Jazz Agenda

Carlo Cammarella

Carlo Cammarella

LaRizzo racconta il disco Fogli che Raccontano: “Un percorso che dura da tutta una vita”

Pubblicato dall'etichetta TRP Music, Fogli che Raccontano è l’ultimo disco della vocalist Alessandra Rizzo, in arte LaRizzo. Un album che rappresenta il percorso musicale di 10 anni di una artista versatile con una chiara impronta blues/soul. Ecco cosa ha raccontato a Jazz Agenda. 

Fogli che raccontano rappresenta il percorso musicale di oltre dieci che ti ha portato ad essere l’artista che sei. Per cominciare ti va di raccontare ai lettori di Jazz Agenda questo percorso?

Potrei dire che è un percorso che dura da tutta una vita. Nasco come violoncellista, ma c’è stato un momento in cui ho sentito l’esigenza di coltivare la mia voce e, dopo numerose esperienze con formazioni di vario genere, ho trovato la mia dimensione nei concerti unplugged con Edo Musumeci alla chitarra. Da qui è stato naturale iniziare a scrivere di me e condividere con lui la composizione dei brani.

Parliamo ora del disco che racchiude brani di vario genere scritti anche in periodi diversi: ti va di descriverlo brevemente?

Fogli che Raccontano, come dico spesso è un viaggio. Un viaggio non solo tra gli eventi della mia vita, ma anche attraverso tutti i generi musicali che mi hanno influenzato e che hanno contribuito a definire il mio linguaggio. E’ una raccolta di brani che tra loro hanno sicuramente un filo conduttore e che dovevano essere una sorta di biglietto da visita per spianare la strada a quello che verrà.

Ascoltando brano per brano abbiamo notato diverse influenze che vanno dal blues, al jazz e anche la musica d’autore. Se dovessimo fare una sintesi di tutto, come descriveresti te stessa?

Amo la contaminazione in tutto quello che faccio. Ho viaggiato molto e questo mi ha permesso di amare profondamente tutte le culture ed i luoghi che ho conosciuto.  So chi sono ma amo arricchirmi di tutto quello che c’è intorno.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Una fotografia del momento in cui sono stati scritti, un punto di arrivo a chiusura di un periodo e di partenza verso quello che verrà.

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

La musica ha veramente fatto sempre parte della mia vita. In macchina, nei viaggi con la famiglia, cantavo a squarciagola Battisti, Dalla, Phil Collins, i Beatles. Poi ho scoperto Pino Daniele e credo di esserne rimasta folgorata. Oggi potrei fare una carrellata infinita che va da Sting, Stevie Wonder, Damien Rice, ma soprattutto Niccolò Fabi, non c’è un momento della mia vita che non sia descritto da un suo brano.

Parlando dei testi, invece, e della parte legata alla scrittura, c’è un filo conduttore che accomuna le canzoni di questo album?

Ogni brano descrive esattamente un momento di vita. Ascoltandoli esattamente nell’ordine in cui sono stati scritti, ognuno può tracciare una storia, arricchita dalle immagini raccontate. Per me, ovviamente sono concatenati tra loro con una rete a maglie fitte e solide.

Quando ti piace comporre le tue canzoni? Ci sono dei momenti in cui ti senti più a tuo agio nella scrittura?

La notte, riesco a mettere ordine tra i miei pensieri. Anche se durante il giorno riempio di annotazioni le note del telefono ed un quaderno che tengo in borsa. Quando non lavoro, vivo un po’ con la testa tra le nuvole, quindi è facile fare voli pindarici.

Chiudiamo con uno sguardo al futuro: al di là delle difficoltà di questo periodo ci sono delle novità di cui ci vuoi palare?

Questo periodo sto cercando di viverlo e guardarlo principalmente nei suoi aspetti positivi. Mi ha concesso di rallentare e, tal volta, di fermarmi, cose che faccio raramente. Sto imparando di nuovo a respirare. Spero serva a ricaricare le energie per quando avremo la possibilità di portare Fogli che Raccontano a passeggio per l’Italia.

Il Quinto Elemento e il nuovo disco Introducing: “Un patchwork che rappresenta le nostre anime”

Pubblicato dall’etichetta Filibusta, Records Introducing è il disco d’esordio de “Il Quinto Elemento”, formazione formazione composta dalle cinque vocalist Irene Giuliani, arrangiatrice dei brani, Mya Fracassini, Elisa Mini, Paola Rovai, Stefania Scarinzi. Un quintetto jazz a cappella che con gusto, ironia e teatralità ha realizzato un album con brani di vario genere arrangiati in una chiave originale e moderna. Ecco il racconta delle cinque vocalist per i lettori di Jazz Agenda

Il Quinto Elemento è un Quintetto Jazz a cappella che in questo primo disco ha affrontato brani di diverso tipo: per cominciare l’intervista volete descriverlo ai lettori di Jazz Agenda?

Mya: Questo è il nostro primo “figlio”, frutto dei primi anni di collaborazione insieme; è un patchwork che rappresenta le varie nostre anime, le nostre differenze e le nostre affinità, armonizzate dalla penna di Irene, che riesce a far convivere nella sua musica gli umori e gli amori di ben cinque cantanti donne, sempre però con una bella spolverata di autoironia.

Visto che i brani sono molto diversi tra loro, volevamo chiedervi anche le motivazioni delle vostre scelte artistiche proprio in merito alle canzoni riarrangiate

Irene: La scelta dipende dai brani che incontro, anche casualmente, e che mi ispirano. Spesso dipende dalla vocazione teatrale, pur nascosta, di questi pezzi. Le idee arrivano e mi accompagnano per un po’, le voci provano già nella mia testa. Pian piano si delineano le strutture che vengono poi esplicitate sul foglio musicale.

Per quanto riguarda i brani inediti, invece, raccontateci anche come li avete composti e come ci avete lavorato. Insomma, siamo anche curiosi di sapere qualcosa del vostro lavoro in sala prove: tutto quello che avviene dietro le quinte.

Irene: I brani originali di mia composizione (Introducing Quinto Elemento e Farnetico) sono evidentemente autoreferenziali.

Elisa: Ci piace molto insistere sulle particolarità del gruppo e di ognuna di noi, mettere in risalto la diversità che costituisce una grande ricchezza.

Irene: Con Introducing mi sono divertita a mettere insieme una specie di collage zappiano dove ogni componente ha un suo momento in cui canta nel proprio stile prediletto.

Mya: I brani arrivano arrangiati da Irene ed ognuna legge la propria parte ma già dalle prime prove facciamo delle modifiche, sperimentiamo soluzioni e alla fine quello che viene fuori è un lavoro collettivo, sia pur partendo dalle idee che scaturiscono dalla testa di Irene.

Nella vostra formazione, essendo un quintetto jazz a cappella, non c’è una sezione ritmica né tantomeno altri strumenti. Premesso che tutto funziona benissimo, ci volete motivare questa scelta?

Irene: Le sole voci che suonano insieme creano una magia irresistibile, quasi sacra. Linee singole si incontrano nello spazio, si fondono e diventano un unico strumento. È un incantesimo a cui non sappiamo sottrarci. La nostra musica è dichiaratamente per voci, solo talvolta imitiamo gli strumenti.

Mya: anche se non esiste una sezione ritmica, la scrittura delle varie parti costruisce sempre un supporto ritmico piuttosto forte, a partire dal basso, che non è sempre affidato alla stessa voce, e comunque anche le altre voci si intrecciano per dare sostegno ritmico e armonico a chi in quel momento ha ruolo solistico.

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e anche il percorso che avete fatto dalla vostra nascita fino all’uscita del disco!

Irene: Per questo bisogna ascoltare “Farnetico”, è tutto spiegato per filo e per segno, ma alla base di tutto c’è l’amore per la musica e l’amicizia.

Un disco può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Irene: Tutte e tre le cose. Documenta il nostro primo periodo insieme, fotografa il repertorio che sentiamo adesso più rappresentativo, ci dà modo di chiudere un capitolo e stilare finalmente la tracklist del prossimo disco.

Se parliamo dei vostri riferimenti cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti o anche dei filoni musicali che per voi come band rappresentano un punto di riferimento?

Irene: Il riferimento primario è quello dei King’s Singers, storico gruppo vocale maschile inglese di fama mondiale, ospite ricorrente dei teatri fiorentini. Arrangiamenti sopraffini, ironia british, suono celestiale. In realtà ci discostiamo dal loro approccio per quanto riguarda gli interventi solistici: mettiamo in risalto la differenza delle nostre singole voci e personalità. E qui si apre un mondo di altri riferimenti: dal vocal jazz più classico a Zappa, dalla Bossa nova all’Alternative rock, dai madrigali rinascimentali a Rossini, dal classico allo sperimentale.

Mya: Alla fine il nostro punto di riferimento è proprio il giocare con gli stili e i generi musicali. Non esitiamo davanti a nessuna commistione.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Irene: C’è una discreta “wish list” di brani che attendono di essere cantati dal Quinto Elemento, gli arrangiamenti in parte realizzati, in parte solo teorizzati.

Elisa: Alcuni brani sono originali, altri come nostra usanza sono estrapolati dai più vari repertori.

Mya: Forse dovremmo fare al più presto due nuovi dischi seguendo le due diverse direzioni o più probabilmente continueremo a unire ciò che appare differente. In fondo questa è la nostra più profonda vocazione.

 

Manuel Magrini racconta il suo ultimo disco Dreams: un viaggio tra sogno e realtà

Pubblicato il 30 ottobre da Encore Music, Dreams è il secondo album del pianista umbro Manuel Magrini che vede la partecipazione di Francesco Ponticelli al contrabbasso e Bernardo Guerra alla batteria. Un progetto dai tratti onirici con due fili conduttori principali: il sogno ed il viaggio. Manuel Magrini ha raccontato a Jazz Agenda questa nuova avventura discografica.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Si intitola “Dreams” ed è un disco in piano trio che parla di sogni e viaggi. È il mio secondo lavoro da solista pubblicato dall’Encore Music, prodotto da Roberto Lioli e Vittorio Bartoli, e non vedo l’ora di farlo ascoltare a tutti! In questa avventura, sono accompagnato da due grandissimi musicisti come Francesco Ponticelli (al contrabbasso) e Bernardo Guerra (alla batteria). La scaletta è composta da tutti miei brani originali con l’unica eccezione di “Après un rêve” di Gabriel Fauré, concepito originariamente per piano e voce e riadattato in trio per l’occasione.

Raccontaci adesso la tua storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Comporre musica è sempre stata un’esigenza naturale sin da quando ero un bambino, un po’ per la gioia di giocare con i suoni e un po’ per il bisogno di fissare determinati stati d’animo e “moti interiori” che provo; e per fare ciò, non conosco un linguaggio migliore di quello musicale: così astratto e allo stesso tempo diretto. Con l’uscita del mio primo disco in piano solo “Unexpected”, ho iniziato a viaggiare tantissimo facendo concerti in Italia e nel mondo. Le esperienze fatte, oltre a darmi occasioni per maturare, mi hanno sempre lasciato sensazioni forti, scoprendo nuove culture, arte, natura ma soprattutto per le belle relazioni personali che questo meraviglioso lavoro permette di instaurare. Tutte queste sensazioni vengono amplificate nei sogni che faccio e che vivo come un ulteriore viaggio interiore e per questo, in ogni posto dove sono stato, ho sempre scritto almeno un’idea musicale. Perciò, alla base del progetto c’è stata la volontà di raccogliere i vari brani composti e associati ad ogni viaggio/sogno fatto e dargli una forma. La scelta del piano trio è stata una conseguenza naturale, perché avevo bisogno di espandere la tavolozza sonora utilizzata fino ad allora nel piano solo. Bernardo e Francesco sono stati i compagni ideali per questa avventura, perché hanno avuto la sensibilità e l’esperienza per capire le mie idee ma allo stesso personalizzare fortemente i loro ruoli nelle composizioni.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

È contemporaneamente punto di arrivo e di partenza. Punto di arrivo perché rappresenta la concretizzazione di un percorso di crescita e ricerca fatto fino ad allora; allo stesso tempo, diventa anche un punto di partenza, perché rappresenta la base del nuovo discorso musicale che dovrà essere sviluppato da lì in poi. È stato così, per me, il primo disco, e lo è anche questo nuovo ora.

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

Per primo non posso fare a meno di citare Ramberto Ciammarughi, geniale pianista, umbro come me, col quale ho iniziato i primi studi sull’improvvisazione quando avevo 15 anni e grazie a lui ho iniziato a pormi alcune domande fondamentali: cosa voglio comunicare quando suono? Come posso sviluppare il mio racconto musicale per far sì che arrivi agli altri? Sulla base di questo ho costruito tutto il resto. Per quanto riguarda i musicisti storici, mi sento profondamente legato a Bill Evans, per la genialità che c’è in ogni elemento della sua musica, ma soprattutto per l’enorme umanità e comunicatività, che mi fanno mi commuovere ad ogni ascolto. Poi c’è Art Tatum per il pianismo, Miles Davis per il concetto di “rischiare” e vivere pienamente il presente quando si suona (ho come riferimento il live al Plugged Nichel col suo secondo quintetto), poi c’è Coltrane per la spiritualità nel fare musica... Insomma, se dovessi citarli tutti rischierei di annoiarvi! Per quanto riguarda i giovani, c’è il pianista armeno Tigran Hamasyan che apprezzo tantissimo, soprattutto nel modo di comporre. Infine, direi che è sempre stato fondamentale il mio amore per la musica classica. Studiarla, per un pianista, equivale a conoscere la storia del proprio strumento: dall’approccio polifonico del clavicembalismo (al quale sono molto legato) alla ricerca timbrica e le evoluzioni della tecnica strumentale del novecento; e qui sarebbero troppi gli autori da citare: ve lo risparmio! Posso dire che in ognuno degli ascolti che faccio, trovo una parte di me e mettendo insieme ogni pezzetto, come un puzzle, costruisco la mia personalità artistica.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

Pur non avendo certezze, credo di avere degli indizi: negli ultimi cinque anni ho iniziato una piccola rivoluzione personale nel mio modo di percepire il ritmo ed usarlo come mezzo espressivo. Sto esplorando la composizione di brani con più ampio respiro rispetto a forme brevi legate al mondo delle songs; questo anche quando scrivo per formazioni di matrice jazzistica come, appunto, il piano trio. Infine sto facendo i miei primi passi nel mondo delle tastiere e dell’elettronica. Questa è la direzione che sta prendendo la mia ricerca musicale e che, credo, svilupperò in futuro.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche progetto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

La situazione attuale, purtroppo, non sta permettendo, a noi musicisti, di vivere serenamente l’attività concertistica e da inizio anno fino ai prossimi mesi, sono stati annullati (o posticipati), molti concerti che avevo già in programma, sia in Italia che all’estero. È triste pensare che il concerto di anteprima del disco lo abbiamo fatto sul palco principale del Ronnie Scott’s a Londra l’anno scorso ed ora si fatica a trovare occasioni per suonare vicino a casa. Chi mi segue sui Social verrà informato presto sulle prossime date disponibili dei concerti. In ogni caso speriamo che il 2021 sarà migliore per tutti i musicisti dal punto di vista concertistico. Per quanto riguarda nuovi progetti, direi che bollono in pentola molte cose. Anzitutto, sto scrivendo tantissimo per piano solo e, quando tutto sarà maturo, sicuramente verrà fissato su disco. Inoltre, sto preparando nuove composizioni con Roberto Gatti (percussionista perugino) che registreremo per il nostro progetto “Uribe” (potete trovare già, su internet, molte cose che abbiamo fatto). Sono, poi, molti i progetti musicali nei quali sto contribuendo (da sideman) con musiche scritte da me come, ad esempio, i “Reverse” con i quali siamo stati in tournée in Malesia e nel Borneo negli anni passati.

Infine, direi che è da tenere d’occhio il duo con Cristina Zavalloni, che è nato da poco ma sta già dando grandi soddisfazioni. Vi consiglio di ascoltare su YouTube (nel canale dell’Egea Music) il nostro recente concerto svoltosi a Cesena e trasmesso in streaming per i circuiti musicali Colombiani.

 

Antonella Vitale e il disco Segni Invisibili: "Ho voluto cimentarmi con stili lontani dal jazz tradizionale"

Pubblicato il 6 novembre 2020 dall'etichetta Filibusta Records, Segni Invisibili è l'ultimo disco della vocalist Antonella Vitale. Un progetto crossover ricco di contaminazione stilistiche che, pur mantenendo fede al passato jazzisitico, si discosta per certi versi dall'approccio avuto nei precedenti album. Hanno collaborato in questo progetto Gianluca Massetti, al pianoforte and keyboards, principale arrangiatore dei brani, Andrea Colella al contrabbasso, Francesco De Rubeis alla batteria e percussioni e Danielle Di Majo al sax Soprano/alto sax/flute. Antonella Vitale ci ha raccontato la storia di questo nuovo disco.

Antonella, Segni invisibili è un disco molto diverso dai precedenti, molto contaminato da diversi stili. Per cominciare da dove nasce l’esigenza di dar vita ad un progetto così diverso dagli altri?

Avevo da tempo l’idea di realizzare un progetto di mie composizioni e con Segni Invisibili ho coronato questo desiderio.

Rispetto ai precedenti progetti cosa è cambiato nel tuo modo di fare musica?

Se penso ai precedenti CD in veste di Band Leader, posso dire che oggi è cambiato molto il mio approccio vocale e musicale sia come interprete che come autrice. In passato già con “Random”, “Acoustic Time” o “Hand Luggage” (Ajugada Quartet), registrati con differenti formazioni, ho voluto mettermi alla prova cimentandomi in stili lontani dal jazz tradizionale, partendo dalla canzone d’autore italiana, fino a raggiungere il Pop americano, oppure utilizzando la voce solo come funzione strumentale. Ciò che rende unico il canto è che non puoi fermare il suo cambiamento fisiologico, la voce muta costantemente, è viva, agisce da riverbero alle nostre emozioni e mi piace imparare dal mio suono le strategie per renderla più vera, senza filtri, senza manierismi. Oggi più che mai dopo oltre venticinque anni di attività artistica ho capito che l’aspetto più interessante è la ricerca continua verso una vocalità sincera che riesca ad arrivare agli altri nel modo più diretto e onesto.

Come mai questa scelta di abbandonare una strada per così dire “canonica” per abbracciare un’idea compositiva diciamo più aperte e libera?

Il punto è proprio questo, io non sento di aver abbandonato nulla, credo anzi che nel percorso di un artista i cambiamenti rappresentino un segnale incontrovertibile di crescita e di maturazione indispensabili per chi fa questo mestiere. Oggi oltretutto la musica vive di riflesso il karma di una globalizzazione velocissima in cui le contaminazioni tra culture diverse, linguaggi e tradizioni popolari hanno segnato un cambiamento epocale nel modo di fare musica. Tutto questo è bellissimo.

Segni invisibili è anche un disco in cui esce fuori la tua vena di cantautrice: di cosa parlando principalmente i tuoi testi?

Il disco è un piccolo ritratto di me, ho scritto sia musiche che testi, mi sono messa in gioco senza veli e senza maschere, i brani sono riflessioni, stati d'animo, brevi considerazioni sulla mia vita, e su come io mi ci sento dentro.

E per quanto riguarda la composizione invece: ci vuoi parlare di come nascono le tue canzoni?

Il modo in cui scrivo è empirico, non pianifico mai nulla, attendo che arrivi un’idea, a volte bastano due frasi scritte di getto su un pezzo di carta, a volte mi metto al pianoforte e istintivamente suono frazioni di melodie e poi gli accordi o viceversa. Per esempio Segni Invisibili l’ho composta in una mezz’ora tra accordi melodia e testo, Ci sono periodi in cui la creatività va in letargo, altri in cui è molto accesa e sei una fucina di idee.

Raccontaci in sintesi la storia di questo disco: come sono nati i brani e soprattutto come sei arrivata alla creazione finale di Segni Invisibili?

Il Progetto è stato pensato e realizzato insieme a Gianluca Massetti, musicista e pianista straordinario. Ci siamo dedicati alla costruzione dei brani che io avevo già scritto, alcuni dei quali lasciati da tempo allo stato embrionale. Abbiamo iniziato con molta tranquillità in un lavoro di squadra per mettere a punto idee, soluzioni armoniche, interpretative e cucirci sopra degli arrangiamenti originali che valorizzassero le canzoni a 360 gradi. E’ stato tutto sedimentato nel tempo e alla fine avevamo materiale per entrare in studio. Ho lasciato a Gianluca la scelta dei musicisti perché volevo che la ritmica fosse compatta sia musicalmente che umanamente. La musica ha bisogno di un caldo abbraccio umano che si manifesti soprattutto nel momento della Registrazione e quando avverti l’intesa, la professionalità, l’umiltà e il sostegno di chi collabora con te, allora si manifesta la vera alchimia e io l’ho vissuta grazie a Danielle di Majo, Andrea Coltella, Francesco De Rubeis e Stefano Isola (Arcipelago Studio)

Un disco per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te Segni Invisibili cosa rappresenta?

Segni invisibili rappresenta me, come sono oggi, libera da ogni convenzione stilistica. Non è un punto di arrivo, se mi sentissi arrivata sarebbe la fine, anzi ora più che in passato ho capito che con la mia voce posso sperimentarmi senza paure e condizionamenti, e mi sto divertendo molto.

Parlando di te, invece, visto che è un disco molto diverso dai precedenti che momento artistico stai vivendo?

Il momento artistico certo non è proprio dei migliori, non lo è per lo Spettacolo in senso lato. Io cerco di sfruttare il fermo imposto nel modo più positivo, altrimenti non avrei fatto uscire un CD in tempi di COVID, nel senso che le pause (anche se forzate) possono segnare uno step di crescita importante nel percorso di una artista. Quando siamo costretti a fermarci possiamo avere l’opportunità di entrare in contatto ravvicinato con le nostre debolezze e anche con le nostre immense risorse su cui però il ritmo del tran tran quotidiano non ci permette di attingere. Quando arrivi a toccare il fondo, allora la spinta a voler risalire a ad ogni costo su è più forte e scopri aspetti di te completamente sconosciuti. Io non sto ferma, poi ora devo dedicarmi alla promozione di questo nuovo album che mi impegna non poco.

Ci piace chiudere sempre le nostre interviste con una proiezione verso il futuro: anche se in questo momento storico è abbastanza difficile fare delle previsioni, c’è qualcosa in cantiere di cui ci vuoi parlare?

Di cose in cantiere ce ne saranno sempre! Collaborazioni artistiche a cui sto pensando, video da realizzare nuovi brani in costruzione. Noi musicisti dobbiamo accompagnarci per mano sempre. La musica occupa un’intera vita… diciamo una semibreve in una battuta di 4/4

I Bemolli sono Blu secondo disco degli ABQuartet: “Un lavoro decennale di sperimentazione”

Un disco che unisce free jazz, la musica jungle, il rock con uno stile innovativo e contemporaneo. Si presenta così I Bemolli sono Blu, secondo lavoro degli ABQuartet, formazione capitanata dal pianista Antonio Bonazzo. Questo progetto è stato registrato nel luglio del 2018 e si caratterizza per una accentuata ricerca melodica e per il fatto che sfugge a qualsiasi tipo di classificazione. Il leader della band ci ha parlato del disco e di come è nata questa avventura.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: abbiamo notato che in esso si fondono diversi linguaggi musicali che partono sicuramente dalla musica classica e che passano anche per il rock, il jazz e altri filoni: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Il nostro stile è piuttosto difficile da definire e situare in una categoria musicale specifica, è una musica in cui gli echi di stili musicali differenti si mischiano, risultato di un lavoro di sperimentazione ormai decennale, in cui abbiamo preso sia dal passato che dalle direzioni più estreme del presente quello che ci serviva per sviluppare un diverso concetto di musica. Il risultato, la cui facilità di ascolto nasconde una difficoltà esecutiva non comune, si riassume in un impasto strumentale dalle timbriche insolite caratterizzato da ritmi irregolari e da sviluppi contrappuntistici delle linee melodiche. Come hai giustamente osservato le nostre influenze sono molto eterogenee, dalla musica antica al jazz, dalla contemporanea al metal ma il nostro comune denominatore è l'interesse per il jazz e soprattutto per l'improvvisazione radicale. 

Insomma, possiamo dire che la contaminazione è senza dubbio una delle vostre caratteristiche fondamentali?

Direi di sì anche perché qualunque linguaggio mi sta stretto.  Il linguaggio per noi è un mezzo non il fine stesso della musica. E, con le dovute cautele, qualunque linguaggio può essere calato in ambienti nuovi e trasfigurato per dare vita a uno stile diverso da ciò a cui siamo abituati senza mai strappare quel sottile collegamento con la tradizione che permette di renderlo comunque comprensibile.

In un periodo storico come il nostro, dove c’è tanta diversità e gli stili si fondono, secondo voi è importante aprire la strada alla contaminazione?

Penso che in questo periodo proprio in virtù di tutta la diversità di stili che convivono le contaminazioni tra generi siano la norma. Noi abbiamo semplicemente portato questo discorso alle estreme conseguenze muovendoci tra i generi musicali più disparati. Alla fine nella storia tutti gli stili musicali sono stati frutto di contaminazioni e noi stiamo trovando la nostra direzione in questa commistione di influenze.  

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

AB Quartet rappresenta il punto d’arrivo di un’idea di musica su cui ho cominciato a riflettere verso la fine degli anni ’90. Pensavo a un progetto in cui i musicisti sono parte attiva della composizione stessa e sono in grado di leggere e interpretare parti scritte ma anche di muoversi liberamente negli spazi sconfinati del free jazz e della musica aleatoria. Dopo tanti anni di sperimentazione con formazioni diverse, nel 2015 il gruppo ha trovato la sua line-up definitiva e nel 2016 è uscito il primo disco di AB Quartet “Outsiding”. Da allora il nostro sound si sta perfezionando e il nostro stile si sta adattando sempre meglio alle caratteristiche dei musicisti. Gradualmente la sperimentazione sta lasciando il posto ad una direzione musicale rodata e consapevole.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per il vostro progetto che sembra sempre in divenire cosa rappresenta?

Per noi questo disco è una fotografia del momento e mi rendo conto del fatto che il nostro stile sta cambiando ancora. Il nuovo progetto a cui stiamo lavorando in questo periodo in effetti è molto diverso da questo e altrettanto diverso dal nostro primo disco. Mi sembra di vedere una maturazione stilistica anche se essendo parte in causa il mio giudizio non può essere più di tanto imparziale.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali: nel concept del disco fate riferimento a Debussy: perché è fondamentale per voi questo musicista?

Debussy è stato uno dei miei punti di riferimento musicali quando ero giovane. Al di là di questo ci sono diversi motivi che hanno guidato la nostra scelta: la ricorrenza del centenario dalla morte è stato uno di questi ma da solo non sarebbe bastato. Molti aspetti della sua musica tra cui le scelte armoniche e le sonorità sono molto vicini al nostro stile e al nostro gusto. La sua rivoluzionaria concezione musicale improntata principalmente sulla ricerca armonica, sull’utilizzo di scale modali e di accordi dissonanti non risolti che porta ad un risultato all’ascolto non così distante dal jazz è stato per noi un punto di partenza importante anche perché il confronto con i grandi del passato è sempre un territorio insidioso.

 Ci sono anche altri artisti, noti o anche meno noti, che per voi rappresentano un punto di riferimento?

In generale ascoltiamo un po' di tutto. Tra le influenze più evidenti come gruppo c'è quella del free jazz, in particolare musicisti come Eric Dolphy o Cecil Taylor, ma anche certa musica elettronica e sicuramente il jazz contemporaneo tipo EST, Sclavis, Leszek Mozdzer e Gogo Penguin. 

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Attualmente stiamo terminando un nuovo disco ispirato alla musica antica mentre per il futuro abbiamo in programma un lavoro in collaborazione con un progetto vocale. Da quello che vedo il nostro stile è in continua evoluzione e il gruppo ha acquisito una sempre maggior consapevolezza delle proprie specificità il che porterà sicuramente a qualche nuova direzione musicale. Sono anch’io molto curioso di vedere dove ci porterà la collaborazione con la voce. Lo scopriremo a breve!

Fogli che Raccontano: l'ultimo disco di LaRizzo (TRP Edizioni)

Pubblicato dall'etichetta discografica TRP Edizioni, Fogli che Raccontano è l'ultimo disco di Alessandra Rizzo (LaRizzo) uscito il 25 settembre 2020. Attraverso questo disco l'artista descrive il suo percorso artistico, raccogliendo i brani più rappresentativi di 10 anni. I brani, presentati in ordine di scrittura, permettono all’ascoltatore di  vivere le emozioni della cantautrice, attraverso un viaggio fatto di immagini, luoghi, parole e sonorità, che restano impresse come durante la lettura di un libro. La vocalità versatile, ma di chiara impronta blues/soul, si fonde con sonorità vere che strizzano l’occhio al purismo acustico e si rivolgono ai più esigenti ascoltatori di produzioni High End. Il genere musicale può indentificarsi come una world music d’autore con contaminazioni jazz, sud americane ed etniche. Sotto la direzione artistica ed esecutiva di Riccardo Samperi (Sound Engineer  di numerosi artisti nazionali ed internazionali, Grindie Awards - Indipendent Artist Music Award, www.trpmusic.com ) e  Edoardo Musumeci (Tinturia, Red Canzian),  vedono la partecipazione di musicisti conosciuti nel panorama musicale nazionale quali:

Edoardo Musumeci alle chitarre (Tinturia, Red Canzian)

Special Guests: Gionata Colaprisca alle percussioni (Samuele Bersani, Lucio Dalla);

Massimo Greco alla tromba (Zucchero, Ligabue, Neffa);

Mario Pappalardo al rhodes (Mariella Nava, Giovanna D’Angi);

Teresa Raneri backing voice (Mario Venuti , L’ArmA)

BREVE BIO: Alessandra Rizzo, LaRizzo, livornese di nascita ma Catanese di adozione, inizia gli studi musicali giovanissima, ma si dedica totalmente allo studio del canto dopo aver abbandonato gli studi classici da violoncellista. Amante della contaminazione e curiosa verso tutti i linguaggi musicali, ha lavorato con numerose formazioni cantando pop, rock, blues, jazz, reggae, cubano, ciò le ha permesso di sviluppare versatilità vocale mantenendo però una chiara impronta blues/soul. Negli anni, grazie al sodalizio musicale con il chitarrista Edoardo Musumeci, trova la sua dimensione principalmente nelle sonorità acustiche. Il grande feeling che si crea li porta a spaziare all’interno dei vari generi, prediligendo l’improvvisazione e l’interplay, dando vita ogni volta ad un live unico. Dopo l’uscita del primo singolo “Con le mie scarpe” ed il secondo posto al Lennon Festival con il brano “ Troppe Luci, niente Stelle” (scritto a 4 mani con il leader degli Sugarfree, Matteo Amantia), presenta ufficialmente i primi lavori cantautoriali al Mei di Faeza, ricevendo un ottimo riscontro ed incoraggiandola a lavorare alla realizzazione del primo disco. Fondamentale l’incontro con Riccardo Samperi (TRPmusic) che, in totale simbiosi con Edoardo e nel totale rispetto verso la scrittura, permette la realizzazione di “Fogli che Raccontano”.

Esce In Digitale ”I Bemolli Sono Blu” il Nuovo Album degli Ab Quartet

“I BEMOLLI SONO BLU” è il secondo album del gruppo strumentale ABQuartet. Registrato in studio nel luglio 2018, è caratterizzato da uno stile ibrido difficilmente inseribile all'interno di una categoria musicale specifica. Un linguaggio che affonda le proprie radici nella musica della tradizione classica, ma che si evolve attraverso il free jazz, il jungle, il rock e, in generale, attraverso gli stili più attuali della musica contemporanea. I sette brani dell’album sono prevalentemente scritti ma prevedono ampi spazi di improvvisazione sia singola che collettiva. Il risultato si riassume in un impasto strumentale dalle timbriche insolite caratterizzato da ritmi irregolari e da sviluppi contrappuntistici delle linee melodiche.

Spiega la band a proposito del nuovo album: «Per quanto riguarda il concept del disco, ci siamo rifatti alla musica di Debussy anche se spesso non sono rimasti che fugaci accenni del materiale originale. Abbiamo invece lasciato largo spazio alla creazione di una nuova musica, ibrida e di difficile collocazione dal punto di vista stilistico».

 Di seguito la tracklist di “I bemolli sono blu”: “Moon”, “Serenade”, “Snow”, “The Five Notes”, “Disharmonies”, “Immagini dimenticate”, “Movement”.

 “I bemolli sono blu” è disponibile su Spotify al seguente link: https://spoti.fi/3k8qXiB

 Biografia

AB Quartet nasce nel 2009 come progetto di sperimentazione. Dopo un primo periodo con formazioni ogni volta differenti che si avvicendavano intorno al leader e pianista Antonio Bonazzo, nel 2015 il quartetto ha raggiunto la sua lineup attuale. Il progetto ABQ ha riscosso consensi in diverse situazioni concertistiche principalmente in Italia e Svizzera e si è evoluto perfezionando il suo sound unico fino al lancio del primo album in studio "OUTSIDING", registrato in studio nel luglio 2016. Nel 2018, in occasione del centenario dalla morte di Claude Debussy, AB Quartet ha proposto un progetto basato su arrangiamenti di musica del grande compositore francese. Ad agosto del 2020 la band pubblica l’album “I bemolli sono blu”, una rivisitazione di alcuni brani di Debussy nel caleidoscopico stile musicale di ABQ. I temi originali, quasi fossero standard jazz, vengono trattati con una certa libertà ma quando anche siano nascosti o solo accennati riecheggiano comunque inconfondibili le atmosfere di Debussy. “I bemolli sono blu” rappresenta il culmine dell'esperienza artistica del pianista e leader Antonio Bonazzo il quale con questo progetto vuole ancora una volta mettere alla prova il suo genio musicale rendendo omaggio ad uno dei più importanti musicisti di sempre. Il brano “Serenade” estratto dal nuovo album sarà in rotazione radiofonica dal 18 settembre.

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Sabatino e Abbracciante omaggiano la musica italiana in chiave jazz al Bar dell'Angolo

Un progetto che nasce dall’incontro di due anime musicali sensibili, quella del trombettista jazz Andrea Sabatino (ideatore del duo) e del fisarmonicista Vince Abbracciante, in cui un verace interplay regna sovrano. Prende vita così “Melodico”, nuova avventura artistica imperniata su una personale e interessante (re)interpretazione in chiave jazz di alcuni fra i più significativi brani della musica italiana autografati da straordinari autori del calibro di Gorni Kramer, Augusto Martelli, Bruno Martino, Luigi Tenco e Armando Trovajoli. Venerdì 21 agosto, alle 22:00, i due musicisti pugliesi eseguiranno il ricco repertorio di “Melodico” al Bar dell’Angolo (Via degli Imperiali, 14Manduria). Trombettista preparatissimo dal punto di vista tecnico, profondo conoscitore del linguaggio bebop e hard-bop, dall’agile e adrenalinico fraseggio pregno di swing, nonché intenso e particolarmente espressivo nelle ballad, Andrea Sabatino è un nome di spicco della scena jazzistica pugliese e non solo.

Grazie alle sue acclarate qualità artistiche, il musicista salentino ha condiviso il palco al fianco di numerosi jazzisti blasonati in ambito nazionale e internazionale, come: Dee Dee Bridgewater, Arthur Miles, Marco Tamburini, Giovanni Amato, Fabrizio Bosso, Javier Girotto, Rosario Giuliani, Daniele Scannapieco, Maurizio Giammarco, Tino Tracanna, Piero Odorici, Gaetano Partipilo, Roberto Ottaviano, Renato Sellani, Paolo Di Sabatino, Salvatore Bonafede, Nico Morelli, Dario Deidda, Attilio Zanchi, Giovanni Tommaso, Bruno Tommaso, Massimo Moriconi, Giuseppe Bassi, Luca Alemanno, Gianni Cazzola, Ettore Fioravanti, Massimo Manzi e moltissimi altri ancora. Il suo talento è stato riconosciuto anche fuori dai confini nazionali, in paesi come Giappone, Germania, Croazia, Austria, Kosovo. Vince Abbracciante è uno fra i fisarmonicisti italiani più apprezzati della sua generazione. Musicista eclettico, capace di spaziare con grande naturalezza dal tango al jazz, dalla musica brasiliana al pop, il suo playing si contraddistingue per impetuosità comunicativa, anima “soulful”, tecnica sopraffina e abbacinanti dinamiche colme di pathos.

Il fisarmonicista ostunese annovera prestigiose collaborazioni con tanti musicisti di levatura mondiale, fra cui: Richard Galliano, Marc Ribot, Juini Booth, John Medeski, Javier Girotto, Tom Kirkpatrick, Gabriele Mirabassi, Giovanni Amato, Flavio Boltro, Fabrizio Bosso, Carlo Actis Dato, Bruno Tommaso, Roberto Ottaviano, Lucio Dalla, Ornella Vanoni, Peppe Servillo. Nell’arco della sua carriera si è esibito praticamente in tutto il mondo, in nazioni quali: Stati Uniti, Germania, Brasile, Indonesia, Malesia, Tailandia, Singapore, Inghilterra, Austria, Francia, Spagna, Sud Africa, Egitto, Cina, India, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda, Libano, Danimarca, Russia, Olanda, Lettonia, Lituania, Canada, Hong Kong. Il concerto firmato dal duo composto da Andrea Sabatino e Vince Abbracciante non è soltanto indirizzato ai cultori del jazz, bensì a tutti gli appassionati della buona e vera musica. Pertanto, soprattutto dopo il lungo periodo di clausura forzata a causa del Covid-19, il caloroso invito è quello di partecipare a un live in grado di calamitare l’attenzione di un pubblico (appunto) eterogeneo e desideroso di trascorrere una serata nel segno di un’eccellente qualità artistica.

Venerdì 21 agosto, ore 22:00, “Melodico” di Andrea Sabatino e Vince Abbracciante al Bar dell’Angolo

 

 

 

 

Giuseppe Cistola racconta il suo viaggio “Por La Calle Argentina”

Pubblicato dall’etichetta Emme Record Label, Por la Calle Argentina è il disco d’esordio del chitarrista Giuseppe Cistola. Un progetto che spicca per l’innato senso melodico e che allo stesso tempo rappresenta il viaggio di un artista in una terra dal grande fascino e dalle mille contraddizioni. Giuseppe Cistola ha raccontato questo progetto a Jazz Agenda

Giuseppe, Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Innanzitutto, ringrazio Jazz Agenda per l’intervista e l’interesse che ha mostrato verso il mio progetto. L’album rappresenta per me uno spaccato di vita intenso e molto importante. Parte tutto da un viaggio in Argentina che mi ha permesso di conoscere quella che ora è la mia fidanzata e quindi di entrare in contatto con una cultura e uno stile di vita abbastanza diverso da quello europeo. Ammetto di non sapere nel caso non fossi andato in Argentina, se sarei stato in grado di scrivere i 10 brani che compongono “POR LA CALLE ARGENTINA”. Sicuramente, quel viaggio ha lasciato in me molta ispirazione permettendomi di scrivere quasi tutto di getto.

Raccontaci adesso la tua storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Premetto che ho quasi sempre prediletto il trio a qualsiasi altra formazione, ho sempre apprezzato la libertà che lascia al solista senza costrizioni armoniche. C’è molta più aria e questo rende il lavoro più difficile da gestire ma allo stesso tempo molto più stimolante. Nonostante ciò, ad un certo punto è scattata in me la voglia di mettermi alla prova nella scrittura. Penso si possa fare un vero e proprio paragone con la pittura, mi spiego… Se dovessi dipingere un paesaggio con una tavolozza piena di colori sarei molto più libero e facilitato nel rappresentare, quindi descrivere, ciò che vedo. Ecco questo avviene esattamente allo stesso modo in musica, sentivo la necessità di utilizzare più “colori”, in questo caso strumenti, di quelli che ero abituato ad avere. Chiaramente si può lavorare sotto il punto di vista melodico e armonico quando si scrive, ma la fisicità dello strumento è tutta un’altra cosa. Quindi ho optato per il quintetto con sax, chitarra, piano, contrabbasso e batteria.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Diciamo che rappresenta un po’ tutte e tre le cose. Sicuramente è una fotografia del momento, ma anche un punto di partenza, dato che già sono cambiate molte cose (né in meglio, né in peggio, ma solo cambiate) da quando abbiamo registrato il disco. Sento che siamo in continuo mutamento, sia su l’idea che abbiamo di musica, che sull’interplay, il modo di stare sul tempo, ecc. Ma anche un punto di arrivo per quello che è stato il percorso che mi ha portato a registrare questo album.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Avendo mio padre musicista, sono nato e cresciuto con i dischi di jazz in casa. Questa situazione mi ha fatto prendere un percorso “insolito” da quello che potrebbe essere l’ascolto di un musicista in fase embrionale. Di solito partono quasi tutti dal rock per poi mano a mano avvicinarsi al jazz o alla musica classica. Ebbene io ho saltato tutta quella fase piena di energia e adrenalina che appartiene al rock, ma senza sentirne la mancanza, perché non ne ero a conoscenza dell’esistenza.  Quindi riallacciandomi a quali sono stati gli artisti davvero importanti per la mia crescita musicale posso sicuramente citare: Wes Montgomery, Dexter Gordon, Miles Davis, Bill Evans e Chet Baker. Questa posso considerarla come la mia base solida su cui poi sono andato a collegare tutti gli artisti che suonavano con loro, tra i quali: Jimmy Smith, Freddie Hubbard, John Coltrane, Scott LaFaro, Stan Getz, ecc.  Ora dedico più attenzione alla musica “attuale”, senza dimenticare quelle che sono le radici del jazz, alternando anche a periodi in cui non ascolto molta musica di altri per potermi concentrare sulla mia e non essere condizionato dall’esterno.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Ultimamente mi sono appassionato ad un argomento che quasi mai è tirato in ballo nella musica di oggi, ovvero il collegamento tra Occidente ed Oriente. Nello specifico mi sto appassionando alla musica indiana e vorrei approfondire tanto da riuscire a riportare qualcosa da quel mondo al mio “mondo” musicale.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

 

A quando pare la situazione post Covid-19 sembra essersi sbloccata con tutte le dovute precauzioni e fortunatamente suonerò in qualche Festival Jazz sia con la formazione del trio, sia in quintetto in giro per l’Italia. Mentre per quanto riguarda lo sguardo al futuro prevedo di registrare un secondo disco. Nel periodo di lockdown sono riuscito a buttare giù delle idee da cui sono usciti 8 brani…non vedo l’ora di registrarli!

Giuseppe Santelli racconta Metamorfosi: disco d'esordio dei mOs Trio

Pubblicato da Emme record Label, Metamorfosi è il disco d'esordio dei mOs Trio: un progetto che abbraccia diversi stili, dal jazz moderno ad echi più classicheggianti. La line up è composta da Giuseppe Santelli al pianoforte, principale autore dei brani, Renzo Genovese al basso elettrico e Simone Ritacca alla batteria. Giuseppe santelli ci ha raccontato la storia e l'evoluzione di questa band.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Certo è un enorme piacere condividere il nostro progetto con voi. “Metamorfosi” è un album pubblicato dalla Emme Record Label il 10/04/2020 ed è il primo lavoro discografico del mOs trio. I brani attraversano diversi stili e linguaggi, passando da atmosfere latineggianti a quelle dai tratti orientali: caratteristica questa importante per noi che ci ha permesso di proiettarci verso una trasformazione continua senza perdere di vista un filo conduttore tra i brani.

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Il mOs trio nasce da un forte legame di amicizia che abbiamo voluto trasferire anche in campo professionale. Dopo le esperienze musicali avute separatamente, due anni fa è iniziato il nostro percorso insieme. Le ore passate in sala prove hanno contribuito a trovare il suono che ci contraddistingue, espresso poi nelle composizioni di Giuseppe Santelli (pianista del gruppo).

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Considerato che il musicista è in continua evoluzione, grazie all’incessante ricerca di nuovi stimoli e alla voglia di migliorarsi, per noi “Metamorfosi” è la fotografia del nostro attuale pensiero musicale che potrebbe in futuro mutare oppure no, e non saperlo è quello che ci stuzzica di più!

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Ognuno di noi proviene da una formazione artistica e da percorsi musicali diversi che inevitabilmente hanno contribuito alla creazione del nostro sound. Prima di buttarci a capofitto nel lavoro di composizioni inedite, abbiamo dedicato il primo periodo allo studio, all’analisi e alle performance dei brani che più ci accomunano nel linguaggio e che successivamente ci hanno influenzato. Tra questi, in particolare, citiamo Michel Camilo e Michel Petrucciani.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Sicuramente confermeremo il sound del gruppo e le ambientazioni create nelle nostre composizioni; il nostro è un jazz contemporaneo che si mescola con la tradizione della musica classica e riteniamo che il nostro punto di forza possa essere proprio quello di rafforzare questo aspetto per dare un’identità sempre più caratteristica alla nostra musica.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Purtroppo il virus ha momentaneamente congelato tutti i concerti e le varie presentazioni del disco che avevamo organizzato. Adesso ci stiamo pian piano rialzando programmando nuovamente dei concerti per esprimere il nostro messaggio tramite la musica. Ci godiamo per un po' questo bel lavoro per poi andare in “Metamorfosi”, come dice la Title track del nostro album.

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