Jazz Agenda

Ultime foglie: l’ottavo disco di Pensiero Nomade raccontato dal leader Salvatore Lazzara

Pubblicato dall’etichetta Filibusta Records, Ultime foglie è l’ottavo disco di Pensiero Nomade: un lavoro che rappresenta la sintesi di tutte le ispirazioni musicali del leader Salvatore Lazzara che rappresenta un nuovo punto di partenza. Completano la line-up di questo album Davide Guidoni (Batteria, percussioni), Edmondo Romano (flauto basso, duduk, fluier, chalumeau, clarinetto, low whistle) e Giorgio Finetti al violino. Ci racconta questo progetto Salvatore Lazzara.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Il tema centrale del progetto è la voglia di cambiare, di affrontare un viaggio esistenziale, di mettersi in movimento per andare altrove. Non è un concept album, ovviamente, ma c’è questo filo rosso che lega tutte le tracce: da un lato il bisogno di allontanarsi e di prendere distanza dalle cose consuete, dall’altro la smania di conoscere cose nuove e mettersi in gioco. Questo diciamo è il concetto, l’idea. Se metti tutto questo in musica trovi Ultime foglie, che infatti si muove da presupposti ormai consolidati per me, sia sul piano compositivo che strumentale, ma si spinge un po' più in là, nell’uso di strumenti diversi, nella ricerca di atmosfere diverse.

E cosa è cambiato in questo disco rispetto ai precedenti di Pensiero Nomade?

Un cerchio perfetto, l’ultimo lavoro fin qui, provava a mettere dei punti fermi sul piano dello stile e della forma: c’era il bisogno di fare sintesi di tutte le ispirazioni che avevo, di consolidare la maniera in cui componevo. E soprattutto c’era il bisogno di fissare l’immaginario musicale, che era fatto di jazz, di progressive rock, di musica elettronica e acustica, di world music. Tante direzioni diverse che volevano trovare una sintesi. In Ultime foglie c’è una tensione più al ritmo, al movimento e al racconto; per certi versi è venuta fuori una musica cinematica, meno riflessiva o estatica.

Raccontaci adesso la tua storia: come si è evoluto nel tempo Pensiero Nomade e cosa è cambiato dall’inizio?

Pensiero nomade è nato come un progetto con tante influenze, spesso anche contrastanti fra loro. Era un bisogno di mettere dentro tutto l’universo musicale che mi affascinava in qualcosa che fosse mio e che mi rappresentasse. C’era dentro anche tanta ingenuità e forse un pizzico di presunzione nell’accostarsi alla musica di artisti che consideravo dei mostri sacri pensando di riproporla in una miscela personale. In alcuni momenti questa miscela è stata più instabile che in altri. Oggi, dopo otto cd, Pensiero nomade ha una sua personalità distinta, molti approcci sono cambiati, molte idee si sono rivelate velleitarie, altre si sono consolidate. Sono convinto che chi mi ha seguito fin qua ha compreso lo sforzo di “raffinare e semplificare”, che ho fatto in questi anni (nel 2025 il progetto avrà 18 anni esatti). È un’attività faticosa, ma ho avuto ottimi compagni di strada, alcuni dei quali sono ancora qui con me a fare musica insieme. E questo per me è il più grande segnale che qualcosa di buono è stato fatto.

Cosa rappresenta per te questo disco: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza?

Diciamo che sono soddisfatto dell’attuale forma del progetto, e penso che Ultime foglie sia una giusta rappresentazione di cosa rappresenta oggi per me Pensiero nomade. Dicevo prima che il concetto guida del progetto è la voglia di cambiare e di mettersi in movimento: Ultime foglie vuole trasmettere proprio la gioia e l’ebbrezza del viaggio e del cambiamento (come in Avidi gli occhi). Ma a volte anche la fatica e la disperazione del viaggio (come, ad esempio, in Passava un angelo che è una traccia ispirata dal tema delle migrazioni).

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

La lista sarebbe lunghissima, anche perché non sono mai stato troppo legato a questa o quella corrente musicale al punto di farmene assorbire completamente. Ci sono musicisti che non ho mai abbandonato, penso agli Oregon di Ralph Towner, ai progetti solisti di Robert Fripp; altri che ho amato da lontano, come David Sylvian o Sakamoto, altri che mi hanno affascinato per un po’. Ci sono “estetiche” musicali che mi affascineranno sempre, come il jazz della ECM, altre che ho solo sfiorato. In tutto questo poi molto è stato determinato da chi con me ha creato la musica di Pensiero nomade, i musicisti che hanno portato il loro immaginario e la loro estetica dentro al progetto. Oggi in generale sono meno legato agli artisti e più alla musica, anche quella meno nota che arriva da tutto il mondo (e che magari non è conosciuta da noi, ma famosa altrove).

Pensiero Nomade ci sembra un progetto sempre in evoluzione. Come lo vedi nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

L’essenza del progetto è, strano a dirsi, nel suo nome; Pensiero nomade può evolversi ancora, senza dubbio, ma sono convinto che ci saranno sempre dei punti fermi, perché se è vero che con il pensiero viaggiamo veloci, con il corpo, con la materia, facciamo fatica a spostarci a sradicarci dalla nostra zona di confort. Quindi ci saranno cambiamenti, ma nella direzione che ormai caratterizza il progetto, una miscela di world music e jazz, di acustico e di elettronico, con un orecchio al mediterraneo ed uno al resto del mondo.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

C’è già tanta musica che sto scrivendo, per almeno un paio di progetti. Ma in tanto c’è questo cd da far ascoltare a tante persone; quindi sicuramente il viaggio continua!

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