Jazz Agenda

Lorenzo Bisogno racconta il nuovo disco Open Spaces uscito per Emme Record Label

Pubblicato dall’etichetta Emme Record Label, Open Spaces è il disco d’esordio di Lorenzo Bisogno alla testa di un quartetto completato da Manuel Magrini al pianoforte, Pietro Paris al contrabbasso, Lorenzo Brilli alla batteria e lo special guest Massimo Morganti al trombone. Un lavoro elegante e dall’innato senso melodico dove il contemporary jazz si sposa alla perfezione con i suoni della tradizione. Ecco il racconto di Lorenzo Bisogno.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Nel disco sono presenti 8 tracce di cui 5 brani originali composti nell'ultimo anno, una composizione scritta durante il mio soggiorno a New York ("Searching for the next") e due arrangiamenti di standards ai quali sono molto legato: "The Moontrain" di Woody Shaw e " 317 East 32nd Street" di Lennie Tristano. A completare la band ci sono Manuel Magrini al pianoforte, Pietro Paris al contrabbasso, Lorenzo Brilli alla batteria e la special guest Massimo Morganti al trombone.

Raccontaci adesso la storia di questo progetto: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Volevo incidere un disco ormai da diverso tempo, soprattutto al ritorno dal mio lungo periodo a New York dove ho frequentato il master in jazz Studies presso il Queens College in cui ho avuto molti stimoli ed incontri importanti. Grazie alla vittoria del premio Massimo Urbani nel 2021 ho avuto la possibilità di registrare e produrre questo album presso il Tube Recording studio per l'etichetta discografica Emme record Label di Enrico Moccia. Ho voluto subito coinvolgere dei musicisti ai quali sono sempre stato legato sia umanamente che professionalmente: Manuel Magrini al pianoforte, Pietro Paris al contrabbasso e Lorenzo Brilli alla batteria. Mi piaceva l'dea di registrare questo album insieme a loro perché sono diversi anni che cerchiamo di costruire insieme un suono in quartetto; inoltre ad impreziosire il tutto ho voluto inserire uno dei musicisti che più ammiro nella scena internazionale, il trombonista, arrangiatore e compositore Massimo Morganti.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Per me questo disco rappresenta un nuovo punto di partenza; per un artista registrare un disco significa mettere un punto fermo per la carriera, una fotografia di quel particolare momento, raccogliendo i pregi e i difetti che ne derivano. Essendo molto critico con me stesso, questa opportunità è stata l’occasione per decidere di incidere questo primo disco da leader. Il disco oggigiorno è un biglietto da visita per il musicista, un modo per far conoscere la propria musica, quindi mi sto impegnando molto per portarlo in giro nei vari festivals jazz.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Sicuramente il primo grande impatto con il jazz è stato grazie all’incontro con Ramberto Ciammarughi, che mi ha fatto capire come raccontare una storia mentre si improvvisa, sviluppando una personalità e un suono proprio. Più tardi grazie all’esperienza newyorkese ho avuto modo di conoscere musicisti incredibili come Antonio Hart, sassofonista che è stato la spalla di Roy Hargrove per tanti anni; Tim Armacost uno dei tenoristi più apprezzati della scena jazz internazionale che è stato per me un grande coach musicale e non solo; Jeb Patton, pianista dal quale ho imparato la vera essenza dello swing; poi ce ne sono tantissimi altri che sono stati di grande impatto per il mio percorso come ad esempio Joel Frahm, Mark Turner, Ari Hoenig, Tom Harrell, Lee Konitz. Ovviamente poi ci sono tutti i musicisti che hanno fatto la storia del jazz e che tutti abbiamo trascritto e studiato almeno una volta per capire a fondo questo linguaggio come S. Rollins, D. Gordon, F. Hubbard, J. Coltrane, B. Powell etc.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Spero di portare avanti questo quintetto, suonando la mia musica nei vari festival jazz d’Italia e d’Europa; veniamo da un’estate intensa dove abbiamo suonato un’anteprima del mio album in Italia, in Svizzera e in Spagna e spero di poter continuare con questo progetto.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

C’è già l’idea di un nuovo album, magari con una formazione diversa. La dimensione del duo con pianoforte o fisarmonica mi affascina molto e mi piacerebbe cimentarmi in un nuovo progetto così diverso; ma anche la formazione trio con contrabbasso e batteria è sempre stato un suono molto affascinante per me, essendo più libero armonicamente e ritmicamente. Ora sto lavorando per cercare concerti da fare con questo quintetto e il prossimo appuntamento sarà a Roma presso ‘Il Cantiere’’, un posto fantastico gestito dal collettivo Agus.

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Francesco Del Prete racconta il disco Rohesia ViolinOrchestra: tra musica e tradizioni locali

Si intitola Rohesia ViolinOrchestra l’ultimo disco del violinista Francesco Del Prete uscito il 22 novembre per l’etichetta Dodicilune. Parliamo di un lavoro unico nel suo genere, che ha radici profonde nella cultura mediterranea e nelle tradizioni locali. Tutti i brani, infatti, presenti in due versioni, sono stati scritti per essere accostati ai vini della Cantina Cantele che insieme all’artista ha coprodotto questo progetto. Ecco il racconto di Francesco Del Prete in merito a questa nuova avventura…

Buongiorno Francesco e benvenuto. Per cominciare ti va di descrivere il tuo lavoro ai lettori di Jazz Agenda?

Rohesia ViolinOrchestra” è un disco pensato, realizzato e coprodotto insieme a CANTELE, azienda vinicola salentina ormai radicata sul territorio nazionale e ampiamente riconosciuta a livello internazionale. Dando per scontate le indubbie qualità della Cantina in questione – originalità e passione su tutte – quel che maggiormente m’incuriosisce ed entusiasma è l’approccio sinestetico messo in atto da tale realtà: rendere i propri vini un’esperienza multi-sensoriale attraverso sapori, fragranze, colori, profumi, strategie di comunicazione…

Da qui il mio desiderio di immaginare vere e proprie colonne sonore dedicate a cinque tra le più prestigiose bottiglie di vino firmate Cantele – Rohesia Pas Dosè, Teresa Manara Chardonnay, Rohesia Rosé, Rohesia Rosso, Amativo – dopo averle degustate e averne studiato le caratteristiche: note gustative, sentori olfattivi, modalità di produzione, colori e sfumature, intensità, corpo, eventuale effervescenza, nome, etichetta…

Quali sono state le tue maggiori fonti di ispirazione?

Nonostante io non ne sia un esperto, sono da sempre affascinato dal vino e da tutto il mondo che lo circonda: la dimensione “naturale” che lo caratterizza, dall’impianto e la cura dei vitigni fino al momento della vendemmia; la trasformazione dell’uva in qualcosa di magico – non per niente definito da tempo immemore il nettare degli dei – attraverso il sapiente lavoro dell’enologo che come un novello alchimista e attraverso interventi mirati inventa “nuove miscele” e in alcuni casi prova anche a correggerne eventuali leggeri difetti; i benefici e gli effetti stimolanti sul consumatore – moderato, ovviamente.

Tale mia fascinazione, lo stupore di fronte a tanta bellezza sono sicuramente sottesi in tutto l’album e mi hanno ispirato costantemente; ma a seconda del vino in questione ho adottato dei percorsi differenti, due esempi su tutti: mentre per il Rohesia Pas Dosé è stato fondamentale sottolinearne musicalmente il suo caratteristico perlage, l'insieme delle bollicine e la sua effervescenza, per il Teresa Manara Chardonnay invece l’avvincente biografia della protagonista – travolta da un destino irruente che l’ha condotta in Salento contribuendo di conseguenza a creare la realtà vinicola familiare – è ­stata la scintilla ispiratrice più indicata per stimolarmi a scrivere e raccontare questa bottiglia. Ecco perché per ogni vino ho seguito strade, chiavi di lettura e interpretazioni diverse.

L’album ha un doppio binario: le composizioni e il vino, come hanno interagito?

Per quel che mi riguarda, ho già provato a spiegare ciò nella risposta precedente. Ma il mio punto di vista, in quanto artefice del progetto, è relativo; in realtà conto di girare la domanda direttamente al pubblico che assisterà alle future performances. Da parte nostra ci aspettiamo che chiunque ascolti il brano abbia voglia di gustare il vino; o che gustando il vino sia tanto stimolato ed incuriosito da ascoltare il brano; oppure, per essere ancora più ambiziosi, unire le due esperienze e sublimarne il momento magari approfondendo la percezione di sé stessi.

Il doppio binario è anche nelle sonorità, acustiche ed elettroniche, puoi spiegarci la scelta?

Di elettronica in questo disco c’è veramente poco, se non per alcune tensioni ritmico-percussive necessarie per sottolineare determinate esigenze compositive. Invece tengo a precisare che, a proposito di sonorità, ci sono due versioni delle stesse canzoni e ora vi spiego il motivo: inizialmente, dato il numero contenuto dei brani e il minutaggio limitato dell’opera, con l’etichetta Dodicilune abbiamo pensato di realizzarne un Ep; poi invece ho cominciato a riflettere sull’idea di arrangiamento da impiegare e costruire per valorizzare al massimo le mie idee musicali: utilizzando la mia procedura compositiva – che ho deciso di chiamare ViolinOrchestra, termine contenuto anche nel titolo del disco, cioè un’intera orchestra ottenuta sovraincidendo più e più volte un solo violino polifunzionale cioè sfregato con l’archetto, pizzicato, plettrato, percosso con le dita in modo da esaltarne tutte le risorse musicali ed espressive melodiche, armoniche e ritmiche più o meno evidenti – è stato naturale pensare a delle versioni orchestrali ricche di tracce, colori e sfumature diverse; dunque, proprio da qui è nata l’esigenza di proporne delle varianti più asciutte, minimali ed unplugged, ottenendo in tale maniera risultati espressivi totalmente differenti perché orientati verso suggestioni e soluzioni musicali del tutto differenti ma altrettanto efficaci: un brano solo con violino e arpa, un altro con violino, flicorno e violoncello, oppure violino, pianoforte e voce lirica o anche violino e chitarra acustica; ecco quindi edito per voi un Lp (Long Playing) a tutti gli effetti, contenente dieci brani.

Raccontaci anche il tuo personale percorso artistico e come si è sviluppato nel corso del tempo.

Tutto inizia con lo studio del violino classico in conservatorio, ma da sempre mi intrigano improvvisazione da una parte e composizione consapevole dall’altra; jazz e musica etnica quindi come terreni fertilissimi su cui coltivare ed affinare, sperimentando, il mio linguaggio e il mio suono. Ad un certo punto tutti questi percorsi ed interessi si intrecciano al desiderio di andare oltre le ormai note risorse melodiche dello strumento violino, scoprendone ed evidenziandone potenzialità inimmaginabili che in ambito classico non si trovano rappresentate: ecco dunque già pubblicati Corpi D’Arco e Cor Cordis, due album di una trilogia programmata col fine di andare oltre la superficie delle cose per tirarne fuori l’essenza. Rohesia ViolinOrchestra s’inserisce perfettamente in questo mio percorso del tutto personale che propone il violino come una lente interpretativa della realtà che ci circonda; attraverso di esso viene presentata una diversa visione dell’oggetto o elemento in questione che, di conseguenza, si arricchisce di nuovi accostamenti culturali: in questo caso, il violino con il vino. Ma è solo il primo: è mia intenzione proseguire in queste mie proposte alternative e spero di parlarvene presto.

Come porterai live l’album e quali sono gli appuntamenti già fissati in agenda.

Tra qualche giorno presenteremo un nuovo videoclip, a cura di Silvio Bursomanno, di un brano estratto dal disco, e siamo entusiasti della cosa. Per quanto riguarda i live – dimensione necessaria per il sottoscritto – proprio la natura di questo progetto ci impone di non scindere la proposta musicale dalla degustazione dei rispettivi calici al fine di ottenere un completo coinvolgimento del pubblico. Ecco perché con la cantina Cantele stiamo organizzando al meglio degli eventi sinestetici mirati che gli interessati troveranno pubblicizzati sulle nostre pagine social. Ecco perché concludo invitando i vostri affezionati lettori a seguirmi e vi ringrazio per questa intervista: spero di vedervi presto a qualche mia esibizione e – perché no? – con il giusto calice in mano.

 

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Kodex presenta Breakdown alla Casa del Jazz: “Un laboratorio costante per musica senza confini”

Si intitola Breakdown il secondo disco del duo Kodex, composto da Donatello D’Attoma e Massimo Bonuccelli all’elettronica, di prossima uscita per l’etichetta Filibusta Record. Un progetto in cui il pianoforte classico incontra l’elettronica e dove il jazz si fonde con una musica minimale, dall’innato senso melodico. Il duo presenterà questo lavoro venerdì 11 novembre presso la Casa del Jazz di Roma. Ecco cosa ci ha raccontato la band alla vigilia del concerto.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco Breakdown che presenterete in anteprima alla Casa del Jazz l’11 novembre: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Breakdown è il nostro secondo disco che diversamente dal primo, “Kodex” (Stranamente Music), è stato realizzato e registrato interamente in studio durante il lungo periodo di stop della musica live dovuto alla pandemia. Com’è ormai nostra consuetudine una volta fissato il set, abbiamo suonato, improvvisato ed elaborato materiale musicale che in quel preciso e cruciale momento storico e di riflessione personale sentivamo risuonare dentro di noi. Kodex ovvero Massimo e Donatello vuole essere un laboratorio costante dentro il quale trova spazio la musica senza confini, dove la contaminazione non è un elemento che si insegue per essere al passo con i tempi, o differenziarsi, ma una normale condizione necessaria alla musica.

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

E’ stato il più classico egli incontri. Il desiderio condiviso di suonare assieme ci ha portati a trascorrere intere giornate nell’home studio di Massimo. Lunghe sessioni di improvvisazione e di studio, destrutturando pezzi, creandone di nuovi. E così, con grande entusiasmo abbiamo portato la nostra idea davanti al pubblico (Casa delle Arti di Conversano, 2017). Un’intera performance di improvvisazione che potete ascoltare nel nostro primo disco.

Breakdown, il titolo di questo disco ha un significato particolare per voi?

SI, ma è tutta la genesi del lavoro che rispecchia uno dei momenti più difficili che ci stiamo lentamente lasciando alle spalle anche se le fratture, in molti casi, sono ancora visibili.

In questo disco il pianoforte classico incontra l’elettronica. Secondo voi la musica va verso un futuro fatto di contaminazioni stilistiche?

Si, il pianoforte rappresenta la sola parte acustica del progetto che interagisce con l’elettronica e da questa processata in tempo reale. Come spiegavamo prima, la contaminazione in musica è parte del processo creativo già da diversi anni. 

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Si compilerebbe una lista davvero molto lunga ma quelli a cui ci siamo ispirati e abbiamo dedicato il nostro ultimo lavoro sono sicuramente Alva Noto, Aphex Twin, Kraftwerk, John Cage, Philip Glass, Arvo Pärt.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Ci piace pensare a Kodex come un progetto open source, il nostro obiettivo principale è quello di collaborare con artisti che provengono anche da altri ambiti - vedi le recenti collaborazioni con il visual artist Simone Memè e l’organista Giulio Tosti - oppure suonare non solo in contesti strettamente legati alla musica, ma anche per musei, spazi d’arte in genere, tutto ciò che possa per noi essere pura linfa creativa a vantaggio di un’esperienza sensoriale totale.

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Live Bootleg: il racconto dal vivo dei Melty Groove

Si intitola Live Bootleg il disco d’esordio dei Melty Groove uscito nel settembre 2022. Un lavoro pregno di elementi funky, soul e blues, interamente registrato dal vivo che si compone di otto cover di grandi artisti quali Steve Wonder, Eric Clapton, Adele, Battisti. Un progetto, dunque, che rappresenta un vero e proprio percorso artistico e soprattutto e che mantiene fede allo spettacolo dal vivo. Ecco il racconto dei membri della band.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

(Alice) Ciao! E’ un disco live, registrato presso il Birra Ceca di Rivoli, vicino Torino. E’ un album che racchiude in 8 brani una sintesi di quello che è il nostro sound, la nostra identità musicale. Ci piaceva l’idea di pubblicare qualcosa di estremamente vivo, genuino, senza rimaneggiamenti. E’ un prodotto per noi molto importante, perché rispecchia esattamente la dimensione dei nostri concerti. Stiamo ricevendo molti apprezzamenti per questo!

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

(Carlo) La nostra storia è relativamente giovane: ci siamo formati ufficialmente nel 2020, a ridosso dell'inizio della pandemia. L'incontro tra Edoardo (batteria) ed Alice (basso e voce) è avvenuto quasi per caso durante un workshop tenuto dall'hammondista jazz Alberto Marsico. Poi successivamente mi sono aggiunto alle tastiere. Da quel momento il gruppo ha preso una forma via via sempre più nitida, abbiamo cominciato a riarrangiare delle cover di brani di Stevie Wonder o Eric Clapton e successivamente abbiamo aggiunto altri elementi, come cori gospel o improvvisazioni. Trattiamo le cover come se fossero dei brani inediti, ci piace stravolgere totalmente i brani e rivestirli di sonorità nuove. Negli ultimi concerti abbiamo deciso di proporre anche i nostri primi brani originali, come l'ultimo singolo "I wanna know why" pubblicato a Settembre (Ascolta su youtube: https://www.youtube.com/watch?v=QNcaJZGrzHQ ).

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

(Alice) Una fotografia del momento in cui ci troviamo. Noi sappiamo bene che una band è un concetto in continua trasformazione, per questo ci è parso utile "fotografare" un certo repertorio musicale e pubblicarlo su un album. Così è nato il nostro primo EP, che è registrato totalmente live, proprio per dare una forma genuina e spontanea alla nostra identità. "Live Bootleg" è anche un disco autoprodotto coi nostri mezzi, lo abbiamo stampato anche in versione fisica in un piccolo packaging ecologico ed è disponibile sulla nostra pagina bandcamp (https://meltygroove.bandcamp.com/album/live-bootleg ) o presso i nostri concerti.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

(Edoardo) Nella vita di un musicista si attraversano varie fasi di ascolto... e tutte indistintamente (e anche inconsapevolmente) fanno parte di un proprio bagaglio personale. Noi siamo tre musicisti molto diversi: Alice ha una propensione naturale verso il blues, Io ho studiato batteria jazz/pop e Carlo ha un background che spazia dal progressive rock alla musica etnica. I nostri riferimenti sono collocati tra gli anni 70-80... un artista tra tutti: Stevie Wonder.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

(Alice) Stiamo scrivendo dei brani originali e questo ci diverte molto. Vogliamo che il nostro repertorio sia incentrato sugli inediti e il prossimo passo sarà pubblicare un album di nostre canzoni.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

(Carlo) Sì abbiamo pianificato una serie di concerti per tutto il 2022 e contemporaneamente stiamo portando avanti le registrazioni dei prossimi singoli. Tra qualche settimana partiremo per la Svizzera e al ritorno pubblicheremo un nuovo videoclip, che non possiamo ancora svelare. Invitiamo tutti a seguirci sui social per essere aggiornati!

 

Streaming disco e singolo

Bandcamp: https://meltygroove.bandcamp.com/album/live-bootleg

Youtube:

https://www.youtube.com/watch?v=yzOU_YwrKcg&list=PLyQ1KbkpkUVb8ovJn5nZl_TmL3zahCGKa&index=1

Spotify: https://open.spotify.com/track/2c5GCSojoLerTWtRAeRob9?si=d2bc171e883b4f8f

 

Social e Contatti

Website: https://meltygroove.it

Facebook: https://www.facebook.com/meltygrooveband/

Instagram: https://www.instagram.com/meltygroove/

 

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Federico De Zottis racconta il nuovo disco Open: “La ricerca melodica è stata la guida”

 

Si intitola Open il disco d’esordio del gruppo 3.00 a.m. nato dalla volontà del sassofonista Federico De Zottis. Un progetto che prende forma dalla passione per i grandi maestri del jazz anni ’60 pubblicato dall’etichetta Emme Record Label. La formazione è completata da Diego Albini al pianoforte, Mirko Boles al contrabbasso e Stefano Lecchi alla batteria. Il leader di questo quartetto ci ha raccontato come è nata e come si è evoluta nel tempo questa nuova avventura.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Il Disco si intitola Open ed è stato registrato il 4 ed il 5 gennaio 2022 al Bluescore studio di Milano. Il titolo ha un doppio significato; da un lato descrittivo delle musiche e del linguaggio adottato, dall'altro metaforico. Per quanto riguarda il lato descrittivo, le armonie delle parti improvvisate vengono alleggerite e “aperte” rispetto alle armonie utilizzate per i temi, questo per poter consentire una maggiore libertà interpretativa ai musicisti. Dal punto di vista metaforico, invece, la parola open esprime il desiderio di aprirsi al confronto con il prossimo, descrive con efficacia la necessità avvertita di espormi come musicista e compositore. L'album è composto da sei brani, cinque originali più una mia interpretazione del brano Like a queen, una canzone uscita nel 2021 del collettivo svedese Spring Gang. Il materiale utilizzato per la composizione dei brani è stato accumulato molto lentamente, le prime bozze risalgono a circa sei anni fa e sono maturate di pari passo al mio percorso di crescita musicale.

Parliamo adesso anche dell’aspetto compositivo dei brani. Ci vuoi raccontare che tipo di ricerca hai effettuato per portare alla luce questo album?

La ricerca melodica è probabilmente il principio più importante che mi ha guidato. Tutti i brani, tranne uno (Madalena), sono nati da un'idea melodica. Per prima cosa, infatti, ho scritto la melodia dei temi, libera da una forma predefinita.  In alcuni casi l'idea originaria si è riversata naturalmente in strutture più note come la forma canzone AABA (è il caso di Henry e Estremi rimedi); in altri casi, invece, è sfociata in strutture più elaborate e inedite (come Heimay e Nord/ovest). Le melodie dei temi sono state i primi mattoni di questo progetto, risalgono a circa sei anni fa e non hanno subito grosse modifiche nel corso del tempo. Successivamente all'elaborazione delle melodie ho pensato alle armonie, ai ritmi ed alle forme. Questi tre aspetti sono quelli che hanno subito continue modifiche, raffinandosi molto lentamente e maturando di pari passo al mio percorso di crescita musicale.

Il secondo elemento importante di questo progetto riguarda la ricerca del timbro sul sassofono contralto. L'album è registrato in quartetto, batteria, pianoforte e contrabbasso, una scelta che mi ha permesso di lasciare il giusto spazio al timbro del sax. Negli ultimi anni ho lavorato molto su questo aspetto, sia tecnicamente con esercizi e studi mirati, sia culturalmente, ascoltando molti sassofonisti. L'ultimo principio importante che ha guidato le mie scelte compositive è stato la necessità di creare degli spazi comodi per poter sviluppare delle improvvisazioni “aperte”.

Raccontaci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

3.00 a.m. è il nome che da circa 10 anni usavo ogni volta che mi capitava di suonare con un mio progetto, si può dire quindi che lo utilizzassi come una sorta di pseudonimo. Questo significa che nel corso degli anni sono stati diversi i musicisti che hanno fatto parte di 3.00 a.m. Quartet. La più grossa difficoltà che ho dovuto affrontare per poter concretizzare il lavoro è stata quella di trovare musicisti disposti ad investire tempo, energie, risorse e personale sensibilità nel progetto. Non è stato semplice ottenere tre artisti disposti ad impegnarsi nella realizzazione di un lavoro che avrebbe previsto una lunga preparazione.

Sono particolarmente grato ai tre musicisti che mi hanno accompagnato in questa impresa, Stefano Lecchi, Mirko Boles e Diego Albini, non solo per la fiducia accordatami, ma anche per il contributo significativo che hanno dato alla forma finale dei brani con la loro personale sensibilità musicale. Di fatto ora 3.00 a.m. Quartet non può che essere composto da questi musicisti, non è più un mio pseudonimo ma è diventato a tutti gli effetti un gruppo composto da: Federico De Zottis, Stefano Lecchi, Diego Albini e Mirko Boles

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Sinceramente fatico a rispondere. Da un certo punto di vista sicuramente questo disco è stato un punto di arrivo, come ho scritto nella precedente domanda il materiale è stato accumulato negli anni, quindi stavo solo attendendo l'occasione giusta per poterlo incidere.  Da un altro punto di vista invece potrebbe essere considerato un punto di partenza, il risultato ottenuto ha galvanizzato i componenti del quartetto e ci ha lasciato con il desiderio di promuovere e portare in giro questo lavoro

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Il tipo di jazz che preferisco è quello della prima metà degli anni Sessanta. Dischi come Juju di Wayne Shorter; Miles Smile sempre di Shorter con Miles Davis, Page One di Joe Henderson; First meditation, A love Supreme e Crescent di Coltrane; oppure, ancora, Discovery! di Charles Lloyd, rappresentano il tipo di jazz che preferisco ascoltare. Il modo in cui questi grandi maestri hanno affrontato in quel periodo la composizione, e quindi anche l'improvvisazione, è stato, dal mio punto di vista, molto libero, ma al tempo stesso fortemente ragionato e razionale.

Molti dei temi presenti in quei dischi riescono ad essere fortemente melodici e cantabili, nonostante le scelte armoniche alle volte spigolose. Penso a brani come House of jade, o Yes or no di Juju, oppure Forest flower di Discovery!, penso a Jinrikisha di Page One o ancora Footprints in Miles Smile. Le armonie presenti in questi dischi non sono degli impervi percorsi ad ostacoli come quelle tipiche del periodo be-bop, ma piuttosto assomigliano a degli sconfinati campi aperti nei quali è possibile muoversi con maggiore libertà.

Con le dovute proporzioni, questo tipo di sensibilità è quella che ho cercato di riprodurre nel mio lavoro. Pensando, invece, al panorama contemporaneo, il sassofonista che maggiormente mi ha colpito, e che probabilmente ho tentato di emulare inconsciamente, è stato David Binney; inoltre, l'album che ha inciso nel 2017 The time verse ha probabilmente influenzato significativamente due delle mie composizioni (Henry e Madalena).

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Non ne ho la più pallida idea, per quanto l'entusiasmo per il progetto al momento sia alto se non si trovano occasioni per portare il progetto in giro a lungo andare l'entusiasmo cala. Ci impegneremo quanto più ci è possibile per promuovere il nostro lavoro con la speranza di ottenere una buona risposta

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Per il momento, oltre a presentare il disco nei principali locali jazz milanesi (garage moulinsky, bakelite, corte dei miracoli...)  abbiamo un paio di date fissate per l'autunno: una al festival Jazzmi di Milano ed una a Rovereto organizzata da Emilio Galante.

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Rohesia Pas Dosé: il nuovo singolo di Francesco Del Prete

Pubblicato dall’etichetta Dodicilune il 12 luglio del 2022, Rohesia Pas Dosé è il nuovo singolo di Francesco Del Prete. Il brano, realizzato in coproduzione con l’azienda vinicola salentina Cantele, anticipa l’uscita del prossimo disco che verrà pubblicato dopo l’estate. Ne abbiamo parlato con Francesco del Prete che ci ha raccontato questa nuova avventura.

Rohesia Pas Dosé è il tuo nuovo singolo uscito per l’etichetta Dodicilune. Come nasce la collaborazione con l’azienda vinicola Cantele?

Conosco da tempo questa realtà ma l’ho ammirata sempre da lontano, apprezzandone il graduale ma inarrestabile radicamento sul territorio salentino e oltre (Stati Uniti in primis), godendo dei loro prestigiosi riconoscimenti internazionali riscossi e soprattutto gustando le loro creazioni. Ma qualcosa è scattato la scorsa estate quando, nella loro cantina, ho partecipato ad una visita guidata a cura di Claudia Barbarito, una risorsa ormai imprescindibile all’interno di Cantele; lì ho riscontrato e sono rimasto colpito dalle innumerevoli analogie col mio mestiere: come me anche loro potrebbero essere considerati dei veri e propri compositori avendo a disposizione degli ingredienti unici, l’uva in tutte le sue declinazioni possibili come per me lo sono le note musicali, da mescolare, mixare ed editare seguendo delle regole di base ma soprattutto ispirazione e gusto personale. Da qui la mia proposta a collaborare insieme per realizzare qualcosa di inedito ma soprattutto di unico.

Musica e vino: come possono dialogare insieme queste due arti apparentemente così diverse fra loro?

Premetto che mi ha incuriosito ed entusiasmatomolto il loro approccio sinestetico adottato, cioè trasformare i propri vini in una esperienza multi-sensoriale attraverso sapori, fragranze, forme, colori, profumi, materia, sostanza: anche per me è forte la tentazione di coinvolgere sfere sensoriali diverse durante le mie performances, una su tutte quella che pertiene l’accostamento della mia musica ad immagini e colori. Con tali premesse il passo successivo è stato quello di coinvolgerli nella mia idea di dedicare ad alcune bottiglie delle vere e proprie colonne sonore, dopo averle non solo gustate ma soprattutto dopo averne studiato le caratteristiche (colore, note gustative, modalità di produzione, sentori olfattivi, intensità, corpo, eventuale effervescenza, nome, etichetta,…)

Parliamo adesso di questo nuovo singolo Rohesia Pas Dosé: ce lo vuoi descrivere brevemente a livello musicale?

Il brano è la soundtrack di una tra le più prestigiose bottiglie della famiglia Cantele, il ROHESIA PAS DOSÈ per l’appunto. Ho immaginato un dialogo serrato tra violino da una parte e violoncello (suonato dall’eccezionale Marco Schiavone) dall'altra, entrambi intenti a tessere trame melodiche che trovano sfogo nei ritornelli danzati; un rincorrersi in crescendo punteggiato da pizzicati e delay a ricreare bollicine e freschezza.

Questo singolo anticipa un disco che uscirà a breve: ci vuoi dare qualche anticipazione al riguardo?

Il cd ed il vinile saranno editi dopo l’estate dalla nota etichetta discografica DODICILUNE, che ha ormai all’attivo centinaia di pubblicazioni in oltre venticinque anni di attività. Il disco raccoglierà un Lato A coi cinque brani in versione orchestrale dedicati ad altrettante bottiglie mentre il Lato B presenterà gli stessi brani arrangiati in versione alternativa più acustica e con un sacco di ospiti musicisti ad impreziosire il lavoro.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere per presentare questo nuovo progetto?

Proprio in questi giorni stiamo progettando una serie di eventi mirati a far conoscere il primo singolo già pubblicato su tutte le piattaforme (a cui ne seguirà un altro tra qualche settimana) che gradualmente ci porteranno alla presentazione ufficiale dell’intero lavoro discografico, quest’autunno; ovviamente, per completezza, non possiamo esimere l’ascoltatore dalla degustazione del vino in questione, per poter unire le due esperienze, uditiva e gustativa, sì da sublimarne il momento.

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Rhythm is our Business: il nuovo disco del progetto The Jazz Russell

Si intitola Rhythm Is Our Business il secondo disco del progetto The Jazz Russell pubblicato dall’etichetta Filibusta Records. Un progetto ideato dal chitarrista Filippo A. Delogu in cui il jazz della tradizione si fonde con un sound moderno e originale. La formazione è completata da Andrea Nuzzo all'organo Hammond, Alfredo Romeo alla batteria e Light Palone al contrabbasso. Ecco cosa ci ha raccontato il leader di questo progetto in merito a questa nuova avventura.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

E’ il nostro secondo disco e dentro c’è un po’ di tutto: brani originali, “standards” americani, vecchie canzoni Italiane, classici dell’era dello swing. Tutto rivisitato con lo spirito del gruppo, nessuna coerenza, nessuna velleità filologica, nessun tabù. E’ la nostra ricerca di maggiore libertà nella tradizione: veniamo tutti dal jazz tradizionale, ma vogliamo approcciare il repertorio che ci piace con meno vincoli, e includere anche altro.

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

L’avverbio che mi viene in mente è “inconsciamente”. Quando mi è capitata l’occasione – dopo tanti anni passati ad accompagnare altri - di mettere in piedi una formazione a mio nome, per la prima volta ho dovuto pensare io a quali musicisti coinvolgere. Mi sono circondato di alcune delle persone più ricche - umanamente, oltre che musicalmente - che ho incontrato nel mio percorso di musicista: Andrea, Alfredo, Light… Abbiamo iniziato a suonare senza “premeditazione”, eppure si è immediatamente creato qualcosa di più della somma delle parti. Mi sono chiesto per un po’ di tempo perché succedesse cosi naturalmente, e ho trovato la risposta: siamo tutti musicisti di sezione ritmica, naturalmente portati a mettersi a disposizione degli altri. Da questa consapevolezza è nata la mia “visione” dei Jazz Russell: nessun musicista al centro, e tutti centrali contemporaneamente, siamo una ritmica che si fa solista.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Una fotografia del momento, un punto determinato e quasi casuale di una traiettoria. Lo facciamo per condividere con gli altri la nostra musica, e per avere traccia del nostro percorso musicale nel tempo, ma già pochi giorni dopo aver registrato i brani li suonerei diversamente o cambierei alcune cose, è inevitabile.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Ognuno di noi ha i suoi ovviamente. Per dire, so che Alfredo ha tra i suoi riferimenti i dischi di Ahmad Jamal e un disco in particolare di Miles Davis (My funny Valentine), Andrea tende più al sound Blue Note ma essendo molto curioso e aperto spazia negli ascolti tra generi ed epoche, Light è un adepto di Milt Hinton, io ho i miei “guitar heroes”, ma direi una cosa: personalmente mi hanno influenzato di più i musicisti che ho incontrato nel tempo, alcuni dei quali sono stati dei mentori. Il jazz è una tradizione orale, personalmente mi sento di ringraziare soprattutto i musicisti che ho avuto la fortuna di incontrare e accompagnare.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Abbiamo solamente iniziato a tradurre in musica il concetto di ritmica solista, lo vogliamo sviluppare pienamente e abbiamo tante idee in questo senso su cui stiamo lavorando. E poi credo che il passo successivo sarà coinvolgere degli ospiti, costringendoli però a stare al nostro gioco.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Porteremo il nostro nuovo disco al Festival del Jazz di Fiumicino, al Museo del Saxofono il prossimo 11 settembre 2022. Poi in autunno ci dedicheremo a dirette e concerti in streaming, che credo offrano la possibilità di raggiungere più persone con cui ci piacerebbe condividere la nostra musica, ma soprattutto dialogare e interagire maggiormente. Non vogliamo stare in una bolla, vogliamo condividere e parlare con le persone. Ci piacerebbe trovare una location che ci ospiti per farlo con regolarità, altrimenti lo faremo dalla nostra “tana”.

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Orpheus in the Underground: il nuovo disco del trio Barba – Negri – Ziliani

Pubblicato da Emme Record Label Orpheus in the Underground è il secondo disco del trio composto Riccardo Barba al piano e sintetizzatori, Nicola Ziliani al contrabbasso e Federico Negri alla batteria. Un progetto in cui si fondono il jazz, la musica classica, il rock e l’elettronica. Ecco come è nata questa avventura.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

“Orpheus in the Underground” è il secondo album del nostro trio. Rispetto all’album di esordio (“Too Many Keys”), Orpheus è un lavoro più strutturato e unitario. Abbiamo cercato un suono che caratterizzasse il nostro trio. Si possono sentire echi di musica classica, rock, elettronica, il tutto sul canovaccio del jazz piano trio. Il concept del disco si muove su tre dimensioni: la prima ripercorre certi periodi della storia della musica (diversi brani portano nomi delle forme musicali antiche che li hanno ispirati); la seconda è legata alla città di Londra e alla sua Underground, mentre la terza dimensione ha un carattere più inconscio e psicologico. Ci piace immaginare che ciascun ascoltatore trovi la sua interpretazione di questo viaggio metropolitano e sotterraneo.

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Il trio è nato dopo una serie di lavori musicali che ci hanno fatto incontrare e conoscere. Insieme abbiamo suonato musica jazz, swing, classica e contemporanea; l’affiatamento che ci univa ha portato alla formazione di questa band. Il nostro primo lavoro discografico è una sorta di Zibaldone che raccoglie brani scritti precedentemente e vaghi barlumi di quello che volevamo realizzare come band. Ora stiamo cercando insieme di creare un terreno congeniale alle nostre esperienze musicali e ai nostri gusti. Ragioniamo più come band rock che come la classica formazione jazzistica.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Per noi rappresenta un punto di arrivo e di partenza allo stesso tempo. Sentiamo di aver raggiunto un obiettivo ovvero la creazione di un terreno comune su cui lavorare per creare progetti che si svilupperanno nel futuro e, ovviamente, per avere un impatto personale nei concerti dal vivo.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

La principale fonte di ispirazione è senza dubbio il trio di Esbjörn Svensson; quella è stata una formazione che ha saputo dare una scarica di energia al mondo del jazz. Altri artisti importanti per noi sono sicuramente il Brad Mehldau Trio e i Bad Plus. Amiamo anche trarre ispirazione da artisti provenienti da altri generi come i Radiohead, i The Smiths o compositori come Dmitri Shostakovic, Philip Glass, Steve Reich e Luciano Berio. 

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Per il futuro abbiamo molte idee. Ci piace pensare che questo progetto non abbia una sola collocazione stilistica ma che possa spaziare tra i generi. I nostri studi musicali vanno dalla musica classica al jazz, ma negli anni abbiamo lavorato nella musica pop e d’autore così come nella musica da cinema. Ogni album è una nuova sfida. Partendo da un’idea (musicale o non) cerchiamo di lasciare spazio a tutte le possibili manifestazioni del nostro pensiero musicale. In sintesi, ci piace pensare fuori dagli schemi stilistici in favore di un’espressione più libera.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Abbiamo in programma una serie di concerti per presentare “Orpheus in the Underground” sia in Italia che all’estero. Collaboreremo con la cantautrice Angela Kinczly per alcune nuove registrazioni.  Stiamo già preparando il nuovo disco che ci vedrà collaborare con un ensemble di voci; si tratta di un progetto molto ambizioso che si concretizzerà nel 2023.

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I Treetops raccontano il nuovo disco Demetra: “Groove ed energia per uno sviluppo sostenibile!”

Pubblicato dalla Vagabundos records e prodotto da Pino Pecorelli (Orchestra Piazza Vittorio), Demetra è il disco d’esordio dei Treetops. Un concept album pieno di energia, groove e vitalità che vede la partecipazione di 7 ragazzi che hanno scelto lo sviluppo sostenibile come direzione da percorrere. La band è guidata da Anna Bielli (chitarra) con la partecipazione di Marcello Tirelli (tastiere), Luca Libonati (batteria), Simone Ndiaye (basso elettrico), Andrea Spiridigliozzi (chitarra elettrica), Eric Stefan Miele (sax soprano) e Daniel Ventura (sax tenore). Ecco come è nata questa nuova avventura.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

"Demetra" è un concept album ispirato da tematiche green. Abbiamo immaginato la dea della natura svegliarsi nel mondo moderno e accorgersi di quante cose sono cambiate rispetto a come le ricordava: l'inquinamento, la sovrapproduzione di oggetti non necessari, gli allevamenti intensivi per la produzione di prodotti animali, la nostra incapacità di prendere in mano la situazione cambiando nelle piccole cose della nostra quotidianità. Sono questi gli scenari che abbiamo musicato, senza l'utilizzo di parole. Così, alla fine dell'album Demetra torna in letargo, senza forze né parole dopo tutto ciò che ha visto, con la speranza di svegliarsi un giorno e contemplare il cambiamento.


Raccontaci la tua storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo? 

I Treetops sono nati a dicembre 2016, definendo la formazione attuale a febbraio 2017. Dopo essersi sciolta la sua prima band, Anna, la chitarrista, ha deciso di trovare nuovi musicisti con cui continuare ad esprimersi attraverso la musica. L'idea iniziale era quella di una formazione allargata, con archi, fiati e percussioni, ma in poco più di un mese avevamo già trovato un buon equilibrio noi sette e abbiamo smesso di cercare nuovi timbri. 

Sin dalla prima prova abbiamo iniziato a comporre insieme, accantonando cover o pedali da jam session, e in modo naturale abbiamo scelto di essere un gruppo strumentale di musica originale. Ci sono state due "macro-fasi" della band: i vecchi Treetops e i nuovi Treetops. Il passaggio del testimone è avvenuto durante il lockdown del 2020, quando tutti eravamo chiusi in casa a vivere un clima surreale, con tanto tempo a disposizione per riflettere su tematiche delicate, che nella freneticità della routine abbiamo poco modo e voglia di osservare. Idealmente, Demetra è in quel periodo, musicalmente nei mesi a seguire.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Sicuramente una somma delle tre. Una fotografia del momento, senza alcun dubbio, essendo l'album basato proprio sul mondo attuale. Un punto di arrivo perché finalmente esistiamo anche per le persone esterne alla nostra sala prove. Infine, un punto di partenza perché speriamo sia solo l'inizio di un lungo viaggio insieme.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

In prima linea troviamo gli Snarky Puppy, sia per la musica che producono sia per l'idea di ensemble che c'è dietro. Infatti, anche loro si occupano principalmente di musica strumentale, ma non si precludono la possibilità di collaborare con cantanti ed orchestre, ed in ogni album si possono ascoltare influenze di mondi e generi completamente diversi tra loro. Altri gruppi ed artisti importanti per noi sono i Mogwai, i Radiohead, i Gogo Penguin, Esperanza Spalding e Tigran Hamasyan.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi, quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Nel futuro, come nel presente, ci vediamo senza limiti di sperimentare, che sia un nuovo disco, una colonna sonora o una collaborazione. L'evoluzione, come in tutte le cose, non avverte. Magari come per Demetra, continuerà ad essere il progresso-regresso di ciò che ci circonda ad essere il nostro "concime", o magari invece cambieremo completamente ispirazione.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Intanto, sabato 30 aprile abbiamo presentato "Demetra" per la prima volta in concerto al Monk di Roma. Altre date si stanno definendo per l'estate ma ancora non possiamo annunciarle, possiamo anticiparvi solo la nostra partecipazione al festival di street-art Borgo Universo (Aielli, Abruzzo) il 2 agosto, e ad Artesettima Festival a settembre con data da destinarsi. 

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Max Ferri racconta il disco Message: “Un flusso di energia inarrestabile! Linguaggio jazz e furia rock!”

Pubblicato dall’etichetta Ultra Sound Records, Message è il disco d’esodio del Max Ferri Trio. Un progetto che rappresenta un mix tra jazz, rock e funk, dove non mancano lirismo e senso melodico. Hanno preso parte a questa avventura William Nicastro al basso, Giorgio di Tullio alla batteria con la partecipazione speciale di Marco Scipione al sax, Nicolò Fragile alla tastiera e Tullio Ricci al sax tenore. Ecco cosa ci ha raccontato il leader di questo trio…

Per cominciare l'intervista Max, parliamo subito del tuo disco Message: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Certamente! È un album ricco di influenze musicali differenti e comprende sia rivisitazioni sia brani originali. Quello che mi rende felice è proprio l’essere riuscito, grazie anche ai miei due compagni d’avventura, ad amalgamare tutto questo dando un’impronta riconoscibile ad ogni brano. Il Jazz è certamente l’influenza principale, l’improvvisazione e l’interplay rendono la musica fresca e vitale e sono per noi imprescindibili, queste caratteristiche vanno a incontrare di volta in volta terreni differenti:  “Message”, “Freud” e “Crispy Funky” condividono una base funk e melodie basate su cellule ritmiche accattivanti, “Mind Trip” è il brano più introverso e sofisticato, un 3/4 even eight che però viaggia attraverso vari cambi di metro, “Dance of the Spirits” il più rock con venature progressive e poi c’è Kha-tn, un brano free il cui flusso sonoro è guidato da “indicazioni” dettate da un bellissimo accadimento che mi ha cambiato la vita.

Come è nato invece questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Questo trio, che ho sognato per tanto tempo, si è potuto realizzare solo trovando le persone giuste.  Conoscevo già singolarmente Giorgio Di Tullio e William Nicastro ma una sera di qualche anno fa li sentii suonare insieme. Che dire? Un flusso di energia inarrestabile! Linguaggio jazz e furia rock: quello che cercavo! Dopo quel concerto parlammo insieme del mio progetto e da lì nacque tutto. Parlando di evoluzione devi tener conto che il nostro trio, anche per via del fatto che c’è stata una pandemia di mezzo, è relativamente giovane quindi l’evoluzione che abbiamo potuto osservare riguarda per ora un crescente affiatamento ed un affinamento dell’interplay.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? Quali potrebbero essere dunque le potenzialità che si possono esprimere attraverso questa formazione?

Il trio è una formazione molto intima, man mano ci si conosce sempre meglio, artisticamente e umanamente e talvolta si diventa permettimi il termine: “uno e trino” ah ah, desidero continuare ad evolvermi all’interno di questa formazione, esplorando generi e sonorità: è così che vedo questo progetto nel futuro.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Per me rappresenta tutte e tre le cose, per un musicista affine al jazz un album non può non essere anche una fotografia del momento. “Message” è senz’altro un punto d’arrivo per me perché chiude il primo capitolo della storia di questo trio, adesso però si riprende a scrivere nuovi brani e a presentarli live quindi è anche un punto di partenza o ri-partenza.

Raccontaci adesso il tuo percorso musicale e artistico…

A quanto mi raccontano i miei genitori amavo la musica già da piccolissimo: “se c’era musica cantavi e ballavi sempre” mi dicevano. In casa si ascoltava musica pop di buona fattura e da quel primissimo background musicale ho ereditato una forte passione per la melodia. L’adolescenza è stata il periodo del Rock! Si può proprio dire che sono stato folgorato dalla sonorità della chitarra elettrica e da lì la decisione di suonarla. Mio nonno Guido, che ricordo con grande affetto, mi regalò la mia prima chitarra: una Yamaha Rgx verde fosforescente! Eravamo alla fine degli anni ’80 e nulla poteva essere troppo kitsch.

Proprio su questo strumento ho iniziato a studiare seriamente la tecnica e via via mi sono sempre più appassionato fino a decidere di farne una professione, l’ho voluto fortemente e alla fine ci sono riuscito. Inevitabilmente sono venuto a contatto con i generi musicali più disparati e mi è sempre piaciuto suonare di tutto ma… ad un certo punto mi resi conto che il jazz e soprattutto le sue contaminazioni mi attraevano irresistibilmente. Così per approfondire studiai dapprima alla Civica di Jazz di Milano e in vari seminari jazz estivi tra cui quello della Berklee in Umbria, e poi al Conservatorio Jazz di Milano.

Tra le molte situazioni in cui ho avuto la fortuna di suonare (è possibile leggere le mie collaborazioni sul sito www.maxferri.com) ce n’è una a cui sono molto legato anche perché nata proprio in seno al Cons di Milano, dove ho conosciuto Alberto Mandarini, docente appassionato che mi ha coinvolto in alcune meravigliose situazioni musicali tra cui la formazione di un sestetto di jazz elettrico di nome “Mach 6” a cui fece seguito una serie di concerti e la pubblicazione dell’album “Take Off”. Il mio cuore musicale in questo momento batte per il MF3 e per i Mach 6.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: concerti a parte, date le difficoltà del momento, c’è qualche novità di cui vuoi parlare?

Sono sempre stato interessato alla didattica musicale e da diversi anni insegno in una bellissima realtà milanese: Nam Centrale e Nam Bovisa. Inoltre ultimamente sono nate delle collaborazioni con altre scuole attraverso il format delle Master Class, segnalo il 30/04 presso l’accademia “Onda Sonora” di Castelletto Ticino e il 29/05 presso l’accademia “Crea Musica” di Arconate (Mi), in quest’ultima, al termine della Master seguirà anche un concerto del MF3!

A causa della pandemia la programmazione dei concerti è in forte ritardo ma qualcosa si sta muovendo, vi invito quindi a seguirci sui vari social per rimanere aggiornati sulle novità.

https://www.facebook.com/maxferritrio

https://www.instagram.com/maxx.ferri/

https://www.youtube.com/user/MaxxTrixx74

https://www.youtube.com/user/MaxxTrixx74

Infine per ascoltare l’album è possibile ordinare il cd tramite le nostre pagine web, oppure in streaming sulle più note piattaforme tra cui

Spotify: https://open.spotify.com/artist/4yX9WdTI2F8oADAP4CEQyf?si=y2oVIY8pRuOWf6Hjp_Zp9g

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