Jazz Agenda

Daniele Morelli racconta La Valigia dei Sogni: “Un viaggio introspettivo, immaginario e creativo”

Pubblicato il 3 settembre 2021 dall’etichetta Off Record Label, La Valigia dei Sogni è l’ultimo disco del chitarrista Daniele Morelli che vede la partecipazione di Matteo D’Ignazi alla batteria. Un progetto ricco di contaminazioni dove il jazz si fonde con la psichedelia e con le tradizioni del Messico, nuova patria per il musicista toscano. Daniele in persona ci ha raccontato questa nuova avventura.

Daniele, per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Certo, prima di tutto direi che é un disco registrato a distanza in duo con Matteo D’Ignazi alla batteria, 17 brani originali di sole chitarre, batteria e percussioni.  La Valigia dei sogni come titolo sembrava quello che rispecchiava maggiormente l’idea musicale stessa dell’album. Un viaggio introspettivo, immaginario e creativo attraverso ritmi e arrangiamenti mirati a descrivere immagini precise. Questo per dire che ogni brano ha delle caratteristiche ben definite.

Raccontaci adesso la storia di questo progetto, sappiamo che ci hai lavorato durante il periodo del lockdown: come è nato e come ci hai lavorato?

Il disco è nato come tutte le cose per diverse ragioni. Era già da un po' di tempo che con Matteo volevamo fare della musica in duo per sperimentare varie possibilità. Ci conosciamo da quando eravamo bambini e abbiamo suonato in molti progetti diversi anche quando ho lasciato l’Italia. Il lockdown senza dubbio è stato un motivo scatenante per diverse cose. Tutto il mondo lo ha vissuto come un momento di cambio e ogni zona con delle piccole differenze. Abitavo a Città del Messico e dopo 6 mesi di chiusure, assenza di concerti, con molto tempo per studiare e comporre, ho optato per zone più naturali e lontane da grandi metropoli. Mi sono trasferito qualche mese in una colonia a 20km della città di Oaxaca, proprio dietro le rovine delle grandi piramidi zapoteche di Monte Albàn. Una zona molto suggestiva e proprio qua é nato il progetto.

E’ iniziato un po' per gioco, all’inizio ci scambiavamo delle tracce registrate con Matteo, e dopo i primi due brani abbiamo deciso di continuare a registrare a distanza fino a disco terminato. Avevo scritto molta musica durante i primi 6 mesi del lockdown aspettando di poterla suonare dal vivo e come sempre lasciar spazio alle improvvisazioni, per cui quando ho cominciato a ideare questo album ho voluto fare una cosa diversa, ovvero registrare direttamente le idee fresche come uscivano dallo strumento senza nessun spartito scritto o pensato prima. In questo modo ho focalizzato l’attenzione sul suono, il timbro e, tenendo fissa un’immagine o una sensazione in mente, non ho lasciato spazi a lunghi e dispersivi soli così da concentrarmi più sui temi e le atmosfere.

Con Matteo c’è stata un’intesa come sempre musicale e di poche parole. Devo dire che ci siamo sempre capiti sempre subito con il semplice ascolto delle tracce che ci inviavamo. Tecnicamente ho registrato tutte le chitarre pensando al basso, i vari arrangiamenti delle chitarre e l’uso di effetti per ricreare particolari atmosfere. Subito dopo le inviavo a Matteo che puntualmente me le rimandava con delle splendide batterie e percussioni a volte arrangiate insieme.

Quanto ha inciso la tua permanenza in Messico su questo disco?

Mi é sempre piaciuto conoscere da vicino la cultura e le varie tradizioni delle popolazioni locali. In Messico la musica é ancora parte fondamentale di ogni cosa, di momenti mistico-religiosi, come sociali e di intrattenimento. Le molte e differenti comunità indigene poi hanno ricreato un sincretismo interessante e intrigante che si sente nella vita quotidiana così come nella musica.

Una delle ultime che ho conosciuto sono appunto Los Mixes, (il brano che porta il loro nome é l’unico omaggio inserito nell’album, scritto dal compositore mixe Tomàs Gris Vargas). Los Mixes sono ancora oggi comunità autonome e autogestite che mantengono la proprio lingua e tradizioni tra cui una forte cultura musicale con tanto di bande filarmoniche e scuole di musica. Impossibile non rimanere affascinati  da tanta storia e non esserne influenzati anche musicalmente.

Kumantuk é un altro brano inspirato a quelle persone tra I mixes che hanno la capacità di trasformarsi in esseri mitici.  Tochtli é una parola nahuatl (azteca) che significa coniglio. Il coniglio era uno degli animali rappresentativi della comsmogonia preispanica ma é anche l’immagine che si vede sulla Luna da questa parte del mondo.  Adesso credo di aver capito, dopo tanti anni facendo musica, che il Messico, se non vissuto da turista qualunque, é un paese unico dove il sincretismo attuale crea sfumature interessanti e profonde che invitano qualsiasi onesto artista a fare i conti con se stesso. Quindi devo dire che questa lunga permanenza in Messico lascia abbastanza il segno su questo album come sul precendente “Misiòn azul”.

Raccontaci anche il tuo percorso musicale e soprattutto come sei arrivato anche in Messico…

Ho cominciato a studiare piano e solfeggio a 7 anni in un piccolo paesino della provincia di Pisa. A 11 anni sono passato alla chitarra. Il mio primo maestro di chitarra era un musicista jazz quindi ha subito spinto verso l’improvvisazione. Da bambino ero appassionatissimo di blues, a 14 anni ho avuto il mio primo gruppo rock e a16 ho iniziato a suonare professionalmente con diversi gruppi locali, frequentando musicisti che mi facevano scoprire sempre tante novità, aiutandomi a migliorare il mio linguaggio in diversi stili. Ascoltavo musica di ogni parte del mondo e tanto rock progressivo finché reduce degli anni di lezioni di chitarra, concerti e compiuti i 18 anni, ero maggiorenne per avere patente e scoprire il mio grande amore per il Jazz.

Seguivo i corsi di Siena Jazz mentre suonavo in un trio di rock progressivo chiamato Milvus, (chitarra, organo hammond e batteria), tutta musica originale, con il quale pochi anni dopo ci trasferimmo ad Amsterdam. In breve dopo l’Olanda ho frequentato il Conservatorio di Lione (dip. Jazz) e mi sono trasferito a Bruxelles 2 anni suonando in altri progetti e attratto dalla incredibile attività culturale della città. Tutto è cambiato quando un gruppo italiano conosciuto in Messico, i “Tamales de Chipil” mi invitarono a suonare in un tour già organizzato a Città del Messico e dintorni. Un mese di concerti non furono sufficienti per conoscere il paese ma furono abbastanza per sorprendermi, motivandomi a tornare un anno dopo. Così con il tempo ho iniziato a suonare Jazz con diverse formazioni e quasi tutti i giorni della settimana in eventi, locali, clubs e festival, non solo nella scena di Città del Messico ma anche a Cuernavaca, in Chiapas, Yucatàn alternando sempre i live con viaggi che mi hanno permesso di condividere tempo con varie etnie diverse, Wirrarikas (con i quali suonavamo come Grupo Tsikuaki), Trikis, Lacandones, Mixes e altre. Nel 2016 ho pubblicato con OFF Record di Bruxelles il mio primo disco ufficiale “Misiòn azul”, registrato a Città del Messico. Con la stessa etichetta ho pubblicato a maggio scorso la mia versione di Vexations facente parte ad una collana di dischi dedicati a Erik Satie e adesso la Valigia dei sogni.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Personalmente ho sempre scritto tanta musica, tante composizioni sono state suonate e registrate, molte altre restano ancora su spartito. Un disco per me rappresenta un regalo per gli ascoltatori e una forma di comunicare ed esprimere sensazioni precise o raccontare una storia diversa. E’ la voce del momento proprio come una fotografia o un’improvvisazione in un concerto. E poi rappresenta la capacità di sintesi di un discorso, potrebbe essere un arrivo o una partenza ma visto che tutto è sempre in costante movimento preferisco non sofferrarmi troppo al prodotto finito e pensare sempre a nuove possibilità creative e nuovi progetti. 

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

La lista potrebbe essere davvero infinita. Sicuramente tutti i dischi di blues che ascoltavo da bambino come quelli di B.B.King, John Lee Hooker e Robert Johnson sono stati molto importanti, poi arrivò Frank Zappa e fu amore a primo ascolto, Jimi Hendrix e poi Hermeto Pascoal, Jim Hall, Bill Frisell, Miles, Monk e hasta el infinito y mas allà. Ho ascoltato tanti chitarristi finché ho scoperto il sax e la tromba, quest’ultimo uno strumento che amo tantissimo visto che ho trascritto tanti trombettisti da Miles a Freddie Hubbard a Dave Douglas.  

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla musica della Valigia dei Sogni?

Stiamo lavorando per realizzare il prossimo anno una serie di concerti in Italia con Matteo in duo e forse anche con altri musicisti. Chiaramente ogni invito a partecipare a festival è benvenuto. Credo che in questo periodo di pandemia abbiamo vissuto il concetto di frontiera in differenti modi quindi se la musica non ha frontiere sarebbe bello suonarlo dal vivo il più possibile. Grazie!!!

 

 

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Francesco Del Prete racconta a Jazz Agenda il nuovo disco Cor Cordis

Pubblicato dall’etichetta Dodicilune, Cor Cordis è il nuovo disco del violinista salentino Francesco Del Prete. Un progetto raffinato, trasversale dove non manca una buona dose di elettronica e dove il violino va ben oltre l’utilizzo tradizionale a cui siamo stati abituati a vedere. Ne abbiamo parlato in prima persona con Francesco Del Prete che ci ha raccontato questa nuova avventura

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descrivere brevemente Cor Cordis ai lettori di Jazz Agenda?

“Cor Cordis” è un disco strumentale realizzato con sovraincisioni di violini acustici ed elettrici a 4 e 5 corde utilizzati in maniera classica e moderna; l’aggiunta di una buona dose di elettronica lì dove ne sentivo l’esigenza è stato il passo successivo, come anche quello di arricchire alcuni brani con l’intervento di stimati e preziosi colleghi salentini che di buon grado hanno accettato l’invito: dalla voce al sax, dal violoncello al synth, dalla batteria al trombone i miei violini si sono ritrovati a fare ora da protagonisti, ora da contrappunto, ora da gregari in questo percorso intriso di arrangiamenti ed improvvisazioni che si rincorrono l’un l’altro, fino a diventare due entità interdipendenti dove l’una richiama l’altra e l’altra ci ricama attorno.

Raccontaci adesso la storia del disco: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Il mio progetto per “violino solo” nasce diversi anni fa con “Corpi d’arco”, un disco di inediti che inizialmente prendeva le mosse dall’esigenza e dalla voglia di superare quello stereotipo, radicato nel sentire comune, che identifica il violino come uno strumento ad utilizzo prettamente melodico: è stato inevitabile quindi ritrovarsi a fare da bassista, chitarrista, percussionista, nella costruzione di brani originali. Col passare del tempo quello che sembrava un esercizio di stile, seppur intrigante, ha lasciato il posto ad un’elettrizzante procedura compositiva molto personale, della quale onestamente non ho più potuto fare a meno: lavorare su tutti i livelli della composizione, partendo dal semplice spunto fino ad arrivare alla stesura completa di tutte le parti necessarie a dare una forma compiuta al brano, permette di esprimere la mia creatività a tutto tondo e di curare in maniera certosina ed originale le singole tracce: ecco dunque a voi “COR CORDIS”.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Questo nuovo album rappresenta per me una lunga riflessione sulla possibilità e soprattutto la capacità che ha ognuno di noi di andare al di là di ciò che l’occhio vede in "prima battuta" per raggiungere appunto il COR CORDIS, il "cuore del cuore" del microcosmo che ci circonda. Tra le tracce che compongono il disco, due di queste bramano e cercano la bellezza (“Lo gnomo” e “L’attrice”), un’altra scava nell’animo umano rivelandone l’abisso (“Il teschio e le farfalla”), altre ancora riflettono sull’identità di ognuno di noi (“Gemini” e “SpecchiArsi”) mentre cerco di svelarne falsità e menzogne (“L’inganno di Nemesi”); nel frattempo le ore camminano inesorabili ed incuranti di tutti noi (“Tempo”).

Cor Cordis è un disco dove non mancano contaminazioni tra diversi linguaggi e anche una buona dose di sperimentazione: raccontaci anche da questo punto di vista il tuo personale percorso artistico…

Ho cominciato in tenera età a studiare violino classico laureandomi in conservatorio a Lecce; ma sin dai primissimi anni forte è stato il desiderio di chiudere lo spartito musicale e cercare tra corde, tastiera e crini dell’arco le note che mi frullavano in testa. Abbastanza scontato quindi è risultato: da una parte laurearmi anche in musica jazz (di cui sono innamorato) e dall’altra confrontarmi con una miriade di gruppi di musica etnica, pop, rock, che avevano nel proprio dna l’elemento “improvvisazione”. Il passaggio al violino elettrico – principalmente a 5 corde che mi permette di “scavare” tra le frequenze più gravi – ed alla strumentazione elettronica – pedaliere multi-effetto, loop-machine, midi – è stata un’esigenza fisiologica dettata sia dalla necessità di farsi sentire a volumi elevati – inevitabile se ti esibisci con strumentisti amplificati – sia dal bisogno impellente di personalizzare il proprio sound, cercando così la mia voce originale. Da qualche anno collaboro con la cantante e producer Lara Ingrosso – curatrice della parte elettronica del mio disco – con cui condivido il progetto electro-pop/alternative hip-hop RESPIRO, ormai radicato sul territorio nazionale.

E quali sono i musicisti e gli artisti che nel corso della tua carriera ti hanno maggiormente ispirato?

Premetto che sarà sicuramente un elenco per difetto ma allo stesso tempo molto variegato, chiara espressione dei miei ascolti onnivori e del mio interesse verso la musica a 360°: dal classico sicuramente i violinisti David Oistrack, Gidon Kremer e Hillary Hahn come esecutori e Debussy e Sibelius come compositori; dal jazz il Pat Metheny Group, il contrabbassista Avishay Cohen, i pianisti IIro Rantala ed Enrico Pieranunzi, i trombettisti Lee Morgan e Freddy Hubbard; da altri generi, Astor Piazzolla, i Taraf de Haidouks, Sting & The Police, Eminem, Lucio Dalla, Caparezza, Niccolò Fabi; tra i violinisti: Jean-Luc Ponty, Didier Lockwood, Zbigniew Seifert, Christian Howes, Billy Contreras, Zach Brock, Mateusz Smoczyński, il Turtle Island String Quartet, Roby Lakatos e veramente tanti tanti tanti altri.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

Da qualche tempo penso a questi miei lavori già pubblicati come i primi due capitoli di una trilogia dedicata, tra le altre cose, a rimarcare magnificenza e ricchezza del violino e ad esaltarne la sua versatilità; chissà, magari il prossimo disco – che non credo tarderà molto – chiuderà il cerchio e proverà a sanare la distanza tra forma (CORPI d'arco) e sostanza (COR cordis).

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: nonostante il disco sia appena uscito stai già pensando a qualcosa di nuovo?

Come anticipato nella precedente risposta sono già al lavoro sui nuovi brani; per fortuna gli spunti sono innumerevoli: qualsiasi cosa può stuzzicare la mia fantasia, dal particolare colpo d'arco che può generare riff interessanti e stimolanti pattern ritmici alla riflessione su tematiche che mi interessano ed impressionano, producendo in questa maniera titoli mirati. Ma tutto ciò non fa altro che testimoniare il mio sfrenato ed impellente bisogno di esprimermi attraverso la mia musica.

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Francesco Mascio racconta il nuovo EP Preview: tra contaminazione, ricerca e curiosità

 

Pubblicato il 21 dicembre dall’etichetta Italian Way Music, Preview è il nuovo EP del chitarrista Francesco Mascio contenente tre brani originali intitolati Lilith, Brigid e Nyomuto. Un progetto evocativo, dai tratti onirici che fonde world music, musica etnica affacciandosi anche verso la tradizione irlandese. Ne abbiamo parlato a tu per tu con Francesco Mascio in persona.

Per cominciare l'intervista parliamo subito dell EP: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Preview é un EP contenente tre brani di mia composizione. Lilith é una composizione ispirata alla musica mediterranea, e nello specifico si tratta di un brano molto vicino alle sonorità andaluse. Brigid invece si ispira alla musica irlandese, anche se il suo andamento ritmico ricorda molto la tradizione musicale dei monti Appalachi negli Stati Uniti. Infine Nyomuto, che vede la collaborazione del griot gambiano Jali Babou Saho, é una composizione affine con la tradizione musicale dell’Africa occidentale.

Raccontaci adesso la tua storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Preview” nasce all’interno delle sale di registrazione del Nightingale Studios, a seguito di un’idea di Lorenzo Vella. Nell’ambito di questa iniziativa, ero stato invitato a prendere parte ad una sessione di riprese audio, effettuata mediante una particolare tecnica di registrazione detta binaurale. Successivamente, dall’incontro con l’etichetta Italian Way Music, é nata l’idea di pubblicare l’intero lavoro sotto forma di un EP.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

In un anno complicato per la musica e l’arte in genere come il 2020, ho voluto lasciare un segno tangibile e udibile attraverso questo EP, il quale come, si intuisce dal titolo stesso, anticipa, in una versione guitar solo, le sonorità di un lavoro discografico che ho intenzione di pubblicare più in là. “Preview” rappresenta quindi la prova concreta del non arrendersi, nell’affermare che, nonostante le difficoltà, la Musica va avanti.

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

Lungo il mio percorso musicale sono stati tanti gli artisti che hanno ispirato e influenzato la mia musica.  Citarli tutti sarebbe impossibile, soprattutto perché non ho mai limitato il mio ascolto ad un singolo genere, per cui potrei facilmente accostare Michael Jackson a John Coltrane, come Andrès Segovia a Bob Marley. Per tale motivo credo che l’aspetto più importante che ha caratterizzato le mie influenze musicali, sia stato la curiosità. Infatti grazie al fatto di essere curioso, vado continuamente alla ricerca di nuovi stimoli da cui traggo ispirazione per creare la mia musica.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

In questo periodo in cui l’attività concertistica é pressoché immobile, mi sto dedicando molto alla composizione, che come al mio solito spazia molto tra i vari stili. Vi sono infatti composizioni legate al mondo del jazz, altre connesse con la tradizione musicale africana, altre ancora hanno un taglio più hip hop e r&b, mentre altre composizioni sono invece ispirate alla musica rinascimentale europea. In effetti al momento non saprei dire con esattezza quale di queste vene creative riuscirà a sfociare prima delle altre in una prossima pubblicazione.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

L’ 8 febbraio sono stato in studio per registrare il mio primo singolo, mentre la settimana seguente prenderò parte ad una sessione di registrazione con un quartetto jazz. Molto presto darò notizia di queste nuove attività, ma per il momento non posso svelare altro. Ringrazio Carlo Cammarella per lo spazio dedicato al mio nuovo Ep “Preview” e invio grande abbraccio a 6 corde a tutti gli amici di Jazz Agenda.

Lunga Vita a chi sostiene la Musica e l’Arte.

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Thomas Rückert s il nuovo disco “A Rose E `er Blooming”: dalla musica sacra medievale al jazz

Pubblicato il 18 dicembre 2020 dall’etichetta Eden River Records "A Rose E'er Blooming." È il nuovo album in piano solo del jazzista Thomas Rückert: un progetto che rappresenta un'incarnazione musicale della preghiera. Questo lavoro trae spunto dalle melodie e dai testi sacri tedeschi medievali aggiungendo la libertà dell'improvvisazione e una varietà ben equilibrata di tecniche di pianoforte e composizione. Ecco il racconto di Thomas Rückert

Parliamo dell'album all'inizio dell'intervista: Potrebbe descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

A Rose E `er Blooming è un'incarnazione musicale della preghiera. Serve lo spirito delle melodie e dei testi sacri medievali tedeschi con la libertà dell'improvvisazione e una varietà equilibrata di tecniche pianistiche e compositive. Thomas Rückert combina le melodie originali con strutture musicali di diversi generi. In questo CD si trovano aspetti di jazz, gospel, folk, contrappunto classico occidentale e - sì - musica tradizionale indiana e africana. Si fondono dolcemente con lo spirito della storica musa tedesca al servizio del sacro.

Ora raccontaci la tua storia: Come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

L'idea mi è venuta quando un organizzatore di concerti mi ha chiesto di suonare un concerto di musica natalizia per pianoforte senza le solite canzoni come Jingle Bells o O Tannenbaum, ma piuttosto con canzoni della grande vecchia tradizione tedesca del Medioevo.

Un disco per una band o un artista può sintetizzare cose diverse: una foto del momento, un punto di arrivo o di partenza: cosa rappresenta per voi?

È un arrivo per me, ho potuto realizzare in questo CD cose che per me sono state importanti per tutta la vita, sia dal punto di vista ludico che musicalmente-spirituale. Il sogno di una vita si è avverato.

Quando parliamo dei tuoi riferimenti musicali, cosa ti viene in mente? Ci sono alcuni artisti, conosciuti o meno, che sono stati davvero importanti per voi?

Jam Keith Jarrett viene prima di tutto per me. Suona sempre al momento, è molto onesto e si prende dei rischi. È un seguace di Gudjeff, un maestro spirituale russo, quindi si sente molto il sacro nella sua musica. Per il resto, mi sento molto legato alla tradizione jazzistica e alle sue radici. Musicisti come Thelonious Monk, Bill Evans e naturalmente Herbie Hancock sono molto molto importanti per me.

Come vede il suo progetto in futuro? In breve, quali potrebbero essere gli sviluppi in termini di musica?

In generale mi dedicherò maggiormente al pianoforte solista, incorporandovi influenze dalla world music, ad esempio la musica turca o indiana ne farà parte perché incarnano un grande potere dei rispettivi popoli. Per me sarà sempre importante andare alle radici della musica, per esempio quando lavoro su una canzone spirituale come in questo CD, voglio usare questo spirito e non mostrare le mie capacità personali.

Infine, guardiamo al futuro: Avete in programma qualche concerto o nuove registrazioni che intendete presentare?

Sì, ci sarà un CD in trio pubblicato nel 2021 con il bassista newyorkese Thomas Morgen e il batterista di Colonia Fabian Arends. Ci siamo incontrati in studio l'anno scorso e abbiamo improvvisato meravigliosamente, da un lato in piena libertà e dall'altro su composizioni originali o canzoni sconosciute dell'American Songbook come Bill o dove è il compagno per me.

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Il Gioco pubblica il disco d’esordio: il jazz che si fonde con il rock e i suoni orientali

E’ uscito per l’etichetta Emme Record Label, nell’agosto del 2020, il disco d’esordio de “Il Gioco”. Un trio “bassless” composto dal sassofonista Leonardo Rosselli, il chitarrista Thomas Lasca e il batterista Andrea Elisei con la partecipazione speciale di Francesco Savoretti alle percussioni. Un progetto dinamico in cui il jazz si fonde con il rock e con sonorità orientaleggianti. La band ci ha raccontato questa nuova esperienza.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Salve a tutti, in questo nostro primo disco abbiamo voluto dare spazio alle nostre esperienze personali extra-musicali, inserendole in un contesto preciso che è appunto il nostro sound. Attraverso i vari titoli che abbiamo dato alle tracce dell’album, è possibile risalire alle sensazioni/esperienze che ci hanno colpito a tal punto da scriverci della musica dedicata.

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Il gruppo è nato fra i banchi di scuola delle superiori, il jazz era una nostra passione comune e perciò cercavamo di “strimpellare” come potevamo all’epoca. Poi con il tempo siamo passati da essere un quartetto ad un trio, passando per diversi sostituti, fino ad arrivare all’attuale formazione.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Sicuramente per noi è stato prima di tutto una fotografia del momento, un punto di arrivo di un percorso nato quando eravamo più giovani, ma allo stesso tempo segna l’inizio di una nuova strada che sicuramente percorreremo con un’idea più chiara di quello che è il nostro stile e il nostro concetto di musica.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti? 

Sicuramente molto importanti sono stati il trio di Paul Motian, Joe Lovano e Bill Frisell per il concetto di gruppo “bassless”, ma anche gruppi più vicini alla tradizione jazzistica come il quartetto di Gerry Mulligan e Bob Brookmeyer che ci è stato d’ispirazione per quanto riguarda la gestione dell'accompagnamento melodico.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Attualmente ognuno di noi tre sta seguendo le proprie attività musicali. Non mancano però le occasioni per vederci e per suonare insieme che, visto il periodo in cui viviamo, è già molto. La cosa a cui sicuramente teniamo di più è la nostra amicizia, senza la quale non riusciremmo a tirare fuori una musica come quella presente nel nostro disco d’esordio. Dopotutto il lato umano è quello che va ad influenzare più di tutti l’interplay che si viene a creare al momento dell’esecuzione, oltre ovviamente all’attento ascolto reciproco.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Per ora siamo fermi dal punto di vista del live, sicuramente il periodo non ci è stato molto d’aiuto. Nonostante questo noi ci teniamo “caldi” per la prima occasione disponibile per promuovere Il Gioco dal vivo. Parallelamente a questo ognuno di noi si sta concentrando in progetti diversi sempre in ambito jazzistico, esperienze che sicuramente saranno un grande stimolo per questo trio che fonda le proprie radici sull’interplay e sulla voglia di navigare strade desuete.

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Mediterranean Tales: il nuovo disco di Pasquale Stafano e Gianni Iorio ispirato dal “Mare Nostrum”

Pubblicato dall’etichetta Enja Records, Mediterranean Tales è il nuovo disco del duo composto dal pianista Pasquale Stafano e da Gianni Iorio al bandoneón. Un progetto che nasce dopo una lunga meditazione e soprattutto dopo una lunga esperienza di concerti, ispirandosi ai suoni e ai colori del nostro mare. Questo disco rappresenta inoltre una ricerca musicale portata avanti da due musicisti profondi conoscitori del jazz, della musica classica e dalla world music. Stefano Pasquale e Gianni Iorio hanno raccontato a Jazz Agenda questo loro viaggio in musica…

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Mediterranean Tales è un disco a cui teniamo moltissimo. Si tratta di sei racconti in musica che trovano ispirazione durante i nostri viaggi nel Mediterraneo dove la parte principale non è la descrizione in sé ma la narrazione delle emozioni che siamo convinti traspaia moltissimo nelle note e le esecuzioni

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

La nostra carriera è iniziata nel 1996 quando abbiamo deciso di formare un duo con pianoforte e fisarmonica con l’intento di eseguire un programma da concerto con brani vari tra il jazz, musiche da film e le composizioni di Astor Piazzolla. Abbiamo studiato molto la musica del compositore argentino nei dettagli, trascrivendo brani direttamente dai dischi. Poi abbiamo fondato il Nuevo Tango Ensamble, un gruppo che proponeva tango jazz e che con il primo album nel 2002 era un quintetto che poi è diventato trio dal 2005 con il secondo disco registrato live a Vienna. Abbiamo inciso altri 2 album con il NTE e poi siamo tornati alle origini: il duo che riteniamo essere una formazione “libera” anche se difficile in cui le possibilità esecutive sono davvero infinite e per questo la amiamo molto. Siamo stati protagonisti di numerosi tour in tutto il mondo, abbiamo inciso “Nocturno” per Enja nel 2016 e poi quest’ultimo album.  Grazie a questo lungo percorso siamo stati protagonisti di tour nei seguenti Paesi: Italia, Francia, Svizzera, Portogallo, Belgio, Olanda, Germania, Austria, Slovacchia, Romania, Croazia, Lituania, Russia, Polonia, Emirati Arabi Uniti, Corea del Sud, Cina, Hong Kong, Taiwan, Giappone, Marocco e speriamo di poterci esibire in America dato che al momento non l’abbiamo ancora fatto.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

E’ sicuramente una fotografia del momento, ci piace molto questa definizione. Sentivamo la necessità di incidere un album il cui contenuto fosse rappresentato da composizioni originali staccandoci totalmente dal tango e dalla musica di altri compositori a differenza di tutti i nostri precedenti CD. E’ il risultato di un lavoro di ricerca durato due anni durante i quali abbiamo lavorato dapprima singolarmente e poi insieme, componendo, arrangiando e trovando le migliori soluzioni per i nostri racconti musicali.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

La musica di Astor Piazzolla ha sicuramente giocato un ruolo fondamentale nella nostra formazione sia come interpreti, sia come arrangiatori che compositori. Ognuno di noi ha dei musicisti di riferimento nella sua ricerca e studio come per esempio Egberto Gismonti, Luis Bacalov, Brad Mehldau ma senza tralasciare gli ascolti e lo studio dei classici come Chopin, Debussy, Scarlatti e Bach che riteniamo giochi un ruolo fondamentale per la formazione di ogni musicista.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

In questo periodo molto particolare e triste per tutto il mondo e soprattutto per l’Italia è davvero difficile immaginare che tutto ritorni come prima in tempi veloci ed è difficile fare previsioni sul futuro. Stiamo comunque preparando un progetto bellissimo che prevede l’arrangiamento e l’esecuzione dei nostri brani con la partecipazione dell’orchestra e che molto probabilmente avrà la sua prima esecuzione presso la Filarmonica Shostakovich di San Pietroburgo il prossimo anno. Abbiamo già in mente quale potrebbe essere la naturale evoluzione della nostra musica che strizza l’occhio all’elettronica ma al momento non vogliamo aggiungere altro.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Abbiamo diversi concerti qui in Italia già fissati, uno su tutti quello del 3 settembre prossimo in un importantissimo festival jazz italiano di cui non è ancora stato ufficializzato il cartellone e non vogliamo anticipare la notizia. Saremo in Giappone e Corea del Sud per la fine di ottobre con un bellissimo tour di concerti e poi un nuovo tour nel 2021 in Cina.

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Davide Palma e il disco Something's Gotta Swing: "Un sound fedele alla tradizione ricco di freschezza"

Pubblicato dall’etichetta Emme Record Label, Something’s Gotta Swing è il disco d’esordio di Davide Palma, che lo vede alla testa di una formazione completata da Tiziano Ruggeri alla tromba, Piersimone Crinelli al sax baritono, Andrea Candela al pianoforte, Marco Loddo al contrabbasso ed Emanuele Zappia alla batteria. Un progetto che da un lato rispetta la tradizione degli anni ’50 dall’altro interpreta con freschezza nuovo alcuni standard famosi del songbook americano. Davide Palma ha raccontato a Jazz Agenda questa nuova avventura appena cominciata…

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Something’s Gotta Swing è un disco di jazz che vuole arrivare ad un pubblico appassionato, ma anche suscitare emozioni, intrattenimento in persone meno avvezze a questa musica. All’interno del jazz esiste lo swing, come modo di interpretare e suonare i brani della tradizione americana. All’interno di questo disco è riportato il bagaglio musicale che ho appreso, amato e messo in pratica in questi primi anni di carriera.Gli arrangiamenti originali propongono in una chiave mia personale i brani del jazz che più sento per me rappresentativi. Lo definirei un disco innovativo, un sound fedele alla tradizione, ma al tempo stesso ricco di freschezza.

Raccontaci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

A volta accade nel jazz, e specialmente con i cosiddetti standard jazz, di suonare all’impronta, ovvero senza un arrangiamento, ma eseguendo la struttura del brano come da “standard”. Nel tempo ho iniziato a scegliere dei brani che mi piacessero particolarmente e in cui riconoscevo naturale il mio modo di cantare e di interpretare. Per rendere l’esecuzione ancor più caratteristica, originale, ho cominciato a “vestire” intorno a questi brani degli arrangiamenti musicali, prima nati solo per la sezione ritmica e poi completati da i due fiati. In questo modo, oltre all’esecuzione vocale che risulta personale, il gruppo riesce e definire un ambiente di suono, rendendo completa l’originalità dell’interpretazione.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Something’s Gotta Swing rappresenta per certi versi un punto di partenza: avere un buon materiale, in cui si crede, attraverso il quale si vuole arrivare, emozionare il pubblico, ti permette di fare degli step in avanti. Uno dei motivi primitivi della registrazione del disco era avere la possibilità di condividere il mio modo di far musica, supportato dal sestetto di musicisti che ho coinvolto.

Per altri versi rappresenta un punto di arrivo: è presente la musica, le emozioni legate alla musica che ho coltivato nel tempo fino ad ora e che ho cercato di tradurre in arrangiamenti prima, e in suono poi, assieme ai musicisti. Sono dell’idea che, quando si sceglie di registrare un disco e farne un album che rappresenti in tutto e per tutto la tua musica, si debba essere molto consapevoli di ciò che si vuole, del suono e dell’intenzione del prodotto in generale. Per questo è come se fosse una fotografia. Lo scatto di una foto dura un attimo, e subito dopo il tempo regala una nuova possibilità di cambiare e cercare qualcos’altro. Questo non significa che una volta uscito, Something’s Gotta Swing non mi rappresenterà più, ma anzi, sulla base di questo bagaglio, sentirò la necessita di esplorare nuove direzioni musicali fino a che non sarò pronto a scattare un’altra foto. Per adesso questa è la mia foto!

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

Musicalmente parlando, io sono molto legato alla tradizione del jazz americano degli anni ’50 e primi ’60. Tra i cantanti che più ascolto e guardo con ispirazione posso citare Mel Torme, Frank Sinatra, Sarah Vaughan, Anita O’ Day, Nat King Cole, Sammy Davis jr, Tony Bennet. Ma sono anche molti i musicisti che ispirano il mio percorso di cantante e non: Errol Garner, Oscar Peterson, Red Garland, Sonny Stitt, Chet Baker, Paul Chambers. Per poi citare compositori come Cole Porter, Van Heusen, Mercer…

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

Come spiegavo, questo disco è un punto di partenza, dal quale e con il quale iniziare condividere e far conoscere il Davide Palma Sextet, il mio modo di far jazz e di comunicare attraverso i brani le mie emozioni ed interpretazioni.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Sto preparando la presentazione ufficiale del disco Something’s Gotta Swing con il Davide Palma Sextet.

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The Second, il nuovo disco dei Jazzincase: "Un insieme di emozioni e di vita vissuta"

Pubblicato dall'etichetta Irma Records, "The Second" è il secondo album dei Jazzincase, progetto smooth jazz che vede la partecipazione di Kiki Orsi alla voce, Luca Tomassoni al basso e contrabbasso e Claudio Trinoli alla batteria. Hanno inoltre collaborato grandi musicisti come Toti Panzanelli (chitarra), Alessandro Deledda (piano e tastiere e arrangiamenti), Luca Scorziello (percussioni), Eric Daniel (sax), Massimo Guerra (tromba), Emanuele Giunti (piano), Giovanni Sannipoli (sax), Peter de Girolamo (piano, tastiere e arrangiamenti) e in ultimo, ma non ultimo, il grande produttore Nerio Papik Poggi. Il disco include cinque brani inediti e 6 cover e ha come protagonista la bellezza declinata e descritta in tutte le sue forme. I membri della band hanno raccontato a Jazz Agenda questa nuova avventura. 

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

“the Second” non è solo il nostro secondo album ma più concettualmente il mettere il punto su un cambiamento che abbiamo, anche un po’ con di coraggio, voluto esprimere attraverso l’intrusione di generi musicali che nel nostro primo, “Bonbon City”, non erano stati contemplati. Infatti in questo album abbiamo voluto inserire elementi elettronici, il pop, la dance ed un cameo rock. La presenza dei cinque inediti ci ha portati a volerli accompagnare nel loro significato attraverso generi misti, dove la matrice rimane in ogni caso il mood jazzincase e l’inevitabile zampata jazz. 

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Kiki (la cantante e songwriter del progetto)al rientrando da un viaggio a New York nel 2008, dove è stata a contatto con dj un team di dj internazionali che portavano nelle loro serate lo smooth jazz, si è innamorata di questo genere “non genere” ( è più definita una commistioni di generi e dai critici americani non considerato tale) ha deciso di essere promotrice di un nuovo progetto, denominandolo “jazzincase” , ovvero il “Jazz in valigia” oppure “ ci metto il Jazz quando serve”. Tutto questo dal 2016. E così , con molta naturalezza, si sono avvicinati coloro i quali ancora ad ora fanno parte del cosiddetto zoccolo duro: Luca Tomassoni al basso e contrabbasso e Claudio Trinoli alla batteria.

Ma il team è molto più ampio. In entrambi gli album sono presenti pianisti e tastieristi e arrangiatori del calibro di Danilo Riccardi, Alessandro Deledda, Peter de Girolamo e poi ancora Luca Scorziello alle percussioni, Toti Panzanelli alla chitarra, Eric Daniel, Carlo Maria Micheli, Giovanni Sannipoli ai sax, Massimo Guerra e Cesare Vincenti alla tromba, Nerio Papik Poggi come arrangiatore.

Inizialmente abbiamo passato gran parte del tempo in sala prove montando brani del panorama pop internazionale, cercando una chiave di arrangiamento personalizzata, da utilizzare, quasi subito, anche con gli inediti per altro in più lingue. (Per questo sono nate collaborazioni, anche da lontano attraverso facebook. ) Successivamente, attraverso i vari incontri professionali e consolidandoli, la voglia di creare sempre nuovi brani è in agguato, talvolta giornaliera. E’ come entrare in un bel negozio di abbigliamento ed invece di dover provare tutto c’è uno specchio virtuale che ti fa vedere la tua immagine vestita così da poter scegliere il tuo outfit più accuratamente.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Un disco rappresenta un insieme di emozioni e di vita vissuta dove l’esigenza è di riuscire ad esprimersi in un modo personalizzato. Tutto questo non è un calcolo fa parte del proprio essere, che si espande ed evolve attraverso il lavoro di chi ti accompagna. In “the Second” ci sono temi importanti che sono stati trattati utilizzando la musica quali: le disfunzioni alimentari sempre più presenti tra i giovani che non si accontentano di essere se stessi e vivere a pieno la vita, ma vogliono sempre più assomigliare ad un prototipo mediatico che è in finale un fake perché non ci appartiene (Beautiful like me (a paper doll); il non dare ascolto, non guardare chi ti promette una vita facile, immediata, di successo perché la droga questo rappresenta inizialmente ma ti lascia a pezzi dopo il suo passaggio (Missis Hyde); l’amore inteso come un abbraccio nella notte, tenersi stretti , ricoprirsene ma imparare a lasciar andare via una persona per lo stesso amore (Cover me); la bellezza di ritrovare la forza di vivere al meglio anche dopo le tempeste della vita (C’est un chat! (probable) ; il gioco dell’amore ritrovato, soprattutto quello inziale che ti fa dimenticare il passato o le avversità pregresse e nuovamente ci rimettiamo in gioco talvolta in modo, giustamente, adolescenziale (The Game)
Un punto di arrivo o di partenza? Un punto di arrivo a conclusione dell’album ma per noi di partenza per i brani successivi. Sappiamo che ci vuole coraggio ed incoscienza ad avere già alle spalle due album diversi tra di loro, ma che hanno in comune la nostra scrittura ed in ogni brano, il nostro modo di essere. Le nostre “fotografie”

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Mamma…tanti, troppi. Citiamone alcuni per vari motivi: Al Jarreau, Annie lennox, Jamiroquai, Jamie Cullum, Amie winehouse, Aretha Franklyn, Fabio Concato, Ella Fitzgerald, ledisi, Chaka Khan, Barbra Streisand….

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Il nostro obiettivo è quello di far conoscere un genere così misto anche in Italia, ai più sconosciuto all’ascolto e con il quale si possano trasmettere dei messaggi importanti. Speriamo di farci conoscere quanto prima e di trarre soddisfazione nel vedere collocato al posto giusto il progetto “jazzincase”, che sempre più artisti ne facciano parte chi per un verso e chi per un altro e di poter portare ovunque i nostri concerti e la nostra energia che esprimiamo puntualmente sul palco, il nostro divertirci continuo ed emozionarci

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Stiamo lavorando proprio in questo periodo su nuovi brani e soprattutto un singolo per noi molto importante come messaggio da trasmettere, concerti non tanti ma scelti che chiunque può trovare sulla nostra pagina facebook. Cliccate mi piace e seguiteci, interagite con noi!
 
 

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