Jazz Agenda

Francesco Mascio racconta il nuovo EP Preview: tra contaminazione, ricerca e curiosità

 

Pubblicato il 21 dicembre dall’etichetta Italian Way Music, Preview è il nuovo EP del chitarrista Francesco Mascio contenente tre brani originali intitolati Lilith, Brigid e Nyomuto. Un progetto evocativo, dai tratti onirici che fonde world music, musica etnica affacciandosi anche verso la tradizione irlandese. Ne abbiamo parlato a tu per tu con Francesco Mascio in persona.

Per cominciare l'intervista parliamo subito dell EP: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Preview é un EP contenente tre brani di mia composizione. Lilith é una composizione ispirata alla musica mediterranea, e nello specifico si tratta di un brano molto vicino alle sonorità andaluse. Brigid invece si ispira alla musica irlandese, anche se il suo andamento ritmico ricorda molto la tradizione musicale dei monti Appalachi negli Stati Uniti. Infine Nyomuto, che vede la collaborazione del griot gambiano Jali Babou Saho, é una composizione affine con la tradizione musicale dell’Africa occidentale.

Raccontaci adesso la tua storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Preview” nasce all’interno delle sale di registrazione del Nightingale Studios, a seguito di un’idea di Lorenzo Vella. Nell’ambito di questa iniziativa, ero stato invitato a prendere parte ad una sessione di riprese audio, effettuata mediante una particolare tecnica di registrazione detta binaurale. Successivamente, dall’incontro con l’etichetta Italian Way Music, é nata l’idea di pubblicare l’intero lavoro sotto forma di un EP.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

In un anno complicato per la musica e l’arte in genere come il 2020, ho voluto lasciare un segno tangibile e udibile attraverso questo EP, il quale come, si intuisce dal titolo stesso, anticipa, in una versione guitar solo, le sonorità di un lavoro discografico che ho intenzione di pubblicare più in là. “Preview” rappresenta quindi la prova concreta del non arrendersi, nell’affermare che, nonostante le difficoltà, la Musica va avanti.

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

Lungo il mio percorso musicale sono stati tanti gli artisti che hanno ispirato e influenzato la mia musica.  Citarli tutti sarebbe impossibile, soprattutto perché non ho mai limitato il mio ascolto ad un singolo genere, per cui potrei facilmente accostare Michael Jackson a John Coltrane, come Andrès Segovia a Bob Marley. Per tale motivo credo che l’aspetto più importante che ha caratterizzato le mie influenze musicali, sia stato la curiosità. Infatti grazie al fatto di essere curioso, vado continuamente alla ricerca di nuovi stimoli da cui traggo ispirazione per creare la mia musica.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

In questo periodo in cui l’attività concertistica é pressoché immobile, mi sto dedicando molto alla composizione, che come al mio solito spazia molto tra i vari stili. Vi sono infatti composizioni legate al mondo del jazz, altre connesse con la tradizione musicale africana, altre ancora hanno un taglio più hip hop e r&b, mentre altre composizioni sono invece ispirate alla musica rinascimentale europea. In effetti al momento non saprei dire con esattezza quale di queste vene creative riuscirà a sfociare prima delle altre in una prossima pubblicazione.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

L’ 8 febbraio sono stato in studio per registrare il mio primo singolo, mentre la settimana seguente prenderò parte ad una sessione di registrazione con un quartetto jazz. Molto presto darò notizia di queste nuove attività, ma per il momento non posso svelare altro. Ringrazio Carlo Cammarella per lo spazio dedicato al mio nuovo Ep “Preview” e invio grande abbraccio a 6 corde a tutti gli amici di Jazz Agenda.

Lunga Vita a chi sostiene la Musica e l’Arte.

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Thomas Rückert s il nuovo disco “A Rose E `er Blooming”: dalla musica sacra medievale al jazz

Pubblicato il 18 dicembre 2020 dall’etichetta Eden River Records "A Rose E'er Blooming." È il nuovo album in piano solo del jazzista Thomas Rückert: un progetto che rappresenta un'incarnazione musicale della preghiera. Questo lavoro trae spunto dalle melodie e dai testi sacri tedeschi medievali aggiungendo la libertà dell'improvvisazione e una varietà ben equilibrata di tecniche di pianoforte e composizione. Ecco il racconto di Thomas Rückert

Parliamo dell'album all'inizio dell'intervista: Potrebbe descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

A Rose E `er Blooming è un'incarnazione musicale della preghiera. Serve lo spirito delle melodie e dei testi sacri medievali tedeschi con la libertà dell'improvvisazione e una varietà equilibrata di tecniche pianistiche e compositive. Thomas Rückert combina le melodie originali con strutture musicali di diversi generi. In questo CD si trovano aspetti di jazz, gospel, folk, contrappunto classico occidentale e - sì - musica tradizionale indiana e africana. Si fondono dolcemente con lo spirito della storica musa tedesca al servizio del sacro.

Ora raccontaci la tua storia: Come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

L'idea mi è venuta quando un organizzatore di concerti mi ha chiesto di suonare un concerto di musica natalizia per pianoforte senza le solite canzoni come Jingle Bells o O Tannenbaum, ma piuttosto con canzoni della grande vecchia tradizione tedesca del Medioevo.

Un disco per una band o un artista può sintetizzare cose diverse: una foto del momento, un punto di arrivo o di partenza: cosa rappresenta per voi?

È un arrivo per me, ho potuto realizzare in questo CD cose che per me sono state importanti per tutta la vita, sia dal punto di vista ludico che musicalmente-spirituale. Il sogno di una vita si è avverato.

Quando parliamo dei tuoi riferimenti musicali, cosa ti viene in mente? Ci sono alcuni artisti, conosciuti o meno, che sono stati davvero importanti per voi?

Jam Keith Jarrett viene prima di tutto per me. Suona sempre al momento, è molto onesto e si prende dei rischi. È un seguace di Gudjeff, un maestro spirituale russo, quindi si sente molto il sacro nella sua musica. Per il resto, mi sento molto legato alla tradizione jazzistica e alle sue radici. Musicisti come Thelonious Monk, Bill Evans e naturalmente Herbie Hancock sono molto molto importanti per me.

Come vede il suo progetto in futuro? In breve, quali potrebbero essere gli sviluppi in termini di musica?

In generale mi dedicherò maggiormente al pianoforte solista, incorporandovi influenze dalla world music, ad esempio la musica turca o indiana ne farà parte perché incarnano un grande potere dei rispettivi popoli. Per me sarà sempre importante andare alle radici della musica, per esempio quando lavoro su una canzone spirituale come in questo CD, voglio usare questo spirito e non mostrare le mie capacità personali.

Infine, guardiamo al futuro: Avete in programma qualche concerto o nuove registrazioni che intendete presentare?

Sì, ci sarà un CD in trio pubblicato nel 2021 con il bassista newyorkese Thomas Morgen e il batterista di Colonia Fabian Arends. Ci siamo incontrati in studio l'anno scorso e abbiamo improvvisato meravigliosamente, da un lato in piena libertà e dall'altro su composizioni originali o canzoni sconosciute dell'American Songbook come Bill o dove è il compagno per me.

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Il Gioco pubblica il disco d’esordio: il jazz che si fonde con il rock e i suoni orientali

E’ uscito per l’etichetta Emme Record Label, nell’agosto del 2020, il disco d’esordio de “Il Gioco”. Un trio “bassless” composto dal sassofonista Leonardo Rosselli, il chitarrista Thomas Lasca e il batterista Andrea Elisei con la partecipazione speciale di Francesco Savoretti alle percussioni. Un progetto dinamico in cui il jazz si fonde con il rock e con sonorità orientaleggianti. La band ci ha raccontato questa nuova esperienza.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Salve a tutti, in questo nostro primo disco abbiamo voluto dare spazio alle nostre esperienze personali extra-musicali, inserendole in un contesto preciso che è appunto il nostro sound. Attraverso i vari titoli che abbiamo dato alle tracce dell’album, è possibile risalire alle sensazioni/esperienze che ci hanno colpito a tal punto da scriverci della musica dedicata.

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Il gruppo è nato fra i banchi di scuola delle superiori, il jazz era una nostra passione comune e perciò cercavamo di “strimpellare” come potevamo all’epoca. Poi con il tempo siamo passati da essere un quartetto ad un trio, passando per diversi sostituti, fino ad arrivare all’attuale formazione.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Sicuramente per noi è stato prima di tutto una fotografia del momento, un punto di arrivo di un percorso nato quando eravamo più giovani, ma allo stesso tempo segna l’inizio di una nuova strada che sicuramente percorreremo con un’idea più chiara di quello che è il nostro stile e il nostro concetto di musica.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti? 

Sicuramente molto importanti sono stati il trio di Paul Motian, Joe Lovano e Bill Frisell per il concetto di gruppo “bassless”, ma anche gruppi più vicini alla tradizione jazzistica come il quartetto di Gerry Mulligan e Bob Brookmeyer che ci è stato d’ispirazione per quanto riguarda la gestione dell'accompagnamento melodico.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Attualmente ognuno di noi tre sta seguendo le proprie attività musicali. Non mancano però le occasioni per vederci e per suonare insieme che, visto il periodo in cui viviamo, è già molto. La cosa a cui sicuramente teniamo di più è la nostra amicizia, senza la quale non riusciremmo a tirare fuori una musica come quella presente nel nostro disco d’esordio. Dopotutto il lato umano è quello che va ad influenzare più di tutti l’interplay che si viene a creare al momento dell’esecuzione, oltre ovviamente all’attento ascolto reciproco.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Per ora siamo fermi dal punto di vista del live, sicuramente il periodo non ci è stato molto d’aiuto. Nonostante questo noi ci teniamo “caldi” per la prima occasione disponibile per promuovere Il Gioco dal vivo. Parallelamente a questo ognuno di noi si sta concentrando in progetti diversi sempre in ambito jazzistico, esperienze che sicuramente saranno un grande stimolo per questo trio che fonda le proprie radici sull’interplay e sulla voglia di navigare strade desuete.

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Mediterranean Tales: il nuovo disco di Pasquale Stafano e Gianni Iorio ispirato dal “Mare Nostrum”

Pubblicato dall’etichetta Enja Records, Mediterranean Tales è il nuovo disco del duo composto dal pianista Pasquale Stafano e da Gianni Iorio al bandoneón. Un progetto che nasce dopo una lunga meditazione e soprattutto dopo una lunga esperienza di concerti, ispirandosi ai suoni e ai colori del nostro mare. Questo disco rappresenta inoltre una ricerca musicale portata avanti da due musicisti profondi conoscitori del jazz, della musica classica e dalla world music. Stefano Pasquale e Gianni Iorio hanno raccontato a Jazz Agenda questo loro viaggio in musica…

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Mediterranean Tales è un disco a cui teniamo moltissimo. Si tratta di sei racconti in musica che trovano ispirazione durante i nostri viaggi nel Mediterraneo dove la parte principale non è la descrizione in sé ma la narrazione delle emozioni che siamo convinti traspaia moltissimo nelle note e le esecuzioni

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

La nostra carriera è iniziata nel 1996 quando abbiamo deciso di formare un duo con pianoforte e fisarmonica con l’intento di eseguire un programma da concerto con brani vari tra il jazz, musiche da film e le composizioni di Astor Piazzolla. Abbiamo studiato molto la musica del compositore argentino nei dettagli, trascrivendo brani direttamente dai dischi. Poi abbiamo fondato il Nuevo Tango Ensamble, un gruppo che proponeva tango jazz e che con il primo album nel 2002 era un quintetto che poi è diventato trio dal 2005 con il secondo disco registrato live a Vienna. Abbiamo inciso altri 2 album con il NTE e poi siamo tornati alle origini: il duo che riteniamo essere una formazione “libera” anche se difficile in cui le possibilità esecutive sono davvero infinite e per questo la amiamo molto. Siamo stati protagonisti di numerosi tour in tutto il mondo, abbiamo inciso “Nocturno” per Enja nel 2016 e poi quest’ultimo album.  Grazie a questo lungo percorso siamo stati protagonisti di tour nei seguenti Paesi: Italia, Francia, Svizzera, Portogallo, Belgio, Olanda, Germania, Austria, Slovacchia, Romania, Croazia, Lituania, Russia, Polonia, Emirati Arabi Uniti, Corea del Sud, Cina, Hong Kong, Taiwan, Giappone, Marocco e speriamo di poterci esibire in America dato che al momento non l’abbiamo ancora fatto.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

E’ sicuramente una fotografia del momento, ci piace molto questa definizione. Sentivamo la necessità di incidere un album il cui contenuto fosse rappresentato da composizioni originali staccandoci totalmente dal tango e dalla musica di altri compositori a differenza di tutti i nostri precedenti CD. E’ il risultato di un lavoro di ricerca durato due anni durante i quali abbiamo lavorato dapprima singolarmente e poi insieme, componendo, arrangiando e trovando le migliori soluzioni per i nostri racconti musicali.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

La musica di Astor Piazzolla ha sicuramente giocato un ruolo fondamentale nella nostra formazione sia come interpreti, sia come arrangiatori che compositori. Ognuno di noi ha dei musicisti di riferimento nella sua ricerca e studio come per esempio Egberto Gismonti, Luis Bacalov, Brad Mehldau ma senza tralasciare gli ascolti e lo studio dei classici come Chopin, Debussy, Scarlatti e Bach che riteniamo giochi un ruolo fondamentale per la formazione di ogni musicista.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

In questo periodo molto particolare e triste per tutto il mondo e soprattutto per l’Italia è davvero difficile immaginare che tutto ritorni come prima in tempi veloci ed è difficile fare previsioni sul futuro. Stiamo comunque preparando un progetto bellissimo che prevede l’arrangiamento e l’esecuzione dei nostri brani con la partecipazione dell’orchestra e che molto probabilmente avrà la sua prima esecuzione presso la Filarmonica Shostakovich di San Pietroburgo il prossimo anno. Abbiamo già in mente quale potrebbe essere la naturale evoluzione della nostra musica che strizza l’occhio all’elettronica ma al momento non vogliamo aggiungere altro.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Abbiamo diversi concerti qui in Italia già fissati, uno su tutti quello del 3 settembre prossimo in un importantissimo festival jazz italiano di cui non è ancora stato ufficializzato il cartellone e non vogliamo anticipare la notizia. Saremo in Giappone e Corea del Sud per la fine di ottobre con un bellissimo tour di concerti e poi un nuovo tour nel 2021 in Cina.

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Davide Palma e il disco Something's Gotta Swing: "Un sound fedele alla tradizione ricco di freschezza"

Pubblicato dall’etichetta Emme Record Label, Something’s Gotta Swing è il disco d’esordio di Davide Palma, che lo vede alla testa di una formazione completata da Tiziano Ruggeri alla tromba, Piersimone Crinelli al sax baritono, Andrea Candela al pianoforte, Marco Loddo al contrabbasso ed Emanuele Zappia alla batteria. Un progetto che da un lato rispetta la tradizione degli anni ’50 dall’altro interpreta con freschezza nuovo alcuni standard famosi del songbook americano. Davide Palma ha raccontato a Jazz Agenda questa nuova avventura appena cominciata…

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Something’s Gotta Swing è un disco di jazz che vuole arrivare ad un pubblico appassionato, ma anche suscitare emozioni, intrattenimento in persone meno avvezze a questa musica. All’interno del jazz esiste lo swing, come modo di interpretare e suonare i brani della tradizione americana. All’interno di questo disco è riportato il bagaglio musicale che ho appreso, amato e messo in pratica in questi primi anni di carriera.Gli arrangiamenti originali propongono in una chiave mia personale i brani del jazz che più sento per me rappresentativi. Lo definirei un disco innovativo, un sound fedele alla tradizione, ma al tempo stesso ricco di freschezza.

Raccontaci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

A volta accade nel jazz, e specialmente con i cosiddetti standard jazz, di suonare all’impronta, ovvero senza un arrangiamento, ma eseguendo la struttura del brano come da “standard”. Nel tempo ho iniziato a scegliere dei brani che mi piacessero particolarmente e in cui riconoscevo naturale il mio modo di cantare e di interpretare. Per rendere l’esecuzione ancor più caratteristica, originale, ho cominciato a “vestire” intorno a questi brani degli arrangiamenti musicali, prima nati solo per la sezione ritmica e poi completati da i due fiati. In questo modo, oltre all’esecuzione vocale che risulta personale, il gruppo riesce e definire un ambiente di suono, rendendo completa l’originalità dell’interpretazione.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Something’s Gotta Swing rappresenta per certi versi un punto di partenza: avere un buon materiale, in cui si crede, attraverso il quale si vuole arrivare, emozionare il pubblico, ti permette di fare degli step in avanti. Uno dei motivi primitivi della registrazione del disco era avere la possibilità di condividere il mio modo di far musica, supportato dal sestetto di musicisti che ho coinvolto.

Per altri versi rappresenta un punto di arrivo: è presente la musica, le emozioni legate alla musica che ho coltivato nel tempo fino ad ora e che ho cercato di tradurre in arrangiamenti prima, e in suono poi, assieme ai musicisti. Sono dell’idea che, quando si sceglie di registrare un disco e farne un album che rappresenti in tutto e per tutto la tua musica, si debba essere molto consapevoli di ciò che si vuole, del suono e dell’intenzione del prodotto in generale. Per questo è come se fosse una fotografia. Lo scatto di una foto dura un attimo, e subito dopo il tempo regala una nuova possibilità di cambiare e cercare qualcos’altro. Questo non significa che una volta uscito, Something’s Gotta Swing non mi rappresenterà più, ma anzi, sulla base di questo bagaglio, sentirò la necessita di esplorare nuove direzioni musicali fino a che non sarò pronto a scattare un’altra foto. Per adesso questa è la mia foto!

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

Musicalmente parlando, io sono molto legato alla tradizione del jazz americano degli anni ’50 e primi ’60. Tra i cantanti che più ascolto e guardo con ispirazione posso citare Mel Torme, Frank Sinatra, Sarah Vaughan, Anita O’ Day, Nat King Cole, Sammy Davis jr, Tony Bennet. Ma sono anche molti i musicisti che ispirano il mio percorso di cantante e non: Errol Garner, Oscar Peterson, Red Garland, Sonny Stitt, Chet Baker, Paul Chambers. Per poi citare compositori come Cole Porter, Van Heusen, Mercer…

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

Come spiegavo, questo disco è un punto di partenza, dal quale e con il quale iniziare condividere e far conoscere il Davide Palma Sextet, il mio modo di far jazz e di comunicare attraverso i brani le mie emozioni ed interpretazioni.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Sto preparando la presentazione ufficiale del disco Something’s Gotta Swing con il Davide Palma Sextet.

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The Second, il nuovo disco dei Jazzincase: "Un insieme di emozioni e di vita vissuta"

Pubblicato dall'etichetta Irma Records, "The Second" è il secondo album dei Jazzincase, progetto smooth jazz che vede la partecipazione di Kiki Orsi alla voce, Luca Tomassoni al basso e contrabbasso e Claudio Trinoli alla batteria. Hanno inoltre collaborato grandi musicisti come Toti Panzanelli (chitarra), Alessandro Deledda (piano e tastiere e arrangiamenti), Luca Scorziello (percussioni), Eric Daniel (sax), Massimo Guerra (tromba), Emanuele Giunti (piano), Giovanni Sannipoli (sax), Peter de Girolamo (piano, tastiere e arrangiamenti) e in ultimo, ma non ultimo, il grande produttore Nerio Papik Poggi. Il disco include cinque brani inediti e 6 cover e ha come protagonista la bellezza declinata e descritta in tutte le sue forme. I membri della band hanno raccontato a Jazz Agenda questa nuova avventura. 

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

“the Second” non è solo il nostro secondo album ma più concettualmente il mettere il punto su un cambiamento che abbiamo, anche un po’ con di coraggio, voluto esprimere attraverso l’intrusione di generi musicali che nel nostro primo, “Bonbon City”, non erano stati contemplati. Infatti in questo album abbiamo voluto inserire elementi elettronici, il pop, la dance ed un cameo rock. La presenza dei cinque inediti ci ha portati a volerli accompagnare nel loro significato attraverso generi misti, dove la matrice rimane in ogni caso il mood jazzincase e l’inevitabile zampata jazz. 

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Kiki (la cantante e songwriter del progetto)al rientrando da un viaggio a New York nel 2008, dove è stata a contatto con dj un team di dj internazionali che portavano nelle loro serate lo smooth jazz, si è innamorata di questo genere “non genere” ( è più definita una commistioni di generi e dai critici americani non considerato tale) ha deciso di essere promotrice di un nuovo progetto, denominandolo “jazzincase” , ovvero il “Jazz in valigia” oppure “ ci metto il Jazz quando serve”. Tutto questo dal 2016. E così , con molta naturalezza, si sono avvicinati coloro i quali ancora ad ora fanno parte del cosiddetto zoccolo duro: Luca Tomassoni al basso e contrabbasso e Claudio Trinoli alla batteria.

Ma il team è molto più ampio. In entrambi gli album sono presenti pianisti e tastieristi e arrangiatori del calibro di Danilo Riccardi, Alessandro Deledda, Peter de Girolamo e poi ancora Luca Scorziello alle percussioni, Toti Panzanelli alla chitarra, Eric Daniel, Carlo Maria Micheli, Giovanni Sannipoli ai sax, Massimo Guerra e Cesare Vincenti alla tromba, Nerio Papik Poggi come arrangiatore.

Inizialmente abbiamo passato gran parte del tempo in sala prove montando brani del panorama pop internazionale, cercando una chiave di arrangiamento personalizzata, da utilizzare, quasi subito, anche con gli inediti per altro in più lingue. (Per questo sono nate collaborazioni, anche da lontano attraverso facebook. ) Successivamente, attraverso i vari incontri professionali e consolidandoli, la voglia di creare sempre nuovi brani è in agguato, talvolta giornaliera. E’ come entrare in un bel negozio di abbigliamento ed invece di dover provare tutto c’è uno specchio virtuale che ti fa vedere la tua immagine vestita così da poter scegliere il tuo outfit più accuratamente.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Un disco rappresenta un insieme di emozioni e di vita vissuta dove l’esigenza è di riuscire ad esprimersi in un modo personalizzato. Tutto questo non è un calcolo fa parte del proprio essere, che si espande ed evolve attraverso il lavoro di chi ti accompagna. In “the Second” ci sono temi importanti che sono stati trattati utilizzando la musica quali: le disfunzioni alimentari sempre più presenti tra i giovani che non si accontentano di essere se stessi e vivere a pieno la vita, ma vogliono sempre più assomigliare ad un prototipo mediatico che è in finale un fake perché non ci appartiene (Beautiful like me (a paper doll); il non dare ascolto, non guardare chi ti promette una vita facile, immediata, di successo perché la droga questo rappresenta inizialmente ma ti lascia a pezzi dopo il suo passaggio (Missis Hyde); l’amore inteso come un abbraccio nella notte, tenersi stretti , ricoprirsene ma imparare a lasciar andare via una persona per lo stesso amore (Cover me); la bellezza di ritrovare la forza di vivere al meglio anche dopo le tempeste della vita (C’est un chat! (probable) ; il gioco dell’amore ritrovato, soprattutto quello inziale che ti fa dimenticare il passato o le avversità pregresse e nuovamente ci rimettiamo in gioco talvolta in modo, giustamente, adolescenziale (The Game)
Un punto di arrivo o di partenza? Un punto di arrivo a conclusione dell’album ma per noi di partenza per i brani successivi. Sappiamo che ci vuole coraggio ed incoscienza ad avere già alle spalle due album diversi tra di loro, ma che hanno in comune la nostra scrittura ed in ogni brano, il nostro modo di essere. Le nostre “fotografie”

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Mamma…tanti, troppi. Citiamone alcuni per vari motivi: Al Jarreau, Annie lennox, Jamiroquai, Jamie Cullum, Amie winehouse, Aretha Franklyn, Fabio Concato, Ella Fitzgerald, ledisi, Chaka Khan, Barbra Streisand….

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Il nostro obiettivo è quello di far conoscere un genere così misto anche in Italia, ai più sconosciuto all’ascolto e con il quale si possano trasmettere dei messaggi importanti. Speriamo di farci conoscere quanto prima e di trarre soddisfazione nel vedere collocato al posto giusto il progetto “jazzincase”, che sempre più artisti ne facciano parte chi per un verso e chi per un altro e di poter portare ovunque i nostri concerti e la nostra energia che esprimiamo puntualmente sul palco, il nostro divertirci continuo ed emozionarci

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Stiamo lavorando proprio in questo periodo su nuovi brani e soprattutto un singolo per noi molto importante come messaggio da trasmettere, concerti non tanti ma scelti che chiunque può trovare sulla nostra pagina facebook. Cliccate mi piace e seguiteci, interagite con noi!
 
 

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