Jazz Agenda

Cecilia Sanchietti racconta Circle Time: “Un viaggio tra stili che tocca e trascende il jazz”

Si intitola Circle Time ed è l’ultimo disco che porta la firma di Cecilia Sanchietti pubblicato da Alfa Music. Completano la formazione Gaia Possenti al pianoforte, Davide Grottelli sassofoni, Stefano Napoli contrabbasso e lo special guest David Boato tromba e flicorno. Un progetto che rappresenta un vero e proprio viaggio nel presente, che prende spunto da diverse culture e dove non mancano le contaminazione stilistiche.

Circle Time – ci spiega Cecilia Sanchietti - è un progetto di musica jazz originale ricco di contaminazioni etniche/afro/popolari, ma anche interazioni con altri stili e modi di conduzione vicini all’even 8th, al pop e al funk. Brani ritmici e più articolati lasciano il posto ad altri più morbidi e pieni di colori e atmosfere. Il concetto di fondo è proprio quello dell’interazione e di un viaggio tra stili che tocchi e al tempo stesso trascenda il jazz e le sue contaminazioni, senza mai identificarsi in maniera definitiva con nessuna di esse. Da qui il termine stesso “Circle Time” che significa letteralmente “tempo del cerchio” e deriva dalla psicologia umanistica. E’ una metodologia  per condurre discussioni di gruppo in modo interattivo e paritario. I partecipanti si dispongono in cerchio e il setting diventa uno spazio di scoperta, di confronto e costruzione, libero dall’idea del giudizio e dell’errore. Questo disco è quindi “Circle Time” non solo perché riproduce lo stesso setting in quanto attraverso l’interplay e l’improvvisazione jazzistica il gruppo propone, stimola e contiene l’espressione di ciascun artista, ma anche perché il risultato è un percorso e un continuo richiamo e scambio tra stili. Il disco, uscito lo scorso marzo e presentato presso il “Ventotto di Vino Jazz Club” e  “Il Cantiere “ di Roma con l’etichetta Alfa Music, propone brani composti prevalentemente da me e Federica Zammarchi. Vede inoltre la partecipazione come autori di Davide Grottelli e Stefano Scatozza, mio direttore all’interno dell’Orchestra del 41esimo Parallelo.”

Dietro ogni disco c’è sempre un pensiero. E così anche dietro Circle Time si nasconde un’idea, un viaggio che a quanto pare Cecilia ha compiuto nel presente tra musiche, tradizioni e culture differenti. A proposito la batterista romana ci spiega che:

Il principale motivo del disco era il desiderio di fare una fotografia del presente, del mio importante momento storico, musicale ma anche personale, che paradossalmente rappresenta più un inizio, un punto da cui cominciare, che non un punto di arrivo. Voleva essere un modo per fermare un progetto che ho reputato di qualità, pieno di ottima musica, ottimi musicisti e un bellissimo suono, cercando di dargli un senso che non fosse solo esecutivo, ma anche culturale e sociale. Volevo fare un disco che fosse non solo per me, ma anche e sopratutto per la gente, pieno di proposte accessibili  a tutti, anche ai non esperti di musica jazz, piacevole, passionale. Tra le altre cose, vedendolo a ritroso, credo di aver voluto anche dar voce, involontariamente, a ciò che mi ha condotto qui oggi senza esserne consapevole, alle tante esperienze umane del mio passato non musicale, ma di educatrice e volontaria. Grazie a queste esperienze e alle storie che ho avuto il privilegio di conoscere, avevo tanto di cui parlare in questo disco. Bosnia, Kossovo, Senegal, Chiapas, Repubblica Democratica del Congo, Rwanda e alcuni tra i territori più periferici dell’Italia, sono tutti in questo disco e tra le mie dediche. Il disco vuole essere quindi un progetto di qualità pieno di bella musica che recupera il senso sociale della stessa. Come scrive Dario Zigiotto nelle note di copertina, l’album è “una splendida intuizione progettuale e artistica, perché dietro c’è un’idea e, cosa ancor più importante, un sentimento aperto: un’espressione di umanità dove la libertà del jazz attrae i legami sociali e accoglie le diverse identità”.

Come spesso accade, però, il percorso musicale di un musicista è denso di ostacoli. Anche per Cecilia Sanchietti compiere questo cammino non è stato facile, ma forse più alte sono le difficoltà, maggiore è la soddisfazionefinale  . A proposito prosegue dicendo che:

Ho iniziato a studiare la batteria all’età di 18 anni, non piccolissima, dopo aver studiato per 5 anni pianoforte. Per me non è stato facile, quando ero adolescente non era così “scontato” e favorito dalla famiglia e dal contesto sociale il fatto di voler fare il musicista e in particolare batterista. Nel tempo mi sono sentita sempre più appoggiata, ma è stato un lungo processo e devo molto ai miei principali maestri, che mi hanno supportato umanamente e musicalmente, primi tra tutti Mimmo Antonini e il mio Maestro, Emanuele Smimmo. Gli ultimi anni ho studiato jazz con Fabrizio Sferra, da cui ho appreso cosa voglia dire essere un batterista musicista e da cui, come spero di aver saputo esprimere sul disco, ho capito il senso del “comporre” melodie anche con uno strumento ritmico come il nostro. Ho frequentato i principali seminari in ambito jazz, dalle Clinics della Berklee a Perugia, al Tuscia in Jazz, con Ron Savage e Francisco Mela e seguito lezioni di percussioni con Massimo Carrano alla Percento Musica. Nel 2009 ho ricevuto l’attestato “Outstanding musician-ship” dai docenti della Berklee.”

E per quanto riguarda il percorso professionale invece? 

“Il mio percorso professionale - conclude Cecilia - si è sviluppato nel corso degli anni passando dal pop, al funk, per approdare al jazz e in particolare alla musica etnica e al cantautorato circa una decina di anni fa. Non sono una jazzista purista, anzi, per me il jazz è stata una piacevole scoperta, da un punto di vista professionale, intorno al 2007. Devo molto a Giorgio Cuscito, sassofonista e pianista jazz, che mi ha introdotto in questo mondo da cui non ne sono più uscita. Il jazz per me ha coinciso con il passaggio alla professionalità, ho iniziato con lo swing e il jazz tradizionale, per arrivare poi a “scoprire” la musica etnica e le sue contaminazioni, le modalità di conduzione afro e popolari, di cui mi sono innamorata e infine l’even 8th. Solo ora, dove aver suonato svariati stili, mi accorgo di quanto per me questo sia stato importante e non, come spesso si può credere, un deterrente per suonare jazz.”

Carlo Cammarella 

 

 

 

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