Jazz Agenda

Antonella Vitale e il disco Segni Invisibili: "Ho voluto cimentarmi con stili lontani dal jazz tradizionale"

Pubblicato il 6 novembre 2020 dall'etichetta Filibusta Records, Segni Invisibili è l'ultimo disco della vocalist Antonella Vitale. Un progetto crossover ricco di contaminazione stilistiche che, pur mantenendo fede al passato jazzisitico, si discosta per certi versi dall'approccio avuto nei precedenti album. Hanno collaborato in questo progetto Gianluca Massetti, al pianoforte and keyboards, principale arrangiatore dei brani, Andrea Colella al contrabbasso, Francesco De Rubeis alla batteria e percussioni e Danielle Di Majo al sax Soprano/alto sax/flute. Antonella Vitale ci ha raccontato la storia di questo nuovo disco.

Antonella, Segni invisibili è un disco molto diverso dai precedenti, molto contaminato da diversi stili. Per cominciare da dove nasce l’esigenza di dar vita ad un progetto così diverso dagli altri?

Avevo da tempo l’idea di realizzare un progetto di mie composizioni e con Segni Invisibili ho coronato questo desiderio.

Rispetto ai precedenti progetti cosa è cambiato nel tuo modo di fare musica?

Se penso ai precedenti CD in veste di Band Leader, posso dire che oggi è cambiato molto il mio approccio vocale e musicale sia come interprete che come autrice. In passato già con “Random”, “Acoustic Time” o “Hand Luggage” (Ajugada Quartet), registrati con differenti formazioni, ho voluto mettermi alla prova cimentandomi in stili lontani dal jazz tradizionale, partendo dalla canzone d’autore italiana, fino a raggiungere il Pop americano, oppure utilizzando la voce solo come funzione strumentale. Ciò che rende unico il canto è che non puoi fermare il suo cambiamento fisiologico, la voce muta costantemente, è viva, agisce da riverbero alle nostre emozioni e mi piace imparare dal mio suono le strategie per renderla più vera, senza filtri, senza manierismi. Oggi più che mai dopo oltre venticinque anni di attività artistica ho capito che l’aspetto più interessante è la ricerca continua verso una vocalità sincera che riesca ad arrivare agli altri nel modo più diretto e onesto.

Come mai questa scelta di abbandonare una strada per così dire “canonica” per abbracciare un’idea compositiva diciamo più aperte e libera?

Il punto è proprio questo, io non sento di aver abbandonato nulla, credo anzi che nel percorso di un artista i cambiamenti rappresentino un segnale incontrovertibile di crescita e di maturazione indispensabili per chi fa questo mestiere. Oggi oltretutto la musica vive di riflesso il karma di una globalizzazione velocissima in cui le contaminazioni tra culture diverse, linguaggi e tradizioni popolari hanno segnato un cambiamento epocale nel modo di fare musica. Tutto questo è bellissimo.

Segni invisibili è anche un disco in cui esce fuori la tua vena di cantautrice: di cosa parlando principalmente i tuoi testi?

Il disco è un piccolo ritratto di me, ho scritto sia musiche che testi, mi sono messa in gioco senza veli e senza maschere, i brani sono riflessioni, stati d'animo, brevi considerazioni sulla mia vita, e su come io mi ci sento dentro.

E per quanto riguarda la composizione invece: ci vuoi parlare di come nascono le tue canzoni?

Il modo in cui scrivo è empirico, non pianifico mai nulla, attendo che arrivi un’idea, a volte bastano due frasi scritte di getto su un pezzo di carta, a volte mi metto al pianoforte e istintivamente suono frazioni di melodie e poi gli accordi o viceversa. Per esempio Segni Invisibili l’ho composta in una mezz’ora tra accordi melodia e testo, Ci sono periodi in cui la creatività va in letargo, altri in cui è molto accesa e sei una fucina di idee.

Raccontaci in sintesi la storia di questo disco: come sono nati i brani e soprattutto come sei arrivata alla creazione finale di Segni Invisibili?

Il Progetto è stato pensato e realizzato insieme a Gianluca Massetti, musicista e pianista straordinario. Ci siamo dedicati alla costruzione dei brani che io avevo già scritto, alcuni dei quali lasciati da tempo allo stato embrionale. Abbiamo iniziato con molta tranquillità in un lavoro di squadra per mettere a punto idee, soluzioni armoniche, interpretative e cucirci sopra degli arrangiamenti originali che valorizzassero le canzoni a 360 gradi. E’ stato tutto sedimentato nel tempo e alla fine avevamo materiale per entrare in studio. Ho lasciato a Gianluca la scelta dei musicisti perché volevo che la ritmica fosse compatta sia musicalmente che umanamente. La musica ha bisogno di un caldo abbraccio umano che si manifesti soprattutto nel momento della Registrazione e quando avverti l’intesa, la professionalità, l’umiltà e il sostegno di chi collabora con te, allora si manifesta la vera alchimia e io l’ho vissuta grazie a Danielle di Majo, Andrea Coltella, Francesco De Rubeis e Stefano Isola (Arcipelago Studio)

Un disco per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te Segni Invisibili cosa rappresenta?

Segni invisibili rappresenta me, come sono oggi, libera da ogni convenzione stilistica. Non è un punto di arrivo, se mi sentissi arrivata sarebbe la fine, anzi ora più che in passato ho capito che con la mia voce posso sperimentarmi senza paure e condizionamenti, e mi sto divertendo molto.

Parlando di te, invece, visto che è un disco molto diverso dai precedenti che momento artistico stai vivendo?

Il momento artistico certo non è proprio dei migliori, non lo è per lo Spettacolo in senso lato. Io cerco di sfruttare il fermo imposto nel modo più positivo, altrimenti non avrei fatto uscire un CD in tempi di COVID, nel senso che le pause (anche se forzate) possono segnare uno step di crescita importante nel percorso di una artista. Quando siamo costretti a fermarci possiamo avere l’opportunità di entrare in contatto ravvicinato con le nostre debolezze e anche con le nostre immense risorse su cui però il ritmo del tran tran quotidiano non ci permette di attingere. Quando arrivi a toccare il fondo, allora la spinta a voler risalire a ad ogni costo su è più forte e scopri aspetti di te completamente sconosciuti. Io non sto ferma, poi ora devo dedicarmi alla promozione di questo nuovo album che mi impegna non poco.

Ci piace chiudere sempre le nostre interviste con una proiezione verso il futuro: anche se in questo momento storico è abbastanza difficile fare delle previsioni, c’è qualcosa in cantiere di cui ci vuoi parlare?

Di cose in cantiere ce ne saranno sempre! Collaborazioni artistiche a cui sto pensando, video da realizzare nuovi brani in costruzione. Noi musicisti dobbiamo accompagnarci per mano sempre. La musica occupa un’intera vita… diciamo una semibreve in una battuta di 4/4

Leggi tutto...

I Bemolli sono Blu secondo disco degli ABQuartet: “Un lavoro decennale di sperimentazione”

Un disco che unisce free jazz, la musica jungle, il rock con uno stile innovativo e contemporaneo. Si presenta così I Bemolli sono Blu, secondo lavoro degli ABQuartet, formazione capitanata dal pianista Antonio Bonazzo. Questo progetto è stato registrato nel luglio del 2018 e si caratterizza per una accentuata ricerca melodica e per il fatto che sfugge a qualsiasi tipo di classificazione. Il leader della band ci ha parlato del disco e di come è nata questa avventura.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: abbiamo notato che in esso si fondono diversi linguaggi musicali che partono sicuramente dalla musica classica e che passano anche per il rock, il jazz e altri filoni: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Il nostro stile è piuttosto difficile da definire e situare in una categoria musicale specifica, è una musica in cui gli echi di stili musicali differenti si mischiano, risultato di un lavoro di sperimentazione ormai decennale, in cui abbiamo preso sia dal passato che dalle direzioni più estreme del presente quello che ci serviva per sviluppare un diverso concetto di musica. Il risultato, la cui facilità di ascolto nasconde una difficoltà esecutiva non comune, si riassume in un impasto strumentale dalle timbriche insolite caratterizzato da ritmi irregolari e da sviluppi contrappuntistici delle linee melodiche. Come hai giustamente osservato le nostre influenze sono molto eterogenee, dalla musica antica al jazz, dalla contemporanea al metal ma il nostro comune denominatore è l'interesse per il jazz e soprattutto per l'improvvisazione radicale. 

Insomma, possiamo dire che la contaminazione è senza dubbio una delle vostre caratteristiche fondamentali?

Direi di sì anche perché qualunque linguaggio mi sta stretto.  Il linguaggio per noi è un mezzo non il fine stesso della musica. E, con le dovute cautele, qualunque linguaggio può essere calato in ambienti nuovi e trasfigurato per dare vita a uno stile diverso da ciò a cui siamo abituati senza mai strappare quel sottile collegamento con la tradizione che permette di renderlo comunque comprensibile.

In un periodo storico come il nostro, dove c’è tanta diversità e gli stili si fondono, secondo voi è importante aprire la strada alla contaminazione?

Penso che in questo periodo proprio in virtù di tutta la diversità di stili che convivono le contaminazioni tra generi siano la norma. Noi abbiamo semplicemente portato questo discorso alle estreme conseguenze muovendoci tra i generi musicali più disparati. Alla fine nella storia tutti gli stili musicali sono stati frutto di contaminazioni e noi stiamo trovando la nostra direzione in questa commistione di influenze.  

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

AB Quartet rappresenta il punto d’arrivo di un’idea di musica su cui ho cominciato a riflettere verso la fine degli anni ’90. Pensavo a un progetto in cui i musicisti sono parte attiva della composizione stessa e sono in grado di leggere e interpretare parti scritte ma anche di muoversi liberamente negli spazi sconfinati del free jazz e della musica aleatoria. Dopo tanti anni di sperimentazione con formazioni diverse, nel 2015 il gruppo ha trovato la sua line-up definitiva e nel 2016 è uscito il primo disco di AB Quartet “Outsiding”. Da allora il nostro sound si sta perfezionando e il nostro stile si sta adattando sempre meglio alle caratteristiche dei musicisti. Gradualmente la sperimentazione sta lasciando il posto ad una direzione musicale rodata e consapevole.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per il vostro progetto che sembra sempre in divenire cosa rappresenta?

Per noi questo disco è una fotografia del momento e mi rendo conto del fatto che il nostro stile sta cambiando ancora. Il nuovo progetto a cui stiamo lavorando in questo periodo in effetti è molto diverso da questo e altrettanto diverso dal nostro primo disco. Mi sembra di vedere una maturazione stilistica anche se essendo parte in causa il mio giudizio non può essere più di tanto imparziale.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali: nel concept del disco fate riferimento a Debussy: perché è fondamentale per voi questo musicista?

Debussy è stato uno dei miei punti di riferimento musicali quando ero giovane. Al di là di questo ci sono diversi motivi che hanno guidato la nostra scelta: la ricorrenza del centenario dalla morte è stato uno di questi ma da solo non sarebbe bastato. Molti aspetti della sua musica tra cui le scelte armoniche e le sonorità sono molto vicini al nostro stile e al nostro gusto. La sua rivoluzionaria concezione musicale improntata principalmente sulla ricerca armonica, sull’utilizzo di scale modali e di accordi dissonanti non risolti che porta ad un risultato all’ascolto non così distante dal jazz è stato per noi un punto di partenza importante anche perché il confronto con i grandi del passato è sempre un territorio insidioso.

 Ci sono anche altri artisti, noti o anche meno noti, che per voi rappresentano un punto di riferimento?

In generale ascoltiamo un po' di tutto. Tra le influenze più evidenti come gruppo c'è quella del free jazz, in particolare musicisti come Eric Dolphy o Cecil Taylor, ma anche certa musica elettronica e sicuramente il jazz contemporaneo tipo EST, Sclavis, Leszek Mozdzer e Gogo Penguin. 

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Attualmente stiamo terminando un nuovo disco ispirato alla musica antica mentre per il futuro abbiamo in programma un lavoro in collaborazione con un progetto vocale. Da quello che vedo il nostro stile è in continua evoluzione e il gruppo ha acquisito una sempre maggior consapevolezza delle proprie specificità il che porterà sicuramente a qualche nuova direzione musicale. Sono anch’io molto curioso di vedere dove ci porterà la collaborazione con la voce. Lo scopriremo a breve!

Leggi tutto...

Giuseppe Cistola racconta il suo viaggio “Por La Calle Argentina”

Pubblicato dall’etichetta Emme Record Label, Por la Calle Argentina è il disco d’esordio del chitarrista Giuseppe Cistola. Un progetto che spicca per l’innato senso melodico e che allo stesso tempo rappresenta il viaggio di un artista in una terra dal grande fascino e dalle mille contraddizioni. Giuseppe Cistola ha raccontato questo progetto a Jazz Agenda

Giuseppe, Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Innanzitutto, ringrazio Jazz Agenda per l’intervista e l’interesse che ha mostrato verso il mio progetto. L’album rappresenta per me uno spaccato di vita intenso e molto importante. Parte tutto da un viaggio in Argentina che mi ha permesso di conoscere quella che ora è la mia fidanzata e quindi di entrare in contatto con una cultura e uno stile di vita abbastanza diverso da quello europeo. Ammetto di non sapere nel caso non fossi andato in Argentina, se sarei stato in grado di scrivere i 10 brani che compongono “POR LA CALLE ARGENTINA”. Sicuramente, quel viaggio ha lasciato in me molta ispirazione permettendomi di scrivere quasi tutto di getto.

Raccontaci adesso la tua storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Premetto che ho quasi sempre prediletto il trio a qualsiasi altra formazione, ho sempre apprezzato la libertà che lascia al solista senza costrizioni armoniche. C’è molta più aria e questo rende il lavoro più difficile da gestire ma allo stesso tempo molto più stimolante. Nonostante ciò, ad un certo punto è scattata in me la voglia di mettermi alla prova nella scrittura. Penso si possa fare un vero e proprio paragone con la pittura, mi spiego… Se dovessi dipingere un paesaggio con una tavolozza piena di colori sarei molto più libero e facilitato nel rappresentare, quindi descrivere, ciò che vedo. Ecco questo avviene esattamente allo stesso modo in musica, sentivo la necessità di utilizzare più “colori”, in questo caso strumenti, di quelli che ero abituato ad avere. Chiaramente si può lavorare sotto il punto di vista melodico e armonico quando si scrive, ma la fisicità dello strumento è tutta un’altra cosa. Quindi ho optato per il quintetto con sax, chitarra, piano, contrabbasso e batteria.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Diciamo che rappresenta un po’ tutte e tre le cose. Sicuramente è una fotografia del momento, ma anche un punto di partenza, dato che già sono cambiate molte cose (né in meglio, né in peggio, ma solo cambiate) da quando abbiamo registrato il disco. Sento che siamo in continuo mutamento, sia su l’idea che abbiamo di musica, che sull’interplay, il modo di stare sul tempo, ecc. Ma anche un punto di arrivo per quello che è stato il percorso che mi ha portato a registrare questo album.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Avendo mio padre musicista, sono nato e cresciuto con i dischi di jazz in casa. Questa situazione mi ha fatto prendere un percorso “insolito” da quello che potrebbe essere l’ascolto di un musicista in fase embrionale. Di solito partono quasi tutti dal rock per poi mano a mano avvicinarsi al jazz o alla musica classica. Ebbene io ho saltato tutta quella fase piena di energia e adrenalina che appartiene al rock, ma senza sentirne la mancanza, perché non ne ero a conoscenza dell’esistenza.  Quindi riallacciandomi a quali sono stati gli artisti davvero importanti per la mia crescita musicale posso sicuramente citare: Wes Montgomery, Dexter Gordon, Miles Davis, Bill Evans e Chet Baker. Questa posso considerarla come la mia base solida su cui poi sono andato a collegare tutti gli artisti che suonavano con loro, tra i quali: Jimmy Smith, Freddie Hubbard, John Coltrane, Scott LaFaro, Stan Getz, ecc.  Ora dedico più attenzione alla musica “attuale”, senza dimenticare quelle che sono le radici del jazz, alternando anche a periodi in cui non ascolto molta musica di altri per potermi concentrare sulla mia e non essere condizionato dall’esterno.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Ultimamente mi sono appassionato ad un argomento che quasi mai è tirato in ballo nella musica di oggi, ovvero il collegamento tra Occidente ed Oriente. Nello specifico mi sto appassionando alla musica indiana e vorrei approfondire tanto da riuscire a riportare qualcosa da quel mondo al mio “mondo” musicale.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

 

A quando pare la situazione post Covid-19 sembra essersi sbloccata con tutte le dovute precauzioni e fortunatamente suonerò in qualche Festival Jazz sia con la formazione del trio, sia in quintetto in giro per l’Italia. Mentre per quanto riguarda lo sguardo al futuro prevedo di registrare un secondo disco. Nel periodo di lockdown sono riuscito a buttare giù delle idee da cui sono usciti 8 brani…non vedo l’ora di registrarli!

Leggi tutto...

Giuseppe Santelli racconta Metamorfosi: disco d'esordio dei mOs Trio

Pubblicato da Emme record Label, Metamorfosi è il disco d'esordio dei mOs Trio: un progetto che abbraccia diversi stili, dal jazz moderno ad echi più classicheggianti. La line up è composta da Giuseppe Santelli al pianoforte, principale autore dei brani, Renzo Genovese al basso elettrico e Simone Ritacca alla batteria. Giuseppe santelli ci ha raccontato la storia e l'evoluzione di questa band.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Certo è un enorme piacere condividere il nostro progetto con voi. “Metamorfosi” è un album pubblicato dalla Emme Record Label il 10/04/2020 ed è il primo lavoro discografico del mOs trio. I brani attraversano diversi stili e linguaggi, passando da atmosfere latineggianti a quelle dai tratti orientali: caratteristica questa importante per noi che ci ha permesso di proiettarci verso una trasformazione continua senza perdere di vista un filo conduttore tra i brani.

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Il mOs trio nasce da un forte legame di amicizia che abbiamo voluto trasferire anche in campo professionale. Dopo le esperienze musicali avute separatamente, due anni fa è iniziato il nostro percorso insieme. Le ore passate in sala prove hanno contribuito a trovare il suono che ci contraddistingue, espresso poi nelle composizioni di Giuseppe Santelli (pianista del gruppo).

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Considerato che il musicista è in continua evoluzione, grazie all’incessante ricerca di nuovi stimoli e alla voglia di migliorarsi, per noi “Metamorfosi” è la fotografia del nostro attuale pensiero musicale che potrebbe in futuro mutare oppure no, e non saperlo è quello che ci stuzzica di più!

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Ognuno di noi proviene da una formazione artistica e da percorsi musicali diversi che inevitabilmente hanno contribuito alla creazione del nostro sound. Prima di buttarci a capofitto nel lavoro di composizioni inedite, abbiamo dedicato il primo periodo allo studio, all’analisi e alle performance dei brani che più ci accomunano nel linguaggio e che successivamente ci hanno influenzato. Tra questi, in particolare, citiamo Michel Camilo e Michel Petrucciani.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Sicuramente confermeremo il sound del gruppo e le ambientazioni create nelle nostre composizioni; il nostro è un jazz contemporaneo che si mescola con la tradizione della musica classica e riteniamo che il nostro punto di forza possa essere proprio quello di rafforzare questo aspetto per dare un’identità sempre più caratteristica alla nostra musica.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Purtroppo il virus ha momentaneamente congelato tutti i concerti e le varie presentazioni del disco che avevamo organizzato. Adesso ci stiamo pian piano rialzando programmando nuovamente dei concerti per esprimere il nostro messaggio tramite la musica. Ci godiamo per un po' questo bel lavoro per poi andare in “Metamorfosi”, come dice la Title track del nostro album.

Leggi tutto...

L'Equilibrista: un disco di Pierluigi Balducci

 

L’EQUILIBRISTA

Pierluigi Balducci

Etichetta discografica: Dodicilune Edizioni Discografiche e Musicali

Anno produzione: 2020

Di Stefano DENTICE

Un succulento mélange di energico groove, avvolgente sound, finezza melodica e armonica rappresenta lo zenit de L’Equilibrista, nuova creazione discografica concepita dal sensibile ed eclettico bassista/compositore Pierluigi Balducci, brillantemente coadiuvato da tre formidabili partner come Robert Bonisolo (sax tenore), Fabrizio Savino (chitarra) e Dario Congedo (batteria). La tracklist consta di sette brani originali partoriti dalla feracità compositiva di Balducci. Il vizioso (to my friend Viz Maurogiovanni) è una composizione che coinvolge e conquista all’istante.

L’eloquio del bassista è colmo di abbacinante musicalità e lussureggiante cantabilità. Savino si esprime dando vita a un discorso improvvisativo causativo, pregno di intensità espressiva, ben sostenuto dal comping assai efficace e stimolante cesellato dal tandem Balducci-Congedo. Ammaliante l’elocuzione di Bonisolo, guizzante, adamantina e policroma dal punto di vista timbrico. Il climax in L’Equilibrista (terza traccia del CD) è etereo. L’incedere del chitarrista è ricco di buongusto, dallo spirito narrativo e descrittivo. In Monet il mood è crepuscolare. Qui Balducci dà vita a un solo intriso di raffinatezza comunicativa e munificente senso melodico.

L’improvvisazione del sassofonista è a tratti torrenziale, adornata da sprint cromatici, sentimentale e timbricamente ricca, fascinosa, impreziosita da cenni di growl. In pieno solco contemporary jazz, L’Equilibrista è un album nel quale l’eccellente padronanza strumentale dei quattro protagonisti non tarpa mai l’eleganza dell’interpretazione. Il tutto, per fortuna, a beneficio dei quarantotto minuti circa di buona e vera musica.

 

Leggi tutto...

Federico Calcagno racconta il disco d’esordio From Another Planet

 

Pubblicato da Emme Record Label, From Another Planet è il disco d’esordio di Federico Calcagno and the Dolphians, lavoro dedicato al leggendario musicista afroamericano Eric Dolphy. Un progetto moderno con una sezione fiati variabile a seconda del brano che unisce la poetica del jazz degli anni ’60 con un linguaggio fresco e moderno. Si alternano infatti brani originali con alcune rivisitazioni di brani scritti proprio da Eric Dolphy. Federico Calcagno ci ha raccontato questa prima esperienza discografica…

Federico, per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Il disco si intitola “From Another Planet”, pubblicato nel febbraio 2019 da Emme Label Records.  La band (Federico Calcagno and the Dolphians) è costituita da una formazione in sestetto a prevalenza di fiati che, a seconda dei brani, subisce variazioni partendo dal quintetto fino ad arrivare al settimino (quest’ultimo l’organico più grande): completano la band una solida sezione ritmica con vibrafono. Sia il nome dell’album che quello della band celebrano la figura del sassofonista-clarinettista-flautista afroamericano Eric Dolphy, con l’intento di valorizzare, sviluppare, ed estendere le idee musicali contenute nel celebre album “Out to Lunch” (Blue Note, 1964). In sostanza, il disco propone composizioni mie originali dal grande impatto sonoro collegate a rielaborazioni moderne di alcuni brani di Dolphy, come “Hat and Beard”, “Gazzelloni” e “Straight Up and Down”. Nel sound del gruppo riecheggiano atmosfere tipiche delle registrazioni BlueNote degli anni ’60, arricchite con sfumature ritmiche moderne. Il risultato è una musica fresca, piena di interazioni e grande entusiasmo collettivo.

Raccontaci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Il progetto è nato grazie al mio interesse verso la musica di Eric Dolphy e allo studio del clarinetto basso applicato al linguaggio jazzistico, in concomitanza con la fine dei miei studi in clarinetto jazz al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano nell’anno 2017. I musicisti coinvolti appartengono alla scena del jazz lombardo, in particolare quella che ruota intorno a Milano: Gianluca Zanello e Luca Ceribelli ai sassofoni, Andrea Mellace al vibrafono, Stefano Zambon al contrabbasso e Stefano Grasso alla batteria. Il gruppo era nato come laboratorio di studio e ricreazione di alcuni brani di Eric Dolphy e George Russel. Successivamente il nostro repertorio si è sviluppato includendo brani originali e arrangiamenti originali di composizioni contenute in “Out To Lunch”.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Essendo “From Another Planet” il mio disco d’esordio, esso rappresenta sicuramente un punto di partenza per la mia carriera nel mondo del jazz. Sono contento che questo lavoro sia stato riconosciuto come uno dei 100 dischi migliori del 2019 da JAZZIT; anche se non sono amante né sostenitore della competizione e classificazione dell’arte, questo riconoscimento alimenta senz’altro le mie energie creative e la positività che spesso manca in questo mestiere. Essendo solo l’inizio del mio percorso professionale, mi auguro che “From Another Planer” sia la spinta che porterà alla nascita di altri lavori discografici e collaborazioni importanti.

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

Parlando dei miei riferimenti strumentali legati al clarinetto, adoro il suono di Tony Scott e la chiarezza della pronuncia di De Franco. Oggi ci sono grandi virtuosi come Anat Cohen, Don Byron, Eddie Daniels, Ivo Papasov che ammiro molto dal punto di vista strumentale. Per quanto riguarda clarinettisti bassi ho diversi nomi da elencare: in primis i miei insegnanti Joris Roelofs e Achille Succi, poi Eric Dolphy, Michel Portal, Louis Sclavis, Rudi Mahall e Jason Stein. E parlando di riferimenti musicali in generale, mi è importante menzionare Charlie Parker, John Coltrane, Ornette Coleman, Charles Mingus, Vijay Iyer, Steve Lehman, Tyshawn Sorey, John Cage, Stravinsky, Steve Reich e tanti altri ancora.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

Negli ultimi due anni, da quando mi sono trasferito ad Amsterdam per perfezionare i miei studi, è stato più difficile organizzare prove e concerti, ma questo tempo ha portato i suoi frutti a livello compositivo: ho potuto scrivere nuovi brani da includere in un aggiornato repertorio. Infatti l’idea evolutiva di questo progetto è sempre stata quella di scrivere nuovi brani, abbandonando quelli di Dolphy, ma sempre facendo riferimento alla sua figura come punto di partenza e riferimento. In futuro non mi dispiacerebbe e spero vivamente di poter registrare un secondo album che include solo composizioni originali. Le parole chiave di questo gruppo sono e saranno interazione, collettività, riflessione, ascolto.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Con questo progetto avevo tre concerti a maggio che ovviamente sono stati cancellati per l’emergenza sanitaria in corso. Purtroppo non sono stati gli unici cancellati: tutti i miei concerti in Olanda con tanti progetti diversi sono stati annullati fino al primo settembre. C’è però una buona notizia: il primo di giugno è stato pubblicato il mio secondo album “Liquid Identities” per l’etichetta AUT Records. Si tratta di musica scritta da me nel corso del mio perfezionamento di studi avvenuto ad Amsterdam e la formazione vede un quintetto internazionale con altri musicisti provenienti da Spagna, Portogallo e Grecia. Spero che abbiate il piacere di ascoltarlo e di rimanere aggiornati sulle mie attività musicali.

Leggi tutto...

Mediterranean Tales: il nuovo disco di Pasquale Stafano e Gianni Iorio ispirato dal “Mare Nostrum”

Pubblicato dall’etichetta Enja Records, Mediterranean Tales è il nuovo disco del duo composto dal pianista Pasquale Stafano e da Gianni Iorio al bandoneón. Un progetto che nasce dopo una lunga meditazione e soprattutto dopo una lunga esperienza di concerti, ispirandosi ai suoni e ai colori del nostro mare. Questo disco rappresenta inoltre una ricerca musicale portata avanti da due musicisti profondi conoscitori del jazz, della musica classica e dalla world music. Stefano Pasquale e Gianni Iorio hanno raccontato a Jazz Agenda questo loro viaggio in musica…

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Mediterranean Tales è un disco a cui teniamo moltissimo. Si tratta di sei racconti in musica che trovano ispirazione durante i nostri viaggi nel Mediterraneo dove la parte principale non è la descrizione in sé ma la narrazione delle emozioni che siamo convinti traspaia moltissimo nelle note e le esecuzioni

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

La nostra carriera è iniziata nel 1996 quando abbiamo deciso di formare un duo con pianoforte e fisarmonica con l’intento di eseguire un programma da concerto con brani vari tra il jazz, musiche da film e le composizioni di Astor Piazzolla. Abbiamo studiato molto la musica del compositore argentino nei dettagli, trascrivendo brani direttamente dai dischi. Poi abbiamo fondato il Nuevo Tango Ensamble, un gruppo che proponeva tango jazz e che con il primo album nel 2002 era un quintetto che poi è diventato trio dal 2005 con il secondo disco registrato live a Vienna. Abbiamo inciso altri 2 album con il NTE e poi siamo tornati alle origini: il duo che riteniamo essere una formazione “libera” anche se difficile in cui le possibilità esecutive sono davvero infinite e per questo la amiamo molto. Siamo stati protagonisti di numerosi tour in tutto il mondo, abbiamo inciso “Nocturno” per Enja nel 2016 e poi quest’ultimo album.  Grazie a questo lungo percorso siamo stati protagonisti di tour nei seguenti Paesi: Italia, Francia, Svizzera, Portogallo, Belgio, Olanda, Germania, Austria, Slovacchia, Romania, Croazia, Lituania, Russia, Polonia, Emirati Arabi Uniti, Corea del Sud, Cina, Hong Kong, Taiwan, Giappone, Marocco e speriamo di poterci esibire in America dato che al momento non l’abbiamo ancora fatto.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

E’ sicuramente una fotografia del momento, ci piace molto questa definizione. Sentivamo la necessità di incidere un album il cui contenuto fosse rappresentato da composizioni originali staccandoci totalmente dal tango e dalla musica di altri compositori a differenza di tutti i nostri precedenti CD. E’ il risultato di un lavoro di ricerca durato due anni durante i quali abbiamo lavorato dapprima singolarmente e poi insieme, componendo, arrangiando e trovando le migliori soluzioni per i nostri racconti musicali.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

La musica di Astor Piazzolla ha sicuramente giocato un ruolo fondamentale nella nostra formazione sia come interpreti, sia come arrangiatori che compositori. Ognuno di noi ha dei musicisti di riferimento nella sua ricerca e studio come per esempio Egberto Gismonti, Luis Bacalov, Brad Mehldau ma senza tralasciare gli ascolti e lo studio dei classici come Chopin, Debussy, Scarlatti e Bach che riteniamo giochi un ruolo fondamentale per la formazione di ogni musicista.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

In questo periodo molto particolare e triste per tutto il mondo e soprattutto per l’Italia è davvero difficile immaginare che tutto ritorni come prima in tempi veloci ed è difficile fare previsioni sul futuro. Stiamo comunque preparando un progetto bellissimo che prevede l’arrangiamento e l’esecuzione dei nostri brani con la partecipazione dell’orchestra e che molto probabilmente avrà la sua prima esecuzione presso la Filarmonica Shostakovich di San Pietroburgo il prossimo anno. Abbiamo già in mente quale potrebbe essere la naturale evoluzione della nostra musica che strizza l’occhio all’elettronica ma al momento non vogliamo aggiungere altro.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Abbiamo diversi concerti qui in Italia già fissati, uno su tutti quello del 3 settembre prossimo in un importantissimo festival jazz italiano di cui non è ancora stato ufficializzato il cartellone e non vogliamo anticipare la notizia. Saremo in Giappone e Corea del Sud per la fine di ottobre con un bellissimo tour di concerti e poi un nuovo tour nel 2021 in Cina.

Leggi tutto...

Davide Palma e il disco Something's Gotta Swing: "Un sound fedele alla tradizione ricco di freschezza"

Pubblicato dall’etichetta Emme Record Label, Something’s Gotta Swing è il disco d’esordio di Davide Palma, che lo vede alla testa di una formazione completata da Tiziano Ruggeri alla tromba, Piersimone Crinelli al sax baritono, Andrea Candela al pianoforte, Marco Loddo al contrabbasso ed Emanuele Zappia alla batteria. Un progetto che da un lato rispetta la tradizione degli anni ’50 dall’altro interpreta con freschezza nuovo alcuni standard famosi del songbook americano. Davide Palma ha raccontato a Jazz Agenda questa nuova avventura appena cominciata…

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Something’s Gotta Swing è un disco di jazz che vuole arrivare ad un pubblico appassionato, ma anche suscitare emozioni, intrattenimento in persone meno avvezze a questa musica. All’interno del jazz esiste lo swing, come modo di interpretare e suonare i brani della tradizione americana. All’interno di questo disco è riportato il bagaglio musicale che ho appreso, amato e messo in pratica in questi primi anni di carriera.Gli arrangiamenti originali propongono in una chiave mia personale i brani del jazz che più sento per me rappresentativi. Lo definirei un disco innovativo, un sound fedele alla tradizione, ma al tempo stesso ricco di freschezza.

Raccontaci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

A volta accade nel jazz, e specialmente con i cosiddetti standard jazz, di suonare all’impronta, ovvero senza un arrangiamento, ma eseguendo la struttura del brano come da “standard”. Nel tempo ho iniziato a scegliere dei brani che mi piacessero particolarmente e in cui riconoscevo naturale il mio modo di cantare e di interpretare. Per rendere l’esecuzione ancor più caratteristica, originale, ho cominciato a “vestire” intorno a questi brani degli arrangiamenti musicali, prima nati solo per la sezione ritmica e poi completati da i due fiati. In questo modo, oltre all’esecuzione vocale che risulta personale, il gruppo riesce e definire un ambiente di suono, rendendo completa l’originalità dell’interpretazione.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Something’s Gotta Swing rappresenta per certi versi un punto di partenza: avere un buon materiale, in cui si crede, attraverso il quale si vuole arrivare, emozionare il pubblico, ti permette di fare degli step in avanti. Uno dei motivi primitivi della registrazione del disco era avere la possibilità di condividere il mio modo di far musica, supportato dal sestetto di musicisti che ho coinvolto.

Per altri versi rappresenta un punto di arrivo: è presente la musica, le emozioni legate alla musica che ho coltivato nel tempo fino ad ora e che ho cercato di tradurre in arrangiamenti prima, e in suono poi, assieme ai musicisti. Sono dell’idea che, quando si sceglie di registrare un disco e farne un album che rappresenti in tutto e per tutto la tua musica, si debba essere molto consapevoli di ciò che si vuole, del suono e dell’intenzione del prodotto in generale. Per questo è come se fosse una fotografia. Lo scatto di una foto dura un attimo, e subito dopo il tempo regala una nuova possibilità di cambiare e cercare qualcos’altro. Questo non significa che una volta uscito, Something’s Gotta Swing non mi rappresenterà più, ma anzi, sulla base di questo bagaglio, sentirò la necessita di esplorare nuove direzioni musicali fino a che non sarò pronto a scattare un’altra foto. Per adesso questa è la mia foto!

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

Musicalmente parlando, io sono molto legato alla tradizione del jazz americano degli anni ’50 e primi ’60. Tra i cantanti che più ascolto e guardo con ispirazione posso citare Mel Torme, Frank Sinatra, Sarah Vaughan, Anita O’ Day, Nat King Cole, Sammy Davis jr, Tony Bennet. Ma sono anche molti i musicisti che ispirano il mio percorso di cantante e non: Errol Garner, Oscar Peterson, Red Garland, Sonny Stitt, Chet Baker, Paul Chambers. Per poi citare compositori come Cole Porter, Van Heusen, Mercer…

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

Come spiegavo, questo disco è un punto di partenza, dal quale e con il quale iniziare condividere e far conoscere il Davide Palma Sextet, il mio modo di far jazz e di comunicare attraverso i brani le mie emozioni ed interpretazioni.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Sto preparando la presentazione ufficiale del disco Something’s Gotta Swing con il Davide Palma Sextet.

Leggi tutto...

The Second, il nuovo disco dei Jazzincase: "Un insieme di emozioni e di vita vissuta"

Pubblicato dall'etichetta Irma Records, "The Second" è il secondo album dei Jazzincase, progetto smooth jazz che vede la partecipazione di Kiki Orsi alla voce, Luca Tomassoni al basso e contrabbasso e Claudio Trinoli alla batteria. Hanno inoltre collaborato grandi musicisti come Toti Panzanelli (chitarra), Alessandro Deledda (piano e tastiere e arrangiamenti), Luca Scorziello (percussioni), Eric Daniel (sax), Massimo Guerra (tromba), Emanuele Giunti (piano), Giovanni Sannipoli (sax), Peter de Girolamo (piano, tastiere e arrangiamenti) e in ultimo, ma non ultimo, il grande produttore Nerio Papik Poggi. Il disco include cinque brani inediti e 6 cover e ha come protagonista la bellezza declinata e descritta in tutte le sue forme. I membri della band hanno raccontato a Jazz Agenda questa nuova avventura. 

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

“the Second” non è solo il nostro secondo album ma più concettualmente il mettere il punto su un cambiamento che abbiamo, anche un po’ con di coraggio, voluto esprimere attraverso l’intrusione di generi musicali che nel nostro primo, “Bonbon City”, non erano stati contemplati. Infatti in questo album abbiamo voluto inserire elementi elettronici, il pop, la dance ed un cameo rock. La presenza dei cinque inediti ci ha portati a volerli accompagnare nel loro significato attraverso generi misti, dove la matrice rimane in ogni caso il mood jazzincase e l’inevitabile zampata jazz. 

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Kiki (la cantante e songwriter del progetto)al rientrando da un viaggio a New York nel 2008, dove è stata a contatto con dj un team di dj internazionali che portavano nelle loro serate lo smooth jazz, si è innamorata di questo genere “non genere” ( è più definita una commistioni di generi e dai critici americani non considerato tale) ha deciso di essere promotrice di un nuovo progetto, denominandolo “jazzincase” , ovvero il “Jazz in valigia” oppure “ ci metto il Jazz quando serve”. Tutto questo dal 2016. E così , con molta naturalezza, si sono avvicinati coloro i quali ancora ad ora fanno parte del cosiddetto zoccolo duro: Luca Tomassoni al basso e contrabbasso e Claudio Trinoli alla batteria.

Ma il team è molto più ampio. In entrambi gli album sono presenti pianisti e tastieristi e arrangiatori del calibro di Danilo Riccardi, Alessandro Deledda, Peter de Girolamo e poi ancora Luca Scorziello alle percussioni, Toti Panzanelli alla chitarra, Eric Daniel, Carlo Maria Micheli, Giovanni Sannipoli ai sax, Massimo Guerra e Cesare Vincenti alla tromba, Nerio Papik Poggi come arrangiatore.

Inizialmente abbiamo passato gran parte del tempo in sala prove montando brani del panorama pop internazionale, cercando una chiave di arrangiamento personalizzata, da utilizzare, quasi subito, anche con gli inediti per altro in più lingue. (Per questo sono nate collaborazioni, anche da lontano attraverso facebook. ) Successivamente, attraverso i vari incontri professionali e consolidandoli, la voglia di creare sempre nuovi brani è in agguato, talvolta giornaliera. E’ come entrare in un bel negozio di abbigliamento ed invece di dover provare tutto c’è uno specchio virtuale che ti fa vedere la tua immagine vestita così da poter scegliere il tuo outfit più accuratamente.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Un disco rappresenta un insieme di emozioni e di vita vissuta dove l’esigenza è di riuscire ad esprimersi in un modo personalizzato. Tutto questo non è un calcolo fa parte del proprio essere, che si espande ed evolve attraverso il lavoro di chi ti accompagna. In “the Second” ci sono temi importanti che sono stati trattati utilizzando la musica quali: le disfunzioni alimentari sempre più presenti tra i giovani che non si accontentano di essere se stessi e vivere a pieno la vita, ma vogliono sempre più assomigliare ad un prototipo mediatico che è in finale un fake perché non ci appartiene (Beautiful like me (a paper doll); il non dare ascolto, non guardare chi ti promette una vita facile, immediata, di successo perché la droga questo rappresenta inizialmente ma ti lascia a pezzi dopo il suo passaggio (Missis Hyde); l’amore inteso come un abbraccio nella notte, tenersi stretti , ricoprirsene ma imparare a lasciar andare via una persona per lo stesso amore (Cover me); la bellezza di ritrovare la forza di vivere al meglio anche dopo le tempeste della vita (C’est un chat! (probable) ; il gioco dell’amore ritrovato, soprattutto quello inziale che ti fa dimenticare il passato o le avversità pregresse e nuovamente ci rimettiamo in gioco talvolta in modo, giustamente, adolescenziale (The Game)
Un punto di arrivo o di partenza? Un punto di arrivo a conclusione dell’album ma per noi di partenza per i brani successivi. Sappiamo che ci vuole coraggio ed incoscienza ad avere già alle spalle due album diversi tra di loro, ma che hanno in comune la nostra scrittura ed in ogni brano, il nostro modo di essere. Le nostre “fotografie”

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Mamma…tanti, troppi. Citiamone alcuni per vari motivi: Al Jarreau, Annie lennox, Jamiroquai, Jamie Cullum, Amie winehouse, Aretha Franklyn, Fabio Concato, Ella Fitzgerald, ledisi, Chaka Khan, Barbra Streisand….

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Il nostro obiettivo è quello di far conoscere un genere così misto anche in Italia, ai più sconosciuto all’ascolto e con il quale si possano trasmettere dei messaggi importanti. Speriamo di farci conoscere quanto prima e di trarre soddisfazione nel vedere collocato al posto giusto il progetto “jazzincase”, che sempre più artisti ne facciano parte chi per un verso e chi per un altro e di poter portare ovunque i nostri concerti e la nostra energia che esprimiamo puntualmente sul palco, il nostro divertirci continuo ed emozionarci

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Stiamo lavorando proprio in questo periodo su nuovi brani e soprattutto un singolo per noi molto importante come messaggio da trasmettere, concerti non tanti ma scelti che chiunque può trovare sulla nostra pagina facebook. Cliccate mi piace e seguiteci, interagite con noi!
 
 

Leggi tutto...

Alessandro Casciaro racconta il secondo disco dei Karabà intitolato Viola

Pubblicato da Emme Record Label Viola è il secondo disco dei Karabà, trio jazz formato da Alessandro Casciaro, pianoforte e composizioni, Alberto Stefanizzi alla batteria e Stefano Rielli al contrabbasso. Un progetto all’avanguardia dove il concetto di modern jazz si sposa con la tradizione, rispettando le origini mediterranee dei membri della band. Alessandro Casciaro ci ha raccontato questa nuova avventura...

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Carissimi lettori di jazz agenda (a parlare è Alessandro Casciaro, pianista e compositore del Karabà trio) innanzitutto spero che ascoltiate il disco e spero quindi che vi piaccia. Il nostro ultimo lavoro Viola è un disco molto diverso rispetto al precedente Uno, per due ragioni fondamentali: mentre il precedente album si configura come disco sperimentale, di ricerca e tradizione allo stesso tempo, in cui i brani delineano un nuovo spazio nel jazz perché sono presenti elementi provenienti da diversi generi musicali come il funk, il rock, e inoltre perché i brani sono stati scritti e arrangiati con incastri ritmici, cambi di tempo e metriche irregolari; secondo la scrittura dei brani ricopre un lasso di tempo di più di un anno. Il nuovo lavoro, edito sempre da Emme Record Label, è invece un concept album, i brani sono stati scritti di getto in pochissimi giorni e rappresentano un racconto melodico e lineare di una storia, anzi di tante storie che si intrecciano tra loro. Nell'album Viola sono contenute otto tracce originali più un ultima in piano solo riarrangiamento di un brano celebre degli Smashing Pumpkins degli anni 90, Tonight tonght.

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Il nostro trio nasce circa cinque anni fa: siamo tre musicisti che da molto tempo suonano insieme con diverse formazioni e ad un certo punto abbiamo voluto costruire qualcosa di nuovo, spinti dalla nostra forte amicizia e dai tanti gusti musicali in comune. Quindi semplicemente abbiamo iniziato a suonare insieme brani originali, a riarrangiare standards jazz e altri brani provenienti da repertori diversi come il funk e il rock. Abbiamo quindi fortemente voluto mettere insieme le nostre energie per incidere album, suonare la nostra musica in pubblico e divertici facendo soltanto questo.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Un disco rappresenta per una band soltanto un punto di passaggio, cristallizza semplicemente un momento di vita artistica e spinge un musicista verso un nuovo obiettivo, o meglio lo spinge verso una nuova direzione.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Gli artisti che influenzano un musicista sono davvero tanti, perché si ha sempre fame di ascoltare cose nuove, cose interessanti, anche cose inaudite. Ma è pur vero che in tutto questo fiume di musica c è sempre qualcosa che ti colpisce più di altre, e per noi sicuramente sono stati i dischi di Coltrane e di Miles Davis.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Questa è una domanda difficile, difficile perché le evoluzioni artistiche possono essere molteplici, a volte casuali, e inoltre perché sarebbe innaturale programmare un'evoluzione. Tutto quello che un musicista può fare è semplicemente suonare e scrivere, sicuramente ciò che rimane immutato è la volontà di affrontare i cambiamenti mediante l’approccio jazzistico in latu sensu.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Di concerti ne avevamo un bel po' ma purtroppo tutto è saltato per questa situazione di emergenza che stiamo vivendo. Prima di pensare al nuovo disco abbiamo la voglia e il dovere di suonare un po' in giro il nostro ultimo lavoro, è una fase necessaria ed evolutiva.

 

 

 

Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS