Jazz Agenda

Orpheus in the Underground: il nuovo disco del trio Barba – Negri – Ziliani

Pubblicato da Emme Record Label Orpheus in the Underground è il secondo disco del trio composto Riccardo Barba al piano e sintetizzatori, Nicola Ziliani al contrabbasso e Federico Negri alla batteria. Un progetto in cui si fondono il jazz, la musica classica, il rock e l’elettronica. Ecco come è nata questa avventura.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

“Orpheus in the Underground” è il secondo album del nostro trio. Rispetto all’album di esordio (“Too Many Keys”), Orpheus è un lavoro più strutturato e unitario. Abbiamo cercato un suono che caratterizzasse il nostro trio. Si possono sentire echi di musica classica, rock, elettronica, il tutto sul canovaccio del jazz piano trio. Il concept del disco si muove su tre dimensioni: la prima ripercorre certi periodi della storia della musica (diversi brani portano nomi delle forme musicali antiche che li hanno ispirati); la seconda è legata alla città di Londra e alla sua Underground, mentre la terza dimensione ha un carattere più inconscio e psicologico. Ci piace immaginare che ciascun ascoltatore trovi la sua interpretazione di questo viaggio metropolitano e sotterraneo.

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Il trio è nato dopo una serie di lavori musicali che ci hanno fatto incontrare e conoscere. Insieme abbiamo suonato musica jazz, swing, classica e contemporanea; l’affiatamento che ci univa ha portato alla formazione di questa band. Il nostro primo lavoro discografico è una sorta di Zibaldone che raccoglie brani scritti precedentemente e vaghi barlumi di quello che volevamo realizzare come band. Ora stiamo cercando insieme di creare un terreno congeniale alle nostre esperienze musicali e ai nostri gusti. Ragioniamo più come band rock che come la classica formazione jazzistica.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Per noi rappresenta un punto di arrivo e di partenza allo stesso tempo. Sentiamo di aver raggiunto un obiettivo ovvero la creazione di un terreno comune su cui lavorare per creare progetti che si svilupperanno nel futuro e, ovviamente, per avere un impatto personale nei concerti dal vivo.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

La principale fonte di ispirazione è senza dubbio il trio di Esbjörn Svensson; quella è stata una formazione che ha saputo dare una scarica di energia al mondo del jazz. Altri artisti importanti per noi sono sicuramente il Brad Mehldau Trio e i Bad Plus. Amiamo anche trarre ispirazione da artisti provenienti da altri generi come i Radiohead, i The Smiths o compositori come Dmitri Shostakovic, Philip Glass, Steve Reich e Luciano Berio. 

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Per il futuro abbiamo molte idee. Ci piace pensare che questo progetto non abbia una sola collocazione stilistica ma che possa spaziare tra i generi. I nostri studi musicali vanno dalla musica classica al jazz, ma negli anni abbiamo lavorato nella musica pop e d’autore così come nella musica da cinema. Ogni album è una nuova sfida. Partendo da un’idea (musicale o non) cerchiamo di lasciare spazio a tutte le possibili manifestazioni del nostro pensiero musicale. In sintesi, ci piace pensare fuori dagli schemi stilistici in favore di un’espressione più libera.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Abbiamo in programma una serie di concerti per presentare “Orpheus in the Underground” sia in Italia che all’estero. Collaboreremo con la cantautrice Angela Kinczly per alcune nuove registrazioni.  Stiamo già preparando il nuovo disco che ci vedrà collaborare con un ensemble di voci; si tratta di un progetto molto ambizioso che si concretizzerà nel 2023.

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Stefano Battaglia e il disco The Best Things In Life Are Free: un viaggio nella tradizione del free jazz

Pubblicato dall’etichetta Emme Record Label, The Best Things In Life Are Free è il nuovo disco della band Stefano Battaglia Sandards Quartet. Un viaggio nella tradizione americana del Free Jazz e un omaggio ai grandi spiriti di Ornette Coleman e Paul Motian. Ne abbiamo parlato con Stefano Battaglia

Stefano, per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

‘The Best Things In Life Are Free’ ritengo che sia un album fortemente legato al presente, presente inteso come vivere il momento, vivere nel momento, senza preconcetti e senza troppi appigli a cui aggrapparsi per non farsi trascinare dalla corrente della vita. Senza guardarsi indietro, senza guardare troppo al futuro, senza prendersi troppo sul serio. Così è la musica e così sono le improvvisazioni presenti in quest’album, un raccontare sé stessi, uno sputar fuori delle storie senza filtri, così come viene. Free jazz.

Raccontaci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Questo progetto è nato quasi per caso, in tempo di lockdown della musica, ci si trovava una volta a settimana con le splendide persone e musicisti che ne hanno preso parte: si parlava, anche per ore, di vita, di jazz, di bellezza, accompagnati da un buon vino, e poi si suonava, senza concerti in vista, giusto per il piacere di suonare, insieme. Secondo me il parlare, scambiarsi esperienze di vita, entrare in questo modo in contatto con i musicisti con i quali si suona, è molto importante, si stabilisce una relazione tra le persone che poi inevitabilmente influenza anche la musica, il modo di comunicare tramite la musica. Dalla sala prove, con l’idea di realizzare questo progetto, allo studio di registrazione il passo è stato breve.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Senza dubbio, questo album è stato una fotografia del momento. Personalmente, prima della pandemia, stavo vivendo a Brooklyn, New York, concerti e tours in vista e poi, d’improvviso, è arrivato il lockdown. Nel giro di qualche mese mi sono ritrovato in Italia, Paese dove sono rimasto per circa un anno. Un anno caratterizzato da alti e bassi perché per mesi e mesi non è stato possibile esibirsi in concerti, ma anche un anno nel quale ho avuto modo di approfondire la conoscenza di splendide persone e musicisti e, senza dubbio, anche di me stesso. È stata anche un’occasione per lasciare un po’ la musica libera e vedere quali strade potesse prendere da sé, senza troppe influenze o direzioni. È stato un anno positivo, per certi versi bellissimo ed inaspettato, che ho voluto fotografare con questo album. ‘The Best Things in Life Are Free’, perché spesso le cose più belle della vita sono quelle libere da vincoli, preconcetti, che arrivano così, in modo inaspettato e gratuito.

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Se penso al concetto di riferimenti musicali, mi vengono in mente svariati generi di musica, dal jazz tradizionale, alla musica popolare, alla musica classica antica, fino a quella contemporanea ed ai loro fautori. Devo ammettere che negli ultimi anni, dopo essermi trasferito negli Stati Uniti, è cresciuta sempre più la curiosità verso il mondo attuale del free jazz, dell’improvvisazione estemporanea o ‘comprovisation’. Mi vengono in mente i The Fringe, il trio storico di George Garzone, con John Lockwood ed il compianto Bob Gullotti, ma anche Joe Lovano, Dave Liebman, Kenny Werner, Tony Malaby, Leo Genovese, Kris Davis, Francisco Mela, Tyshawn Sorey, Craig Taborn, Bill Frisell, Wayne Shorter Quartet. In Europa trovo molto interessante il discorso che si sta portando avanti nell’improvvisazione contemporanea, tra gli esponenti mi vengono in mente Daniele Roccato e Michele Rabbia.

Come vedi questo progetto nel futuro? In sintesi, quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Il jazz è, se vogliamo, un contenitore delle varie influenze musicali, degli studi fatti, delle esperienze vissute. Il free jazz lo è in modo ancora maggiore. È un po’ come provare a scrivere in un quaderno senza quadretti, dove le linee guida sono il tuo background, sono il tuo vivere il momento, sono quelle che ti disegnano i tuoi bandmates in quel momento. Ecco, penso che favorendo l'incontro della conoscenza musicale, con la voglia di rischiare, di uscire un po’ dal seminato, il free, inteso come ricerca, come dialogo, come aspirazione collettiva ad una composizione estemporanea, possa essere il jazz del futuro.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Stiamo lavorando per portare il progetto in giro in Italia per l’estate, quando la bella stagione favorirà gli incontri ed i concerti, magari senza troppe limitazioni. Personalmente sto lavorando ad un nuovo album, questa volta di musiche interamente originali, che spero di poter registrare in primavera. A presto!

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Andrea Cappi racconta il disco Eleven Tokens: “Un cross-over dalle diverse contaminazioni”

Pubblicato dall’etichetta Emme Record Label, Eleven Tokens è il disco d’esordio di Andrea Cappi Multibox. Un progetto cross-over ricco di contaminazioni in cui si mescolano elementi di improvvisazione con sonorità più vicine all’electro/rock. Andrea Cappi ha raccontato a Jazz Agenda questa nuova avventura.

Andrea per cominciare l’intervista, raccontaci la storia legata a questo progetto: vuoi raccontarci come è nato e come si è evoluto nel tempo

Il progetto Multibox è nato due anni fa. Volevo scrivere brani che prendessero spunto dall’esperienza fatta con il mio trio Flown, con cui ho inciso un disco nel 2019, e che in qualche modo evolvessero in qualcosa di diverso, sia in termini compositivi che di intenzione musicale. Ho sperimentato forme di scrittura nuove per me, ricercando quell’approccio che mi indirizzasse verso qualcosa di diverso rispetto a ciò che avevo scritto in precedenza, per certi versi più semplice anche se più strutturato.

Eleven Tokens, dunque, è il disco d’esordio del tuo progetto Andrea Cappi Multibox: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Il disco è composto da sei brani. La materia musicale è un cross-over dove si possono apprezzare diverse contaminazioni: jazz, electrobeat, rock principalmente. I brani sono piuttosto lunghi poiché cercano di narrare qualcosa attraverso varie sezioni in cui ognuna rappresenta una evoluzione o elemento di rottura con la precedente, tra parti scritte e improvvisate. Credo che il risultato finale risulti uniforme e presenti un filo conduttore facilmente intellegibile.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Eleven tokens rappresenta probabilmente un’istantanea del mio percorso di vita e professionale in questo momento. E’ un a fase dove sento di aver cominciato finalmente a fare ordine tra materiale musicale studiato e ascoltato e ciò che mi piacerebbe realizzare da adesso in poi. Forse Eleven tokens rappresenta questo: una necessità di sintesi tra riferimenti e percorsi musicali passati e presenti e una ricerca di organizzazione e di direzione nel mio personale percorso.

In base a quale criterio hai scelto i brani che lo compongono?

Ogni brano che compone il disco nasce da un’idea musicale abbastanza istintiva: una frase piuttosto che una successione d’accordi o magari una ricerca di un mood emozionale, eccetera. Tuttavia, subito dopo questa prima idea c’è sempre, in ogni brano, una concreta organizzazione dei materiali, basata sulla scelta di alcuni e lo scarto di altri, in maniera molto razionale. Su alcuni dei brani che compongono il disco ho tentato di partire da diversi presupposti, ponendomi dei confini e delle regole entro le quali scrivere. Penso che questo si possa avvertire dal disco. 

Hai qualche nuovo progetto in cantiere o qualche nuova registrazione?

Spero di suonare il più possibile questo repertorio perché è un genere musicale che va prima di tutto suonato e vissuto in maniere coinvolgente nella sua dimensione live, dove si creano situazioni improvvisate anche molto lontane dalla musica registrata sul disco. Abbiamo in progetto alcuni concerti per la primavera/estate 2022 in cui ci piacerebbe registrare qualche performance dal vivo. Ci sono poi alcune idee in cantiere per la stesura del secondo album che abbiamo in programma a fine 2022.

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Sara Fortini racconta il nuovo progetto Songs: “Un disco intimo che racchiude brani diversi tra loro”

Pubblicato dall’etichetta Emme Record Label, Songs è il disco d’esordio del duo composto da Sara Fortini alla voce e Federico De Vittor al pianoforte. Un progetto intimo che mette al centro la melodia e rivisita l’armonia di alcuni brani famosi, alternandoli ad altri inediti. Sara Fortini ci ha raccontato come è nata questa avventura...

Per cominciare l’intervista ci volete raccontare come è cominciata questa collaborazione e come è nato questo progetto in duo?

È iniziato tutto suonando insieme in diversi contesti e situazioni, condividendo musica, idee e sensazioni abbiamo trovato una forte intesa, il resto poi è arrivato spontaneamente di conseguenza. Ad entrambi piaceva l’idea di strutturare un repertorio di ballads, di canzoni lente per cui fosse necessario chiedere all’ascoltatore ma anche all’esecutore il tempo di fermarsi ad ascoltare.

Songs è un disco intimo dove la melodia, a nostro avviso, è al centro di tutto: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

“Songs” è come avete già espresso nella domanda un disco intimo che racchiude brani diversi tra loro fra cui alcuni riarrangiamenti di canzoni molto conosciute all’interno del mondo del cantautorato italiano e non solo. Al suo interno ci sono brani scritti da entrambi come “Correnti più a sud”,“Serenade” e “Colors” ma ci sono anche brani di Lucio Dalla e Umberto Bindi come “Canzone” e “Arrivederci” un brano di Monk “Ugly Beauty” e due brani dei The Beatles “Across the Universe” e “Eleanor Rigby”.

È un disco eterogeneo che cerca di dar voce alle nostre influenze più grandi nel modo più sincero e personale possibile ma soprattutto è un disco sincero, di ogni brano abbiamo registrato solo una o due take e il lavoro di sovra incisione e post produzione è ridotto al minimo.

In questo progetto abbiamo notato un repertorio piuttosto variegato, con brani vostri e altri grandi successi italiani e internazionali. In base a quale criterio li avete scelti?

Quando si lavora ad un progetto discografico che ci mette nella situazione di essere sia interpreti che autori le cose si complicano e la scelta del repertorio può essere difficile. Noi abbiamo deciso di scegliere delle canzoni che segnano o hanno segnato dei momenti particolari nel nostro percorso sia artistico che personale.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Soprattutto nella musica non esistono mai punti di arrivo ma solamente nuovi punti di partenza. Noi volevamo lasciare una fotografia che ritraesse chi siamo oggi e perché e l’abbiamo scattata con questo disco, un domani riascoltandolo saremo sicuramente diversi ma le nostre canzoni saranno ancora le stesse.

Parlando del duo piano e voce: quali sono secondo voi le potenzialità espressive di questa formazione?

Le possibilità espressive del duo pianoforte voce sono infinite, così come ogni strumento se esplorato profondamente offre continue scoperte. In questo disco le dinamiche diventano importantissime così come la capacità di trovare sfumature e colori nuovi per ogni brano, ci viene da dire che la fragilità e la forza di questo disco è proprio questa, saper trovare la giusta intenzione espressiva per ogni canzone nel modo più sincero e immediato possibile.

Chiudiamo con uno sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Stiamo continuando a comporre e a condividere musica. Nel prossimo futuro c’è l’idea di un disco che abbia un carattere più simile ad alcuni pezzi del disco come “Eleanor Rigby”, dove l’interpretazione si mescola anche ad un tipo di arrangiamento più strutturato e perché no, anche alla sperimentazione.  Ci stiamo preparando per i prossimi concerti inserendo anche altri brani trovando spunto anche da alcuni scritti di poeti più contemporanei, vi terremo aggiornati sulle prossime date.

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Paolo Principi racconta il disco Empathies: “Un artista è sempre in evoluzione, in cammino”

Pubblicato dall’etichetta Emme Record Label, Empathies è il disco d’esordio del pianista Paolo Principi. Un lavoro in cui si intrecciano i percorsi musicali di tre musicisti, forse diversi tra loro, ma che hanno intrapreso un viaggio comune. La formazione è infatti completata da Andrea Morandi alla batteria e Roberto Gazzani al basso elettrico. Ecco cosa ci ha raccontato Paolo Principi riguardo questa nuova avventura. 

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Certamente. Si tratta di una raccolta di mie composizioni proposte ed arrangiate insieme a due compagni di viaggio: Roberto Gazzani al basso elettrico e Andrea Morandi alla batteria. L’eterogeneità delle esperienze musicali di ciascuno costituisce un elemento di arricchimento per la proposta di una musica che potremmo definire senza confini. Pensiamo infatti che la “diversità”, nei suoi aspetti più profondi, generi bellezza. Un vero e proprio arricchimento culturale (cito un paio di titoli del disco: “No boundaries” e “Soul Journey”).

Raccontaci la storia di questo disco: come è nato e come si è evoluto nel tempo?

Suoniamo insieme da molti anni e, parallelamente, ciascuno di noi ha anche esperienze musicali diverse che spaziano dal jazz alla world music, dal funk alla composizione per il teatro o le immagini. Le mie composizioni, per lo più recenti, riflettono il mio vissuto di musicista e di ascoltatore, così ho pensato di condividerle con Roberto ed Andrea per arricchirle del loro contributo. E devo dire che questa “apertura” funziona davvero e forse è un atteggiamento che sta alla base del Jazz. Durante le ultime prove abbiamo pensato anche di coinvolgere due altri musicisti per un brano che secondo noi si poteva sviluppare con una formazione più ampia del classico trio. Marco Postacchini al sax e Luca Mattioni alle percussioni ci hanno aiutato per il brano “Blues Guy” dove ho suonato il piano elettrico Fender Rhodes (in realtà è il virtual instrument PSound “Vintage Electric” creato da me come sound designer).

Un disco per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Questo disco rappresenta per me una tappa importante, perché ho sentito la “necessità” a questo punto del mio percorso di musicista e sound-designer di dire la mia. Non a caso le composizioni sono tutte originali tranne l’ultima di cui magari parleremo in seguito. Non lo considero un punto di partenza (anche se è la mia prima pubblicazione) perché compongo da molti anni in ambiti diversi. Tantomeno non lo posso considerare un punto di arrivo perché un artista è sempre in evoluzione, in cammino. La ricerca sul proprio “suono” non ha punti di arrivo secondo me. Un disco è prima di tutto un progetto culturale con la sua struttura, i suoi valori anche extra musicali. Nelle note di copertina vi è riportato un passaggio tratto dalla lettera aperta alle nuove generazioni di artisti scritta a quattro mani da Herbie Hancock e Wayne Shorter: “We are not alone. We do not exist alone and we cannot create alone. Focus on developing Empathy and Compassion”. Musica quindi come luogo privilegiato di accoglienza, culla per l'incontro di culture diverse.

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

Beh, se devo fare un nome su tutti, citerei Herbie Hancock per la modernità del suo pianismo, la sua ritmica, il suo approccio armonico politonale e “last but not least” come dicono gli americani, per il suo approccio “umano” alla musica e alla vita. Un secondo nome importante per me, sia dal punto di vista pianistico che, soprattutto compositivo è sicuramente quello di Enrico Pieranunzi. Ma i riferimenti sono davvero tanti perché credo che in un percorso da musicista e da ascoltatore, ci si arricchisce di tutto ciò che si è attraversato. E la “varietà” del mio percorso, tra musica jazz, composizione classica, musica contemporanea, musica da film, il suono elettronico, ha fornito e continua a fornire spunti di riflessione. Cito a questo punto l’ultimo traccia del disco “Adagietto” che è una rispettosa ed intima rivisitazione del famosissimo IV movimento della V sinfonia di Mahler. Fu scritto originariamente per orchestra d’archi e arpa, senza la minima traccia di quel fragore monumentale tipicamente mahleriano, senza violenza, con una dilatazione dei tempi e dei timbri che portano il brano ad una narrazione quasi liturgica, ad una drammaticità interiore, tanto intima quanto allo stesso tempo libera da manierismi o citazioni. Ecco ad esempio come anche un’opera del novecento storico (un periodo di “confine”) possa essere il punto di partenza per un nuovo viaggio. Una musica assoluta, senza confini appunto.

Come vedi il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

A parte questo periodo un po’ difficile per portare avanti progetti musicali, credo avrà uno sviluppo diciamo “naturale”. Intendo che sarà la nostra sensibilità, i nostri nuovi stimoli, la nostra “empatia” per citare il nome del disco, a farci da guida per le nuove composizioni. Una strada è stata imboccata, vediamo dove ci porta, guidati semplicemente dall’interesse per la musica e dai valori in cui crediamo. Cito ancora la lettera di Hancock e Shorter: “Il mondo ha bisogno di più interazione individuale tra persone di origini diverse con una maggiore enfasi su arte, cultura e istruzione. Le nostre differenze sono ciò che abbiamo in comune. Possiamo lavorare per creare un piano aperto e continuo in cui tutti i tipi di persone possano scambiare idee, risorse, premure e gentilezza. Abbiamo bisogno di connetterci l'uno con l'altro, di conoscerci l'un l'altro e vivere la vita l'uno con l'altro. Non possiamo mai avere pace se non riusciamo a capire il dolore nei cuori dell'altro. Più interagiamo, più arriveremo a comprendere che la nostra umanità trascende tutte le differenze”.

Chiudiamo con uno sguardo al futuro: anche se è un momento difficile hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione che stai portando avanti?

Abbiamo in programma qualche concerto ma stiamo muovendoci ora per i festival invernali per presentare questo lavoro e, allo stesso tempo, per assimilare nuovi stimoli per le prossime composizioni. Quando avremo nuovo materiale a sufficienza, torneremo in studio.

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Stefano Maimone racconta Chamber Music: “Il jazz che si intreccia con la musica classica”

Un disco in cui il jazz e la musica classica si intrecciano fra tradizione ed innovazione. Questa l’essenza di Chamber Music, disco che porta la firma di Stefano Maimone & Upset Strings uscito recentemente per l’etichetta Emme Record Label. La band è composta da Stefano Maimone al basso, Nicola Nieddu al violino, Sebastian Mannutza al violino, Francesca Fogli alla viola, Antonio Cortesi al violoncello, Enrico Smiderle alla batteria con la partecipazione speciale di Luigi Rinaldi al sax soprano (Havona) e Marianna Craca al flauto traverso in (Teen Town, Theme One).  Il leader di questa formazione ci ha raccontato questo progetto.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: Stefano, ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Buongiorno e grazie dell’interesse sul mio ultimo lavoro. “Chamber Music” si tratta di un album che vuole intrecciare il mondo della musica classica e quello del jazz. L’organico di base è formato da basso elettrico e batteria che si fonde con un classico quartetto d’archi quindi 2 violini, viola e violoncello. Nel disco è inoltre presente in alcune tracce il flauto traverso e il sax soprano.

Raccontaci adesso la storia di questo progetto: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Il progetto è nato principalmente da una mia esigenza nel voler approfondire la musica classica e gli strumenti ad arco. Utilizzando come pretesto la preparazione della mia laurea magistrale in musica jazz, ho iniziato uno studio su delle composizioni di Claude Debussy. Questo materiale è poi diventato l’oggetto della mia tesi e successivamente il punto di partenza da cui l’album ha preso forma.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Sicuramente un disco per me rappresenta un modo per fissare quello che siamo in quel determinato periodo, ma anche un punto di partenza per tutto quello che verrà dopo

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

Sono davvero un musicista che ascolta e suona tutta la musica dalla Classica al Jazz al Pop. Sicuramente per il basso elettrico voglio citare Janek Gwizdala bassista che apprezzo davvero molto, ma ovviamente anche Jaco Pastorius come sentirete nel disco; Altri riferimenti musicali indubbiamente importanti sono Claude Debussy, Erik Satiè, Charles Mingus, Paul Desmond ecc…

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Mi è piaciuto tantissimo lavorare con questo tipo di organico, che ti costringe ad arrangiare e scegliere ogni piccolo dettaglio. Nel futuro non troppo lontano vorrei registrare un nuovo disco e sicuramente portare in giro la mia musica il più possibile.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

In questo periodo dettato dal Covid ho portato avanti la produzione di nuovo materiale, ma anche nel registrare sto infatti ultimando un disco con “Float Music” e in cantiere uno con “Lost in the supermarket”. Con Upset Strings e il nostro album abbiamo in programma diverse date (covid permettendo) alcune con base a Bologna e alcune in tutta Italia.

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Il Gioco pubblica il disco d’esordio: il jazz che si fonde con il rock e i suoni orientali

E’ uscito per l’etichetta Emme Record Label, nell’agosto del 2020, il disco d’esordio de “Il Gioco”. Un trio “bassless” composto dal sassofonista Leonardo Rosselli, il chitarrista Thomas Lasca e il batterista Andrea Elisei con la partecipazione speciale di Francesco Savoretti alle percussioni. Un progetto dinamico in cui il jazz si fonde con il rock e con sonorità orientaleggianti. La band ci ha raccontato questa nuova esperienza.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Salve a tutti, in questo nostro primo disco abbiamo voluto dare spazio alle nostre esperienze personali extra-musicali, inserendole in un contesto preciso che è appunto il nostro sound. Attraverso i vari titoli che abbiamo dato alle tracce dell’album, è possibile risalire alle sensazioni/esperienze che ci hanno colpito a tal punto da scriverci della musica dedicata.

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Il gruppo è nato fra i banchi di scuola delle superiori, il jazz era una nostra passione comune e perciò cercavamo di “strimpellare” come potevamo all’epoca. Poi con il tempo siamo passati da essere un quartetto ad un trio, passando per diversi sostituti, fino ad arrivare all’attuale formazione.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Sicuramente per noi è stato prima di tutto una fotografia del momento, un punto di arrivo di un percorso nato quando eravamo più giovani, ma allo stesso tempo segna l’inizio di una nuova strada che sicuramente percorreremo con un’idea più chiara di quello che è il nostro stile e il nostro concetto di musica.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti? 

Sicuramente molto importanti sono stati il trio di Paul Motian, Joe Lovano e Bill Frisell per il concetto di gruppo “bassless”, ma anche gruppi più vicini alla tradizione jazzistica come il quartetto di Gerry Mulligan e Bob Brookmeyer che ci è stato d’ispirazione per quanto riguarda la gestione dell'accompagnamento melodico.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Attualmente ognuno di noi tre sta seguendo le proprie attività musicali. Non mancano però le occasioni per vederci e per suonare insieme che, visto il periodo in cui viviamo, è già molto. La cosa a cui sicuramente teniamo di più è la nostra amicizia, senza la quale non riusciremmo a tirare fuori una musica come quella presente nel nostro disco d’esordio. Dopotutto il lato umano è quello che va ad influenzare più di tutti l’interplay che si viene a creare al momento dell’esecuzione, oltre ovviamente all’attento ascolto reciproco.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Per ora siamo fermi dal punto di vista del live, sicuramente il periodo non ci è stato molto d’aiuto. Nonostante questo noi ci teniamo “caldi” per la prima occasione disponibile per promuovere Il Gioco dal vivo. Parallelamente a questo ognuno di noi si sta concentrando in progetti diversi sempre in ambito jazzistico, esperienze che sicuramente saranno un grande stimolo per questo trio che fonda le proprie radici sull’interplay e sulla voglia di navigare strade desuete.

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Davide Palma e il disco Something's Gotta Swing: "Un sound fedele alla tradizione ricco di freschezza"

Pubblicato dall’etichetta Emme Record Label, Something’s Gotta Swing è il disco d’esordio di Davide Palma, che lo vede alla testa di una formazione completata da Tiziano Ruggeri alla tromba, Piersimone Crinelli al sax baritono, Andrea Candela al pianoforte, Marco Loddo al contrabbasso ed Emanuele Zappia alla batteria. Un progetto che da un lato rispetta la tradizione degli anni ’50 dall’altro interpreta con freschezza nuovo alcuni standard famosi del songbook americano. Davide Palma ha raccontato a Jazz Agenda questa nuova avventura appena cominciata…

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Something’s Gotta Swing è un disco di jazz che vuole arrivare ad un pubblico appassionato, ma anche suscitare emozioni, intrattenimento in persone meno avvezze a questa musica. All’interno del jazz esiste lo swing, come modo di interpretare e suonare i brani della tradizione americana. All’interno di questo disco è riportato il bagaglio musicale che ho appreso, amato e messo in pratica in questi primi anni di carriera.Gli arrangiamenti originali propongono in una chiave mia personale i brani del jazz che più sento per me rappresentativi. Lo definirei un disco innovativo, un sound fedele alla tradizione, ma al tempo stesso ricco di freschezza.

Raccontaci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

A volta accade nel jazz, e specialmente con i cosiddetti standard jazz, di suonare all’impronta, ovvero senza un arrangiamento, ma eseguendo la struttura del brano come da “standard”. Nel tempo ho iniziato a scegliere dei brani che mi piacessero particolarmente e in cui riconoscevo naturale il mio modo di cantare e di interpretare. Per rendere l’esecuzione ancor più caratteristica, originale, ho cominciato a “vestire” intorno a questi brani degli arrangiamenti musicali, prima nati solo per la sezione ritmica e poi completati da i due fiati. In questo modo, oltre all’esecuzione vocale che risulta personale, il gruppo riesce e definire un ambiente di suono, rendendo completa l’originalità dell’interpretazione.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Something’s Gotta Swing rappresenta per certi versi un punto di partenza: avere un buon materiale, in cui si crede, attraverso il quale si vuole arrivare, emozionare il pubblico, ti permette di fare degli step in avanti. Uno dei motivi primitivi della registrazione del disco era avere la possibilità di condividere il mio modo di far musica, supportato dal sestetto di musicisti che ho coinvolto.

Per altri versi rappresenta un punto di arrivo: è presente la musica, le emozioni legate alla musica che ho coltivato nel tempo fino ad ora e che ho cercato di tradurre in arrangiamenti prima, e in suono poi, assieme ai musicisti. Sono dell’idea che, quando si sceglie di registrare un disco e farne un album che rappresenti in tutto e per tutto la tua musica, si debba essere molto consapevoli di ciò che si vuole, del suono e dell’intenzione del prodotto in generale. Per questo è come se fosse una fotografia. Lo scatto di una foto dura un attimo, e subito dopo il tempo regala una nuova possibilità di cambiare e cercare qualcos’altro. Questo non significa che una volta uscito, Something’s Gotta Swing non mi rappresenterà più, ma anzi, sulla base di questo bagaglio, sentirò la necessita di esplorare nuove direzioni musicali fino a che non sarò pronto a scattare un’altra foto. Per adesso questa è la mia foto!

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

Musicalmente parlando, io sono molto legato alla tradizione del jazz americano degli anni ’50 e primi ’60. Tra i cantanti che più ascolto e guardo con ispirazione posso citare Mel Torme, Frank Sinatra, Sarah Vaughan, Anita O’ Day, Nat King Cole, Sammy Davis jr, Tony Bennet. Ma sono anche molti i musicisti che ispirano il mio percorso di cantante e non: Errol Garner, Oscar Peterson, Red Garland, Sonny Stitt, Chet Baker, Paul Chambers. Per poi citare compositori come Cole Porter, Van Heusen, Mercer…

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

Come spiegavo, questo disco è un punto di partenza, dal quale e con il quale iniziare condividere e far conoscere il Davide Palma Sextet, il mio modo di far jazz e di comunicare attraverso i brani le mie emozioni ed interpretazioni.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Sto preparando la presentazione ufficiale del disco Something’s Gotta Swing con il Davide Palma Sextet.

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Gli Oddithrees raccontano il disco d’esordio: “Un connubio di influenze e contaminazioni sonore”

Una band all’avanguardia capace di coniugare il jazz con l’elettronica. Si presentano così gli Oddithrees, trio composto da Samuele Garau al piano ed elettronica, Enrico Degli Antoni al basso elettrico, Giuseppe Risitano alla batteria, che ha pubblicato recentemente il disco d’esordio dal titolo omonimo per l’etichetta Emme Record Label. Ecco come ci hanno presentato questa loro nuova esperienza…

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Il nostro disco si può definire un connubio di molteplici influenze e contaminazioni sonore. L’ obiettivo artistico è quello di riunire un repertorio variegato al fine di ottenere un risultato musicale omogeneo che ci rappresenti.

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Il gruppo nasce da un rapporto di amicizia e collaborazione professionale che si è consolidata in diversi anni di esperienze collettive e individuali. Sentivamo la necessità di esprimere la nostra reciproca maturazione attraverso la realizzazione di questo disco che è stato impreziosito dal contributo di un grande e sensibile musicista quale è Achille Succi.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Sicuramente una fotografia del momento dai diversi significati: un’ulteriore occasione per esprimerci con maggiore libertà artistica e un’opportunità per proseguire in questa direzione.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Sono molteplici e impossibili da elencare tutte, i primi artisti che ci vengono in mente sono Weather Report, Radiohead, John Coltrane, David Bowie, Dave Holland, Nine Inch Nails.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

I nostri lavori andranno sicuramente ad esplorare sempre più il rapporto tra musica improvvisata e sonorità elettroniche. Inoltre noi stessi siamo i primi ad interrogarci continuamente su quale possa essere l’apporto che il jazz potrà dare alla musica elettronica.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Grazie al supporto datoci da Emme Records, e la buona accoglienza della critica, stiamo già lavorando al nuovo materiale per il prossimo disco e programmando una serie di concerti.

 

 

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Mariano Colombatti e il nuovo disco Fly Down: un progetto trasversale tra fusion e black music

Pubblicato nel giugno del 2019, Fly Down è il disco d’esordio del chitarrista Mariano Colombatti uscito per l’etichetta Emme Record Label. Parliamo di un lavoro trasversale, contemporaneo dove fusion e black music si fondono in un minimo comun denominatore. Completano la formazione attuale Marco Zago al pianoforte, tastiere, synth, Alberto Zuanon al contrabbasso e basso elettrico ed Alessandro Arcolin alla batteria: hanno partecipato alla realizzazione del disco anche Federico Cassandro alla batteria e la vocalist Valentina Frezza, presente solo nel brano Another Mistake. Mariano Colombatti ha raccontato questo progetto a Jazz Agenda…

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Si tratta di un album di miei composizioni nate nel corso degli anni immediatamente precedenti alla pubblicazione. Gli arrangiamenti sono frutto di quello che possiamo considerare uno sforzo congiunto, tanto che poi il risultato finale è stato un po’ diverso da come me lo ero immaginato inizialmente, per via delle personalità diverse coinvolte nella realizzazione. A grandi linee rispecchia il mio interesse verso alcune aree del jazz e dalla musica contemporanea, dalla fusion all’hip hop.

Raccontateci adesso la tua storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

È nato all’interno del Conservatorio di Rovigo, dove siamo o siamo stati tutti studenti. Inizialmente era un gruppo di studio di musica di insieme, poi trasformatosi in un laboratorio dove portare le proprie composizioni per suonarle insieme agli altri. Ci sono stati alcuni cambiamenti nella formazione rispetto all’inizio, e alla fine sono rimasti sul piatto solo i miei pezzi, che ho deciso quindi di trasformare in un album vero e proprio. Attualmente la formazione che vede me alla chitarra, Marco Zago al piano e tastiere, Alberto Zuanon al contrabbasso e basso elettrico e Alessandro Arcolin è quella che possiamo considerare definitiva e stabile. Al disco hanno collaborato anche Valentina Frezza alla voce, per un brano dedicato a Marco Tamburini, di cui io, lei e Marco Zago siamo stati allievi. La maggior parte dei brani nel disco è stato suonato alla batteria da Federico Cassandro, mentre Arcolin ha registrato solo la traccia “Inlays”, per poi subentrare come membro stabile, per questioni prettamente stilistiche. Ci siamo allontanati sempre più ritmicamente dal jazz più tradizionale, e Alessandro si sposa perfettamente con questa visione.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Sicuramente un punto di partenza. È stato il primo lavoro dove mi sono occupato un po’ di tutto, composizione, arrangiamento, produzione, trovare le persone per farlo, curare l’aspetto grafico. Ci sono molte cose che rifarei allo stesso modo e altre che farei in modo totalmente diverso, come succede sempre. Il mio obbiettivo è fare tesoro degli aspetti positivi e anche di quelli negativi in modo da lavorare in maniera più efficace nei dischi futuri. Questo disco rappresenta l’esordio, la strada è lunga.

Se parliamo dei tui riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Ce ne sono molti, sicuramente siamo molto appassionati della scena jazz e fusion più contemporanea: artisti come Snarky Puppy, Robert Glasper, Aaron Parks, Tigran Hamasyan, e molti altri, musicisti anche molto diversi fra loro, nei quali vediamo il jazz come radice comune. Io sono avido ascoltatore anche di tutto ciò che sento vicino all’estetica della black music, anche se non classificabile come jazz. Molti artisti della scena hip hop come Kendrick Lamar, il filone del neo-soul, penso a Hiatus Kaiyote, Knower, Isaiah Sharkey, Tom Misch. Sono sempre alla ricerca di nuovi ascolti.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

Questo quartetto lo vedo come il luogo dove poter portare la mia musica e svilupparla in maniera più intima. Per quanto possa subire le influenze di quello che ascolto, in questo contesto credo che resterò legato a un idea di arrangiamento e performance più vicina al jazz e al quartetto jazz. Alcuni brani saranno più fusion, altri più rock, altri più jazz ma la vedo una dimensione più raccolta rispetto ad altri contesti a cui mi sto dedicando.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Alcuni concerti in arrivo per l’estate, e una registrazione molto importante per me: si tratta di un lavoro per un organico esteso, nel quale confluiscono idee provenienti da più persone, un vero collettivo, diverso quindi dalla forma in quartetto che è il mio personale spazio. Sono molto eccitato per quello che sta nascendo in questi mesi, e di collaborare con musicista capaci di portare idee davvero stimolanti.

Pubblicato nel giugno del 2019, Fly Down è il disco d’esordio del chitarrista Mariano Colombatti uscito per l’etichetta Emme Record Label. Parliamo di un lavoro trasversale, contemporaneo dove fusion e black music si fondono in un minimo comun denominatore. Completano la formazione attuale Marco Zago al pianoforte, tastiere, synth, Alberto Zuanon al contrabbasso e basso elettrico ed Alessandro Arcolin alla batteria: hanno partecipato alla realizzazione del disco anche Federico Cassandro alla batteria e la vocalist Valentina Frezza, presente solo nel brano Another Mistake. Mariano Colombatti ha raccontato questo progetto a Jazz Agenda…

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Si tratta di un album di miei composizioni nate nel corso degli anni immediatamente precedenti alla pubblicazione. Gli arrangiamenti sono frutto di quello che possiamo considerare uno sforzo congiunto, tanto che poi il risultato finale è stato un po’ diverso da come me lo ero immaginato inizialmente, per via delle personalità diverse coinvolte nella realizzazione. A grandi linee rispecchia il mio interesse verso alcune aree del jazz e dalla musica contemporanea, dalla fusion all’hip hop.

Raccontateci adesso la tua storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

È nato all’interno del Conservatorio di Rovigo, dove siamo o siamo stati tutti studenti. Inizialmente era un gruppo di studio di musica di insieme, poi trasformatosi in un laboratorio dove portare le proprie composizioni per suonarle insieme agli altri. Ci sono stati alcuni cambiamenti nella formazione rispetto all’inizio, e alla fine sono rimasti sul piatto solo i miei pezzi, che ho deciso quindi di trasformare in un album vero e proprio. Attualmente la formazione che vede me alla chitarra, Marco Zago al piano e tastiere, Alberto Zuanon al contrabbasso e basso elettrico e Alessandro Arcolin è quella che possiamo considerare definitiva e stabile. Al disco hanno collaborato anche Valentina Frezza alla voce, per un brano dedicato a Marco Tamburini, di cui io, lei e Marco Zago siamo stati allievi. La maggior parte dei brani nel disco è stato suonato alla batteria da Federico Cassandro, mentre Arcolin ha registrato solo la traccia “Inlays”, per poi subentrare come membro stabile, per questioni prettamente stilistiche. Ci siamo allontanati sempre più ritmicamente dal jazz più tradizionale, e Alessandro si sposa perfettamente con questa visione.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Sicuramente un punto di partenza. È stato il primo lavoro dove mi sono occupato un po’ di tutto, composizione, arrangiamento, produzione, trovare le persone per farlo, curare l’aspetto grafico. Ci sono molte cose che rifarei allo stesso modo e altre che farei in modo totalmente diverso, come succede sempre. Il mio obbiettivo è fare tesoro degli aspetti positivi e anche di quelli negativi in modo da lavorare in maniera più efficace nei dischi futuri. Questo disco rappresenta l’esordio, la strada è lunga.

Se parliamo dei tui riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Ce ne sono molti, sicuramente siamo molto appassionati della scena jazz e fusion più contemporanea: artisti come Snarky Puppy, Robert Glasper, Aaron Parks, Tigran Hamasyan, e molti altri, musicisti anche molto diversi fra loro, nei quali vediamo il jazz come radice comune. Io sono avido ascoltatore anche di tutto ciò che sento vicino all’estetica della black music, anche se non classificabile come jazz. Molti artisti della scena hip hop come Kendrick Lamar, il filone del neo-soul, penso a Hiatus Kaiyote, Knower, Isaiah Sharkey, Tom Misch. Sono sempre alla ricerca di nuovi ascolti.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

Questo quartetto lo vedo come il luogo dove poter portare la mia musica e svilupparla in maniera più intima. Per quanto possa subire le influenze di quello che ascolto, in questo contesto credo che resterò legato a un idea di arrangiamento e performance più vicina al jazz e al quartetto jazz. Alcuni brani saranno più fusion, altri più rock, altri più jazz ma la vedo una dimensione più raccolta rispetto ad altri contesti a cui mi sto dedicando.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Alcuni concerti in arrivo per l’estate, e una registrazione molto importante per me: si tratta di un lavoro per un organico esteso, nel quale confluiscono idee provenienti da più persone, un vero collettivo, diverso quindi dalla forma in quartetto che è il mio personale spazio. Sono molto eccitato per quello che sta nascendo in questi mesi, e di collaborare con musicista capaci di portare idee davvero stimolanti.

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