Jazz Agenda

Giuseppe Magagnino racconta After the Rain: “In ogni brano racchiudo le mie sensazioni emotive”

Pubblicato dall’etichetta GleAM Records, After the Rain è l’ultimo disco del pianista e compositore Giuseppe Magagnino. Un secondo lavoro che rappresenta l’evoluzione di “My Inner Child”, il primo lavoro discografico da solista In cui sono molto presenti gli elementi distintivi del primo nella scrittura e nella concezione del trio. Nonostante questo è evidente una significativa evoluzione artistica anche in direzione degli standard jazz. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Magagnino in persona.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Il disco “After The Rain” è nato durante il tour promozionale della precedente release “My Inner Child”. È una sua naturale evoluzione, sia dal punto stilistico che formale. Un lavoro nel quale mi sono ritrovato a scavare in fondo al mio mondo emotivo di questo periodo storico. Racchiudo, in ogni brano che è contenuto nel disco, in maniera molto sincera, tutte le mie sensazioni emotive.

Raccontaci adesso la tua storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Erano anni che pensavo di intraprendere un percorso da solista. Storicamente avevo lavorato sempre come sideman e pianista arrangiatore. Per me il jazz è stato sempre il grande amore, un po’ bistrattato a volte, ma sempre la mia primaria scelta artistica. La pandemia del 2020 è stata l’occasione per fermarmi dopo anni d’intensa attività concertistica ed iniziare a tracciare la mia strada stilistica/compositiva e di linguaggio. In quei primi mesi di “clausura” forzata mi sono accorto che i tempi erano maturi. Ho avuto la possibilità di tornare a studiare molto intensamente, ho composto molti nuovi brani ed è così che tutto è partito. La cosa di cui sono più orgoglioso è l’entusiasmo che ho nutrito nel costruire questo mio nuovo percorso nonostante il drammatico periodo di stop.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Per me rappresenta perfettamente una fotografia del momento storico che un artista sta vivendo. Ho avuto sempre un po’ paura di mettermi in gioco come solista perché pensavo che un lavoro discografico, che rimane per sempre, dovesse essere perfetto, assoluto. Sono riuscito ad uscire da questa visione falsata ed alla fine ho capito che è solo una foto del momento, una foto necessaria per tracciare le evoluzioni future. Quindi, per rispondere alla seconda parte della domanda, per me rappresenta semplicemente sia un punto di arrivo che un punto di partenza. Per me l’artista è  un viaggiatore che fa perennemente scali che lo porteranno verso una nuova meta, e non c’è mai una meta definitiva. Raccontiamo la nostra vita, le nostre evoluzioni come esseri umani, non ci può  mai essere un punto di arrivo definitivo.

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

Ho sempre imparato e rubato da tutti non fossilizzandomi mai su uno stile ed un approccio per paura di rimanerne troppo legato. Miles, Monk, Ellington, Powell, Coltrane sono stati sempre i miei fari artistici di pensiero. Corea, Jarret, Hancock, Mehldau e Hamasyan invece sono tra i pianisti che continuo ad avere come riferimento tecnico e di ricerca sullo strumento. Un mio insegnante molto speciale di prassi pianistica jazz, Alessandro Di Liberto, una volta mi disse: “E’ inutile che cerchi di dire qualcosa per come la direbbe Corea, Hancock o chi per loro, bene che ti vada saresti solo una buona imitazione. Come la racconterebbe Giuseppe? Da lì è cominciato veramente tutto il mio lavoro di ricerca sulla comunicazione attraverso il pianoforte.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

Le evoluzioni è giusto e fisiologico che ci siano, come è fisiologico che ognuno di noi si evolva costantemente dal punto di vista umano. Sicuramente continuerò a sperimentare molto con la scrittura, non tradendo i cardini del mio stile nel quale riconosco profondamente il mio “sentire” artistico. Ci sarà maggiore spazio per il piano solo, dimensione nella quale libero completamente le mie capacità narrative, ed altre formazioni che non siano necessariamente il piano trio.

 Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Adesso mi aspetta una promozione mirata che mi porterà a stare sui palchi di tutta Italia ed Europa così da far conoscere il più possibile il mio modo di intendere il jazz attraverso il mio progetto artistico. La prima tappa è il 9 luglio nella mia città, Lecce. La prima presentazione ufficiale di “After The rain”. Dopo aver praticamente realizzato due dischi nel giro di 24 mesi, mi prenderò un tempo di decantazione per poter ripartire con nuovi progetti, già presenti nella mia testa, che non voglio svelare con troppa fretta, senza prima averli fatti “maturare” con le giuste tempistiche.

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