che deve funzionare in un certo modo, non solo le mani. Dico spesso ad alcuni miei allievi che suonando venti strumenti non ho di certo il tempo di studiarli tutti né tantomeno di studiare venti strumenti diversi al giorno, di conseguenza è la mente che deve comprenderne il funzionamento nella tecnica della fisicità che si adatta allo strumento immaginandone prima il suono ed il colore.

Per concludere raccontaci a che quali sono i tuoi progetti e se a breve ci saranno delle novità discografiche o delle nuove formazioni che metterai in piedi...
Nel mese di giugno devo registrare un nuovo disco con la mia Big Band e sto scrivendo dei nuovi arrangiamenti. Scrivere per Big Band mi diverte davvero molto e lo faccio sempre con passione, sia quando li compongo per me che quando lo faccio per conto di altri. Nel frattempo continuerò con i miei viaggi, concerti e workshop.

Marisa Petraglia e il disco Unusual: "un album che dimostra la versatilità della voce"

Pubblicato dall'etichetta Emme Record Label, Unusual è il disco d'esordio della vocalist Marisa Petraglia. Un progetto versatile e dinamico che ha visto la partecipazione di musicisti di alto livello quali Adam Pache alla batteria, Francesco Puglisi al contrabbasso e Andrea Rea al piano. Marisa Petraglia ci h raccontato questo progetto:

"Particolare, diversa, insolita sono sicuramente gli aggettivi che maggiormente hanno attribuito alla mia vocalità in questi anni ed il titolo del mio esordio discografico è proprio un invito a conservare ciò che rende "Unusual" ciascuno di noi perché, lì sta la nostra vera forza. Ho avuto il piacere e l'onore di essere accompagnata da eccellenti musicisti che mi hanno ispirata con la loro maestria come Adam Pache, Giovanni Amato, Pietro Condorelli, Francesco Puglisi, Andrea Rea. L' idea dell'album ha cominciato a prendere piede in un periodo molto difficile della mia vita e in un momento triste ero al piano, ho chiuso gli occhi ed ho iniziato a cantare commuovendomi.. Così è nato To my Angel..che ho condiviso subito con Pietro e da lì pian piano tutto è venuto in modo spontaneo. Ho concepito questo album con l'obiettivo di dimostrare quanto la voce possa essere versatile, potente, indipendente, coraggiosa ma allo stesso tempo delicata e attenta. Infatti i contesti musicali in cui la voce è immersa sono tutti ben differenti per le formazioni che l’accompagnano, per la scelta dei brani e gli stili presenti. (poi qui non so che aggiungere dei brani perché già ne ho parlato tanto nella presentazione del progetto che ti ho inviato)

Marisa Petraglia ci racconta anche il percorso che ha portato alla nascita del disco...

"Il mio percorso artistico è lontano e vicino da quello di tanti miei colleghi. Non sono cresciuta circondata da musica ma sono cresciuta fin da bambina con l'idea della musica e di quello che volevo comunicare attraverso di essa. Questa mia determinazione talvolta mi ha portato ad essere incompresa ma è stata anche la chiave che mi ha dato la spinta a studiare di tutto semnza tralasciare niente, per divorare e fare mio tutto ciò che potevo. Studiare al conservatorio, studiare privatamente con tanti insegnanti davvero eccezionali, fare jam, workshop e seminari, ascoltare concerti..tutto ciò nel tempo mi ha dato la possibilità di rendere fruibile a tutti attraverso la mia voce e la mia musica quella particolare idea della musica che ho avuto da sempre." 

Punto di arrivo o di partenza? Ecco cosa rappresenta questo disco per Marisa Petraglia...

"Unusual rappresenta per me un punto di arrivo e un punto di partenza allo stesso tempo. Punto di arrivo perché è la soluzione e la chiusura della prima parte del percorso della mia vita che mi ha allontanata e avvicinata alla musica continuamente. Unusual però è soprattutto un punto di partenza perché rappresenta quel primo tassello di un mosaico  di musica che voglio continuare a costruire ancora più tenacemente perché la mia vita è la musica e io voglio continuare a vivere con la  musica." 

Emanuele Sartoris racconta I Nuovi Studi: "l'improvvisazione all'interno di uno studio classico"

Pubblicato dall’etichetta pugliese Dodicilune Edizioni Discografiche e Musicali, I Nuovi Studi è un disco che porta la firma di Emanuele Sartoris. Un progetto in cui il pianista torinese inserisce il concetto di improvvisazione in uno studio tecnico pianistico. Gli studi sono 5 e aprono il disco, a cui si aggiungono 3 studi classici originali suonati così come sono stati scritti, uno di Chopin, uno di Listz e uno di Skrjabin. Questi 3 studi sono preceduti ognuno da un preludio completamente improvvisato dove raccolgo qualche impressione dello studio che verrà . L'ultimo brano è l'unico dichiaratamente Jazz. Un pezzo di Bill Evans dove si improvvisa in tutte le tonalità alternandosi tra 3/4 e 4/4. Emanuele Sartoris ci ha raccontato nel dettaglio questo progetto:

"Definirei “I Nuovi Studi” un lavoro discografico di confine in cui per la prima volta nella storia della letteratura pianistica si inserisce il concetto di improvvisazione all’interno di uno Studio tecnico. Il disco si apre con 5 studi da me congeniati frutto di un personale peregrinare sul pianoforte. una vera e propria ricerca, un esplorare i miei stessi limiti, sfruttando l’arma dell’improvvisazione con l'unica regola di utilizzarla ogni qual volta con differenti e caratteristici elementi tecnici. Di quì il vero elemento che rende "nuovi" questi studi, il tentativo di renderli musicali riunendoli in brani in grado di tentare l'impervia doppia strada della finalità tecnica sottomessa alla bellezza espressiva. Il disco procede con tre preludi che anticipano l’esecuzione di altrettanti studi classici di grandi autori per me focali e determinanti nella storia del pianoforte così come lo conosciamo e studiamo oggi, Chopin Listz e Skrjabin. Il preludio diventa un pretesto per improvvisare in maniera estemporanea ed assaporare le tecniche ed armonie dello studio successivo. L’album si chiude con il brano di Bill Evans Comrade Conrad, una composizione che per sua forma e natura a mio avviso rientra esattamente nel concetto di Studio così come lo intendevano i grandi autori delle scuole pianistiche del passato proponendo la possibilità di improvvisare in tutte le tonalità con le alternanze ritmiche più comuni nel Jazz.

Emanuele Sartoris ci racconta anche il percorso che lo ha portato alla nascita di questo disco:

"Le grandi opere di Studi pianistici di Liszt, Skrjabin ed in particolar modo Chopin sono stati per me la porta d'ingresso verso la musica classica. Sono sempre stato profondamente attratto, in qualità di improvvisatore, dall'abilità tecnica soggiogata alla bellezza espressiva ed esecutiva. Ritengo tuttavia che la tecnica non sia una mera dimostrazione di abilità ma una possibilità che sottomessa alla bellezza può arricchire le tinte espressive, specie nel creare durante l’atto improvvisativo quel rapporto di istantaneità tra pensiero e gesto che solo lo studio quotidiano possono garantire. Gli studi pianistici dei grandi autori spostano l'attenzione sui singoli problemi tecnici, offrendo la possibilità, in maniera pedagogica di apprendere anche attraverso l'assimilazione dello studio stesso. Spesso infatti l'atto di imparare il brano e di lavorarci contiene già in seno la scintilla adatta al superamento del problema tecnico. Tuttavia per un musicista abituato alla creazione estemporanea, come un Jazzista o come tutti i grandi pianisti classici del passato negli studi manca sempre un elemento, fresco, prezioso e vitale: L'improvvisazione. Da qui il cammino che mi ha condotto alla ricerca e quindi la nascita de “I Nuovi Studi”.

Un contributo o uno stimolo a perseverare nella ricerca? Emanuele Sartoris ci spiega anche cosa rappresenta per lui il disco:

"Di certo questi modesti studi non vogliono essere un paragone con la grandezza degli inarrivabili Chopin, Liszt e Skrjabin, cercano di mostrare anzi il mio totale esserne affascinato. A maggior ragione la mia offerta ha voluto essere più ricca e sincera incastonando nel disco uno studio per ognuno di questi grandi autori, preceduto da un preludio estemporaneo. Non bisogna infatti dimenticare, come spesso la storia vuol farci credere, che questi grandi, prima ancora di essere stati pianisti e compositori, sono stati formidabili improvvisatori. L'omaggio sposta, altresì, i riflettori su una questione culturale ancora troppo sottovalutata: spesso i musicisti classici, e non solo, si barricano ancora su un falso Parnaso in cui sembra di vederli immaginare per se stessi un futuro inesistente, già scardinato in passato dagli autori stessi tanto venerati ed idealizzati. La ricerca sul proprio strumento è tutt'altro che terminata con i grandi. Va spronata con ogni mezzo, e spero che questi nuovi studi possano essere un piccolo e sincero contributo adatto a ricordare sia ai pianisti cosiddetti "Jazz" che "Classici" l'idea per cui suoniamo storia viva ed in continua evoluzione, non riposta a prender polvere in qualche teca."

Okabe Family in concerto presso l'Elegance Café

Giovedì 17 gennaio torna in Italia, all'Elegance Café, il gruppo OKABE FAMILY capitanato dal sassofonista e compositore giapponese Genzo Okabe. Dopo i successi dell’ultimo lavoro DISORIENTAL (Challenge Records -2017) che ha portato il gruppo ad una nuova tournée in Giappone e ad una lunga serie di concerti in Olanda (Bimhuis, Lantaren, Paradox ed altri), il quartetto capitanato da Mr.Okabe porta in Italia un concerto totalmente nuovo, musica inedita che sarà poi registrata a fine tour per dare vita al quarto disco in sei anni della OKABE FAMILY. Ritorna in Italia il gruppo OKABE FAMILY di Genzo Okabe con un concerto di composizioni tutte nuove. Prossimi alla registrazione del 4to disco, OKABE FAMILY si esibisce da anni su alcuni del palchi più importanti del panorama jazzistico europeo e giapponese.

Inizio concerto ore 21:30
Drink + concerto 15 euro
Indirizzo Via Francesco Carletti 5
INFOLINE Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. – +39 06.57.28.44.58

Line-up

Genzo Okabe – sax.
Miguel Rodriguez – pianoforte.
Steve Zwannink – contrabbasso.
Francesco De Rubeis – batteria.

 

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