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Passaggi, un disco di Giovanni Palombo: quando il Mediterraneo incontra il jazz europeo

Si intitola Passaggi il nuovo disco di Giovanni Palombo uscito il 21 febbraio 2024 per l’etichetta Emme Record Label. Un lavoro in cui il jazz incontra la musica popolare, accostandosi alla tradizione mediterranea e tracciando una rotta piena di contaminazioni e miscele culturali. Brani intimi, dal grande senso melodico, maturati in alcuni anni grazie anche all’interazione sempre efficace e coesa tra i componenti del gruppo Camera Ensemble. La formazione vede il leader alla chitarra acustica o classica, Gabriele Coen al sax soprano e al clarinetto, Benny Penazzi al violoncello, ma ci sono brani anche in duo e in solo. Ecco il racconto di Giovanni Palombo a Jazz Agenda.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: Cosa è cambiato rispetto al disco precedente?

Il concetto musicale base del disco resta lo stesso, cioè gli elementi fondanti delle composizioni, l’amalgama di elementi musicali che spontaneamente arrivano dal mio vissuto musicale. Quindi le sonorità mediterranee e il jazz europeo, e poi il suono acustico. Tuttavia ho voluto dare più voce al mio strumento, alla chitarra, con la quale ho inciso in solo ben 4 brani su 10, più 2 duetti chitarra pianoforte. Questa è la differenza principale, che sposta un po' il baricentro sonoro di parte del lavoro. In generale direi che c’è più continuità che non differenza. Aggiungo che considero i musicisti con cui suono da anni, Gabriele Coen, Benny Penazzi, Francesco Savoretti, un riferimento continuo e importante, e fonte di ispirazione e sicurezza.

Un disco dove il jazz incontra la musica popolare. Ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Questo sarebbe un argomento ampio, ma in poche parole penso che in generale il jazz abbia una connotazione molto ampia. C’è il grande mare del jazz afro americano e americano, quello a cui in generale ci si riferisce quando si parla di jazz. Poi ci sono le forme che il jazz prende quando incontra altre culture, quando avviene un incontro prolifico tra i linguaggi e lo strato profondo di una cultura, quella che i musicisti si portano dentro anche inconsapevolmente. Per me è stato indicativo in questo senso il jazz prodotto dalla etichetta ECM dagli anni ’70 in poi, era evidente che nella musica prodotta dalla etichetta tedesca c’era il senso di altre musiche, pur rimanendo jazz. I musicisti che suonavano quella musica, anche quando erano americani, quasi sempre riflettevano anche linguaggi e culture europee, echi di la musica classica, di folk del nord Europa. Troviamo in alcuni casi anche l’incontro con sonorità più orientali e delle zone del mediterraneo. Piano piano questa onda è arrivata anche nel sud dell’Europa, fino a noi. La melodia, il cantare della musica inteso non necessariamente come canzone, è uno dei tratti principali della musica italiana e mediterranea, anche fuori dal contesto canzone. Noi ci portiamo dentro questa tradizione, ma anche ritmi e forme musicali, e offriamo questo all’incontro con il linguaggio nuovo (nuovo per noi, in una prospettiva storica), del jazz. Il termine popolare per me significa il senso musicale stratificato che abbiamo dentro, che ci appartiene anche inconsapevolmente.

Raccontaci adesso il tuo percorso musicale: come ti sei avvicinato al jazz e perché hai scelto di declinarti a una contaminazione con la musica popolare?

Musicalmente mi sono formato studiando chitarra classica e suonando parallelamente un po' di rock. Ma anche qui quello che mi piaceva e coinvolgeva di più erano i gruppi progressive, internazionali ma anche italiani, come Premiata Forneria Marconi e Banco del Mutuo Soccorso, che se ci pensi riflettevano comunque la contaminazione tra i generi. E poi mi piaceva il folk e il folk rock americano e anglosassone. Un gruppo come i Pentangle inglesi mi catturarono, forse anche perché la chitarra acustica in quel contesto era uno strumento dominante, con una sonorità naturale, ma usata in modo moderno e versatile. Ho iniziato ad approfondire la chitarra acustica, un periodo forse un po' confuso perché continuavo a studiare classica, iniziavo con l’acustica, suonavo anche la elettrica nelle classiche band da cantina. E intorno ai venti anni hanno iniziato a colpirmi le orchestre jazz, ascoltate casualmente in alcuni dischi e in qualche passaggio televisivo. La bellezza e la ricchezza degli arrangiamenti, la complessità di quella musica erano affascinanti. Così ho cominciato ad ascoltare jazz, Miles Davis, Weather Report, e quando è arrivata l’onda dei chitarristi jazz moderni, Pat Metheny in testa, poi Bill Frisell e John Scofield, mi si è aperto un ulteriore mondo. La frequentazione dei concerti di Umbria Jazz è stato a quel punto fondamentale per orientarmi verso una cultura più jazz e vivere grandi emozioni. Immagino che tutto questo pian piano si sia inserito nella mia formazione e crescita musicale. La chitarra acustica è divenuta il mio strumento, e ho iniziato a sperimentarla come strumento portante dei gruppi che formavo oltre che come strumento in solo.

Parlando invece del presente a che punto pensi sia arrivato il tuo percorso musicale?

Questa è una domanda difficile. Vedere il proprio percorso dall’interno può essere fuorviante, spesso non si ha il necessario distacco. Quello che ti accade musicalmente è coinvolgente e non sempre previsto, ti può aprire strade impreviste, nel bene e nel male. Penso di avere maturato una buona capacità compositiva, e soprattutto ancora piena di spontaneità, voglio dire soggetta a quello che genericamente viene chiamata ispirazione, senza essere troppo dipendente da schemi prefigurati. Dal punto di vista stilistico gli ultimi anni non hanno portato grandi cambiamenti, ma quello che ho maturato mi sembra sia originale e riconoscibile. Sono felice della musica e degli album prodotti, ci sono sempre cose che vorresti rifare meglio, ma quanto fatto continua a piacermi.

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

Direi molti, consapevolmente e no. Certi periodi di ascolti ostinati e ripetuti ossessivamente hanno certamente lasciato il segno. E qui andando proprio nel passato si va dalla West Coast americana (CSN&Y e Joni Mitchell per dire), ai Led Zeppelin e ai Genesis, per passare poi a Pat Metheny e Bill Frisell già citati, ai Weather Report e a Keith Jarrett, ma anche ai chitarristi acustici Michael Hedges e John Renbourn, al duo Tuck & Patti. Ho anche ascoltato molto e amo tuttora molto Astor Piazzolla. Anche la musica classica è stata e continua a essere un ascolto abbastanza frequente. Un nome che mi sento considerare come fondamentale e certamente influente è quello di Ralph Towner e del suo gruppo, gli Oregon, che facendo le debite differenze mi ha indicato una strada importante e decisiva.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

In questo sono abbastanza conservatore, la cosa che mi stimola sempre è il dialogo con altri strumenti, ad esempio con quelli con i quali ho avuto poche occasioni di collaborare, come la tromba, oppure il violino, il pianoforte con cui ho suonato nel passato e che è ritornato ora in alcuni brani di questo disco e alcuni concerti. La fisarmonica, una mia vecchia passione, e anche suonare in duo con le percussioni. Scrivere sempre meglio (se possibile!) musica originale e arrangiarla ritengo sia in sé stessa una continua evoluzione, se si procede con l’intento di essere sinceri.

 

 

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