Jazz Agenda

Carlo Cammarella

Carlo Cammarella

Mariano Colombatti e il nuovo disco Fly Down: un progetto trasversale tra fusion e black music

Pubblicato nel giugno del 2019, Fly Down è il disco d’esordio del chitarrista Mariano Colombatti uscito per l’etichetta Emme Record Label. Parliamo di un lavoro trasversale, contemporaneo dove fusion e black music si fondono in un minimo comun denominatore. Completano la formazione attuale Marco Zago al pianoforte, tastiere, synth, Alberto Zuanon al contrabbasso e basso elettrico ed Alessandro Arcolin alla batteria: hanno partecipato alla realizzazione del disco anche Federico Cassandro alla batteria e la vocalist Valentina Frezza, presente solo nel brano Another Mistake. Mariano Colombatti ha raccontato questo progetto a Jazz Agenda…

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Si tratta di un album di miei composizioni nate nel corso degli anni immediatamente precedenti alla pubblicazione. Gli arrangiamenti sono frutto di quello che possiamo considerare uno sforzo congiunto, tanto che poi il risultato finale è stato un po’ diverso da come me lo ero immaginato inizialmente, per via delle personalità diverse coinvolte nella realizzazione. A grandi linee rispecchia il mio interesse verso alcune aree del jazz e dalla musica contemporanea, dalla fusion all’hip hop.

Raccontateci adesso la tua storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

È nato all’interno del Conservatorio di Rovigo, dove siamo o siamo stati tutti studenti. Inizialmente era un gruppo di studio di musica di insieme, poi trasformatosi in un laboratorio dove portare le proprie composizioni per suonarle insieme agli altri. Ci sono stati alcuni cambiamenti nella formazione rispetto all’inizio, e alla fine sono rimasti sul piatto solo i miei pezzi, che ho deciso quindi di trasformare in un album vero e proprio. Attualmente la formazione che vede me alla chitarra, Marco Zago al piano e tastiere, Alberto Zuanon al contrabbasso e basso elettrico e Alessandro Arcolin è quella che possiamo considerare definitiva e stabile. Al disco hanno collaborato anche Valentina Frezza alla voce, per un brano dedicato a Marco Tamburini, di cui io, lei e Marco Zago siamo stati allievi. La maggior parte dei brani nel disco è stato suonato alla batteria da Federico Cassandro, mentre Arcolin ha registrato solo la traccia “Inlays”, per poi subentrare come membro stabile, per questioni prettamente stilistiche. Ci siamo allontanati sempre più ritmicamente dal jazz più tradizionale, e Alessandro si sposa perfettamente con questa visione.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Sicuramente un punto di partenza. È stato il primo lavoro dove mi sono occupato un po’ di tutto, composizione, arrangiamento, produzione, trovare le persone per farlo, curare l’aspetto grafico. Ci sono molte cose che rifarei allo stesso modo e altre che farei in modo totalmente diverso, come succede sempre. Il mio obbiettivo è fare tesoro degli aspetti positivi e anche di quelli negativi in modo da lavorare in maniera più efficace nei dischi futuri. Questo disco rappresenta l’esordio, la strada è lunga.

Se parliamo dei tui riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Ce ne sono molti, sicuramente siamo molto appassionati della scena jazz e fusion più contemporanea: artisti come Snarky Puppy, Robert Glasper, Aaron Parks, Tigran Hamasyan, e molti altri, musicisti anche molto diversi fra loro, nei quali vediamo il jazz come radice comune. Io sono avido ascoltatore anche di tutto ciò che sento vicino all’estetica della black music, anche se non classificabile come jazz. Molti artisti della scena hip hop come Kendrick Lamar, il filone del neo-soul, penso a Hiatus Kaiyote, Knower, Isaiah Sharkey, Tom Misch. Sono sempre alla ricerca di nuovi ascolti.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

Questo quartetto lo vedo come il luogo dove poter portare la mia musica e svilupparla in maniera più intima. Per quanto possa subire le influenze di quello che ascolto, in questo contesto credo che resterò legato a un idea di arrangiamento e performance più vicina al jazz e al quartetto jazz. Alcuni brani saranno più fusion, altri più rock, altri più jazz ma la vedo una dimensione più raccolta rispetto ad altri contesti a cui mi sto dedicando.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Alcuni concerti in arrivo per l’estate, e una registrazione molto importante per me: si tratta di un lavoro per un organico esteso, nel quale confluiscono idee provenienti da più persone, un vero collettivo, diverso quindi dalla forma in quartetto che è il mio personale spazio. Sono molto eccitato per quello che sta nascendo in questi mesi, e di collaborare con musicista capaci di portare idee davvero stimolanti.

Pubblicato nel giugno del 2019, Fly Down è il disco d’esordio del chitarrista Mariano Colombatti uscito per l’etichetta Emme Record Label. Parliamo di un lavoro trasversale, contemporaneo dove fusion e black music si fondono in un minimo comun denominatore. Completano la formazione attuale Marco Zago al pianoforte, tastiere, synth, Alberto Zuanon al contrabbasso e basso elettrico ed Alessandro Arcolin alla batteria: hanno partecipato alla realizzazione del disco anche Federico Cassandro alla batteria e la vocalist Valentina Frezza, presente solo nel brano Another Mistake. Mariano Colombatti ha raccontato questo progetto a Jazz Agenda…

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Si tratta di un album di miei composizioni nate nel corso degli anni immediatamente precedenti alla pubblicazione. Gli arrangiamenti sono frutto di quello che possiamo considerare uno sforzo congiunto, tanto che poi il risultato finale è stato un po’ diverso da come me lo ero immaginato inizialmente, per via delle personalità diverse coinvolte nella realizzazione. A grandi linee rispecchia il mio interesse verso alcune aree del jazz e dalla musica contemporanea, dalla fusion all’hip hop.

Raccontateci adesso la tua storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

È nato all’interno del Conservatorio di Rovigo, dove siamo o siamo stati tutti studenti. Inizialmente era un gruppo di studio di musica di insieme, poi trasformatosi in un laboratorio dove portare le proprie composizioni per suonarle insieme agli altri. Ci sono stati alcuni cambiamenti nella formazione rispetto all’inizio, e alla fine sono rimasti sul piatto solo i miei pezzi, che ho deciso quindi di trasformare in un album vero e proprio. Attualmente la formazione che vede me alla chitarra, Marco Zago al piano e tastiere, Alberto Zuanon al contrabbasso e basso elettrico e Alessandro Arcolin è quella che possiamo considerare definitiva e stabile. Al disco hanno collaborato anche Valentina Frezza alla voce, per un brano dedicato a Marco Tamburini, di cui io, lei e Marco Zago siamo stati allievi. La maggior parte dei brani nel disco è stato suonato alla batteria da Federico Cassandro, mentre Arcolin ha registrato solo la traccia “Inlays”, per poi subentrare come membro stabile, per questioni prettamente stilistiche. Ci siamo allontanati sempre più ritmicamente dal jazz più tradizionale, e Alessandro si sposa perfettamente con questa visione.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Sicuramente un punto di partenza. È stato il primo lavoro dove mi sono occupato un po’ di tutto, composizione, arrangiamento, produzione, trovare le persone per farlo, curare l’aspetto grafico. Ci sono molte cose che rifarei allo stesso modo e altre che farei in modo totalmente diverso, come succede sempre. Il mio obbiettivo è fare tesoro degli aspetti positivi e anche di quelli negativi in modo da lavorare in maniera più efficace nei dischi futuri. Questo disco rappresenta l’esordio, la strada è lunga.

Se parliamo dei tui riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Ce ne sono molti, sicuramente siamo molto appassionati della scena jazz e fusion più contemporanea: artisti come Snarky Puppy, Robert Glasper, Aaron Parks, Tigran Hamasyan, e molti altri, musicisti anche molto diversi fra loro, nei quali vediamo il jazz come radice comune. Io sono avido ascoltatore anche di tutto ciò che sento vicino all’estetica della black music, anche se non classificabile come jazz. Molti artisti della scena hip hop come Kendrick Lamar, il filone del neo-soul, penso a Hiatus Kaiyote, Knower, Isaiah Sharkey, Tom Misch. Sono sempre alla ricerca di nuovi ascolti.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

Questo quartetto lo vedo come il luogo dove poter portare la mia musica e svilupparla in maniera più intima. Per quanto possa subire le influenze di quello che ascolto, in questo contesto credo che resterò legato a un idea di arrangiamento e performance più vicina al jazz e al quartetto jazz. Alcuni brani saranno più fusion, altri più rock, altri più jazz ma la vedo una dimensione più raccolta rispetto ad altri contesti a cui mi sto dedicando.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Alcuni concerti in arrivo per l’estate, e una registrazione molto importante per me: si tratta di un lavoro per un organico esteso, nel quale confluiscono idee provenienti da più persone, un vero collettivo, diverso quindi dalla forma in quartetto che è il mio personale spazio. Sono molto eccitato per quello che sta nascendo in questi mesi, e di collaborare con musicista capaci di portare idee davvero stimolanti.

Donatella Luttazzi canta Lelio Luttazzi al Teatro Arciliuto: il racconto dello spettacolo

Un concerto dedicato al grande Lelio Luttazzi, dove non mancheranno grandi successi della canzone italiana in bianco e in nero. Venerdì 6 dicembre presso il Teatro Arciliuto Donatella Luttazzi, figlia del grande showman e musicista italiano, e Le Zebre a Pois si cimenteranno con un repertorio composto dai più grandi successi del padre affiancato da brani meno conosciut. Donatella in persona ci racconta come si svolgerà questo spettacolo musicale, non senza ricordare il genio del grande Lelio Luttazzi.

Donatella per cominciare l’intervista parliamo proprio dello spettacolo delle Zebre A pois che si terrà all’Arciliuto il 6 dicembre. Porterete in scena brani più e meno noti di tuo padre, Lelio Luttazzi: ci vuoi dare qualche dettaglio in più sulla serata?

Già da molti anni ho deciso di affrontare il suo repertorio, scoprendo quale grande compositore sia stato papà, con canzoni apparentemente semplici e orecchiabili ma in realtà complesse dal punto di vista armonico. Mi sono messa ad arrangiarle, coadiuvata all’inizio dalla nostra pianista storica Cinzia Gizzi, che al momento è per fortuna o purtroppo per noi, impegnatissima col Conservatorio. Però in quel periodo ci sono stati autori meravigliosi che hanno fatto la tv in b/n, che il compianto Antonello Falqui ha saputo valorizzare, come Gianni Ferrio, Bruno Canfora, Carlo Alberto Rossi, e altri. A questi compositori faremo un omaggio.  Anche io faccio un omaggio personale a mio padre, con la canzone che ho scritto due o tre mesi fa per lui, che si chiama In fondo al cuore mio, che alle mie Zebre piace veramente molto.

Per quanto riguarda la band, invece, visto che sul palco ci sarà un quartetto vocale, ci vuoi raccontare come avete studiato i brani e soprattutto in che chiave li riproporrete?

Li riproponiamo in chiave jazzistica. Tre brani sono stati arrangiati da Lelio apposta per noi. Invece per gli altri, ho sempre fatto io gli arrangiamenti vocali, che richiedono voci di cantanti professioniste, quali sono Giovanna Bosco, Simona Bedini e Sonia Cannizzo, che sono cantanti soliste, anche jazziste e conoscono l’arte del cantare armonizzate, devo dire anche grazie al lavoro che da anni facciamo insieme. Avremo come ritmica Andrea Saffirio, che pur essendo giovanissimo, è già stimatissimo e considerato tra i migliori pianisti. Ci sarà al basso il bravissimo Guido Giacomini, reduce dai mille successi con Arbore, ma anche cantante e un po’ mattatore, e Gianni Di Renzo alla batteria, nostro collaudato batterista, e grande amico, insegnante al Saint Louis.

Per quanto riguarda la parte artistico-musicale legata alla figura di Lelio Luttazzi, cosa ti piace ricordare di lui? Qualche brano in particolare o magari il suo modo originale ed ironico di approcciarsi alla musica…

Secondo me papà era un cantautore ante-litteram, una specie di Paolo Conte, ma ancora più ironico. Non posso dire che ci sia una canzone che preferisco di lui: tutte mi commuovono. Non so le lacrime che ho versato sul pianoforte mentre le studiavo. Poi il suo amore per il jazz, che mi ha trasmesso, e lo swing che aveva. E’ uno dei musicisti più dotati di swing, tra tutti quelli che ho sentito. E come pianista, posso dire che era eccellente: difficile per me accontentarmi di musicisti mediocri.

Quali sono stati secondo te, artisticamente parlando, i più grandi pregi a livello artistico e musicale di Lelio Luttazzi?

In parte ho già risposto a questa domanda: la musicalità, lo swing, e come approccio artistico, questa sua leggerezza e modestia, per cui diceva di non saper suonare, e ci credeva anche. Vero è che un Lelio Luttazzi poteva permettersi di dire “Non so Suonare” visto il suo livello di genialità, e anche di notorietà. Un’altra cosa che ho sempre apprezzato è la sua lealtà nei confronti sia dei suoi colleghi, che dei musicisti con cui collaborava, che dirigeva. Grande rispetto per gli altri. Pur nella consapevolezza quasi inconscia di essere un grande. Poi il suo modo di arrangiare, arte che tecnicamente gli è stata insegnata da Gianni Ferrio. Ma lui sapeva perfettamente che quella nota era indispensabile e quella invece no. Questo è dei grandi musicisti. La canzone che aveva scritto per me, Papà fammi cantare con te, che abbiamo anche messo su 45 giri, è talmente bella e anche difficile, che tirandola giù a orecchio, come ho fatto con altre canzoni di cui non ho la parte, ho avuto delle difficoltà.

C’è secondo te una parte nascosta legata alla figura artistica di Lelio Luttazzi che magari è rimasta nascosta ai riflettori che ti piacer ricordare di più?

Direi una forma di ritrosia e anche di onestà tipicamente triestine, secondo me. Non si sarebbe mai preso il merito di qualcosa che fosse di qualcun altro, per esempio.  Ancora adesso, quando guardo le parti che ha scritto appositamente per me a mano, all’età di 80 anni circa, vedo la precisione nella scrittura, che ancora mi stupisce. E l’intransigenza in tutto, anche nei confronti della sua unica figlia, ma questo è un altro discorso!

Ergio Valente e il nuovo disco The Starter: "Un punto di partenza e un punto di arrivo"

Pubblicato da Emme Record Label, The Starter è il disco d'esordio del Trio capitanato dal pianista Ergio Valente, un progetto che unisce l'amore per la tradizione con l'esplorazione di nuovi linguaggi. Completano questa formazione Aldo Capasso al contrabbasso e Marco Fazzari alla batteria. Ergio Valente ci ha raccontato questa avventura:

"L'Ergio Valente trio nasce nel 2016 dall’ incontro di tre musicisti napoletani, il pianista Ergio Valente, il contrabbassista Aldo Capasso e il batterista Marco Fazzari. La passione per la tradizione jazzistica afro-americana ha costituito sin da subito il main-stream del progetto, che fa dello swing la sua colonna portante. Il lavoro sugli standard è stata la materia d’apprendimento primordiale; il blues, l’ hard bop così come il post bop e le contaminazioni di matrice europea hanno giocato un ruolo fondamentale nella definizione della personalità di questo piano trio. Parallelamente è iniziato il lavoro di ri-arrangiamento di song tradizionali e di composizione originale."

Ergio Valente ci racconta anche come il trio ha mosso i prima passi in territorio campano...

"Il trio è stato sin da subito molto attivo sul territorio campano, suonando nei jazz club e facendosi notare positivamente dai veterani della scena jazzistica locale, fattore che ha portato a concerti in collaborazione con musicisti di rilievo nazionale come Giulio Martino, Sandro Deidda, Umberto Muselli. Dopo qualche session di registrazione in studio, il gruppo ha prodotto del materiale utile per proporsi a concorsi e festival, ottenendo ottimi risultati come il premio della critica al “Chicco Bettinardi” di Piacenza, la vittoria del Conad Jazz Contest 2018 con conseguente esibizione ad Umbria Jazz 2018 e la vittoria del Fara Jazz Contest 2018 che ha portato così alla registrazione del primo disco “The Starter”, prodotto dall’etichetta Emme Record Label."

Un punto di arrivo e un punto di partenza allo stesso tempo: ecco cosa rappresenta il disco per Ergio Valente:

"Nel percorso artistico di un gruppo la registrazione di un disco rappresenta un turning point, un punto di arrivo ed un punto di partenza allo stesso tempo. “The Starter” è la fotografia o il ritratto (per utilizzare un termine caro al trio) del gruppo in un suo momento storico ben preciso. Ad oggi il mercato discografico è cosa assai complessa, soprattutto nel jazz. I dischi vengono registrati per il gusto di lasciare una traccia dietro di se, per ascoltarli (ovviamente) e goderne se il risultato è soddisfacente, e per avere una sorta di biglietto da visita che abbia la facoltà di presentare il progetto artistico a chi non lo conosce. In questo scenario, però, The Starter rappresenta qualcosa in più. Incorpora la gioia di tre giovani jazzisti che nel 2018 hanno avuto la fortuna di poter contare su una produzione, su qualcuno che ha creduto sin da subito nei mezzi di questo trio, nelle sue potenzialità espressive e nell’originalità della sua musica. Questa fiducia rappresenta sicuramente un grande stimolo a proseguire il lavoro con grande determinazione e puntare ai prossimi obbiettivi, che senza dubbio riguardano una sempre maggiore diffusione della propria musica e un’attività concertistica più espansa a livello territoriale."

Al Nuovo Teatro San Paolo di scena il Soffio della Libertà: parla Mario Donatone

Uno spettacolo che ripercorre la storia dell’emancipazione nero-americana attraverso la musica. Questa l’essenza del concerto teatrale Il Soffio della Libertà – Il blues di Martin Luther King che andrà in scena presso il Nuovo Teatro San Paolo venerdì 15 e sabato 16 novembre 2019. Per la prima volta sul palco Fabrizio Poggi & Enrico Polverari per la prima volta con Mario Donatone, Gio’ Bosco & World Spirit Orchestra. Mario Donatone ci ha raccontato questa nuova esperienza…

Per prima cosa parliamo dello spettacolo che si terrà al teatro San Paolo: Potete descriverlo brevemente per dare un’idea ai lettori di Jazz Agenda?

Il Soffio della Libertà è uno spettacolo che ha come sentimento e idea guida quella di voler raccontare la musica e la storia insieme. Parliamo di una musica come quella nero americana che soprattutto in un certo periodo è stata un’alleata fondamentale del percorso di emancipazione di un’intera comunità. Se pensiamo che oggi la musica sta diventando quasi un accessorio come un altro e che la storia si studia sempre meno, raccontare la musica e i fenomeni sociali ad essa legati diventa una cosa importantissima.

Il Soffio della libertà è uno spettacolo di Fabrizio Poggi che per la prima volta incontra il Coro World Spirit Orchestra diretto da Mario Donatone e Gio’ Bosco: quali saranno le novità che vedremo il 15 e il 16 novembre?

È un incontro particolarmente felice tra Fabrizio Poggi, un musicista che vanta un importante è profondo rapporto con la più autentica tradizione del folk blues americano per le tante collaborazioni (una per tutte quella con il grande Guy Davis,che gli è valsa una nomination per il Grammy del blues in America) il suo fantastico sodale Enrico Polverari, io e Gio' Bosco, che con la World Spirit Orchestra da anni facciamo un lavoro culturale credo importante sulla vocalità nero americana e popolare in genere. Sarà un incontro all'insegna del feeling e dell’amore per la musica dell’anima.

In questo concerto teatrale si parla dell’emancipazione dei neri negli Stati Uniti: quali sono le principali tappe che ripercorrete di questa storia?

Certamente l'epopea di Martin Luther King e gli avvenimenti legati alla sua figura sono al centro del racconto musicale ma ci sono anche riferimenti al passato e ai tempi correnti.

Quali sono invece i principali brani attraverso i quali ripercorrete la storia dell’emancipazione nera e raccontateci anche i motivi di questa scelta!

Ci sono spiritual con I’m on my way, I heard the angel singing, Freedom, legati per la loro forza simbolica alle lotte dei diritti civili in quegli anni, ci sono ballate meravigliose sulla libertà come I shall be released, blues coinvolgenti come The blues it’s all right. Insomma, è uno spettacolo anche pieno di ritmo e vitalità. Si batte il tempo quasi sempre.

E’ proprio vero, dunque, che attraverso la musica possono nascere delle vere e proprie rivoluzioni culturali che possono contribuire a cambiare il corso della storia?

La musica aiuta a dare sentimento e umanità ai conflitti sociali che possono essere duri e drammatici. La musica aiuta a dare un senso.

Un’ultima considerazione personale: molti dei brani della cultura afro americana, dagli spiritual al blues, nascono spesso in situazioni di disagio come ad esempio la schiavitù. Secondo voi, musiche così belle come possono nascere da una situazione così estrema come quella vissuta dai neri americani?

Spesso anche dalla sofferenza individuale può nascere una nuova luce, quindi si, rispondo che questo è vero anche a livello collettivo!

Silvia Carbotti racconta il disco Affetti Speciali dei Frubers in The Sky: tra jazz e musica d’autore

Pubblicato dall’etichetta Emme Record Label il 29 febbraio del 2019, Affetti Speciali è l’ultimo disco del quartetto Frubers in The Sky. Un progetto che si pone a metà tra il jazz e musica d’autore dove dalla grande sensibilità artistica. La band è composta da Silvia Carbotti alla voce, Max Carletti alle chitarre e arrangiamenti, Stefano Profeta al contrabbasso e Paolo Franciscone alla batteria. La cantante del quartetto ha raccontato a Jazz Agenda questa esperienza.

“Il quartetto si chiama Frubers in the sky, ed è composto da Silvia Carbotti alla voce, Max Carletti alla chitarra, Stefano Profeta al contrabbasso e Paolo Franciscone alla batteria. Si scrive Frubers e si pronuncia “frubers”. Non è un inglesismo ma una parola di pura invenzione, una sorta di nonsense nato come un gioco e che, per tutti i membri del quartetto, sintetizza le cose belle delle quali la vita si compone: un bel concerto, le onde del mare, una tazza di the… tutto può essere frubers! Anche una maglietta o una giornata di sole… Ed è cosi che volevamo fosse la nostra musica una costante e bella sorpresa per chi la suona e per chi la ascolta. Frubers è un progetto che nato a cavallo tra il 2013 e il 2014 e nel corso degli anni ha prodotto due album, il primo nel 2014 (Double) e il secondo uscito nel febbraio 2019 con Emme Record label dal titolo Affetti speciali, un disco completamente in italiano che alterna a brani originali alcune riscritture di “canzoni” che hanno fatto parte della storia della nostra musica più recente.”

Silvia Carbotti ci racconta anche il percorso che ha portato alla nascita del disco…

“Il primo passo, rispetto al passato, è stato quello di immaginare un album completamente in italiano. Volevamo trovare un ponte tra le sonorità a noi più care, quelle del jazz più contemporaneo e un linguaggio musicale facilmente riconoscibile anche ai meno esperti. In questo, le “canzoni” - almeno nel nostro Paese - sono una porta di accesso estremamente potente. Chi non conosce il tema - o anche solo sommariamente il ritornello - di Figli delle stelle o Figlio unico? Probabilmente tutti, dalla vicina del piano di sotto per arrivare a un cultore di Evans. È verosimile che il loro giudizio sul brano non sia il medesimo; è possibile, infatti, che la prima lo ricordi con piacere e il secondo lo consideri un “motivetto” ininfluente, ma certamente entrambi lo hanno bene in mente. Ecco, in quel punto nasce il nostro lavoro: analizzare il pezzo, tenere in piedi l’essenziale o mettere in evidenza delle bellezze nascoste. Cosi facendo la canzone, che diventa il nostro trait d'union, ci consente di approdare a sonorità più lontane, portando tutti gli ascoltatori per mano in un viaggio all’interno della bellezza. Cosi, sostituendo una vocale agli Affetti che danno il titolo al nostro album, ci troviamo di fronte a degli “effetti” speciali: citando alcuni brani della tracklist il tema della Tarantella napoletana, ruvido e diretto, si lega spontaneamente con una poesia di Raffaele Viviani. Figlio unico e L’estate sta finendo raccontano le storie d’amore concluse o impossibili, di uomini e donne incastrati inesorabilmente tra le partenze e le distanze che gli “affetti” delle volte ci presentano come un prezzo da pagare. Figli delle stelle si rivela come una intensa ballad - ospite nel brano il clarinetto di Marco Tardito - dal testo meraviglioso e poetico in un arrangiamento che la fa vibrare e rende manifesto il mondo fantastico nel quale si trovano gli amanti protagonisti della storia.”

Silvia Carbotti ci racconta anche cosa rappresenta il disco per la band…

“Affetti speciali è sicuramente il disco che ci ha permesso non solo di rendere più forte il legame, la complicità e l’intesa del quartetto ma anche di chiarire e consolidare la nostra identità, in termini non soltanto di sonorità e riscrittura ma anche di composizione e arrangiamento di nuovi brani che fossero in dialogo con gli altri. La canzone torna ancora una volta anche qui, delle volte per raccontare nuove storie, altre per celebrare un’amicizia o per fare un omaggio. Ecco perché sono nati Il trasloco di Sophie, breve storia di sorta di nuova Amelie, intenta nel suo trasloco e in tutti quei pensieri che si fanno quando ci si trova in una nuova casa e si scopre di essersi fermati finalmente nel posto giusto; One for Chet, omaggio a Chet Baker, alla sua musica, a Torino città nella quale ha vissuto, al jazz e alle sonorità dalle quali tutta la musica “dei Frubers” trae origine; Vuoi ballare con me anima pop di tutta la playlist e infine No, non è Tennessee Waltz (con la partecipazione di Marta Piccichè), ultimo brano del disco che ironizza sulle scelte insolite che il quartetto continua a fare nonostante gli stili e gli stilemi che per filologia, secondo alcuni, andrebbero perseguiti.

 

Fara Music Festival // Il Jazz Italiano per le Terre del Sisma ad Accumoli ed Amatrice

Il Fara Music Festival prosegue la sua XIII edizione ad Accumoli ed Amatrice. Un programma innovativo di musica, trekking e solidarietà diffuso nelle terre mutate dal sisma, per scoprire luoghi di alto interesse paesaggistico e naturalistico e conoscere le specificità enogastronomiche locali, con concerti diffusi e percorsi escursionistici che permetteranno a turisti e appassionati, di viaggiare a piedi insieme a una carovana itinerante.

Una marcia solidale ricca di concerti jazz gratuiti ed escursioni. Il percorso prevede da 2 a 7 giorni di cammino che, partendo da Camerino attraversa Fiastra, Ussita, Castelluccio, Norcia, Accumoli, Amatrice per arrivare a L’Aquila, percorrendo sentieri, strade di campagna, alcuni tratti di strade asfaltate in prossimità dei paesi, con viste panoramiche che spaziano dagli Appennini, ai Monti Sibillini fino ai piedi del Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga.

I CONCERTI AD ACCUMOLI (25 Agosto)
ACCUPOLI, Area SAE Accumoli Capoluogo. Inizio Concerti ore 18.00

Corpo Bandistico “Città di Accumoli”: Una delle realtà musicali più longeve della Provincia di Rieti. Dopo lo scioglimento nel dopoguerra, la Banda Musicale viene rifondata nel 1979. Da oltre 40 anni la Banda rappresenta una splendida realtà, non solo musicale, di Accumoli.

• Bear Trip: Un trio crossover che rappresenta un punto di incontro tra il jazz e l’elettronica e che supera ogni tipo di catalogazione. Si presentano così i Bear Trip, band composta da Lewis Saccocci alle tastiere e synth, Gianmarco Tomai al basso e synth e Nicolò Di Caro alla batteria, che il 30 aprile 2018 ha pubblicato l’omonimo disco con l’etichetta Emme Record Label. Diverse le influenze musicali che fanno parte del Dna di questa formazione: dal jazz, presente soltanto come punto di partenza, fino a raggiungere il rock in tutta la sua potenza, passando per il funk e addirittura la Drum & Bass.

• Zadeno Trio: Un sound maturo che vola verso nuovi orizzonti e che allo stesso tempo mantiene un grande interesse per la tradizione. Si presenta così The Step Forward secondo disco degli Zadeno Trio. Dopo il successo della critica ottenuto con il precedente lavoro Hole in The Ground il trio composto da Claudio Jr De Rosa al sax, Alessio Bruno al contrabbasso e Jacopo Zanette alla batteria torna con un nuovo progetto innovativo. Parliamo, infatti, di un trio compatto che nel corso degli anni ha maturato un sound moderno caratterizzato da armonie ricercate, da scelte stilistiche brillanti, da decisioni metriche innovative e da diverse influenze compositive che fanno parte del Dna dei tre musicisti. Le composizioni di The Step Forward si muovono tra improvvisazione pura, momenti più rarefatti e passaggi dal sapore più intimo dove è il colore del suono a fare la differenza. Merito di una band coesa che nel corso degli anni ha raffinato il suono facendo della formazione in piano-less, un vero e proprio cavallo di battaglia. Da questo punto di vista, le esperienze accumulate in diversi tour europei, avvenuti durante i 4 anni dalla nascita del trio, sono servite a consolidare un sound ineguagliabile, dove l’assenza armonica è un pregio e mette spesso in risalto una sezione ritmica compatta e una complementarità tra basso e sassofono, strumenti così diversi che in questo disco instaurano spesso interessanti fraseggi.

• The Sycamore: The Sycamore è un collettivo di musicisti umbri nato nel 2015 con l’idea di esplorare con freschezza le sonorità di una formazione mediamente estesa; la mancanza di un leader porta tutti i membri del gruppo a partecipare attivamente alla fase di composizione e arrangiamento, pertanto la creatività dei componenti e lo scambio di idee hanno un ruolo centrale nell’economia del gruppo. Il loro primo EP, registrato nel novembre 2016 e ottimamente accolto dalla critica internazionale gli ha consentito di partecipare al Conad Jazz Contest 2017, esibirsi a Umbria Jazz e vincere il primo premio della Giuria Popolare. Il 2018 li vede attivi in numerosi festival e rassegne; l’intensa attività concertistica li porta a sviluppare un repertorio di circa 40 brani originali e a gennaio 2019 si ritrovano in studio per registrare il loro primo album, “Seamless”, per Emme Record Label. La band è composta da Andrea Angeloni al trombone, Leonardo Babatunde Radicchi al sassofono, Alessio Capobianco e Ruggero Fornari alla chitarra, Pietro Paris al contrabbasso e Lorenzo Brilli alla batteria.

I CONCERTI AD AMATRICE (31 Agosto)
VILLAGGIO LO SCOIATTOLO. Inizio Concerti ore 12.00

• Simone Basile Trio: Un progetto che fonde un jazz dal sapore moderno con atmosfere rarefatte e minimali che si alternano a groove incalzanti e decisi. Si presenta così Time, disco d’esordio del chitarrista Simone Basile pubblicato nel novembre 2018. La formazione è completata da una sezione ritmica di grande esperienza con Filippo Cassanelli al contrabbasso e Pier Paolo Liguori alla batteria. Time è senza dubbio un lavoro moderno in cui spiccano il talento compositivo del leader, sempre al servizio della band, e un interplay spiccato tra i membri del trio. Non mancano, inoltre, uno spiccato senso del ritmo e del groove che si alternano a brani decisamente più melodici dove si evince sempre un buon affiatamento della band. Il titolo del disco, emblematico ed incisivo, rappresenta la vera chiave di lettura del progetto: il concetto del tempo, infatti, e di come quest’ultimo influenza le persone ed i luoghi, è alla base di tutto e rappresenta il movimento all’interno di un labirinto che si muove tra passato, presente e futuro. Si può parlare del tempo leggendo un orologio, c’è bisogno di tempo per fare qualsiasi cosa e questo inevitabilmente ci porta al cambiamento. Il disco è composto da nove tracce, di cui sette brani originali e due standard: ognuna di esse racchiude una storia, un esempio di come il tempo ha cambiato qualcosa all’interno della vita dell’artista.

• Marisa Petraglia Quartet: Un progetto fresco, versatile, dove spicca la voce in tutte le sue infinite sfaccettature espressive. E’ questa l’essenza di Unusual, disco d’esordio della vocalist Marisa Petraglia pubblicato il 21 marzo 2019: la formazione in quartetto è completata da Francesco Merenda alla batteria, Aldo Capasso al contrabbasso e Danilo Blaiotta al piano. In questo lavoro la voce dipinge melodie ed emozioni nascoste in ognuno di noi per far conoscere, attraverso i colori di ogni brano, quello che ancora non sappiamo; proprio come un pittore dipinge le emozioni sul suo quadro. Con il suo timbro caldo ed espressivo Marisa Petraglia si confronta con l’essenza di ogni composizione attraverso una musicalità particolare che si allontana e si adatta allo stesso tempo al linguaggio tradizionale. C’è la volontà dell’artista di dimostrare quanto la voce possa essere versatile, potente, indipendente, coraggiosa ma allo stesso tempo delicata e attenta. Infatti i contesti musicali in cui la voce è immersa sono tutti ben differenti per le formazioni che l’accompagnano, per la scelta dei brani e gli stili presenti.

• Giovanni Palombo Camera Ensemble: Giovanni Palombo, Gabriele Coen, Benny Penazzi, Francesco Savoretti, un quartetto storico quello dei Camera Ensemble. Chi ascolta un loro album o semplicemente un live, percorrerà un viaggio musicale passando dalla dimensione eurocolta alla musica klezmer, dalle danze alle tradizioni etniche. Se Giovanni Palombo è l’autore maggiormente presente nei crediti dei brani, si può immaginare come il quartetto abbia uno sviluppo sicuramente collettivo, cosa sottintesa anche dalla denominazione stessa del gruppo: sono brani articolati in maniera calzante alle caratteristiche sonore ed espressive dei quattro musicisti, una formazione inconsueta dai ruoli intercambiabili – soprattutto per quanto riguarda le linee di basso realizzate dall’incontro delle voci del violoncello e della chitarra – e dall’esecuzione fluida e sempre in movimento.

Alberto La Neve racconta Night Windows: “Penso alla musica come qualcosa di introspettivo”

Pubblicato dall’etichetta indipendente Manitù Records, Night Windows è il nuovo album del sassofonista e compositore Alberto La Neve. Un disco sperimentale che si discosta da una catalogazione precisa che rappresenta, secondo noi, l’evoluzione di un percorso artistico e musicale cominciato diverso tempo fa. Alberto La Neve ci ha raccontato questo progetto.

Ciao Alberto e ben trovato: partiamo subito dal titolo suggestivo che hai dato a questa tua opera che trae spunto dalle opere del pittore Edward Hopper: ce ne vuoi spiegare il significato?

Ciao Carlo, ben trovato. Prima di tutto grazie per lo spazio dedicatomi. Sono felice di poter parlare di questo mio nuovo lavoro discografico. Le otto composizioni contenute nell’album traggono ispirazione da alcuni dipinti del pittore statunitense Edward Hopper. “Night Windows” oltre ad essere la Title Track, nonché il titolo di un suo quadro, rappresenta l’essenza dell’intero disco. Ogni composizione vuole essere una finestra notturna dalla quale poter osservare il mio mondo interiore.

 

Ci vuoi raccontare dunque come questo pittore ha ispirato le musiche di questo disco?

Ho scoperto questo pittore qualche anno fa attraverso uno dei suoi più famosi dipinti: “Nighthawks”. Questo quadro mi ha letteralmente rapito. Le leggere sfumature descritte attraverso i tenui colori di un’America del ‘900 mi hanno catapultato emotivamente nell’epoca del jazz che da sempre ho immaginato. Le sensazioni scaturite hanno generato una curiosità tale da approfondire Edward Hopper e ispirarmi ad alcuni suoi dipinti per delle nuove composizioni.

Più di due anni fa ti avevo fatto la stessa domanda, ma a distanza di un po’ di tempo, con un disco forse più maturo e nitido ti faccio la stessa domanda: quali sono le potenzialità e gli orizzonti che si possono esplorare con il sax solo?

Credo fermamente che le potenzialità di un qualsiasi strumento musicale siano infinite.

L’infinito è generato dalle sfumature che possono differenziare ogni suono o rumore. Così come nell’orizzonte, anche nella musica le venature che riesci a cogliere possono essere sempre differenti e rappresentare un nuovo punto di partenza.

 

Abbiamo notato che in questo disco utilizzi sax soprano e tenore: c’è uno strumento fra i due che preferisci oppure usati al punto giusto sono entrambi due strumenti che per te hanno lo stesso potenziale espressivo?

Sax tenore e sax soprano hanno delle caratteristiche differenti. Credo che, usati nel momento giusto, entrambi abbiano delle potenzialità espressive al servizio della musica.

In uno dei brani Room in Brooklyn, ha collaborato ancora la vocalist Fabiana Dota: come nasce questa collaborazione?

Fabiana ha una versatilità vocale e un’espressività non indifferente. Riesce a trasformare perfettamente in musica ciò che il mio pensiero trasforma in note. Non sempre l’interpretazione affidata ad altri musicisti rispecchia l’idea compositiva. Con Fabiana invece ho avuto sempre una perfetta sintonia e ormai da diversi anni collaboriamo nel rispetto assoluto di ciò che la musica stessa chiede.

Se dovessimo paragonare questo disco a quello uscito un paio di anni fa quali sono secondo te le differenze?

Questo disco è stato pensato per essere più sobrio, a volte minimalista, tenue in alcuni momenti e aggressivo in altri, ma sempre mantenendo una compattezza musicale in linea con la fonte d’ispirazione differente rispetto al passato.

E soprattutto cosa è cambiato in te in questi due anni?

Probabilmente più passa il tempo e più penso alla musica come qualcosa di estremamente introspettivo, mettendo in risalto sempre più il concetto stesso di suono.

Chiudiamo con una proiezione verso il futuro: Ti abbiamo spesso intervistato in progetti minimali dove il tuo sassofono è autosufficiente: per il futuro stai pensando anche ad un disco con una band?

Assolutamente si. Suonare “in solo” si muove parallelamente con altri progetti condivisi. In autunno uscirà un nuovo album concepito insieme al chitarrista Francesco Mascio e ispirato al nostro Mar Mediterraneo. Avrà come ospiti musicisti di altre nazionalità in un progetto comune di “musica” pensata come unione introspettiva di culture differenti.

 

 

 

Pierpaolo Bisogno feat. Rocco Zifarelli live al Fara Music Festival: "Un'anteprima del nuovo disco"

Dopo una settimana di concerti sarà il quartetto di Pierpaolo Bisogno a chiudere la tredicesima edizione del Fara Music Festival. La band vede la partecipazione speciale del chitarrista Rocco Zifarelli ed è completata da Roberto Gatto alla batteria, Francesco Galatro al contrabbasso e Pietro Lussu al pianoforte. Per l'occasione il concerto avrà luogo presso il teatro Plotach di Fara in Sabina (Via Santa maria in Castello 10). Pierpaolo Bisogno ci ha raccontato in prima persona questo progetto che a breve si trasformerà in un lavoro discografico intitolato Love Secret.

Pierpaolo per cominciare parliamo subito dello spettacolo che porterai in scena al Fara Music Festival?

Il concerto è una presentazione in anteprima del mio lavoro discografico che si intitola Love Secret ad accompagnarmi ci sarà Pietro Lussu al pianoforte, Francesco Galatro al contrabbasso e due ospiti d’eccezione Roberto Gatto alla batteria, e Rocco Zifarelli alla chitarra, che è anche ospite nel disco. Suoneremo gran parte dei brani del disco ma per l’occasione anche qualche standard più ricercato.

Raccontaci come nasce questo progetto?

Questo lavoro discografico nasce dal desiderio di registrare un disco di jazz che rendesse omaggio un po’a tutta la musica afroamericana, dagli anni 60 ad oggi, attraverso composizioni originali, ma con un tocco mediterraneo. Oltre alle composizioni originali ci sono due fantastici brani d’autore, Il primo, Laurie, del grande pianista Bill Evans, il secondo, The Dolphin, di Luiz Eça pianista argentino e straordinario compositore.  La scelta stilistica di utilizzare anche la chitarra in alcuni brani nasce dalla perfetta fusione che si crea tra i due strumenti specie nell’esposizione dei temi e da una molteplice collaborazione con Rocco Zifarelli con il quale ho molta intesa musicale, inoltre per altre due mie composizioni ho preferito il suono del flauto ai classici sax , perché è uno strumento che da un tocco di eleganza  e si sposa bene col vibes, il suono che si crea con flauto e vibrafono ricorda molti i dischi di jazz -smooth jazz e latin jazz degli anni 70 e 80.

Questi nove brani, che compongono il disco, rappresentano un po’ tutta la mia esperienza musicale degli ultimi anni, che va dalla mia passione per il jazz alla musica latina, dall’amore per il vibrafono alla passione per il mondo delle percussioni e la batteria, il tutto caratterizzati da una vena melodica, ma anche aggressiva e passionale che lascia trasparire un’anima romantica, ma allo stesso tempo carica di energia .........

Quali sono le possibilità timbriche e stilistiche che si possono esplorare con questo tipo di formazione?

Con il vibrafono si possono esplorare tutte le timbriche e tutti gli stili che appartengono al jazz e non solo, In questo caso nel mio disco c’è swing, bop, hard bop, latin e tanti concetti moderni.

Parliamo anche un pochino del tuo background come ti sei avvicinato alla musica e come nasce l’amore per il vibrafono?

Come spesso accade in tutte le forme artistiche mi sono avvicinato alla musica molto presto. Ho cominciato a percuotere la batteria quando avevo 4 anni ed a 7 anni ho cominciato a studiarla col M° Antonio Golino, mentre a 10 anni ho iniziato a suonicchiare il pianoforte. All’età di 14 anni ho intrapreso il percorso del conservatorio avvicinandomi sempre di più al vibrafono, alla marimba e solo in seguito a 20 anni anche alle percussioni latine, ma nel mio harem di percussioni il mio amore principale è “il vibrafono”.

Cosa ti ha intrigato di più in questo strumento?

In realtà con il vibrafono riesco a sfruttare al massimo la mia indole percussiva ma anche la mia vena armonica ed improvvisativa, diciamo che la difficoltà sta anche nell’enorme dispendio di energie fisiche e mentali che questo strumento richiede rispetto alla batteria jazz e alle percussioni in genere, per non parlare del trasporto.

Progetti per il futuro: come si evolverà questo progetto secondo te?

Le evoluzioni che potrebbe avere questo progetto sono molteplici, anche perché sono convinto che può piacere ad un pubblico misto. Poi, se parliamo di un’evoluzione stilistica, penso che sulla base di questo progetto si svilupperanno le basi per progetti sempre più contaminati, ma sempre cercando di far emergere una vena melodica anche nelle composizioni più complesse.

Andrea Pozza docente alle Summer School del Fara Music: "Tutti noi progrediamo confrontandoci"

 
Come ogni anno anche nel 2019 una parte importante del Fara Music Festival sarà legata alla didattica e alle Summer School. Quest'anno fra i docenti che prenderanno parte alla manifestazione ci sarà anche il pianista Andrea Pozza: gli abbiamo fatto qualche domanda per capire come organizzerà i suoi corsi e sulla sua visione di insegnamento nella musica:
 
Andrea per cominciare partiamo dal primo giorno in cui si viene a contatto con gli allievi: come organizzi i corsi per gli studenti?
Di solito li faccio suonare un po', qualcosa di semplice, in cui si sentano a loro agio, per capire che livello di conoscenze hanno. Comincio così a conoscerli, il che mi serve per capire che argomenti posso affrontare e a che livello di profondità.
 
Essendo una settimana di completa immersione nel pianoforte e nella musica, che tipo di input ritieni sia giusto dare agli studenti?
Credo che la cosa più importante che voglio comunicare a chi vuole intraprendere lo studio della musica jazz sia il rispetto di se stessi, nel senso di coltivare una sana obiettività riguardo alle proprie capacità e conoscenze. Più riusciamo ad essere realisti su noi stessi e le nostre capacità, più siamo consapevoli di quello che dobbiamo fare per migliorare. Suonare jazz è come parlare una lingua, nessuno ti può dire quello che tu vuoi dire, devi scoprirlo da solo, ma devi conoscere bene la lingua per poter esprimere te stesso tramite essa! E' un grande lavoro di consapevolezza, prima di tutto e poi di studio  per mettere in pratica quello che hai capito.
 
Quanto è importante per uno studente fare delle esperienze di questo tipo?
E' di vitale importanza entrare in contatto il più possibile con chi parla il linguaggio del jazz, tanto quanto lo è farsi un soggiorno in Inghilterra per chi vuole parlare inglese. 
 
E' più utile fare una esperienza del genere quando si è alle prime armi (diciamo con pochi anni di studio alle spalle) o quando si è già un po' navigati nel proprio strumento?
Specie all'inizio è utilissimo per capire certi meccanismi e cominciare a rendersi conto delle conoscenze e capacità da acquisire. Chi è già più esperto può utilizzare queste esperienze per confrontarsi ulteriormente con professionisti che stima. Consiglio sempre agli studenti di imparare a fare domande, prendere iniziativa, essere attivi nel processo della propria crescita musicale, semplicemente per aumentare le probabilità di ricevere un consiglio azzeccato dagli insegnanti e perché, alla fine, ognuno deve imparare a prendersi cura della propria preparazione musicale, specialmente nel jazz! In realtà tutti noi, da chi è all'inizio a Charlie Parker progrediamo confrontandoci con altri musicisti e nella nostra epoca, con i mezzi di comunicazione di cui disponiamo possiamo veramente imparare tantissimo ogni giorno.
 
Per concludere queste esperienze quanto accrescono il bagaglio culturale di uno studente?
Moltissimo, lo accrescono proprio in quanto esperienze e vissuti. Sono le esperienze che ci fanno crescere, non le conoscenze teoriche. Possiamo non conoscere nulla della teoria, ma suonare bene, non è altresì detto che se conosciamo la teoria sappiamo suonare! Come una lingua, chi è madre lingua a volte non conosce la grammatica ma parla benissimo! L' ideale naturalmente è parlare bene e conoscere anche la grammatica!
 

Jacopo Ferrazza racconta il disco Theater: nuove sonorità possibili per il guitar-trio

Pubblicato dall’etichetta Cam Jazz nell’aprile del 2019 Theater è il secondo disco da leader del contrabbassista Jacopo Ferrazza. Un progetto che rappresenta senza dubbio un seguito al percorso stabilito con l’album d’esordio Rebirth, al quale hanno partecipato ancora una volta Stefano Carbonelli alla chitarra e Valerio Vantaggio alla batteria. Jacopo Ferrazza ci ha raccontato questa avventura.

“Theater è il mio secondo disco prodotto per la Cam Jazz, e segue il primo “Rebirth, uscito due anni fa. Condivido questo progetto con due grandi amici e straordinari musicisti come Stefano Carbonelli alla chitarra e Valerio Vantaggio alla batteria. Con loro iniziammo cinque anni fa a suonare in trio e abbiamo sempre sperimentato arrivando al suono che ora ci caratterizza e ci stimola di più. In Theater, come già iniziato con l’album Rebirth, ho continuato la mia ricerca sulle possibilità sonore del trio con la chitarra e ho ampliato il mio percorso compositivo abbracciando tecniche di scrittura nuove e stimolanti che mi hanno portato a scrivere musica programmatica. Infatti, per la scrittura dei brani mi sono avvalso di copioni e sceneggiature da me create attorno alle quali cucivo addosso la musica, cercando così di raccontare una storia o una sensazione nel modo più descrittivo possibile. Questo processo compositivo, oltre ad altri significati più intimi o esoterici se vogliamo, mi ha portato alla scelta del nome Theater per il nuovo disco.”

Jacopo Ferrazza ci racconta anche il percorso che ha portato alla nascita del disco:

“Tutti e tre condividiamo molti ascolti e passioni musicali. Io e Stefano siamo amanti della musica classica così come lo è Valerio e per tanto tempo ci siamo scambiati consigli e scoperte musicali. Allo stesso modo condividiamo la passione per il rock oltre quella quasi scontata per il jazz che ci ha formato come musicisti. Alla luce dei nostri ascolti mi sono posto la domanda, nel momento della composizione, se fosse stato giusto fare un disco di jazz oppure no e la mia risposta è stata che avrei dovuto scrivere un disco di musica, senza un’etichetta o un’identità precisa che non fosse semplicemente la mia. E’ quindi venuto naturale fare un disco che non abbracciasse uno stile ben preciso ma unisse le molteplicità della musica e i suoi numerosi aspetti, così’ da evidenziare ancora di più quanto sia necessario per me attingere da ambiti differenti e riuscire, anche come risposta alla società e alla politica odierna, a far convivere elementi differenti e apparentemente distanti.”

Un disco che certamente rappresenta un punto di partenza: a proposito Joacopo prosegue dicendo che:

“Theater, come in parte Rebirth, non rappresenta un punto d’arrivo ma di partenza. Quello che ho cercato di fare, con le mie possibilità, è stato trovare delle sonorità è un tipo di scrittura cameristica che raramente ho trovato nei guitar-trio e il risultato che ho ottenuto mi ha molto soddisfatto! Mi ha anche dato la conferma però che le possibilità sono veramente tante e che, continuando la ricerca, scoprirò ancora altre vie e percorsi da battere. Aldilà poi dell’aspetto musicale e compositivo, Theater rappresenta molti miei aspetti e lati personali, storie e esperienze che ho vissuto, persone che hanno lasciato un segno in me e momenti onirici o extra sensoriali che ho voluto trasmettere in musica. Infine, rappresenta il forte legame che ho con Valerio e Stefano e il consolidamento della nostra amicizia, e la mia fortuna personale, di poter condividere questo progetto con loro.”

 

 

Sottoscrivi questo feed RSS