Jazz Agenda

Paolo Principi racconta il disco Empathies: “Un artista è sempre in evoluzione, in cammino”

Pubblicato dall’etichetta Emme Record Label, Empathies è il disco d’esordio del pianista Paolo Principi. Un lavoro in cui si intrecciano i percorsi musicali di tre musicisti, forse diversi tra loro, ma che hanno intrapreso un viaggio comune. La formazione è infatti completata da Andrea Morandi alla batteria e Roberto Gazzani al basso elettrico. Ecco cosa ci ha raccontato Paolo Principi riguardo questa nuova avventura. 

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Certamente. Si tratta di una raccolta di mie composizioni proposte ed arrangiate insieme a due compagni di viaggio: Roberto Gazzani al basso elettrico e Andrea Morandi alla batteria. L’eterogeneità delle esperienze musicali di ciascuno costituisce un elemento di arricchimento per la proposta di una musica che potremmo definire senza confini. Pensiamo infatti che la “diversità”, nei suoi aspetti più profondi, generi bellezza. Un vero e proprio arricchimento culturale (cito un paio di titoli del disco: “No boundaries” e “Soul Journey”).

Raccontaci la storia di questo disco: come è nato e come si è evoluto nel tempo?

Suoniamo insieme da molti anni e, parallelamente, ciascuno di noi ha anche esperienze musicali diverse che spaziano dal jazz alla world music, dal funk alla composizione per il teatro o le immagini. Le mie composizioni, per lo più recenti, riflettono il mio vissuto di musicista e di ascoltatore, così ho pensato di condividerle con Roberto ed Andrea per arricchirle del loro contributo. E devo dire che questa “apertura” funziona davvero e forse è un atteggiamento che sta alla base del Jazz. Durante le ultime prove abbiamo pensato anche di coinvolgere due altri musicisti per un brano che secondo noi si poteva sviluppare con una formazione più ampia del classico trio. Marco Postacchini al sax e Luca Mattioni alle percussioni ci hanno aiutato per il brano “Blues Guy” dove ho suonato il piano elettrico Fender Rhodes (in realtà è il virtual instrument PSound “Vintage Electric” creato da me come sound designer).

Un disco per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Questo disco rappresenta per me una tappa importante, perché ho sentito la “necessità” a questo punto del mio percorso di musicista e sound-designer di dire la mia. Non a caso le composizioni sono tutte originali tranne l’ultima di cui magari parleremo in seguito. Non lo considero un punto di partenza (anche se è la mia prima pubblicazione) perché compongo da molti anni in ambiti diversi. Tantomeno non lo posso considerare un punto di arrivo perché un artista è sempre in evoluzione, in cammino. La ricerca sul proprio “suono” non ha punti di arrivo secondo me. Un disco è prima di tutto un progetto culturale con la sua struttura, i suoi valori anche extra musicali. Nelle note di copertina vi è riportato un passaggio tratto dalla lettera aperta alle nuove generazioni di artisti scritta a quattro mani da Herbie Hancock e Wayne Shorter: “We are not alone. We do not exist alone and we cannot create alone. Focus on developing Empathy and Compassion”. Musica quindi come luogo privilegiato di accoglienza, culla per l'incontro di culture diverse.

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

Beh, se devo fare un nome su tutti, citerei Herbie Hancock per la modernità del suo pianismo, la sua ritmica, il suo approccio armonico politonale e “last but not least” come dicono gli americani, per il suo approccio “umano” alla musica e alla vita. Un secondo nome importante per me, sia dal punto di vista pianistico che, soprattutto compositivo è sicuramente quello di Enrico Pieranunzi. Ma i riferimenti sono davvero tanti perché credo che in un percorso da musicista e da ascoltatore, ci si arricchisce di tutto ciò che si è attraversato. E la “varietà” del mio percorso, tra musica jazz, composizione classica, musica contemporanea, musica da film, il suono elettronico, ha fornito e continua a fornire spunti di riflessione. Cito a questo punto l’ultimo traccia del disco “Adagietto” che è una rispettosa ed intima rivisitazione del famosissimo IV movimento della V sinfonia di Mahler. Fu scritto originariamente per orchestra d’archi e arpa, senza la minima traccia di quel fragore monumentale tipicamente mahleriano, senza violenza, con una dilatazione dei tempi e dei timbri che portano il brano ad una narrazione quasi liturgica, ad una drammaticità interiore, tanto intima quanto allo stesso tempo libera da manierismi o citazioni. Ecco ad esempio come anche un’opera del novecento storico (un periodo di “confine”) possa essere il punto di partenza per un nuovo viaggio. Una musica assoluta, senza confini appunto.

Come vedi il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

A parte questo periodo un po’ difficile per portare avanti progetti musicali, credo avrà uno sviluppo diciamo “naturale”. Intendo che sarà la nostra sensibilità, i nostri nuovi stimoli, la nostra “empatia” per citare il nome del disco, a farci da guida per le nuove composizioni. Una strada è stata imboccata, vediamo dove ci porta, guidati semplicemente dall’interesse per la musica e dai valori in cui crediamo. Cito ancora la lettera di Hancock e Shorter: “Il mondo ha bisogno di più interazione individuale tra persone di origini diverse con una maggiore enfasi su arte, cultura e istruzione. Le nostre differenze sono ciò che abbiamo in comune. Possiamo lavorare per creare un piano aperto e continuo in cui tutti i tipi di persone possano scambiare idee, risorse, premure e gentilezza. Abbiamo bisogno di connetterci l'uno con l'altro, di conoscerci l'un l'altro e vivere la vita l'uno con l'altro. Non possiamo mai avere pace se non riusciamo a capire il dolore nei cuori dell'altro. Più interagiamo, più arriveremo a comprendere che la nostra umanità trascende tutte le differenze”.

Chiudiamo con uno sguardo al futuro: anche se è un momento difficile hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione che stai portando avanti?

Abbiamo in programma qualche concerto ma stiamo muovendoci ora per i festival invernali per presentare questo lavoro e, allo stesso tempo, per assimilare nuovi stimoli per le prossime composizioni. Quando avremo nuovo materiale a sufficienza, torneremo in studio.

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Stefano Maimone racconta Chamber Music: “Il jazz che si intreccia con la musica classica”

Un disco in cui il jazz e la musica classica si intrecciano fra tradizione ed innovazione. Questa l’essenza di Chamber Music, disco che porta la firma di Stefano Maimone & Upset Strings uscito recentemente per l’etichetta Emme Record Label. La band è composta da Stefano Maimone al basso, Nicola Nieddu al violino, Sebastian Mannutza al violino, Francesca Fogli alla viola, Antonio Cortesi al violoncello, Enrico Smiderle alla batteria con la partecipazione speciale di Luigi Rinaldi al sax soprano (Havona) e Marianna Craca al flauto traverso in (Teen Town, Theme One).  Il leader di questa formazione ci ha raccontato questo progetto.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: Stefano, ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Buongiorno e grazie dell’interesse sul mio ultimo lavoro. “Chamber Music” si tratta di un album che vuole intrecciare il mondo della musica classica e quello del jazz. L’organico di base è formato da basso elettrico e batteria che si fonde con un classico quartetto d’archi quindi 2 violini, viola e violoncello. Nel disco è inoltre presente in alcune tracce il flauto traverso e il sax soprano.

Raccontaci adesso la storia di questo progetto: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Il progetto è nato principalmente da una mia esigenza nel voler approfondire la musica classica e gli strumenti ad arco. Utilizzando come pretesto la preparazione della mia laurea magistrale in musica jazz, ho iniziato uno studio su delle composizioni di Claude Debussy. Questo materiale è poi diventato l’oggetto della mia tesi e successivamente il punto di partenza da cui l’album ha preso forma.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Sicuramente un disco per me rappresenta un modo per fissare quello che siamo in quel determinato periodo, ma anche un punto di partenza per tutto quello che verrà dopo

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

Sono davvero un musicista che ascolta e suona tutta la musica dalla Classica al Jazz al Pop. Sicuramente per il basso elettrico voglio citare Janek Gwizdala bassista che apprezzo davvero molto, ma ovviamente anche Jaco Pastorius come sentirete nel disco; Altri riferimenti musicali indubbiamente importanti sono Claude Debussy, Erik Satiè, Charles Mingus, Paul Desmond ecc…

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Mi è piaciuto tantissimo lavorare con questo tipo di organico, che ti costringe ad arrangiare e scegliere ogni piccolo dettaglio. Nel futuro non troppo lontano vorrei registrare un nuovo disco e sicuramente portare in giro la mia musica il più possibile.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

In questo periodo dettato dal Covid ho portato avanti la produzione di nuovo materiale, ma anche nel registrare sto infatti ultimando un disco con “Float Music” e in cantiere uno con “Lost in the supermarket”. Con Upset Strings e il nostro album abbiamo in programma diverse date (covid permettendo) alcune con base a Bologna e alcune in tutta Italia.

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Il Gioco pubblica il disco d’esordio: il jazz che si fonde con il rock e i suoni orientali

E’ uscito per l’etichetta Emme Record Label, nell’agosto del 2020, il disco d’esordio de “Il Gioco”. Un trio “bassless” composto dal sassofonista Leonardo Rosselli, il chitarrista Thomas Lasca e il batterista Andrea Elisei con la partecipazione speciale di Francesco Savoretti alle percussioni. Un progetto dinamico in cui il jazz si fonde con il rock e con sonorità orientaleggianti. La band ci ha raccontato questa nuova esperienza.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Salve a tutti, in questo nostro primo disco abbiamo voluto dare spazio alle nostre esperienze personali extra-musicali, inserendole in un contesto preciso che è appunto il nostro sound. Attraverso i vari titoli che abbiamo dato alle tracce dell’album, è possibile risalire alle sensazioni/esperienze che ci hanno colpito a tal punto da scriverci della musica dedicata.

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Il gruppo è nato fra i banchi di scuola delle superiori, il jazz era una nostra passione comune e perciò cercavamo di “strimpellare” come potevamo all’epoca. Poi con il tempo siamo passati da essere un quartetto ad un trio, passando per diversi sostituti, fino ad arrivare all’attuale formazione.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Sicuramente per noi è stato prima di tutto una fotografia del momento, un punto di arrivo di un percorso nato quando eravamo più giovani, ma allo stesso tempo segna l’inizio di una nuova strada che sicuramente percorreremo con un’idea più chiara di quello che è il nostro stile e il nostro concetto di musica.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti? 

Sicuramente molto importanti sono stati il trio di Paul Motian, Joe Lovano e Bill Frisell per il concetto di gruppo “bassless”, ma anche gruppi più vicini alla tradizione jazzistica come il quartetto di Gerry Mulligan e Bob Brookmeyer che ci è stato d’ispirazione per quanto riguarda la gestione dell'accompagnamento melodico.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Attualmente ognuno di noi tre sta seguendo le proprie attività musicali. Non mancano però le occasioni per vederci e per suonare insieme che, visto il periodo in cui viviamo, è già molto. La cosa a cui sicuramente teniamo di più è la nostra amicizia, senza la quale non riusciremmo a tirare fuori una musica come quella presente nel nostro disco d’esordio. Dopotutto il lato umano è quello che va ad influenzare più di tutti l’interplay che si viene a creare al momento dell’esecuzione, oltre ovviamente all’attento ascolto reciproco.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Per ora siamo fermi dal punto di vista del live, sicuramente il periodo non ci è stato molto d’aiuto. Nonostante questo noi ci teniamo “caldi” per la prima occasione disponibile per promuovere Il Gioco dal vivo. Parallelamente a questo ognuno di noi si sta concentrando in progetti diversi sempre in ambito jazzistico, esperienze che sicuramente saranno un grande stimolo per questo trio che fonda le proprie radici sull’interplay e sulla voglia di navigare strade desuete.

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Davide Palma e il disco Something's Gotta Swing: "Un sound fedele alla tradizione ricco di freschezza"

Pubblicato dall’etichetta Emme Record Label, Something’s Gotta Swing è il disco d’esordio di Davide Palma, che lo vede alla testa di una formazione completata da Tiziano Ruggeri alla tromba, Piersimone Crinelli al sax baritono, Andrea Candela al pianoforte, Marco Loddo al contrabbasso ed Emanuele Zappia alla batteria. Un progetto che da un lato rispetta la tradizione degli anni ’50 dall’altro interpreta con freschezza nuovo alcuni standard famosi del songbook americano. Davide Palma ha raccontato a Jazz Agenda questa nuova avventura appena cominciata…

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Something’s Gotta Swing è un disco di jazz che vuole arrivare ad un pubblico appassionato, ma anche suscitare emozioni, intrattenimento in persone meno avvezze a questa musica. All’interno del jazz esiste lo swing, come modo di interpretare e suonare i brani della tradizione americana. All’interno di questo disco è riportato il bagaglio musicale che ho appreso, amato e messo in pratica in questi primi anni di carriera.Gli arrangiamenti originali propongono in una chiave mia personale i brani del jazz che più sento per me rappresentativi. Lo definirei un disco innovativo, un sound fedele alla tradizione, ma al tempo stesso ricco di freschezza.

Raccontaci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

A volta accade nel jazz, e specialmente con i cosiddetti standard jazz, di suonare all’impronta, ovvero senza un arrangiamento, ma eseguendo la struttura del brano come da “standard”. Nel tempo ho iniziato a scegliere dei brani che mi piacessero particolarmente e in cui riconoscevo naturale il mio modo di cantare e di interpretare. Per rendere l’esecuzione ancor più caratteristica, originale, ho cominciato a “vestire” intorno a questi brani degli arrangiamenti musicali, prima nati solo per la sezione ritmica e poi completati da i due fiati. In questo modo, oltre all’esecuzione vocale che risulta personale, il gruppo riesce e definire un ambiente di suono, rendendo completa l’originalità dell’interpretazione.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Something’s Gotta Swing rappresenta per certi versi un punto di partenza: avere un buon materiale, in cui si crede, attraverso il quale si vuole arrivare, emozionare il pubblico, ti permette di fare degli step in avanti. Uno dei motivi primitivi della registrazione del disco era avere la possibilità di condividere il mio modo di far musica, supportato dal sestetto di musicisti che ho coinvolto.

Per altri versi rappresenta un punto di arrivo: è presente la musica, le emozioni legate alla musica che ho coltivato nel tempo fino ad ora e che ho cercato di tradurre in arrangiamenti prima, e in suono poi, assieme ai musicisti. Sono dell’idea che, quando si sceglie di registrare un disco e farne un album che rappresenti in tutto e per tutto la tua musica, si debba essere molto consapevoli di ciò che si vuole, del suono e dell’intenzione del prodotto in generale. Per questo è come se fosse una fotografia. Lo scatto di una foto dura un attimo, e subito dopo il tempo regala una nuova possibilità di cambiare e cercare qualcos’altro. Questo non significa che una volta uscito, Something’s Gotta Swing non mi rappresenterà più, ma anzi, sulla base di questo bagaglio, sentirò la necessita di esplorare nuove direzioni musicali fino a che non sarò pronto a scattare un’altra foto. Per adesso questa è la mia foto!

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

Musicalmente parlando, io sono molto legato alla tradizione del jazz americano degli anni ’50 e primi ’60. Tra i cantanti che più ascolto e guardo con ispirazione posso citare Mel Torme, Frank Sinatra, Sarah Vaughan, Anita O’ Day, Nat King Cole, Sammy Davis jr, Tony Bennet. Ma sono anche molti i musicisti che ispirano il mio percorso di cantante e non: Errol Garner, Oscar Peterson, Red Garland, Sonny Stitt, Chet Baker, Paul Chambers. Per poi citare compositori come Cole Porter, Van Heusen, Mercer…

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

Come spiegavo, questo disco è un punto di partenza, dal quale e con il quale iniziare condividere e far conoscere il Davide Palma Sextet, il mio modo di far jazz e di comunicare attraverso i brani le mie emozioni ed interpretazioni.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Sto preparando la presentazione ufficiale del disco Something’s Gotta Swing con il Davide Palma Sextet.

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Gli Oddithrees raccontano il disco d’esordio: “Un connubio di influenze e contaminazioni sonore”

Una band all’avanguardia capace di coniugare il jazz con l’elettronica. Si presentano così gli Oddithrees, trio composto da Samuele Garau al piano ed elettronica, Enrico Degli Antoni al basso elettrico, Giuseppe Risitano alla batteria, che ha pubblicato recentemente il disco d’esordio dal titolo omonimo per l’etichetta Emme Record Label. Ecco come ci hanno presentato questa loro nuova esperienza…

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Il nostro disco si può definire un connubio di molteplici influenze e contaminazioni sonore. L’ obiettivo artistico è quello di riunire un repertorio variegato al fine di ottenere un risultato musicale omogeneo che ci rappresenti.

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Il gruppo nasce da un rapporto di amicizia e collaborazione professionale che si è consolidata in diversi anni di esperienze collettive e individuali. Sentivamo la necessità di esprimere la nostra reciproca maturazione attraverso la realizzazione di questo disco che è stato impreziosito dal contributo di un grande e sensibile musicista quale è Achille Succi.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Sicuramente una fotografia del momento dai diversi significati: un’ulteriore occasione per esprimerci con maggiore libertà artistica e un’opportunità per proseguire in questa direzione.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Sono molteplici e impossibili da elencare tutte, i primi artisti che ci vengono in mente sono Weather Report, Radiohead, John Coltrane, David Bowie, Dave Holland, Nine Inch Nails.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

I nostri lavori andranno sicuramente ad esplorare sempre più il rapporto tra musica improvvisata e sonorità elettroniche. Inoltre noi stessi siamo i primi ad interrogarci continuamente su quale possa essere l’apporto che il jazz potrà dare alla musica elettronica.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Grazie al supporto datoci da Emme Records, e la buona accoglienza della critica, stiamo già lavorando al nuovo materiale per il prossimo disco e programmando una serie di concerti.

 

 

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Mariano Colombatti e il nuovo disco Fly Down: un progetto trasversale tra fusion e black music

Pubblicato nel giugno del 2019, Fly Down è il disco d’esordio del chitarrista Mariano Colombatti uscito per l’etichetta Emme Record Label. Parliamo di un lavoro trasversale, contemporaneo dove fusion e black music si fondono in un minimo comun denominatore. Completano la formazione attuale Marco Zago al pianoforte, tastiere, synth, Alberto Zuanon al contrabbasso e basso elettrico ed Alessandro Arcolin alla batteria: hanno partecipato alla realizzazione del disco anche Federico Cassandro alla batteria e la vocalist Valentina Frezza, presente solo nel brano Another Mistake. Mariano Colombatti ha raccontato questo progetto a Jazz Agenda…

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Si tratta di un album di miei composizioni nate nel corso degli anni immediatamente precedenti alla pubblicazione. Gli arrangiamenti sono frutto di quello che possiamo considerare uno sforzo congiunto, tanto che poi il risultato finale è stato un po’ diverso da come me lo ero immaginato inizialmente, per via delle personalità diverse coinvolte nella realizzazione. A grandi linee rispecchia il mio interesse verso alcune aree del jazz e dalla musica contemporanea, dalla fusion all’hip hop.

Raccontateci adesso la tua storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

È nato all’interno del Conservatorio di Rovigo, dove siamo o siamo stati tutti studenti. Inizialmente era un gruppo di studio di musica di insieme, poi trasformatosi in un laboratorio dove portare le proprie composizioni per suonarle insieme agli altri. Ci sono stati alcuni cambiamenti nella formazione rispetto all’inizio, e alla fine sono rimasti sul piatto solo i miei pezzi, che ho deciso quindi di trasformare in un album vero e proprio. Attualmente la formazione che vede me alla chitarra, Marco Zago al piano e tastiere, Alberto Zuanon al contrabbasso e basso elettrico e Alessandro Arcolin è quella che possiamo considerare definitiva e stabile. Al disco hanno collaborato anche Valentina Frezza alla voce, per un brano dedicato a Marco Tamburini, di cui io, lei e Marco Zago siamo stati allievi. La maggior parte dei brani nel disco è stato suonato alla batteria da Federico Cassandro, mentre Arcolin ha registrato solo la traccia “Inlays”, per poi subentrare come membro stabile, per questioni prettamente stilistiche. Ci siamo allontanati sempre più ritmicamente dal jazz più tradizionale, e Alessandro si sposa perfettamente con questa visione.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Sicuramente un punto di partenza. È stato il primo lavoro dove mi sono occupato un po’ di tutto, composizione, arrangiamento, produzione, trovare le persone per farlo, curare l’aspetto grafico. Ci sono molte cose che rifarei allo stesso modo e altre che farei in modo totalmente diverso, come succede sempre. Il mio obbiettivo è fare tesoro degli aspetti positivi e anche di quelli negativi in modo da lavorare in maniera più efficace nei dischi futuri. Questo disco rappresenta l’esordio, la strada è lunga.

Se parliamo dei tui riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Ce ne sono molti, sicuramente siamo molto appassionati della scena jazz e fusion più contemporanea: artisti come Snarky Puppy, Robert Glasper, Aaron Parks, Tigran Hamasyan, e molti altri, musicisti anche molto diversi fra loro, nei quali vediamo il jazz come radice comune. Io sono avido ascoltatore anche di tutto ciò che sento vicino all’estetica della black music, anche se non classificabile come jazz. Molti artisti della scena hip hop come Kendrick Lamar, il filone del neo-soul, penso a Hiatus Kaiyote, Knower, Isaiah Sharkey, Tom Misch. Sono sempre alla ricerca di nuovi ascolti.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

Questo quartetto lo vedo come il luogo dove poter portare la mia musica e svilupparla in maniera più intima. Per quanto possa subire le influenze di quello che ascolto, in questo contesto credo che resterò legato a un idea di arrangiamento e performance più vicina al jazz e al quartetto jazz. Alcuni brani saranno più fusion, altri più rock, altri più jazz ma la vedo una dimensione più raccolta rispetto ad altri contesti a cui mi sto dedicando.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Alcuni concerti in arrivo per l’estate, e una registrazione molto importante per me: si tratta di un lavoro per un organico esteso, nel quale confluiscono idee provenienti da più persone, un vero collettivo, diverso quindi dalla forma in quartetto che è il mio personale spazio. Sono molto eccitato per quello che sta nascendo in questi mesi, e di collaborare con musicista capaci di portare idee davvero stimolanti.

Pubblicato nel giugno del 2019, Fly Down è il disco d’esordio del chitarrista Mariano Colombatti uscito per l’etichetta Emme Record Label. Parliamo di un lavoro trasversale, contemporaneo dove fusion e black music si fondono in un minimo comun denominatore. Completano la formazione attuale Marco Zago al pianoforte, tastiere, synth, Alberto Zuanon al contrabbasso e basso elettrico ed Alessandro Arcolin alla batteria: hanno partecipato alla realizzazione del disco anche Federico Cassandro alla batteria e la vocalist Valentina Frezza, presente solo nel brano Another Mistake. Mariano Colombatti ha raccontato questo progetto a Jazz Agenda…

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Si tratta di un album di miei composizioni nate nel corso degli anni immediatamente precedenti alla pubblicazione. Gli arrangiamenti sono frutto di quello che possiamo considerare uno sforzo congiunto, tanto che poi il risultato finale è stato un po’ diverso da come me lo ero immaginato inizialmente, per via delle personalità diverse coinvolte nella realizzazione. A grandi linee rispecchia il mio interesse verso alcune aree del jazz e dalla musica contemporanea, dalla fusion all’hip hop.

Raccontateci adesso la tua storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

È nato all’interno del Conservatorio di Rovigo, dove siamo o siamo stati tutti studenti. Inizialmente era un gruppo di studio di musica di insieme, poi trasformatosi in un laboratorio dove portare le proprie composizioni per suonarle insieme agli altri. Ci sono stati alcuni cambiamenti nella formazione rispetto all’inizio, e alla fine sono rimasti sul piatto solo i miei pezzi, che ho deciso quindi di trasformare in un album vero e proprio. Attualmente la formazione che vede me alla chitarra, Marco Zago al piano e tastiere, Alberto Zuanon al contrabbasso e basso elettrico e Alessandro Arcolin è quella che possiamo considerare definitiva e stabile. Al disco hanno collaborato anche Valentina Frezza alla voce, per un brano dedicato a Marco Tamburini, di cui io, lei e Marco Zago siamo stati allievi. La maggior parte dei brani nel disco è stato suonato alla batteria da Federico Cassandro, mentre Arcolin ha registrato solo la traccia “Inlays”, per poi subentrare come membro stabile, per questioni prettamente stilistiche. Ci siamo allontanati sempre più ritmicamente dal jazz più tradizionale, e Alessandro si sposa perfettamente con questa visione.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Sicuramente un punto di partenza. È stato il primo lavoro dove mi sono occupato un po’ di tutto, composizione, arrangiamento, produzione, trovare le persone per farlo, curare l’aspetto grafico. Ci sono molte cose che rifarei allo stesso modo e altre che farei in modo totalmente diverso, come succede sempre. Il mio obbiettivo è fare tesoro degli aspetti positivi e anche di quelli negativi in modo da lavorare in maniera più efficace nei dischi futuri. Questo disco rappresenta l’esordio, la strada è lunga.

Se parliamo dei tui riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Ce ne sono molti, sicuramente siamo molto appassionati della scena jazz e fusion più contemporanea: artisti come Snarky Puppy, Robert Glasper, Aaron Parks, Tigran Hamasyan, e molti altri, musicisti anche molto diversi fra loro, nei quali vediamo il jazz come radice comune. Io sono avido ascoltatore anche di tutto ciò che sento vicino all’estetica della black music, anche se non classificabile come jazz. Molti artisti della scena hip hop come Kendrick Lamar, il filone del neo-soul, penso a Hiatus Kaiyote, Knower, Isaiah Sharkey, Tom Misch. Sono sempre alla ricerca di nuovi ascolti.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

Questo quartetto lo vedo come il luogo dove poter portare la mia musica e svilupparla in maniera più intima. Per quanto possa subire le influenze di quello che ascolto, in questo contesto credo che resterò legato a un idea di arrangiamento e performance più vicina al jazz e al quartetto jazz. Alcuni brani saranno più fusion, altri più rock, altri più jazz ma la vedo una dimensione più raccolta rispetto ad altri contesti a cui mi sto dedicando.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Alcuni concerti in arrivo per l’estate, e una registrazione molto importante per me: si tratta di un lavoro per un organico esteso, nel quale confluiscono idee provenienti da più persone, un vero collettivo, diverso quindi dalla forma in quartetto che è il mio personale spazio. Sono molto eccitato per quello che sta nascendo in questi mesi, e di collaborare con musicista capaci di portare idee davvero stimolanti.

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Ergio Valente e il nuovo disco The Starter: "Un punto di partenza e un punto di arrivo"

Pubblicato da Emme Record Label, The Starter è il disco d'esordio del Trio capitanato dal pianista Ergio Valente, un progetto che unisce l'amore per la tradizione con l'esplorazione di nuovi linguaggi. Completano questa formazione Aldo Capasso al contrabbasso e Marco Fazzari alla batteria. Ergio Valente ci ha raccontato questa avventura:

"L'Ergio Valente trio nasce nel 2016 dall’ incontro di tre musicisti napoletani, il pianista Ergio Valente, il contrabbassista Aldo Capasso e il batterista Marco Fazzari. La passione per la tradizione jazzistica afro-americana ha costituito sin da subito il main-stream del progetto, che fa dello swing la sua colonna portante. Il lavoro sugli standard è stata la materia d’apprendimento primordiale; il blues, l’ hard bop così come il post bop e le contaminazioni di matrice europea hanno giocato un ruolo fondamentale nella definizione della personalità di questo piano trio. Parallelamente è iniziato il lavoro di ri-arrangiamento di song tradizionali e di composizione originale."

Ergio Valente ci racconta anche come il trio ha mosso i prima passi in territorio campano...

"Il trio è stato sin da subito molto attivo sul territorio campano, suonando nei jazz club e facendosi notare positivamente dai veterani della scena jazzistica locale, fattore che ha portato a concerti in collaborazione con musicisti di rilievo nazionale come Giulio Martino, Sandro Deidda, Umberto Muselli. Dopo qualche session di registrazione in studio, il gruppo ha prodotto del materiale utile per proporsi a concorsi e festival, ottenendo ottimi risultati come il premio della critica al “Chicco Bettinardi” di Piacenza, la vittoria del Conad Jazz Contest 2018 con conseguente esibizione ad Umbria Jazz 2018 e la vittoria del Fara Jazz Contest 2018 che ha portato così alla registrazione del primo disco “The Starter”, prodotto dall’etichetta Emme Record Label."

Un punto di arrivo e un punto di partenza allo stesso tempo: ecco cosa rappresenta il disco per Ergio Valente:

"Nel percorso artistico di un gruppo la registrazione di un disco rappresenta un turning point, un punto di arrivo ed un punto di partenza allo stesso tempo. “The Starter” è la fotografia o il ritratto (per utilizzare un termine caro al trio) del gruppo in un suo momento storico ben preciso. Ad oggi il mercato discografico è cosa assai complessa, soprattutto nel jazz. I dischi vengono registrati per il gusto di lasciare una traccia dietro di se, per ascoltarli (ovviamente) e goderne se il risultato è soddisfacente, e per avere una sorta di biglietto da visita che abbia la facoltà di presentare il progetto artistico a chi non lo conosce. In questo scenario, però, The Starter rappresenta qualcosa in più. Incorpora la gioia di tre giovani jazzisti che nel 2018 hanno avuto la fortuna di poter contare su una produzione, su qualcuno che ha creduto sin da subito nei mezzi di questo trio, nelle sue potenzialità espressive e nell’originalità della sua musica. Questa fiducia rappresenta sicuramente un grande stimolo a proseguire il lavoro con grande determinazione e puntare ai prossimi obbiettivi, che senza dubbio riguardano una sempre maggiore diffusione della propria musica e un’attività concertistica più espansa a livello territoriale."

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Valentina Fin racconta il disco Tumiza: un progetto di ricerca e un omaggio a Norma Winstone

Si intitola Tumiza l’ultimo disco di Valentina Fin uscito recentemente per l’etichetta Emme Record Label. Un progetto di ricerca, dove la vera protagonista è la voce, dedicato a Norma Winstone al quale hanno partecipato Francesco Pollon al pianoforte e Manuel Caliumi al sassofono. Valentina Fin ci ha raccontato questa avventura:

“Il progetto “Valentina Fin Tumiza” è un lavoro di ricerca che poi si è diventato anche un omaggio ad una grande cantante, Norma Winstone che ho avuto la possibilità di conoscere di persona qualche anno fa. Norma Winstone è stata e rimane una grande cantante jazz, riuscendo ad unire un’indiscussa abilità vocale ad una gamma espressiva di un’ampiezza tale da potersi definire, per fare un gioco di parole, proprio fuori dalla norma. Ho cercato di scegliere i brani che più sentivo affini a partire dal suo repertorio e li ho rielaborati insieme ai miei colleghi per ottenere qualcosa che fosse più possibile autentico, pure essendo un tributo. Questo lavoro è il risultato di una ricerca che ha portato alla luce svariate questioni analizzate tramite revisione di articoli, recensioni e considerazioni derivate soprattutto dall’ascolto diretto dei dischi. Abbiamo lavorato su vari aspetti e cercato di riprodurre e il rapporto tra musica e testo, il modo non convenzionale di usare la voce con il trio Azimuth, le fonti di ispirazione, l’importanza della comunicazione, il ruolo dell’improvvisazione e il modo di stare sul tempo. Sontuosa ed eterea allo stesso tempo, Norma Winstone riesce ad afferrare l’anima della musica, regalando a chi ascolta un suono puro, senza egoismi. E questo è quello che ci auguriamo di fare anche noi.”

 Valentina Fin ci ha raccontato anche come è nato questo progetto:

“L’idea di scrivere un elaborato e quindi condurre una ricerca sulla cantante inglese nasce alla fine dell’estate 2015, dopo che ho avuto la possibilità di frequentare un seminario estivo a Merano nel quale era proprio Norma Winstone a tenere il corso di canto. Poter studiare e passare del tempo con Norma Winstone, ha risvegliato la curiosità, la voglia di conoscere, di indagare e di capire perché, fin da subito, era nata in me una così profonda ammirazione. Così è nato il mio progetto di tesi di conservatorio che si basava proprio su di lei. Così ho approfondito molto la sua conoscenza tramite dischi e tramite interviste dirette con lei. La musica cristallina, la purezza di tono, la serenità, seppur con qualche venatura melanconica, emergono anche dalla sua personalità semplice e spontanea, così come emergono dalla sua musica e più mi addentravo in questo studio più ho sentito quasi la necessità di renderlo mio. Così è nato questo disco.”

Ecco invece cosa rappresenta il disco per Valentina Fin:

“Il disco rappresenta un punto di arrivo di un percorso alla ricerca della mia vocalità cominciato molti anni fa. Ma rappresenta anche un punto di partenza proprio perché una volta individuata la sonorità che mi rappresenta e di cui questo disco mi sento di dire è quasi un manifesto, sento l’esigenza di continuare a studiare e sviluppare. Questo disco è per me la consapevolezza della musicista che sono e che voglio diventare. E il viaggio è appena iniziato”

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Simone Basile racconta il disco Time: "Una vera e propria riflessione sul tempo, musicale e non"

Pubblicato dall'etichetta Emme Record Label, Time è il disco d'esordio del chitarrista pugliese Simone Basile. Un progetto che fonde un jazz dal sapore moderno con atmosfere rarefatte e minimali che si alternano a groove incalzanti e decisi. La line-up è completata da Francesco Angiuli al contrabbasso e Marco Valeri alla batteria. Simone Basile ha raccontato a Jazz Agenda questa nuova avventura:

"Time è incentrato sul concetto del tempo e di come quest'ultimo influenza le persone, i luoghi ed il modo di vedere le cose. Il "tempus" è il movimento all'interno di un labirinto che va dal passato al presente, al futuro. Si può parlare del tempo leggendo un orologio, e c'è bisogno di tempo per fare qualsiasi cosa, e questo inevitabilmente ci porta al cambiamento. Il disco è composto da nove tracce, di cui sette brani originali e due standards. Ognuna di esse racchiude una storia, un esempio di come il tempo ha cambiato qualcosa all'interno della vita dell'artista, e spesso questo può essere generalizzato alla collettività. Con me in questo progetto una sezione ritmica d'esperienza, gusto e professionalità, ovvero Francesco Angiuli al contrabbasso e Marco Valeri alla batteria."

Simone Basile ci racconta anche il percorso personale e musicale che ha portato alla nascita del disco...

"Il mio percorso musicale - prosegue Simone Basile - è sempre stato influenzato da diversi "generi" musicali, blues, metal, rock. Il jazz è arrivato col tempo, e con lui lo studio della chitarra a 360 gradi, aiutato e supportato dal Maestro Umberto Fiorentino, che nelle note di copertina dell'album scrive: "L’ascolto dei vari brani scorre coniugando organicità a varietà, è un disco che, proprio per le caratteristiche di Simone che ho elencato, denota una sorta di maturità insolita vista la sua giovane età. Emerge infatti un’attenzione particolare per la musica, scritta e improvvisata, piuttosto che per la voglia di mettere in mostra elementi per stupire. Non è cosa da poco." Negli ultimi 3 anni ho voluto ricercare a livello musicale quale fosse l'organico con cui riuscivo ad esprimere al meglio la mia musica, partendo dal quintetto fino ad arrivare al trio, formazione ormai stabile. Inoltre ho sentito molto l'influenza dei moderni guitar trio di Gilad Hekselman, Julian Lage, Lage Lund e Jakob Bro, dai quali ho imparato molto sulla gestione dell'organico e sull'organizzazione della musica per una formazione cosi ristretta."

Un percorso nuovo fatto di ricerca, dedizione e scoperta...

"Time rappresenta per me l'inizio di un nuovo percorso, indirizzato alla ricerca sul guitar trio e sulle grandi potenzialità che ha questa formazone nel jazz. Il sound del disco è frutto di ricerche timbriche, stilistiche, tecniche e personali degli ultimi anni che convogliano tutte insieme in queste nove tracce. Time è una vera e propria riflessione sul tempo, musicale e non. Racchiude esperienze di vita, luoghi in cui ho vissuto, visitato, nuove amicizie, sentimenti, che ho voluto descrivere con la musica. È sicuramente il primo di una lunga serie di album con questa formazione (sono già al lavoro sul prossimo), vi è molto su cui lavorare e migliorare e credo si possa arrivare a fare sempre meglio. Sono molto contento di Francesco e Marco che fin da subito hanno dato un grosso contributo alla musica e al clima del disco rendendo a pieno quello che intendevo a livello musicale."

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I Rame si raccontano: tra jazz e cantautorato

Un progetto in cui convivono jazz e cantautorato, che si evolve verso la sperimentazione e l’avanguardia. Si presentano così i Rame, quintetto nato al conservatorio di Vicenza che ha portato alla nascita di un omonimo disco pubblicato dall’etichetta Emme Record Label. In un’intervista corale la band racconta la sua storia ed il suo percorso artistico:

“Rame è un progetto in quintetto che fonde jazz e musica d’autore in una chiave moderna che a volte diventa addirittura sperimentale. La band è formata da Mauro Spanò al pianoforte, Valentina Fin alla voce, Marco Centasso al contrabbasso, Giovanni Fochesato al sax tenore, Marco Centasso al contrabbasso e Filippo Mampreso alla batteria. Il disco, che è la nostra opera prima, è un omaggio al patrimonio culturale e musicale del nostro paese ed unisce la tradizione più tipica del jazz con il cantautorato e la scrittura creativa. I brani, infatti, raccontano spesso storie e vicende e spesso esplorano miti appartenenti alle culture dell’antichità. A questo aggiungiamo che la ricerca del suono e del timbro giusto sono un elemento importante di questa band che sperimenta dividendosi tra improvvisazione pure e brani dal carattere decisamente più minimale.”

I Rame ci raccontano anche il loro percorso musicale che nasce sui banchi del Conservatorio di Vicenza:

“RAME è un gruppo nato proprio "fra i banchi di scuola" del Conservatorio di Vicenza. Tutti noi abbiamo condiviso lezioni ed esperienze musicali offerteci durante il percorso del triennio. Il tempo ci portati in maniera del tutto spontanea e naturale a formare un gruppo a tutti gli effetti. Per circa un anno abbiamo scritto ininterrottamente musica, assumendo tutti il ruolo di compositore ed arrangiatore, intervenendo e talvolta stravolgendo i brani che pian piano prendevano forma. A mio parere due sono gli aspetti che ci hanno aiutato maggiormente alla creazione del disco: il rigore nelle prove fissate a scadenza settimanale con pochissime eccezioni e il suonare i brani dal vivo tutte le volte che avevamo l'occasione di farlo.”

Un disco che rappresenta la somma di cinque identità e senza dubbio un percorso comune:

Il disco per noi rappresenta semplicemente il frutto di ciò che noi siamo. Nonostante tutti noi abbiamo seguito un percorso comune incentrato sullo studio del linguaggio jazz il disco a mio parere è la somma delle nostre cinque distinte identità fuse assieme nel formarne una univoca, come quando i metalli vengono fusi nella creazione di una lega. Tutti noi abbiamo influenze differenti che vanno dal jazz tradizionale al pop, dall'avanguardia fino alla libera improvvisazione che unite ai nostri vari interessi per la poesia e la letteratura hanno portato alla creazione di RAME, un punto d'incontro comune ed istintivo.”

 

 

 

 

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