Jazz Agenda

Carlo Cammarella

Carlo Cammarella

Mediterranean Tales: il nuovo disco di Pasquale Stafano e Gianni Iorio ispirato dal “Mare Nostrum”

Pubblicato dall’etichetta Enja Records, Mediterranean Tales è il nuovo disco del duo composto dal pianista Pasquale Stafano e da Gianni Iorio al bandoneón. Un progetto che nasce dopo una lunga meditazione e soprattutto dopo una lunga esperienza di concerti, ispirandosi ai suoni e ai colori del nostro mare. Questo disco rappresenta inoltre una ricerca musicale portata avanti da due musicisti profondi conoscitori del jazz, della musica classica e dalla world music. Stefano Pasquale e Gianni Iorio hanno raccontato a Jazz Agenda questo loro viaggio in musica…

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Mediterranean Tales è un disco a cui teniamo moltissimo. Si tratta di sei racconti in musica che trovano ispirazione durante i nostri viaggi nel Mediterraneo dove la parte principale non è la descrizione in sé ma la narrazione delle emozioni che siamo convinti traspaia moltissimo nelle note e le esecuzioni

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

La nostra carriera è iniziata nel 1996 quando abbiamo deciso di formare un duo con pianoforte e fisarmonica con l’intento di eseguire un programma da concerto con brani vari tra il jazz, musiche da film e le composizioni di Astor Piazzolla. Abbiamo studiato molto la musica del compositore argentino nei dettagli, trascrivendo brani direttamente dai dischi. Poi abbiamo fondato il Nuevo Tango Ensamble, un gruppo che proponeva tango jazz e che con il primo album nel 2002 era un quintetto che poi è diventato trio dal 2005 con il secondo disco registrato live a Vienna. Abbiamo inciso altri 2 album con il NTE e poi siamo tornati alle origini: il duo che riteniamo essere una formazione “libera” anche se difficile in cui le possibilità esecutive sono davvero infinite e per questo la amiamo molto. Siamo stati protagonisti di numerosi tour in tutto il mondo, abbiamo inciso “Nocturno” per Enja nel 2016 e poi quest’ultimo album.  Grazie a questo lungo percorso siamo stati protagonisti di tour nei seguenti Paesi: Italia, Francia, Svizzera, Portogallo, Belgio, Olanda, Germania, Austria, Slovacchia, Romania, Croazia, Lituania, Russia, Polonia, Emirati Arabi Uniti, Corea del Sud, Cina, Hong Kong, Taiwan, Giappone, Marocco e speriamo di poterci esibire in America dato che al momento non l’abbiamo ancora fatto.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

E’ sicuramente una fotografia del momento, ci piace molto questa definizione. Sentivamo la necessità di incidere un album il cui contenuto fosse rappresentato da composizioni originali staccandoci totalmente dal tango e dalla musica di altri compositori a differenza di tutti i nostri precedenti CD. E’ il risultato di un lavoro di ricerca durato due anni durante i quali abbiamo lavorato dapprima singolarmente e poi insieme, componendo, arrangiando e trovando le migliori soluzioni per i nostri racconti musicali.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

La musica di Astor Piazzolla ha sicuramente giocato un ruolo fondamentale nella nostra formazione sia come interpreti, sia come arrangiatori che compositori. Ognuno di noi ha dei musicisti di riferimento nella sua ricerca e studio come per esempio Egberto Gismonti, Luis Bacalov, Brad Mehldau ma senza tralasciare gli ascolti e lo studio dei classici come Chopin, Debussy, Scarlatti e Bach che riteniamo giochi un ruolo fondamentale per la formazione di ogni musicista.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

In questo periodo molto particolare e triste per tutto il mondo e soprattutto per l’Italia è davvero difficile immaginare che tutto ritorni come prima in tempi veloci ed è difficile fare previsioni sul futuro. Stiamo comunque preparando un progetto bellissimo che prevede l’arrangiamento e l’esecuzione dei nostri brani con la partecipazione dell’orchestra e che molto probabilmente avrà la sua prima esecuzione presso la Filarmonica Shostakovich di San Pietroburgo il prossimo anno. Abbiamo già in mente quale potrebbe essere la naturale evoluzione della nostra musica che strizza l’occhio all’elettronica ma al momento non vogliamo aggiungere altro.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Abbiamo diversi concerti qui in Italia già fissati, uno su tutti quello del 3 settembre prossimo in un importantissimo festival jazz italiano di cui non è ancora stato ufficializzato il cartellone e non vogliamo anticipare la notizia. Saremo in Giappone e Corea del Sud per la fine di ottobre con un bellissimo tour di concerti e poi un nuovo tour nel 2021 in Cina.

Davide Palma e il disco Something's Gotta Swing: "Un sound fedele alla tradizione ricco di freschezza"

Pubblicato dall’etichetta Emme Record Label, Something’s Gotta Swing è il disco d’esordio di Davide Palma, che lo vede alla testa di una formazione completata da Tiziano Ruggeri alla tromba, Piersimone Crinelli al sax baritono, Andrea Candela al pianoforte, Marco Loddo al contrabbasso ed Emanuele Zappia alla batteria. Un progetto che da un lato rispetta la tradizione degli anni ’50 dall’altro interpreta con freschezza nuovo alcuni standard famosi del songbook americano. Davide Palma ha raccontato a Jazz Agenda questa nuova avventura appena cominciata…

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Something’s Gotta Swing è un disco di jazz che vuole arrivare ad un pubblico appassionato, ma anche suscitare emozioni, intrattenimento in persone meno avvezze a questa musica. All’interno del jazz esiste lo swing, come modo di interpretare e suonare i brani della tradizione americana. All’interno di questo disco è riportato il bagaglio musicale che ho appreso, amato e messo in pratica in questi primi anni di carriera.Gli arrangiamenti originali propongono in una chiave mia personale i brani del jazz che più sento per me rappresentativi. Lo definirei un disco innovativo, un sound fedele alla tradizione, ma al tempo stesso ricco di freschezza.

Raccontaci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

A volta accade nel jazz, e specialmente con i cosiddetti standard jazz, di suonare all’impronta, ovvero senza un arrangiamento, ma eseguendo la struttura del brano come da “standard”. Nel tempo ho iniziato a scegliere dei brani che mi piacessero particolarmente e in cui riconoscevo naturale il mio modo di cantare e di interpretare. Per rendere l’esecuzione ancor più caratteristica, originale, ho cominciato a “vestire” intorno a questi brani degli arrangiamenti musicali, prima nati solo per la sezione ritmica e poi completati da i due fiati. In questo modo, oltre all’esecuzione vocale che risulta personale, il gruppo riesce e definire un ambiente di suono, rendendo completa l’originalità dell’interpretazione.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Something’s Gotta Swing rappresenta per certi versi un punto di partenza: avere un buon materiale, in cui si crede, attraverso il quale si vuole arrivare, emozionare il pubblico, ti permette di fare degli step in avanti. Uno dei motivi primitivi della registrazione del disco era avere la possibilità di condividere il mio modo di far musica, supportato dal sestetto di musicisti che ho coinvolto.

Per altri versi rappresenta un punto di arrivo: è presente la musica, le emozioni legate alla musica che ho coltivato nel tempo fino ad ora e che ho cercato di tradurre in arrangiamenti prima, e in suono poi, assieme ai musicisti. Sono dell’idea che, quando si sceglie di registrare un disco e farne un album che rappresenti in tutto e per tutto la tua musica, si debba essere molto consapevoli di ciò che si vuole, del suono e dell’intenzione del prodotto in generale. Per questo è come se fosse una fotografia. Lo scatto di una foto dura un attimo, e subito dopo il tempo regala una nuova possibilità di cambiare e cercare qualcos’altro. Questo non significa che una volta uscito, Something’s Gotta Swing non mi rappresenterà più, ma anzi, sulla base di questo bagaglio, sentirò la necessita di esplorare nuove direzioni musicali fino a che non sarò pronto a scattare un’altra foto. Per adesso questa è la mia foto!

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

Musicalmente parlando, io sono molto legato alla tradizione del jazz americano degli anni ’50 e primi ’60. Tra i cantanti che più ascolto e guardo con ispirazione posso citare Mel Torme, Frank Sinatra, Sarah Vaughan, Anita O’ Day, Nat King Cole, Sammy Davis jr, Tony Bennet. Ma sono anche molti i musicisti che ispirano il mio percorso di cantante e non: Errol Garner, Oscar Peterson, Red Garland, Sonny Stitt, Chet Baker, Paul Chambers. Per poi citare compositori come Cole Porter, Van Heusen, Mercer…

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

Come spiegavo, questo disco è un punto di partenza, dal quale e con il quale iniziare condividere e far conoscere il Davide Palma Sextet, il mio modo di far jazz e di comunicare attraverso i brani le mie emozioni ed interpretazioni.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Sto preparando la presentazione ufficiale del disco Something’s Gotta Swing con il Davide Palma Sextet.

The Second, il nuovo disco dei Jazzincase: "Un insieme di emozioni e di vita vissuta"

Pubblicato dall'etichetta Irma Records, "The Second" è il secondo album dei Jazzincase, progetto smooth jazz che vede la partecipazione di Kiki Orsi alla voce, Luca Tomassoni al basso e contrabbasso e Claudio Trinoli alla batteria. Hanno inoltre collaborato grandi musicisti come Toti Panzanelli (chitarra), Alessandro Deledda (piano e tastiere e arrangiamenti), Luca Scorziello (percussioni), Eric Daniel (sax), Massimo Guerra (tromba), Emanuele Giunti (piano), Giovanni Sannipoli (sax), Peter de Girolamo (piano, tastiere e arrangiamenti) e in ultimo, ma non ultimo, il grande produttore Nerio Papik Poggi. Il disco include cinque brani inediti e 6 cover e ha come protagonista la bellezza declinata e descritta in tutte le sue forme. I membri della band hanno raccontato a Jazz Agenda questa nuova avventura. 

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

“the Second” non è solo il nostro secondo album ma più concettualmente il mettere il punto su un cambiamento che abbiamo, anche un po’ con di coraggio, voluto esprimere attraverso l’intrusione di generi musicali che nel nostro primo, “Bonbon City”, non erano stati contemplati. Infatti in questo album abbiamo voluto inserire elementi elettronici, il pop, la dance ed un cameo rock. La presenza dei cinque inediti ci ha portati a volerli accompagnare nel loro significato attraverso generi misti, dove la matrice rimane in ogni caso il mood jazzincase e l’inevitabile zampata jazz. 

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Kiki (la cantante e songwriter del progetto)al rientrando da un viaggio a New York nel 2008, dove è stata a contatto con dj un team di dj internazionali che portavano nelle loro serate lo smooth jazz, si è innamorata di questo genere “non genere” ( è più definita una commistioni di generi e dai critici americani non considerato tale) ha deciso di essere promotrice di un nuovo progetto, denominandolo “jazzincase” , ovvero il “Jazz in valigia” oppure “ ci metto il Jazz quando serve”. Tutto questo dal 2016. E così , con molta naturalezza, si sono avvicinati coloro i quali ancora ad ora fanno parte del cosiddetto zoccolo duro: Luca Tomassoni al basso e contrabbasso e Claudio Trinoli alla batteria.

Ma il team è molto più ampio. In entrambi gli album sono presenti pianisti e tastieristi e arrangiatori del calibro di Danilo Riccardi, Alessandro Deledda, Peter de Girolamo e poi ancora Luca Scorziello alle percussioni, Toti Panzanelli alla chitarra, Eric Daniel, Carlo Maria Micheli, Giovanni Sannipoli ai sax, Massimo Guerra e Cesare Vincenti alla tromba, Nerio Papik Poggi come arrangiatore.

Inizialmente abbiamo passato gran parte del tempo in sala prove montando brani del panorama pop internazionale, cercando una chiave di arrangiamento personalizzata, da utilizzare, quasi subito, anche con gli inediti per altro in più lingue. (Per questo sono nate collaborazioni, anche da lontano attraverso facebook. ) Successivamente, attraverso i vari incontri professionali e consolidandoli, la voglia di creare sempre nuovi brani è in agguato, talvolta giornaliera. E’ come entrare in un bel negozio di abbigliamento ed invece di dover provare tutto c’è uno specchio virtuale che ti fa vedere la tua immagine vestita così da poter scegliere il tuo outfit più accuratamente.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Un disco rappresenta un insieme di emozioni e di vita vissuta dove l’esigenza è di riuscire ad esprimersi in un modo personalizzato. Tutto questo non è un calcolo fa parte del proprio essere, che si espande ed evolve attraverso il lavoro di chi ti accompagna. In “the Second” ci sono temi importanti che sono stati trattati utilizzando la musica quali: le disfunzioni alimentari sempre più presenti tra i giovani che non si accontentano di essere se stessi e vivere a pieno la vita, ma vogliono sempre più assomigliare ad un prototipo mediatico che è in finale un fake perché non ci appartiene (Beautiful like me (a paper doll); il non dare ascolto, non guardare chi ti promette una vita facile, immediata, di successo perché la droga questo rappresenta inizialmente ma ti lascia a pezzi dopo il suo passaggio (Missis Hyde); l’amore inteso come un abbraccio nella notte, tenersi stretti , ricoprirsene ma imparare a lasciar andare via una persona per lo stesso amore (Cover me); la bellezza di ritrovare la forza di vivere al meglio anche dopo le tempeste della vita (C’est un chat! (probable) ; il gioco dell’amore ritrovato, soprattutto quello inziale che ti fa dimenticare il passato o le avversità pregresse e nuovamente ci rimettiamo in gioco talvolta in modo, giustamente, adolescenziale (The Game)
Un punto di arrivo o di partenza? Un punto di arrivo a conclusione dell’album ma per noi di partenza per i brani successivi. Sappiamo che ci vuole coraggio ed incoscienza ad avere già alle spalle due album diversi tra di loro, ma che hanno in comune la nostra scrittura ed in ogni brano, il nostro modo di essere. Le nostre “fotografie”

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Mamma…tanti, troppi. Citiamone alcuni per vari motivi: Al Jarreau, Annie lennox, Jamiroquai, Jamie Cullum, Amie winehouse, Aretha Franklyn, Fabio Concato, Ella Fitzgerald, ledisi, Chaka Khan, Barbra Streisand….

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Il nostro obiettivo è quello di far conoscere un genere così misto anche in Italia, ai più sconosciuto all’ascolto e con il quale si possano trasmettere dei messaggi importanti. Speriamo di farci conoscere quanto prima e di trarre soddisfazione nel vedere collocato al posto giusto il progetto “jazzincase”, che sempre più artisti ne facciano parte chi per un verso e chi per un altro e di poter portare ovunque i nostri concerti e la nostra energia che esprimiamo puntualmente sul palco, il nostro divertirci continuo ed emozionarci

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Stiamo lavorando proprio in questo periodo su nuovi brani e soprattutto un singolo per noi molto importante come messaggio da trasmettere, concerti non tanti ma scelti che chiunque può trovare sulla nostra pagina facebook. Cliccate mi piace e seguiteci, interagite con noi!
 
 

Alessandro Casciaro racconta il secondo disco dei Karabà intitolato Viola

Pubblicato da Emme Record Label Viola è il secondo disco dei Karabà, trio jazz formato da Alessandro Casciaro, pianoforte e composizioni, Alberto Stefanizzi alla batteria e Stefano Rielli al contrabbasso. Un progetto all’avanguardia dove il concetto di modern jazz si sposa con la tradizione, rispettando le origini mediterranee dei membri della band. Alessandro Casciaro ci ha raccontato questa nuova avventura...

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Carissimi lettori di jazz agenda (a parlare è Alessandro Casciaro, pianista e compositore del Karabà trio) innanzitutto spero che ascoltiate il disco e spero quindi che vi piaccia. Il nostro ultimo lavoro Viola è un disco molto diverso rispetto al precedente Uno, per due ragioni fondamentali: mentre il precedente album si configura come disco sperimentale, di ricerca e tradizione allo stesso tempo, in cui i brani delineano un nuovo spazio nel jazz perché sono presenti elementi provenienti da diversi generi musicali come il funk, il rock, e inoltre perché i brani sono stati scritti e arrangiati con incastri ritmici, cambi di tempo e metriche irregolari; secondo la scrittura dei brani ricopre un lasso di tempo di più di un anno. Il nuovo lavoro, edito sempre da Emme Record Label, è invece un concept album, i brani sono stati scritti di getto in pochissimi giorni e rappresentano un racconto melodico e lineare di una storia, anzi di tante storie che si intrecciano tra loro. Nell'album Viola sono contenute otto tracce originali più un ultima in piano solo riarrangiamento di un brano celebre degli Smashing Pumpkins degli anni 90, Tonight tonght.

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Il nostro trio nasce circa cinque anni fa: siamo tre musicisti che da molto tempo suonano insieme con diverse formazioni e ad un certo punto abbiamo voluto costruire qualcosa di nuovo, spinti dalla nostra forte amicizia e dai tanti gusti musicali in comune. Quindi semplicemente abbiamo iniziato a suonare insieme brani originali, a riarrangiare standards jazz e altri brani provenienti da repertori diversi come il funk e il rock. Abbiamo quindi fortemente voluto mettere insieme le nostre energie per incidere album, suonare la nostra musica in pubblico e divertici facendo soltanto questo.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Un disco rappresenta per una band soltanto un punto di passaggio, cristallizza semplicemente un momento di vita artistica e spinge un musicista verso un nuovo obiettivo, o meglio lo spinge verso una nuova direzione.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Gli artisti che influenzano un musicista sono davvero tanti, perché si ha sempre fame di ascoltare cose nuove, cose interessanti, anche cose inaudite. Ma è pur vero che in tutto questo fiume di musica c è sempre qualcosa che ti colpisce più di altre, e per noi sicuramente sono stati i dischi di Coltrane e di Miles Davis.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Questa è una domanda difficile, difficile perché le evoluzioni artistiche possono essere molteplici, a volte casuali, e inoltre perché sarebbe innaturale programmare un'evoluzione. Tutto quello che un musicista può fare è semplicemente suonare e scrivere, sicuramente ciò che rimane immutato è la volontà di affrontare i cambiamenti mediante l’approccio jazzistico in latu sensu.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Di concerti ne avevamo un bel po' ma purtroppo tutto è saltato per questa situazione di emergenza che stiamo vivendo. Prima di pensare al nuovo disco abbiamo la voglia e il dovere di suonare un po' in giro il nostro ultimo lavoro, è una fase necessaria ed evolutiva.

 

 

 

Franco Tinto racconta il disco Accordi di Donne: 14 brani con i testi scritti da donne

Pubblicato da Filibusta Records, Accordi di Donne è l’ultimo disco che porta la firma del maestro chitarrista Franco Tinto. Un progetto che si compone di 14 canzoni di vario stile che spaziano tra jazz, bossanova e cantautorato coni testi scritti da 14 donne diverse. Una scelta coraggiosa, in controtendenza con le mode del momento per un disco raffinato ed elegante. Franco Tinto ha raccontato a Jazz Agenda questa avventura:

Franco, per cominciare l'intervista parliamo subito del disco Accordi di Donne: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Accordi di Donne è un disco composto da 14 brani di vario genere di cui ho composto interamente le musiche. Per comporlo mi sono ispirato a diversi stili musicali tra cui il jazz, il cantautorato, la bossanova e ho voluto che a scrivere il testo di queste canzoni fossero proprio 14 donne. La ragione di questa scelta sta nel fatto che a mio avviso potevano avere una marcia in più a livello di suggestioni per scrivere dei testi sulle musiche e le armonie che mi sono venute in mente.

Raccontaci adesso la storia di questo disco: come è nato e come si è evoluto nel tempo?

Diciamo che questo progetto è nato per scommessa: il discografico Fabio Lauteri di Filibusta Records a suo tempo mi aveva consigliato di fare qualcosa di originale, pertanto ho cominciato a scrivere prima qualche canzone fino ad arrivare a 14. Un lavoro che ho realizzato in poco meno di due anni.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Sicuramente in questo preciso momento Accordi di Donne rappresenta un punto di partenza, perché andrà avanti con un seguito a cui sto già mettendo mano. Allo stesso tempo parliamo anche di un punto di arrivo perché è la prima volta che mi cimento con un’operazione di questo genere. Sono arrivato a questo punto, alla creazione di questo disco, sia per scommessa sia per trovare qualche nuovo stimolo.

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

Io ho seguito le prime basi le ho avute con le musiche di Lucio Battisti, Claudio Baglioni, Franco Battiato, poi sono diventato un chitarrista classico e ho avuto certamente l’influenza di compositori classici come possono essere Bach, Chopin, Beethoven eccetera. Nel disco, infatti, sono presenti degli elementi che richiamano sia il mondo del pop, sia quello classico.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Per ora posso dirti che il tempo vedrà quali saranno le evoluzioni: se il progetto piace e avrà un seguito dignitoso può essere che composizioni di questo tipo possano diventare una via per intraprendere un’altra forma artistica diversa dal solito “BOM BOM” che si sente oggi. Nelle canzoni di questo periodo, infatti, le percussioni sono molto presenti e le armonie diventano sempre più scarne e di conseguenza vengono trascurate.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Per quanto riguarda il prosieguo di questo progetto posso dirti che al momento sto preparando il secondo disco che sarà al rovescio. Sarò io a prendere delle poesie scritte da donne e sarò sempre io a farmi suggestionare dai testi e dalle emozioni che queste poesie susciteranno in me.

Mariano Colombatti e il nuovo disco Fly Down: un progetto trasversale tra fusion e black music

Pubblicato nel giugno del 2019, Fly Down è il disco d’esordio del chitarrista Mariano Colombatti uscito per l’etichetta Emme Record Label. Parliamo di un lavoro trasversale, contemporaneo dove fusion e black music si fondono in un minimo comun denominatore. Completano la formazione attuale Marco Zago al pianoforte, tastiere, synth, Alberto Zuanon al contrabbasso e basso elettrico ed Alessandro Arcolin alla batteria: hanno partecipato alla realizzazione del disco anche Federico Cassandro alla batteria e la vocalist Valentina Frezza, presente solo nel brano Another Mistake. Mariano Colombatti ha raccontato questo progetto a Jazz Agenda…

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Si tratta di un album di miei composizioni nate nel corso degli anni immediatamente precedenti alla pubblicazione. Gli arrangiamenti sono frutto di quello che possiamo considerare uno sforzo congiunto, tanto che poi il risultato finale è stato un po’ diverso da come me lo ero immaginato inizialmente, per via delle personalità diverse coinvolte nella realizzazione. A grandi linee rispecchia il mio interesse verso alcune aree del jazz e dalla musica contemporanea, dalla fusion all’hip hop.

Raccontateci adesso la tua storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

È nato all’interno del Conservatorio di Rovigo, dove siamo o siamo stati tutti studenti. Inizialmente era un gruppo di studio di musica di insieme, poi trasformatosi in un laboratorio dove portare le proprie composizioni per suonarle insieme agli altri. Ci sono stati alcuni cambiamenti nella formazione rispetto all’inizio, e alla fine sono rimasti sul piatto solo i miei pezzi, che ho deciso quindi di trasformare in un album vero e proprio. Attualmente la formazione che vede me alla chitarra, Marco Zago al piano e tastiere, Alberto Zuanon al contrabbasso e basso elettrico e Alessandro Arcolin è quella che possiamo considerare definitiva e stabile. Al disco hanno collaborato anche Valentina Frezza alla voce, per un brano dedicato a Marco Tamburini, di cui io, lei e Marco Zago siamo stati allievi. La maggior parte dei brani nel disco è stato suonato alla batteria da Federico Cassandro, mentre Arcolin ha registrato solo la traccia “Inlays”, per poi subentrare come membro stabile, per questioni prettamente stilistiche. Ci siamo allontanati sempre più ritmicamente dal jazz più tradizionale, e Alessandro si sposa perfettamente con questa visione.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Sicuramente un punto di partenza. È stato il primo lavoro dove mi sono occupato un po’ di tutto, composizione, arrangiamento, produzione, trovare le persone per farlo, curare l’aspetto grafico. Ci sono molte cose che rifarei allo stesso modo e altre che farei in modo totalmente diverso, come succede sempre. Il mio obbiettivo è fare tesoro degli aspetti positivi e anche di quelli negativi in modo da lavorare in maniera più efficace nei dischi futuri. Questo disco rappresenta l’esordio, la strada è lunga.

Se parliamo dei tui riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Ce ne sono molti, sicuramente siamo molto appassionati della scena jazz e fusion più contemporanea: artisti come Snarky Puppy, Robert Glasper, Aaron Parks, Tigran Hamasyan, e molti altri, musicisti anche molto diversi fra loro, nei quali vediamo il jazz come radice comune. Io sono avido ascoltatore anche di tutto ciò che sento vicino all’estetica della black music, anche se non classificabile come jazz. Molti artisti della scena hip hop come Kendrick Lamar, il filone del neo-soul, penso a Hiatus Kaiyote, Knower, Isaiah Sharkey, Tom Misch. Sono sempre alla ricerca di nuovi ascolti.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

Questo quartetto lo vedo come il luogo dove poter portare la mia musica e svilupparla in maniera più intima. Per quanto possa subire le influenze di quello che ascolto, in questo contesto credo che resterò legato a un idea di arrangiamento e performance più vicina al jazz e al quartetto jazz. Alcuni brani saranno più fusion, altri più rock, altri più jazz ma la vedo una dimensione più raccolta rispetto ad altri contesti a cui mi sto dedicando.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Alcuni concerti in arrivo per l’estate, e una registrazione molto importante per me: si tratta di un lavoro per un organico esteso, nel quale confluiscono idee provenienti da più persone, un vero collettivo, diverso quindi dalla forma in quartetto che è il mio personale spazio. Sono molto eccitato per quello che sta nascendo in questi mesi, e di collaborare con musicista capaci di portare idee davvero stimolanti.

Pubblicato nel giugno del 2019, Fly Down è il disco d’esordio del chitarrista Mariano Colombatti uscito per l’etichetta Emme Record Label. Parliamo di un lavoro trasversale, contemporaneo dove fusion e black music si fondono in un minimo comun denominatore. Completano la formazione attuale Marco Zago al pianoforte, tastiere, synth, Alberto Zuanon al contrabbasso e basso elettrico ed Alessandro Arcolin alla batteria: hanno partecipato alla realizzazione del disco anche Federico Cassandro alla batteria e la vocalist Valentina Frezza, presente solo nel brano Another Mistake. Mariano Colombatti ha raccontato questo progetto a Jazz Agenda…

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Si tratta di un album di miei composizioni nate nel corso degli anni immediatamente precedenti alla pubblicazione. Gli arrangiamenti sono frutto di quello che possiamo considerare uno sforzo congiunto, tanto che poi il risultato finale è stato un po’ diverso da come me lo ero immaginato inizialmente, per via delle personalità diverse coinvolte nella realizzazione. A grandi linee rispecchia il mio interesse verso alcune aree del jazz e dalla musica contemporanea, dalla fusion all’hip hop.

Raccontateci adesso la tua storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

È nato all’interno del Conservatorio di Rovigo, dove siamo o siamo stati tutti studenti. Inizialmente era un gruppo di studio di musica di insieme, poi trasformatosi in un laboratorio dove portare le proprie composizioni per suonarle insieme agli altri. Ci sono stati alcuni cambiamenti nella formazione rispetto all’inizio, e alla fine sono rimasti sul piatto solo i miei pezzi, che ho deciso quindi di trasformare in un album vero e proprio. Attualmente la formazione che vede me alla chitarra, Marco Zago al piano e tastiere, Alberto Zuanon al contrabbasso e basso elettrico e Alessandro Arcolin è quella che possiamo considerare definitiva e stabile. Al disco hanno collaborato anche Valentina Frezza alla voce, per un brano dedicato a Marco Tamburini, di cui io, lei e Marco Zago siamo stati allievi. La maggior parte dei brani nel disco è stato suonato alla batteria da Federico Cassandro, mentre Arcolin ha registrato solo la traccia “Inlays”, per poi subentrare come membro stabile, per questioni prettamente stilistiche. Ci siamo allontanati sempre più ritmicamente dal jazz più tradizionale, e Alessandro si sposa perfettamente con questa visione.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Sicuramente un punto di partenza. È stato il primo lavoro dove mi sono occupato un po’ di tutto, composizione, arrangiamento, produzione, trovare le persone per farlo, curare l’aspetto grafico. Ci sono molte cose che rifarei allo stesso modo e altre che farei in modo totalmente diverso, come succede sempre. Il mio obbiettivo è fare tesoro degli aspetti positivi e anche di quelli negativi in modo da lavorare in maniera più efficace nei dischi futuri. Questo disco rappresenta l’esordio, la strada è lunga.

Se parliamo dei tui riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Ce ne sono molti, sicuramente siamo molto appassionati della scena jazz e fusion più contemporanea: artisti come Snarky Puppy, Robert Glasper, Aaron Parks, Tigran Hamasyan, e molti altri, musicisti anche molto diversi fra loro, nei quali vediamo il jazz come radice comune. Io sono avido ascoltatore anche di tutto ciò che sento vicino all’estetica della black music, anche se non classificabile come jazz. Molti artisti della scena hip hop come Kendrick Lamar, il filone del neo-soul, penso a Hiatus Kaiyote, Knower, Isaiah Sharkey, Tom Misch. Sono sempre alla ricerca di nuovi ascolti.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

Questo quartetto lo vedo come il luogo dove poter portare la mia musica e svilupparla in maniera più intima. Per quanto possa subire le influenze di quello che ascolto, in questo contesto credo che resterò legato a un idea di arrangiamento e performance più vicina al jazz e al quartetto jazz. Alcuni brani saranno più fusion, altri più rock, altri più jazz ma la vedo una dimensione più raccolta rispetto ad altri contesti a cui mi sto dedicando.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Alcuni concerti in arrivo per l’estate, e una registrazione molto importante per me: si tratta di un lavoro per un organico esteso, nel quale confluiscono idee provenienti da più persone, un vero collettivo, diverso quindi dalla forma in quartetto che è il mio personale spazio. Sono molto eccitato per quello che sta nascendo in questi mesi, e di collaborare con musicista capaci di portare idee davvero stimolanti.

Donatella Luttazzi canta Lelio Luttazzi al Teatro Arciliuto: il racconto dello spettacolo

Un concerto dedicato al grande Lelio Luttazzi, dove non mancheranno grandi successi della canzone italiana in bianco e in nero. Venerdì 6 dicembre presso il Teatro Arciliuto Donatella Luttazzi, figlia del grande showman e musicista italiano, e Le Zebre a Pois si cimenteranno con un repertorio composto dai più grandi successi del padre affiancato da brani meno conosciut. Donatella in persona ci racconta come si svolgerà questo spettacolo musicale, non senza ricordare il genio del grande Lelio Luttazzi.

Donatella per cominciare l’intervista parliamo proprio dello spettacolo delle Zebre A pois che si terrà all’Arciliuto il 6 dicembre. Porterete in scena brani più e meno noti di tuo padre, Lelio Luttazzi: ci vuoi dare qualche dettaglio in più sulla serata?

Già da molti anni ho deciso di affrontare il suo repertorio, scoprendo quale grande compositore sia stato papà, con canzoni apparentemente semplici e orecchiabili ma in realtà complesse dal punto di vista armonico. Mi sono messa ad arrangiarle, coadiuvata all’inizio dalla nostra pianista storica Cinzia Gizzi, che al momento è per fortuna o purtroppo per noi, impegnatissima col Conservatorio. Però in quel periodo ci sono stati autori meravigliosi che hanno fatto la tv in b/n, che il compianto Antonello Falqui ha saputo valorizzare, come Gianni Ferrio, Bruno Canfora, Carlo Alberto Rossi, e altri. A questi compositori faremo un omaggio.  Anche io faccio un omaggio personale a mio padre, con la canzone che ho scritto due o tre mesi fa per lui, che si chiama In fondo al cuore mio, che alle mie Zebre piace veramente molto.

Per quanto riguarda la band, invece, visto che sul palco ci sarà un quartetto vocale, ci vuoi raccontare come avete studiato i brani e soprattutto in che chiave li riproporrete?

Li riproponiamo in chiave jazzistica. Tre brani sono stati arrangiati da Lelio apposta per noi. Invece per gli altri, ho sempre fatto io gli arrangiamenti vocali, che richiedono voci di cantanti professioniste, quali sono Giovanna Bosco, Simona Bedini e Sonia Cannizzo, che sono cantanti soliste, anche jazziste e conoscono l’arte del cantare armonizzate, devo dire anche grazie al lavoro che da anni facciamo insieme. Avremo come ritmica Andrea Saffirio, che pur essendo giovanissimo, è già stimatissimo e considerato tra i migliori pianisti. Ci sarà al basso il bravissimo Guido Giacomini, reduce dai mille successi con Arbore, ma anche cantante e un po’ mattatore, e Gianni Di Renzo alla batteria, nostro collaudato batterista, e grande amico, insegnante al Saint Louis.

Per quanto riguarda la parte artistico-musicale legata alla figura di Lelio Luttazzi, cosa ti piace ricordare di lui? Qualche brano in particolare o magari il suo modo originale ed ironico di approcciarsi alla musica…

Secondo me papà era un cantautore ante-litteram, una specie di Paolo Conte, ma ancora più ironico. Non posso dire che ci sia una canzone che preferisco di lui: tutte mi commuovono. Non so le lacrime che ho versato sul pianoforte mentre le studiavo. Poi il suo amore per il jazz, che mi ha trasmesso, e lo swing che aveva. E’ uno dei musicisti più dotati di swing, tra tutti quelli che ho sentito. E come pianista, posso dire che era eccellente: difficile per me accontentarmi di musicisti mediocri.

Quali sono stati secondo te, artisticamente parlando, i più grandi pregi a livello artistico e musicale di Lelio Luttazzi?

In parte ho già risposto a questa domanda: la musicalità, lo swing, e come approccio artistico, questa sua leggerezza e modestia, per cui diceva di non saper suonare, e ci credeva anche. Vero è che un Lelio Luttazzi poteva permettersi di dire “Non so Suonare” visto il suo livello di genialità, e anche di notorietà. Un’altra cosa che ho sempre apprezzato è la sua lealtà nei confronti sia dei suoi colleghi, che dei musicisti con cui collaborava, che dirigeva. Grande rispetto per gli altri. Pur nella consapevolezza quasi inconscia di essere un grande. Poi il suo modo di arrangiare, arte che tecnicamente gli è stata insegnata da Gianni Ferrio. Ma lui sapeva perfettamente che quella nota era indispensabile e quella invece no. Questo è dei grandi musicisti. La canzone che aveva scritto per me, Papà fammi cantare con te, che abbiamo anche messo su 45 giri, è talmente bella e anche difficile, che tirandola giù a orecchio, come ho fatto con altre canzoni di cui non ho la parte, ho avuto delle difficoltà.

C’è secondo te una parte nascosta legata alla figura artistica di Lelio Luttazzi che magari è rimasta nascosta ai riflettori che ti piacer ricordare di più?

Direi una forma di ritrosia e anche di onestà tipicamente triestine, secondo me. Non si sarebbe mai preso il merito di qualcosa che fosse di qualcun altro, per esempio.  Ancora adesso, quando guardo le parti che ha scritto appositamente per me a mano, all’età di 80 anni circa, vedo la precisione nella scrittura, che ancora mi stupisce. E l’intransigenza in tutto, anche nei confronti della sua unica figlia, ma questo è un altro discorso!

Ergio Valente e il nuovo disco The Starter: "Un punto di partenza e un punto di arrivo"

Pubblicato da Emme Record Label, The Starter è il disco d'esordio del Trio capitanato dal pianista Ergio Valente, un progetto che unisce l'amore per la tradizione con l'esplorazione di nuovi linguaggi. Completano questa formazione Aldo Capasso al contrabbasso e Marco Fazzari alla batteria. Ergio Valente ci ha raccontato questa avventura:

"L'Ergio Valente trio nasce nel 2016 dall’ incontro di tre musicisti napoletani, il pianista Ergio Valente, il contrabbassista Aldo Capasso e il batterista Marco Fazzari. La passione per la tradizione jazzistica afro-americana ha costituito sin da subito il main-stream del progetto, che fa dello swing la sua colonna portante. Il lavoro sugli standard è stata la materia d’apprendimento primordiale; il blues, l’ hard bop così come il post bop e le contaminazioni di matrice europea hanno giocato un ruolo fondamentale nella definizione della personalità di questo piano trio. Parallelamente è iniziato il lavoro di ri-arrangiamento di song tradizionali e di composizione originale."

Ergio Valente ci racconta anche come il trio ha mosso i prima passi in territorio campano...

"Il trio è stato sin da subito molto attivo sul territorio campano, suonando nei jazz club e facendosi notare positivamente dai veterani della scena jazzistica locale, fattore che ha portato a concerti in collaborazione con musicisti di rilievo nazionale come Giulio Martino, Sandro Deidda, Umberto Muselli. Dopo qualche session di registrazione in studio, il gruppo ha prodotto del materiale utile per proporsi a concorsi e festival, ottenendo ottimi risultati come il premio della critica al “Chicco Bettinardi” di Piacenza, la vittoria del Conad Jazz Contest 2018 con conseguente esibizione ad Umbria Jazz 2018 e la vittoria del Fara Jazz Contest 2018 che ha portato così alla registrazione del primo disco “The Starter”, prodotto dall’etichetta Emme Record Label."

Un punto di arrivo e un punto di partenza allo stesso tempo: ecco cosa rappresenta il disco per Ergio Valente:

"Nel percorso artistico di un gruppo la registrazione di un disco rappresenta un turning point, un punto di arrivo ed un punto di partenza allo stesso tempo. “The Starter” è la fotografia o il ritratto (per utilizzare un termine caro al trio) del gruppo in un suo momento storico ben preciso. Ad oggi il mercato discografico è cosa assai complessa, soprattutto nel jazz. I dischi vengono registrati per il gusto di lasciare una traccia dietro di se, per ascoltarli (ovviamente) e goderne se il risultato è soddisfacente, e per avere una sorta di biglietto da visita che abbia la facoltà di presentare il progetto artistico a chi non lo conosce. In questo scenario, però, The Starter rappresenta qualcosa in più. Incorpora la gioia di tre giovani jazzisti che nel 2018 hanno avuto la fortuna di poter contare su una produzione, su qualcuno che ha creduto sin da subito nei mezzi di questo trio, nelle sue potenzialità espressive e nell’originalità della sua musica. Questa fiducia rappresenta sicuramente un grande stimolo a proseguire il lavoro con grande determinazione e puntare ai prossimi obbiettivi, che senza dubbio riguardano una sempre maggiore diffusione della propria musica e un’attività concertistica più espansa a livello territoriale."

Al Nuovo Teatro San Paolo di scena il Soffio della Libertà: parla Mario Donatone

Uno spettacolo che ripercorre la storia dell’emancipazione nero-americana attraverso la musica. Questa l’essenza del concerto teatrale Il Soffio della Libertà – Il blues di Martin Luther King che andrà in scena presso il Nuovo Teatro San Paolo venerdì 15 e sabato 16 novembre 2019. Per la prima volta sul palco Fabrizio Poggi & Enrico Polverari per la prima volta con Mario Donatone, Gio’ Bosco & World Spirit Orchestra. Mario Donatone ci ha raccontato questa nuova esperienza…

Per prima cosa parliamo dello spettacolo che si terrà al teatro San Paolo: Potete descriverlo brevemente per dare un’idea ai lettori di Jazz Agenda?

Il Soffio della Libertà è uno spettacolo che ha come sentimento e idea guida quella di voler raccontare la musica e la storia insieme. Parliamo di una musica come quella nero americana che soprattutto in un certo periodo è stata un’alleata fondamentale del percorso di emancipazione di un’intera comunità. Se pensiamo che oggi la musica sta diventando quasi un accessorio come un altro e che la storia si studia sempre meno, raccontare la musica e i fenomeni sociali ad essa legati diventa una cosa importantissima.

Il Soffio della libertà è uno spettacolo di Fabrizio Poggi che per la prima volta incontra il Coro World Spirit Orchestra diretto da Mario Donatone e Gio’ Bosco: quali saranno le novità che vedremo il 15 e il 16 novembre?

È un incontro particolarmente felice tra Fabrizio Poggi, un musicista che vanta un importante è profondo rapporto con la più autentica tradizione del folk blues americano per le tante collaborazioni (una per tutte quella con il grande Guy Davis,che gli è valsa una nomination per il Grammy del blues in America) il suo fantastico sodale Enrico Polverari, io e Gio' Bosco, che con la World Spirit Orchestra da anni facciamo un lavoro culturale credo importante sulla vocalità nero americana e popolare in genere. Sarà un incontro all'insegna del feeling e dell’amore per la musica dell’anima.

In questo concerto teatrale si parla dell’emancipazione dei neri negli Stati Uniti: quali sono le principali tappe che ripercorrete di questa storia?

Certamente l'epopea di Martin Luther King e gli avvenimenti legati alla sua figura sono al centro del racconto musicale ma ci sono anche riferimenti al passato e ai tempi correnti.

Quali sono invece i principali brani attraverso i quali ripercorrete la storia dell’emancipazione nera e raccontateci anche i motivi di questa scelta!

Ci sono spiritual con I’m on my way, I heard the angel singing, Freedom, legati per la loro forza simbolica alle lotte dei diritti civili in quegli anni, ci sono ballate meravigliose sulla libertà come I shall be released, blues coinvolgenti come The blues it’s all right. Insomma, è uno spettacolo anche pieno di ritmo e vitalità. Si batte il tempo quasi sempre.

E’ proprio vero, dunque, che attraverso la musica possono nascere delle vere e proprie rivoluzioni culturali che possono contribuire a cambiare il corso della storia?

La musica aiuta a dare sentimento e umanità ai conflitti sociali che possono essere duri e drammatici. La musica aiuta a dare un senso.

Un’ultima considerazione personale: molti dei brani della cultura afro americana, dagli spiritual al blues, nascono spesso in situazioni di disagio come ad esempio la schiavitù. Secondo voi, musiche così belle come possono nascere da una situazione così estrema come quella vissuta dai neri americani?

Spesso anche dalla sofferenza individuale può nascere una nuova luce, quindi si, rispondo che questo è vero anche a livello collettivo!

Silvia Carbotti racconta il disco Affetti Speciali dei Frubers in The Sky: tra jazz e musica d’autore

Pubblicato dall’etichetta Emme Record Label il 29 febbraio del 2019, Affetti Speciali è l’ultimo disco del quartetto Frubers in The Sky. Un progetto che si pone a metà tra il jazz e musica d’autore dove dalla grande sensibilità artistica. La band è composta da Silvia Carbotti alla voce, Max Carletti alle chitarre e arrangiamenti, Stefano Profeta al contrabbasso e Paolo Franciscone alla batteria. La cantante del quartetto ha raccontato a Jazz Agenda questa esperienza.

“Il quartetto si chiama Frubers in the sky, ed è composto da Silvia Carbotti alla voce, Max Carletti alla chitarra, Stefano Profeta al contrabbasso e Paolo Franciscone alla batteria. Si scrive Frubers e si pronuncia “frubers”. Non è un inglesismo ma una parola di pura invenzione, una sorta di nonsense nato come un gioco e che, per tutti i membri del quartetto, sintetizza le cose belle delle quali la vita si compone: un bel concerto, le onde del mare, una tazza di the… tutto può essere frubers! Anche una maglietta o una giornata di sole… Ed è cosi che volevamo fosse la nostra musica una costante e bella sorpresa per chi la suona e per chi la ascolta. Frubers è un progetto che nato a cavallo tra il 2013 e il 2014 e nel corso degli anni ha prodotto due album, il primo nel 2014 (Double) e il secondo uscito nel febbraio 2019 con Emme Record label dal titolo Affetti speciali, un disco completamente in italiano che alterna a brani originali alcune riscritture di “canzoni” che hanno fatto parte della storia della nostra musica più recente.”

Silvia Carbotti ci racconta anche il percorso che ha portato alla nascita del disco…

“Il primo passo, rispetto al passato, è stato quello di immaginare un album completamente in italiano. Volevamo trovare un ponte tra le sonorità a noi più care, quelle del jazz più contemporaneo e un linguaggio musicale facilmente riconoscibile anche ai meno esperti. In questo, le “canzoni” - almeno nel nostro Paese - sono una porta di accesso estremamente potente. Chi non conosce il tema - o anche solo sommariamente il ritornello - di Figli delle stelle o Figlio unico? Probabilmente tutti, dalla vicina del piano di sotto per arrivare a un cultore di Evans. È verosimile che il loro giudizio sul brano non sia il medesimo; è possibile, infatti, che la prima lo ricordi con piacere e il secondo lo consideri un “motivetto” ininfluente, ma certamente entrambi lo hanno bene in mente. Ecco, in quel punto nasce il nostro lavoro: analizzare il pezzo, tenere in piedi l’essenziale o mettere in evidenza delle bellezze nascoste. Cosi facendo la canzone, che diventa il nostro trait d'union, ci consente di approdare a sonorità più lontane, portando tutti gli ascoltatori per mano in un viaggio all’interno della bellezza. Cosi, sostituendo una vocale agli Affetti che danno il titolo al nostro album, ci troviamo di fronte a degli “effetti” speciali: citando alcuni brani della tracklist il tema della Tarantella napoletana, ruvido e diretto, si lega spontaneamente con una poesia di Raffaele Viviani. Figlio unico e L’estate sta finendo raccontano le storie d’amore concluse o impossibili, di uomini e donne incastrati inesorabilmente tra le partenze e le distanze che gli “affetti” delle volte ci presentano come un prezzo da pagare. Figli delle stelle si rivela come una intensa ballad - ospite nel brano il clarinetto di Marco Tardito - dal testo meraviglioso e poetico in un arrangiamento che la fa vibrare e rende manifesto il mondo fantastico nel quale si trovano gli amanti protagonisti della storia.”

Silvia Carbotti ci racconta anche cosa rappresenta il disco per la band…

“Affetti speciali è sicuramente il disco che ci ha permesso non solo di rendere più forte il legame, la complicità e l’intesa del quartetto ma anche di chiarire e consolidare la nostra identità, in termini non soltanto di sonorità e riscrittura ma anche di composizione e arrangiamento di nuovi brani che fossero in dialogo con gli altri. La canzone torna ancora una volta anche qui, delle volte per raccontare nuove storie, altre per celebrare un’amicizia o per fare un omaggio. Ecco perché sono nati Il trasloco di Sophie, breve storia di sorta di nuova Amelie, intenta nel suo trasloco e in tutti quei pensieri che si fanno quando ci si trova in una nuova casa e si scopre di essersi fermati finalmente nel posto giusto; One for Chet, omaggio a Chet Baker, alla sua musica, a Torino città nella quale ha vissuto, al jazz e alle sonorità dalle quali tutta la musica “dei Frubers” trae origine; Vuoi ballare con me anima pop di tutta la playlist e infine No, non è Tennessee Waltz (con la partecipazione di Marta Piccichè), ultimo brano del disco che ironizza sulle scelte insolite che il quartetto continua a fare nonostante gli stili e gli stilemi che per filologia, secondo alcuni, andrebbero perseguiti.

 

Sottoscrivi questo feed RSS