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Gianluca Lucantonio e il disco Slippin’ & Sliding: “Il trio è una sfida continua per un chitarrista”

Si intitola Slippin’ & Sliding l’ultimo disco del chitarrista Gianluca Lucantonio che nasce dopo 15 anni dall’ultimo lavoro. In questo progetto il chitarrista si avvale di altri due musicisti di grande livello con cui collabora da diverso tempo, ovvero Andrea Nunzi alla batteria e Stefano Nunzi al contrabbasso. Sono 13 i brani che fanno parte del disco, tra famosi standard ed altri originali. Ne abbiamo parlato con Gianluca Lucantonio in persona.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: Luca ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

E’ un disco che arriva dopo circa 15 anni dal mio primo cd. La differenza sostanziale è che il primo disco era in quartetto, questo invece è suonato in trio, con la classica formazione chitarra, contrabasso o basso elettrico e batteria. il disco è composto da 13 brani tra cui diversi standard della musica afroamericana e mie composizioni. Suonare in trio per un chitarrista è una sfida continua e non essendoci un altro strumento armonico, si ha molta più libertà, ma bisogna ricordarsi che quando si improvvisa bisognerebbe dare all’ascoltatore sempre dei punti di riferimento armonici, anche quando si suona a “linnee”. A mio avviso, bisogna essere in grado di far sentire a chi ascolta i “cambi” armonici, con riferimenti alla tradizione ma senza rinunciare ad esplorare cose nuove. Un percorso di studio che dura una vita.

Raccontaci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Io e il bravissimo batterista, Andrea Nunzi, ci siamo conosciuti al conservatorio ed è nata un’amicizia che va al di là della musica. Suonando spesso insieme, mi è venuta la voglia di scrivere pezzi nuovi. Di conseguenza abbiamo coinvolto il fratello di Andrea, Stefano Nunzi, grande contrabbassista, abbiamo suonato un po’ e vedendo che funzionava ho deciso di registrare. 

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Per me è sempre un punto di arrivo, di sintesi di un lavoro di anni. Probabilmente è per questo motivo che dal primo disco sono passati 15 anni. Per scrivere pezzi nuovi, decidere di registrarli, deve per me essere successo qualcosa, qualche cambiamento. Suono in maniera molto diversa dal primo disco, si sente chiaramente che alcune cose prima erano in fase embrionale e ora si sono sviluppate, sono più integrate e fanno parte in maniera più completa di un discorso musicale. Ho sempre avuto un suono ben preciso in testa, e mi ci sto avvicinando, ma il cammino è ancora lungo ed in continua evoluzione.

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

Sono cresciuto ascoltando tutti i tipi di musica, con una passione per il jazz che è sfociata intorno ai sedici anni. Ho sempre avuto un approccio analitico alla musica nel senso che, se a livello musicale mi piace una cosa devo capire il perché, e se non mi piace una cosa devo capire il perché non mi piace.

ho studiato diversi anni negli stati uniti Con Charlie Banacos, Jerry Bergonzi, Mick Goodrick, e altri insegnanti, quindi tutto quello che ho studiato con loro affiora sempre nel mio modo di suonare, ovviamente influenzato da tutto l’ascolto quotidiano che un serio musicista di jazz deve avere. Questa musica si tramanda con l’ascolto e non si può prescindere dall’ascoltare musica tutti i giorni, soprattutto se parliamo di jazz e di musica improvvisata.  Ci sono dei dischi per me fondamentali e che continuo ad ascoltare spessissimo. eccone alcuni: Lady in Satin di Billie Holiday, A Turtle’s Dream e You Gotta Play the band di Abbey Lincoln, il primo disco di Michael Brecker con un Metheny ai massimi livelli, tutto il lavoro di Paul Desmond con Jim Hall alla chitarra, Introduction Di Paul Bley, Trio Vol.1 di Hampton Hawes, Sonny Meets Hawk di Sonny Rollins, i primi due dischi dei Bass Desires di Mark Johnson, tutto il lavoro discografico di John Scofield e di John Abercrombie, Charlie Parker at Storyville è uno dei miei preferiti di Parker, Alive di Grant Green, Original Jazz Sound vol 1,2, e 3 di Hampton Hawes con Jim Hall e Red Mitchell, Sunday at the Village Vanguard di Bill Evans, Crescent di John Coltrane, Standards Vol 2 di Keith Jarrett, The Bridge di Sonny Rollins, Live Sessions at Minton’s Playhouse 1941 di Charlie Christian, tutto il lavoro discografico di Monk, tutti i dischi del primo quintetto di Miles Davis.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Continuare a scrivere pezzi nuovi, imparare pezzi nuovi della musica afroamericana, speriamo che questo periodo passi presto e si possa ricominciare a suonare dal vivo.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Visto che al momento non si può suonare sto dedicando molto tempo a scrivere e a studiare e sviluppare cose che avevo lasciato un po’ da parte sullo strumento.

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