Jazz Agenda

Daniele Morelli racconta La Valigia dei Sogni: “Un viaggio introspettivo, immaginario e creativo”

Pubblicato il 3 settembre 2021 dall’etichetta Off Record Label, La Valigia dei Sogni è l’ultimo disco del chitarrista Daniele Morelli che vede la partecipazione di Matteo D’Ignazi alla batteria. Un progetto ricco di contaminazioni dove il jazz si fonde con la psichedelia e con le tradizioni del Messico, nuova patria per il musicista toscano. Daniele in persona ci ha raccontato questa nuova avventura.

Daniele, per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Certo, prima di tutto direi che é un disco registrato a distanza in duo con Matteo D’Ignazi alla batteria, 17 brani originali di sole chitarre, batteria e percussioni.  La Valigia dei sogni come titolo sembrava quello che rispecchiava maggiormente l’idea musicale stessa dell’album. Un viaggio introspettivo, immaginario e creativo attraverso ritmi e arrangiamenti mirati a descrivere immagini precise. Questo per dire che ogni brano ha delle caratteristiche ben definite.

Raccontaci adesso la storia di questo progetto, sappiamo che ci hai lavorato durante il periodo del lockdown: come è nato e come ci hai lavorato?

Il disco è nato come tutte le cose per diverse ragioni. Era già da un po' di tempo che con Matteo volevamo fare della musica in duo per sperimentare varie possibilità. Ci conosciamo da quando eravamo bambini e abbiamo suonato in molti progetti diversi anche quando ho lasciato l’Italia. Il lockdown senza dubbio è stato un motivo scatenante per diverse cose. Tutto il mondo lo ha vissuto come un momento di cambio e ogni zona con delle piccole differenze. Abitavo a Città del Messico e dopo 6 mesi di chiusure, assenza di concerti, con molto tempo per studiare e comporre, ho optato per zone più naturali e lontane da grandi metropoli. Mi sono trasferito qualche mese in una colonia a 20km della città di Oaxaca, proprio dietro le rovine delle grandi piramidi zapoteche di Monte Albàn. Una zona molto suggestiva e proprio qua é nato il progetto.

E’ iniziato un po' per gioco, all’inizio ci scambiavamo delle tracce registrate con Matteo, e dopo i primi due brani abbiamo deciso di continuare a registrare a distanza fino a disco terminato. Avevo scritto molta musica durante i primi 6 mesi del lockdown aspettando di poterla suonare dal vivo e come sempre lasciar spazio alle improvvisazioni, per cui quando ho cominciato a ideare questo album ho voluto fare una cosa diversa, ovvero registrare direttamente le idee fresche come uscivano dallo strumento senza nessun spartito scritto o pensato prima. In questo modo ho focalizzato l’attenzione sul suono, il timbro e, tenendo fissa un’immagine o una sensazione in mente, non ho lasciato spazi a lunghi e dispersivi soli così da concentrarmi più sui temi e le atmosfere.

Con Matteo c’è stata un’intesa come sempre musicale e di poche parole. Devo dire che ci siamo sempre capiti sempre subito con il semplice ascolto delle tracce che ci inviavamo. Tecnicamente ho registrato tutte le chitarre pensando al basso, i vari arrangiamenti delle chitarre e l’uso di effetti per ricreare particolari atmosfere. Subito dopo le inviavo a Matteo che puntualmente me le rimandava con delle splendide batterie e percussioni a volte arrangiate insieme.

Quanto ha inciso la tua permanenza in Messico su questo disco?

Mi é sempre piaciuto conoscere da vicino la cultura e le varie tradizioni delle popolazioni locali. In Messico la musica é ancora parte fondamentale di ogni cosa, di momenti mistico-religiosi, come sociali e di intrattenimento. Le molte e differenti comunità indigene poi hanno ricreato un sincretismo interessante e intrigante che si sente nella vita quotidiana così come nella musica.

Una delle ultime che ho conosciuto sono appunto Los Mixes, (il brano che porta il loro nome é l’unico omaggio inserito nell’album, scritto dal compositore mixe Tomàs Gris Vargas). Los Mixes sono ancora oggi comunità autonome e autogestite che mantengono la proprio lingua e tradizioni tra cui una forte cultura musicale con tanto di bande filarmoniche e scuole di musica. Impossibile non rimanere affascinati  da tanta storia e non esserne influenzati anche musicalmente.

Kumantuk é un altro brano inspirato a quelle persone tra I mixes che hanno la capacità di trasformarsi in esseri mitici.  Tochtli é una parola nahuatl (azteca) che significa coniglio. Il coniglio era uno degli animali rappresentativi della comsmogonia preispanica ma é anche l’immagine che si vede sulla Luna da questa parte del mondo.  Adesso credo di aver capito, dopo tanti anni facendo musica, che il Messico, se non vissuto da turista qualunque, é un paese unico dove il sincretismo attuale crea sfumature interessanti e profonde che invitano qualsiasi onesto artista a fare i conti con se stesso. Quindi devo dire che questa lunga permanenza in Messico lascia abbastanza il segno su questo album come sul precendente “Misiòn azul”.

Raccontaci anche il tuo percorso musicale e soprattutto come sei arrivato anche in Messico…

Ho cominciato a studiare piano e solfeggio a 7 anni in un piccolo paesino della provincia di Pisa. A 11 anni sono passato alla chitarra. Il mio primo maestro di chitarra era un musicista jazz quindi ha subito spinto verso l’improvvisazione. Da bambino ero appassionatissimo di blues, a 14 anni ho avuto il mio primo gruppo rock e a16 ho iniziato a suonare professionalmente con diversi gruppi locali, frequentando musicisti che mi facevano scoprire sempre tante novità, aiutandomi a migliorare il mio linguaggio in diversi stili. Ascoltavo musica di ogni parte del mondo e tanto rock progressivo finché reduce degli anni di lezioni di chitarra, concerti e compiuti i 18 anni, ero maggiorenne per avere patente e scoprire il mio grande amore per il Jazz.

Seguivo i corsi di Siena Jazz mentre suonavo in un trio di rock progressivo chiamato Milvus, (chitarra, organo hammond e batteria), tutta musica originale, con il quale pochi anni dopo ci trasferimmo ad Amsterdam. In breve dopo l’Olanda ho frequentato il Conservatorio di Lione (dip. Jazz) e mi sono trasferito a Bruxelles 2 anni suonando in altri progetti e attratto dalla incredibile attività culturale della città. Tutto è cambiato quando un gruppo italiano conosciuto in Messico, i “Tamales de Chipil” mi invitarono a suonare in un tour già organizzato a Città del Messico e dintorni. Un mese di concerti non furono sufficienti per conoscere il paese ma furono abbastanza per sorprendermi, motivandomi a tornare un anno dopo. Così con il tempo ho iniziato a suonare Jazz con diverse formazioni e quasi tutti i giorni della settimana in eventi, locali, clubs e festival, non solo nella scena di Città del Messico ma anche a Cuernavaca, in Chiapas, Yucatàn alternando sempre i live con viaggi che mi hanno permesso di condividere tempo con varie etnie diverse, Wirrarikas (con i quali suonavamo come Grupo Tsikuaki), Trikis, Lacandones, Mixes e altre. Nel 2016 ho pubblicato con OFF Record di Bruxelles il mio primo disco ufficiale “Misiòn azul”, registrato a Città del Messico. Con la stessa etichetta ho pubblicato a maggio scorso la mia versione di Vexations facente parte ad una collana di dischi dedicati a Erik Satie e adesso la Valigia dei sogni.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Personalmente ho sempre scritto tanta musica, tante composizioni sono state suonate e registrate, molte altre restano ancora su spartito. Un disco per me rappresenta un regalo per gli ascoltatori e una forma di comunicare ed esprimere sensazioni precise o raccontare una storia diversa. E’ la voce del momento proprio come una fotografia o un’improvvisazione in un concerto. E poi rappresenta la capacità di sintesi di un discorso, potrebbe essere un arrivo o una partenza ma visto che tutto è sempre in costante movimento preferisco non sofferrarmi troppo al prodotto finito e pensare sempre a nuove possibilità creative e nuovi progetti. 

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

La lista potrebbe essere davvero infinita. Sicuramente tutti i dischi di blues che ascoltavo da bambino come quelli di B.B.King, John Lee Hooker e Robert Johnson sono stati molto importanti, poi arrivò Frank Zappa e fu amore a primo ascolto, Jimi Hendrix e poi Hermeto Pascoal, Jim Hall, Bill Frisell, Miles, Monk e hasta el infinito y mas allà. Ho ascoltato tanti chitarristi finché ho scoperto il sax e la tromba, quest’ultimo uno strumento che amo tantissimo visto che ho trascritto tanti trombettisti da Miles a Freddie Hubbard a Dave Douglas.  

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla musica della Valigia dei Sogni?

Stiamo lavorando per realizzare il prossimo anno una serie di concerti in Italia con Matteo in duo e forse anche con altri musicisti. Chiaramente ogni invito a partecipare a festival è benvenuto. Credo che in questo periodo di pandemia abbiamo vissuto il concetto di frontiera in differenti modi quindi se la musica non ha frontiere sarebbe bello suonarlo dal vivo il più possibile. Grazie!!!

 

 

Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS