Jazz Agenda

Carlo Cammarella

Carlo Cammarella

Orpheus in the Underground: il nuovo disco del trio Barba – Negri – Ziliani

Pubblicato da Emme Record Label Orpheus in the Underground è il secondo disco del trio composto Riccardo Barba al piano e sintetizzatori, Nicola Ziliani al contrabbasso e Federico Negri alla batteria. Un progetto in cui si fondono il jazz, la musica classica, il rock e l’elettronica. Ecco come è nata questa avventura.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

“Orpheus in the Underground” è il secondo album del nostro trio. Rispetto all’album di esordio (“Too Many Keys”), Orpheus è un lavoro più strutturato e unitario. Abbiamo cercato un suono che caratterizzasse il nostro trio. Si possono sentire echi di musica classica, rock, elettronica, il tutto sul canovaccio del jazz piano trio. Il concept del disco si muove su tre dimensioni: la prima ripercorre certi periodi della storia della musica (diversi brani portano nomi delle forme musicali antiche che li hanno ispirati); la seconda è legata alla città di Londra e alla sua Underground, mentre la terza dimensione ha un carattere più inconscio e psicologico. Ci piace immaginare che ciascun ascoltatore trovi la sua interpretazione di questo viaggio metropolitano e sotterraneo.

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Il trio è nato dopo una serie di lavori musicali che ci hanno fatto incontrare e conoscere. Insieme abbiamo suonato musica jazz, swing, classica e contemporanea; l’affiatamento che ci univa ha portato alla formazione di questa band. Il nostro primo lavoro discografico è una sorta di Zibaldone che raccoglie brani scritti precedentemente e vaghi barlumi di quello che volevamo realizzare come band. Ora stiamo cercando insieme di creare un terreno congeniale alle nostre esperienze musicali e ai nostri gusti. Ragioniamo più come band rock che come la classica formazione jazzistica.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Per noi rappresenta un punto di arrivo e di partenza allo stesso tempo. Sentiamo di aver raggiunto un obiettivo ovvero la creazione di un terreno comune su cui lavorare per creare progetti che si svilupperanno nel futuro e, ovviamente, per avere un impatto personale nei concerti dal vivo.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

La principale fonte di ispirazione è senza dubbio il trio di Esbjörn Svensson; quella è stata una formazione che ha saputo dare una scarica di energia al mondo del jazz. Altri artisti importanti per noi sono sicuramente il Brad Mehldau Trio e i Bad Plus. Amiamo anche trarre ispirazione da artisti provenienti da altri generi come i Radiohead, i The Smiths o compositori come Dmitri Shostakovic, Philip Glass, Steve Reich e Luciano Berio. 

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Per il futuro abbiamo molte idee. Ci piace pensare che questo progetto non abbia una sola collocazione stilistica ma che possa spaziare tra i generi. I nostri studi musicali vanno dalla musica classica al jazz, ma negli anni abbiamo lavorato nella musica pop e d’autore così come nella musica da cinema. Ogni album è una nuova sfida. Partendo da un’idea (musicale o non) cerchiamo di lasciare spazio a tutte le possibili manifestazioni del nostro pensiero musicale. In sintesi, ci piace pensare fuori dagli schemi stilistici in favore di un’espressione più libera.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Abbiamo in programma una serie di concerti per presentare “Orpheus in the Underground” sia in Italia che all’estero. Collaboreremo con la cantautrice Angela Kinczly per alcune nuove registrazioni.  Stiamo già preparando il nuovo disco che ci vedrà collaborare con un ensemble di voci; si tratta di un progetto molto ambizioso che si concretizzerà nel 2023.

I Treetops raccontano il nuovo disco Demetra: “Groove ed energia per uno sviluppo sostenibile!”

Pubblicato dalla Vagabundos records e prodotto da Pino Pecorelli (Orchestra Piazza Vittorio), Demetra è il disco d’esordio dei Treetops. Un concept album pieno di energia, groove e vitalità che vede la partecipazione di 7 ragazzi che hanno scelto lo sviluppo sostenibile come direzione da percorrere. La band è guidata da Anna Bielli (chitarra) con la partecipazione di Marcello Tirelli (tastiere), Luca Libonati (batteria), Simone Ndiaye (basso elettrico), Andrea Spiridigliozzi (chitarra elettrica), Eric Stefan Miele (sax soprano) e Daniel Ventura (sax tenore). Ecco come è nata questa nuova avventura.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

"Demetra" è un concept album ispirato da tematiche green. Abbiamo immaginato la dea della natura svegliarsi nel mondo moderno e accorgersi di quante cose sono cambiate rispetto a come le ricordava: l'inquinamento, la sovrapproduzione di oggetti non necessari, gli allevamenti intensivi per la produzione di prodotti animali, la nostra incapacità di prendere in mano la situazione cambiando nelle piccole cose della nostra quotidianità. Sono questi gli scenari che abbiamo musicato, senza l'utilizzo di parole. Così, alla fine dell'album Demetra torna in letargo, senza forze né parole dopo tutto ciò che ha visto, con la speranza di svegliarsi un giorno e contemplare il cambiamento.


Raccontaci la tua storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo? 

I Treetops sono nati a dicembre 2016, definendo la formazione attuale a febbraio 2017. Dopo essersi sciolta la sua prima band, Anna, la chitarrista, ha deciso di trovare nuovi musicisti con cui continuare ad esprimersi attraverso la musica. L'idea iniziale era quella di una formazione allargata, con archi, fiati e percussioni, ma in poco più di un mese avevamo già trovato un buon equilibrio noi sette e abbiamo smesso di cercare nuovi timbri. 

Sin dalla prima prova abbiamo iniziato a comporre insieme, accantonando cover o pedali da jam session, e in modo naturale abbiamo scelto di essere un gruppo strumentale di musica originale. Ci sono state due "macro-fasi" della band: i vecchi Treetops e i nuovi Treetops. Il passaggio del testimone è avvenuto durante il lockdown del 2020, quando tutti eravamo chiusi in casa a vivere un clima surreale, con tanto tempo a disposizione per riflettere su tematiche delicate, che nella freneticità della routine abbiamo poco modo e voglia di osservare. Idealmente, Demetra è in quel periodo, musicalmente nei mesi a seguire.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Sicuramente una somma delle tre. Una fotografia del momento, senza alcun dubbio, essendo l'album basato proprio sul mondo attuale. Un punto di arrivo perché finalmente esistiamo anche per le persone esterne alla nostra sala prove. Infine, un punto di partenza perché speriamo sia solo l'inizio di un lungo viaggio insieme.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

In prima linea troviamo gli Snarky Puppy, sia per la musica che producono sia per l'idea di ensemble che c'è dietro. Infatti, anche loro si occupano principalmente di musica strumentale, ma non si precludono la possibilità di collaborare con cantanti ed orchestre, ed in ogni album si possono ascoltare influenze di mondi e generi completamente diversi tra loro. Altri gruppi ed artisti importanti per noi sono i Mogwai, i Radiohead, i Gogo Penguin, Esperanza Spalding e Tigran Hamasyan.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi, quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Nel futuro, come nel presente, ci vediamo senza limiti di sperimentare, che sia un nuovo disco, una colonna sonora o una collaborazione. L'evoluzione, come in tutte le cose, non avverte. Magari come per Demetra, continuerà ad essere il progresso-regresso di ciò che ci circonda ad essere il nostro "concime", o magari invece cambieremo completamente ispirazione.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Intanto, sabato 30 aprile abbiamo presentato "Demetra" per la prima volta in concerto al Monk di Roma. Altre date si stanno definendo per l'estate ma ancora non possiamo annunciarle, possiamo anticiparvi solo la nostra partecipazione al festival di street-art Borgo Universo (Aielli, Abruzzo) il 2 agosto, e ad Artesettima Festival a settembre con data da destinarsi. 

Franco Tinto racconta il nuovo disco Poetesse in Musica

Pubblicato dall’etichetta Filibusta Records, Poetesse in Musica è l’ultimo disco di Franco Tinto. Un progetto in cui la poesia che si fonde con il jazz in maniera elegante, raffinata, colta. Questo lavoro rappresenta la naturale evoluzione del lavoro Accordi di Donne, ma in questo caso è stato l’autore a farsi suggestionare dalle poesie scritte da diverse autrici. Ne abbiamo parlato in maniera approfondita con Franco Tinto...

Franco, per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Questo progetto fa seguito al precedente “Accordi di Donne” dove io ho composto delle musiche che ho poi consegnato a tutte donne che conoscevo, molte che lavorano in teatro, come Carlotta Proietti o Loredana Scaramella, che si sono fatte suggestionare dai miei lavori mettendoci su un testo, mentre questa volta ho fatto l'inverso, ossia partendo da una poesia dal titolo “Il Jazz” di Silvia Cozzi, una mia amica poetessa, ho continuato, sullo stesso filone precedente, ossia mi sono rivolto a tutte poetesse, che mi hanno dato lo stimolo a comporre brani sui loro testi. Quindi in questo caso sono stato io farmi suggestionare...

Ci vuoi parlare anche di questo progetto? Come è nato e come si è evoluto nel tempo?

Questo lavoro ho pensato di dargli un taglio più jazzistico, conoscendo musicisti che ben si addicevano allo stile, quindi ho pensato ad un sestetto che ho chiamato “Poetry Sextet”, con basso, batteria, chitarra elettrica, tastiere e cantante, oltre me. In alcuni brani ho inserito il sax o clarinetto, vista la mia amicizia col grande Gabriele Coen.

Perché dunque la decisione di partire da alcuni testi scritti da donne?

Beh, la risposta è racchiusa nella domanda precedente...

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta Poetesse in Musica?

Un punto di arrivo. Quando si ha avuto la fortuna di incontrare musicisti del calibro di Annalisa Peruzzi, alla voce, Fabio Penna al basso, Luca Chiaramonte alle chitarre, Pier Paolo Ferroni alla batteria e Lucio Perotti al piano, oltre al già citato Gabriele Coen ai fiati, non posso che considerarlo un punto di arrivo e di spessore, secondo me.

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te hanno rappresentato un punto cardine?

Tantissimi. Ho iniziato col Banco del Mutuo Soccorso, passando per i Jethro Tull, e via dicendo. Fino alla mia passione, ossia Stefano Bollani...

Invece per quanto riguarda la band che ti accompagna ci vuoi dire anche in base a quale criterio hai fatto la scelta dei musicisti?

Se possiamo chiamarlo “caso”, in cui non credo, negli ultimi anni ho conosciuto i vari componenti che hanno dato vita a questo lavoro... e metterli insieme è stato un gioco da ragazzi... Ed ecco fatto!

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Per ora mi fermo qui. Intanto un ulteriore lavoro l'ho già prodotto, dopo questo. Ed è un quartetto con Giorgia Ginevoli al clarinetto, Carla Mulas Gonzàles al violino, Giovanna Famulari al violoncello e me alla chitarra classica, dal titolo “Noble, Sentimental” dove ho rielaborato brani di autori francesi ed argentini.

 

Max Ferri racconta il disco Message: “Un flusso di energia inarrestabile! Linguaggio jazz e furia rock!”

Pubblicato dall’etichetta Ultra Sound Records, Message è il disco d’esodio del Max Ferri Trio. Un progetto che rappresenta un mix tra jazz, rock e funk, dove non mancano lirismo e senso melodico. Hanno preso parte a questa avventura William Nicastro al basso, Giorgio di Tullio alla batteria con la partecipazione speciale di Marco Scipione al sax, Nicolò Fragile alla tastiera e Tullio Ricci al sax tenore. Ecco cosa ci ha raccontato il leader di questo trio…

Per cominciare l'intervista Max, parliamo subito del tuo disco Message: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Certamente! È un album ricco di influenze musicali differenti e comprende sia rivisitazioni sia brani originali. Quello che mi rende felice è proprio l’essere riuscito, grazie anche ai miei due compagni d’avventura, ad amalgamare tutto questo dando un’impronta riconoscibile ad ogni brano. Il Jazz è certamente l’influenza principale, l’improvvisazione e l’interplay rendono la musica fresca e vitale e sono per noi imprescindibili, queste caratteristiche vanno a incontrare di volta in volta terreni differenti:  “Message”, “Freud” e “Crispy Funky” condividono una base funk e melodie basate su cellule ritmiche accattivanti, “Mind Trip” è il brano più introverso e sofisticato, un 3/4 even eight che però viaggia attraverso vari cambi di metro, “Dance of the Spirits” il più rock con venature progressive e poi c’è Kha-tn, un brano free il cui flusso sonoro è guidato da “indicazioni” dettate da un bellissimo accadimento che mi ha cambiato la vita.

Come è nato invece questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Questo trio, che ho sognato per tanto tempo, si è potuto realizzare solo trovando le persone giuste.  Conoscevo già singolarmente Giorgio Di Tullio e William Nicastro ma una sera di qualche anno fa li sentii suonare insieme. Che dire? Un flusso di energia inarrestabile! Linguaggio jazz e furia rock: quello che cercavo! Dopo quel concerto parlammo insieme del mio progetto e da lì nacque tutto. Parlando di evoluzione devi tener conto che il nostro trio, anche per via del fatto che c’è stata una pandemia di mezzo, è relativamente giovane quindi l’evoluzione che abbiamo potuto osservare riguarda per ora un crescente affiatamento ed un affinamento dell’interplay.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? Quali potrebbero essere dunque le potenzialità che si possono esprimere attraverso questa formazione?

Il trio è una formazione molto intima, man mano ci si conosce sempre meglio, artisticamente e umanamente e talvolta si diventa permettimi il termine: “uno e trino” ah ah, desidero continuare ad evolvermi all’interno di questa formazione, esplorando generi e sonorità: è così che vedo questo progetto nel futuro.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Per me rappresenta tutte e tre le cose, per un musicista affine al jazz un album non può non essere anche una fotografia del momento. “Message” è senz’altro un punto d’arrivo per me perché chiude il primo capitolo della storia di questo trio, adesso però si riprende a scrivere nuovi brani e a presentarli live quindi è anche un punto di partenza o ri-partenza.

Raccontaci adesso il tuo percorso musicale e artistico…

A quanto mi raccontano i miei genitori amavo la musica già da piccolissimo: “se c’era musica cantavi e ballavi sempre” mi dicevano. In casa si ascoltava musica pop di buona fattura e da quel primissimo background musicale ho ereditato una forte passione per la melodia. L’adolescenza è stata il periodo del Rock! Si può proprio dire che sono stato folgorato dalla sonorità della chitarra elettrica e da lì la decisione di suonarla. Mio nonno Guido, che ricordo con grande affetto, mi regalò la mia prima chitarra: una Yamaha Rgx verde fosforescente! Eravamo alla fine degli anni ’80 e nulla poteva essere troppo kitsch.

Proprio su questo strumento ho iniziato a studiare seriamente la tecnica e via via mi sono sempre più appassionato fino a decidere di farne una professione, l’ho voluto fortemente e alla fine ci sono riuscito. Inevitabilmente sono venuto a contatto con i generi musicali più disparati e mi è sempre piaciuto suonare di tutto ma… ad un certo punto mi resi conto che il jazz e soprattutto le sue contaminazioni mi attraevano irresistibilmente. Così per approfondire studiai dapprima alla Civica di Jazz di Milano e in vari seminari jazz estivi tra cui quello della Berklee in Umbria, e poi al Conservatorio Jazz di Milano.

Tra le molte situazioni in cui ho avuto la fortuna di suonare (è possibile leggere le mie collaborazioni sul sito www.maxferri.com) ce n’è una a cui sono molto legato anche perché nata proprio in seno al Cons di Milano, dove ho conosciuto Alberto Mandarini, docente appassionato che mi ha coinvolto in alcune meravigliose situazioni musicali tra cui la formazione di un sestetto di jazz elettrico di nome “Mach 6” a cui fece seguito una serie di concerti e la pubblicazione dell’album “Take Off”. Il mio cuore musicale in questo momento batte per il MF3 e per i Mach 6.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: concerti a parte, date le difficoltà del momento, c’è qualche novità di cui vuoi parlare?

Sono sempre stato interessato alla didattica musicale e da diversi anni insegno in una bellissima realtà milanese: Nam Centrale e Nam Bovisa. Inoltre ultimamente sono nate delle collaborazioni con altre scuole attraverso il format delle Master Class, segnalo il 30/04 presso l’accademia “Onda Sonora” di Castelletto Ticino e il 29/05 presso l’accademia “Crea Musica” di Arconate (Mi), in quest’ultima, al termine della Master seguirà anche un concerto del MF3!

A causa della pandemia la programmazione dei concerti è in forte ritardo ma qualcosa si sta muovendo, vi invito quindi a seguirci sui vari social per rimanere aggiornati sulle novità.

https://www.facebook.com/maxferritrio

https://www.instagram.com/maxx.ferri/

https://www.youtube.com/user/MaxxTrixx74

https://www.youtube.com/user/MaxxTrixx74

Infine per ascoltare l’album è possibile ordinare il cd tramite le nostre pagine web, oppure in streaming sulle più note piattaforme tra cui

Spotify: https://open.spotify.com/artist/4yX9WdTI2F8oADAP4CEQyf?si=y2oVIY8pRuOWf6Hjp_Zp9g

Rocket House e la loro fusione di groove, funk e jazz: un collettivo internazionale nato a Boston

Una fusione di groove, funk e jazz. In questo modo potremmo riassumere l’essenza del collettivo Rocket House che ha recentemente pubblicato il disco d’esordio dal titolo omonimo. Questa avventura nasce dall'incontro tra il chitarrista Francesco Staccioli ed il pianista Riccardo Gresino a Boston, dove i due musicisti hanno dato vita a un progetto che unisce musicisti provenienti da tutto il mondo. Ecco il loro racconto…

Rocket House è un collettivo che unisce musicisti provenienti da diverse parti del mondo: per cominciare ci volete raccontare la storia di questo progetto?

Ciao e grazie per l’attenzione! Rocket House é un collective di musicisti creato da Riccardo Gresino e Francesco Staccioli. Ci siamo conosciuti ad Umbria Jazz 2017 dove entrambi abbiamo vinto una borsa di studio per Berklee College of Music. Nel 2018 ci siamo trasferiti a Boston e quasi per caso abbiamo cominciato a lavorare insieme a questo progetto.  Preparavamo uno show che ci vedeva protagonisti nel college, abbiamo presentato dei brani inediti e siamo rimasti stupiti dalla risposta del pubblico. Questo ci ha fatto realizzare il potenziale di Rocket House.

Rocket House: il nome del collettivo e a questo punto anche del disco d’esordio questo nome ha un significato particolare per voi?

Il nome del progetto e del self-titled album rappresenta davvero nel dettaglio chi siamo. La parola House è perfetta nel descrivere il rapporto che abbiamo con i musicisti ed allo stesso tempo con il pubblico durante le performances. Rocket invece rappresenta la nostra passione per lo spazio e le avventure: spingersi oltre ai limiti, scoprire nuove possibilità in modo energico come un razzo.

All’interno del disco possiamo ascoltare diversi linguaggi: dal jazz al funk, passando anche per momenti melodici: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Certo! Siamo molto attenti e meticolosi nell’evidenziare la melodia e sostenerla con groove incalzante e armonie fresche e arrangiamenti frizzanti. Ne risulta un prodotto essenziale che arriva in maniera diretta e sincera all’ascoltatore e proprio questo è il nostro tratto distintivo: lasciare una sensazione di allegria e coinvolgimento, colonna sonora di una semplice quotidianità.

Ascoltando questo disco, che ha in sé molte sfaccettature, la cosa che ci viene in mente è che abbraccia la musica “black” nel senso più ampio del termine. C’è un filo conduttore che lega i brani di questo progetto?

Sicuramente siamo ampiamente influenzati dalla musica afroamericana. Jazz, Blues, Funk sono stati e sono tuttora i nostri principali ascolti e fonti di ispirazione e studio. Ci approcciamo a queste sonorità con rispetto per la tradizione e per il significato che portano. Filo conduttore? Difficile da dire…sicuramente Blues e Groove sono elementi indispensabili.

Tutto nasce a Boston, forse da un incontro fortuito: che aria si respira da quelle parti e quanto ha influito nelle vostre composizioni?

L’atmosfera che abbiamo trovato a Boston, Berklee in particolare è stata la scintilla ed allo stesso tempo la benzina del progetto. Boston, con le sue innumerevoli università, è già di per se un ambiente stimolante e in continuo rinnovamento. Berklee è un bacino enorme di musicisti talentuosi provenienti da tutto il mondo dove culture diverse si intrecciano in ogni momento. Per noi, oltre ad aver apportato una notevole apertura mentale, ha contribuito ad arricchirci ed ispirarci. Per dare un’idea di questo basta guardare ai credits dell’album: Ghana, Indonesia, Colombia, Hong Kong, Usa, Europa etc. sono le nazionalità dei musicisti ed amici presenti nel disco.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

La scelta di metterci in gioco, lasciare il nostro paese per allargare le nostre vedute ci ha reso ancor di più consci di quanto sia importante valorizzare i momenti e le cose più semplici. Questo mind-set è sicuramente alla base di questo lavoro ed, allo stesso tempo, una costante per il futuro. Diremmo assolutamente punto di partenza: pensare di essere arrivati porta con se la fine di stimoli e chiusura mentale.  Per noi ogni traguardo è l’inizio di un nuovo percorso.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Dagli Snarky Puppy a Robert Glasper passando per Lettuce e Alfa Mist. Queste sono le nostre principali influenze ma siamo sempre alla ricerca di stimoli. Cerchiamo sempre un immaginario prima di comporre e questo ci porta a toccare tematiche e ambientazioni diverse.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Prima di tutto vogliamo valorizzare al meglio questo lavoro che finalmente è disponibile su tutte le piattaforme streaming ed in versione fisica come custom usb a forma di Rocket. Oltre allo streaming, continueremo a portare il nostro progetto ad esibirsi live in Los Angeles con la speranza di poter un giorno tornare da artisti sul palco di Umbria Jazz. Grazie mille ancora per lo spazio e per le domande. Siamo contenti che abbiate apprezzato il nostro disco e vi terremo sicuramente aggiornati per futuri eventi/pubblicazioni!!

Contatti

Streaming: https://linktr.ee/ROCKET_HOUSE

Spotify: https://open.spotify.com/album/4U2hbI0qngfnxwh1Ztlo1C?si=PXn2i4ZQTGuEFqdzGGOULg

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Francesco Cavestri racconta il disco Early 17: il jazz che sposa i linguaggi dell’hip-hop, soul e R&B

Un disco ricco di contaminazioni dove il jazz si sposa con i linguaggi dell’hip-hop, soul e R&B. In questo modo potremmo riassumere l’essenza del disco d’esordio del giovane pianista bolognese Francesco Cavestri intitolato Early 17. Nella line up di questo progetto abbiamo Massimo Tagliata (produzione, synth e flauto traverso) Massimiliano Turone al basso, Roberto “Red” Rossi alla batteria, Fabrizio Poli alle percussioni, Cesare Maria Dalbagno alla voce (solo in un brano), con la partecipazione speciale di Fabrizio Bosso alla tromba (tracce 3,7) e Silvia Donati alla voce (traccia 6). Francesco Cavestri ci ha raccontato come è nata questa avventura.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Early 17 è un invito, rivolto specialmente ai giovani come me, a non ignorare le origini e la fondazione dei generi che più amiamo e ascoltiamo al giorno d’oggi. L’hip-hop, l’r&b, il soul, perfino la musica elettronica, hanno al loro interno profonde influenze e riferimenti alla musica jazz e nel disco volevo comunicare agli ascoltatori queste contaminazioni. Un esempio è Intro / Salute to Dilla, la prima traccia del progetto, che unisce una composizione originale con un tributo a J Dilla, produttore pioniere dell’hip-hop, con un arrangiamento in trio di The Look of Love degli Slum Village, prodotto proprio da J Dilla. Il tributo a MF Doom con un arrangiamento della traccia Figaro prodotta da Madlib è un altro esempio all’interno del disco di riferimento al mondo hip-hop in chiave jazz.

Early 17 è un progetto dall’ampio respiro, con al suo interno diverse atmosfere e sensazioni; Si passa da momenti più ritmati e incalzanti, come FINALLY GOT SOMETHING o Living the Journey / No One Like You a composizioni più evanescenti e rarefatte, come In the Way of Silence o Chick’s Sighting, dove si muove con maestria la tromba di Fabrizio Bosso, o ancora Letter to a Lover, dove trova dimora la dolce voce di Silvia Donati.

Raccontaci la tua storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Il progetto è nato durante il primo lockdown nel 2020, anche se era da un po’ che accarezzavo l’idea di incidere musica che facesse tesoro dei miei vari ascolti e ispirazioni. Già dall’anno prima avevo infatti dato vita a varie idee, registrazioni, bozze di memo vocali e appunti su carta, ma nulla di definito e soprattutto di strutturato. È stato proprio durante la permanenza obbligata in casa che ha cominciato a prendere forma Early 17, partendo dal brano FINALLY GOT SOMETHING (tradotto finalmente ho trovato qualcosa), grido liberatorio che trasmette la gioia di aver finalmente posto il primo mattoncino per la creazione di un intero progetto.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Per me rappresenta sicuramente un flusso che fa tesoro di quelle che sono le mie più grandi ispirazioni e influenze musicali. Non è un caso che la traccia conclusiva dell’album sia proprio intitolata STREAMS, ovvero “flussi”. È un disco in cui, soprattutto nei primi quattro brani, ho voluto riprendere i miei ascolti e ciò da cui più mi sento ispirato quando scrivo; come se nel mio album d’esordio volessi prima di tutto ringraziare chi mi sta più plasmando come musicista. L’ispirazione che raccolgo dai miei punti di riferimento viene poi canalizzata nell’ideazione di brani originali, che compongono la totalità del disco. È proprio questo alternarsi di elementi originali e citazioni uno dei leitmotiv del progetto.

Early 17 è il primo tassello, di cui vado molto fiero, di un percorso che non vedo l’ora di portare avanti e affrontare, facendo tesoro sia dei momenti di ispirazione, quelli positivi, che dei periodi di difficoltà, di mancanza creativa, di rifiuto.

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

Moltissimi, io amo attingere da più generi, e da artisti appartenenti a mondi musicali differenti. Alcuni degli artisti più determinanti nel mio percorso di crescita li ho citati nel disco: da Herbie Hancock a Robert Glasper (entrambi artisti a cui rendo omaggio nella traccia “Living the Journey / No One Like You”), passando per Miles Davis (con il solo piano finale di “In the Way of Silence”) fino a J Dilla con il tributo nel brano “Intro / Salute to Dilla”. Ci sono poi altri artisti le cui influenze sono fortemente riconoscibili nel mio modo di vedere la musica, come ad esempio Bill Evans, Kaytranada, Frank Ocean, Tyler the Creator, Kendrick Lamar.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi, quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

Nel recente futuro spero di poter presentare il mio disco dal vivo in più posti possibile, la musica live sta ripartendo e io non potrei essere più contento. Ho già avuto l’onore di fare due serate di presentazione al Bravo Caffè di Bologna accompagnato da Fabrizio Bosso alla tromba e mi sono reso conto di quanto sia gratificante presentare i propri progetti dal vivo. Il viaggio di Early 17 è appena iniziato, mi piacerebbe molto portarlo a Roma, Milano, Torino..
Per quanto riguarda il lungo termine, non mi pongo limiti. Quello che amo ascoltare è anche quello che amo suonare, di conseguenza vedo nitida la possibilità di affrontare progetti che tocchino ancor più da vicino il mondo della musica elettronica, dell’hip-hop, dell’r&b, mantenendo sempre come fulcro creativo il jazz. D’altronde, il jazz stesso è stato sempre un genere in continua evoluzione, perché fermarsi proprio ora?

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Ho alcuni progetti in mente con giovani musicisti. L’esperienza di studio al Berklee College of Music di Boston mi ha portato a conoscere molti giovani artisti interessanti e non escludo la possibilità di avviare delle collaborazioni con alcuni di loro. Continuerò anche il sodalizio con la cantante Roberta Gentile, con cui ho già inciso un brano; abbiamo anche avuto l’occasione di esibirci insieme in concerto e vedo in lei un fuoco creativo con cui dare vita a bellissimi progetti. Anche la collaborazione con Fabrizio Bosso è stata per me fondamentale, sia nella produzione dei brani insieme che nei live in cui è salito con me sul palco, spero di approfondirla ulteriormente; ogni volta che lo incontro è una scuola, un costante stimolo a crescere come musicista.  Tornerò in studio molto presto, con tante idee e la promessa di portare sempre qualcosa di originale, inedito, nuovo.

Mario Donatone racconta il disco “Blues is my bad Medicine”: un’indagine sulle origini del blues

Pubblicato dall’etichetta Groove Master Edition, Blues is My Bad Medicine è l’ultimo disco di Mario Donatone. Un viaggio verso le origini del blues e verso un mondo sconosciuto che ha lasciato un retaggio importante nella musica moderna. In parallelo a questo lavoro, realizzato con la partecipazione di Gio’ Bosco, è uscito anche il libro Blues Che Viaggiano in Prima classe - la lunga strada della musica del diavolo dalle paludi del Delta al mondo del rock'n'roll. Un progetto quest’ultimo che rappresenta un’indagine verso una musica mitica partendo dallo studio del suo linguaggio e analizzando quei legami invisibili con il rock, il jazz e tutte le altre espressioni più attuali. Ne abbiamo parlato con Mario Donatone

Mario, per cominciare l’intervista ci vuoi raccontare la storia di questo progetto. Come è nata l’idea di dar vita a questo nuovo lavoro intitolato Blues is My Bad Medicine?

Sentivo da anni l’esigenza di approfondire come interprete musicale il mondo affascinante del blues delle origini. La libertà e l’intensità che emanavano i primi artisti che hanno inciso questa musica, (da Blind Lemon Jefferson a Lonnie Johnson e tanti altri) ha sempre esercitato un forte ascendente su di me. Inoltre ritengo che sia importante fare i conti con l’approccio estremamente autentico ed emotivo del blues di quell’epoca, che ha ancora molto da insegnarci. Si tratta di una filosofia sonora cruda e apparentemente semplice in grado di esprimere una creatività a briglie sciolte che nel blues più elettrico e moderno non è più così spiccata, perché subentrano degli schemi che anticipano i codici comunicativi della musica di massa. Il rock, da cui molti della mia generazione provengono, ha soprattutto questo retroterra alle sue spalle.

Parliamo adesso del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

E’ un disco totalmente acustico. Gli unici strumenti sono il mio pianoforte, la mia voce, e quella di Giò Bosco su quattro brani, (due duetti e due assoli). Ho voluto, dopo quarant’anni di percorso musicale, esprimere un mio punto di vista artistico esaltando le possibilità di stile e di atmosfera che è in grado di materializzare uno strumento come il pianoforte, che nonostante sia meno considerato rispetto ad esempio alla chitarra, (in questo genere musicale), ha in realtà una capacità unica di rappresentare l’aspetto più percussivo e “africano” del blues.

Allo stesso tempo ha la capacità di essere un sostegno e un elemento dialogante estremamente stimolante e complementare rispetto alla voce, facendone risaltare in un modo unico le sue sfumature. Il pianoforte attraversa in modo importante e insostituibile la lunga storia della musica afroamericana, dal ragtime, al gospel, al boogie-woogie, ed io ho cercato di far rivivere questi aspetti mettendoli al servizio della poetica dei singoli brani.

Come cantante ho cercato di esprimere con la massima naturalezza e autenticità possibile il cuore di questi brani, dando la mia lettura di quello che è l’immediatezza e allo stesso tempo la sofisticazione dell’atto del cantare il blues. Il disco è stato registrato all’Arcipelago Studios dall’ottimo Stefano Isola, e una cosa che mi preme sottolineare è che ogni brano è stato videato in tempo reale, alimentando un’idea di espressione musicale nuda e cruda. I video saranno presto messi su Youtube.

Vuoi aggiungere qualcosa sulla scelta del repertorio?

Non sono tutti dei blues, vi sono brani più gospel come “ Nobody’s fault but mine”, o più modali come “I’m so glad”. Vi sono blues-rag come “Cocaine blues”, o ballate come “Tomorrow night”. C’è anche un mio brano originale che esprime la filosofia che è alla base di questo disco, e che si chiama “Blues is my bad medicine”.Una particolare luce sul blues femminile viene data dalla partecipazione di Giò Bosco, che rivisita con passione e naturalezza brani di Bessie Smith, Clara Smith e Sister Rosetta Tharpe. Inoltre io mi sono tolto il vecchio sfizio generazionale di suonare il mitico Honky Tonky Train Blues.

Tutti questi brani hanno avuto delle importanti versioni nel mondo del rock e del soul degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, e l’idea era quella di mettere in luce lo stretto legame tra questi due mondi, e questo è anche il tema principale del mio saggio storico-letterario “Blues che viaggiano in prima classe”, la mia prima opera come scrittore e didatta concepita insieme a questo disco e collegata ad esso.

Cosa possiamo trovare invece all’interno delle pagine del libro e soprattutto come hai affrontato il percorso didattico?

Si tratta di un’ipotesi di metodo per uno studio di alta formazione sul blues. L’escamotage di analizzare il percorso storico e stilistico di 15 brani nati nell’epoca del blues prebellico, (gli stessi che ho inciso nel disco), mi ha permesso di attraversare gli aspetti più importanti di questo fenomeno estremamente vario e complesso. Si parla di eventi storici fondamentali come il Folk Revival, L’Harlem Reinassance, il festival di Woodstock, la psichedelia, ma anche degli stili e delle individualità più importanti di un secolo di musica, indagando il loro linguaggio attraverso le varie versioni storiche di questi brani, e cercando di cogliere continuità e discontinuità di un’evoluzione artistica multiforme ed epocale.

In base a quale criterio hai scelto i brani che lo compongono?

Volevo offrire una panoramica il più possibile completa e problematica di quel mondo. Il blues delle origini non contemplava solo una serie di personaggi solitari e sradicati che suonavano agli angoli delle strade o nei raduni campagnoli, ma era caratterizzato da tendenze, stili, scuole ed esperienze artistiche importanti ed innovative che diedero idee e linfa vitale a tutta la musica neroamericana fino a confluire nel grande fenomeno musicale ma anche sociale e di costume del rock. La radice dei suoni di oggi è tutta lì, e ci sono molti studiosi che lo hanno messo in risalto., ma nessuno che ha affrontato questo tema in un modo organico. Non voglio dire che io ci sia riuscito, ma ho provato a lanciare il classico sasso.

Chiudiamo anche con una proiezione verso il futuro: ci sarà modo di vedere una presentazione live di questo progetto?

Diverse. A Brescia allo Strampalato l’1° aprile, al C.M. di Varasso (Varese) con l’organizzazione del Jazz Club di Varese il 2 aprile, e il 3 aprile a Milano, dove nel pomeriggio terrò una masterclass alla School of blues e la sera suonerò allo Spirit de Milan. Inoltre il 9 aprile sarò al centro Baraonda a Nettuno, e il 12 maggio farò uno spettacolo al Teatro Golden di Roma, e mentre scrivo si stanno aggiungendo altre opportunità live che potrete apprendere seguendomi sui social.

 

 

Beatrice Arrigoni racconta Nel canto presente: “Un disco dedicato alla poesia italiana contemporanea”

 

Pubblicato dall’etichetta Honolulu Records, “Nel Canto Presente” è l’ultimo disco che porta la firma del duo formato da Beatrice Arrigoni e Fabrizio Carriero. Un progetto sperimentale, dedicato alla poesia italiana contemporanea, in cui l’improvvisazione ha un ruolo senza dubbio preponderante. Ne abbiamo parlato con Beatrice Arrigoni.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

“Nel Canto Presente” è un duo sperimentale formato da me alla voce e agli effetti, e Fabrizio Carriero alla batteria e alle percussioni. È un progetto dedicato alla poesia italiana contemporanea nel quale converge un lavoro di ricerca condotto negli ultimi anni sulla parola poetica, e sulle possibili connessioni col suono e col gesto improvvisato. In ogni pezzo abbiamo musicato delle poesie italiane (in maggior parte contemporanee) utilizzando l’improvvisazione sia come metodo di costruzione del brano che come elemento narrativo: il processo compositivo ha portato come risultato a dei brani strutturati più che a improvvisazioni vere e proprie, laddove  tuttavia all’improvvisazione viene sempre riservato un momento specifico all’interno di ogni brano, e laddove il gesto e il materiale utilizzato (per quanto prestabilito e indicato a parole in una semplice partitura visuale)  portano sempre a risultati estemporanei e unici, legati al qui ed ora; in questo senso “Nel Canto Presente” è anche un progetto di improvvisazione.

La selezione dei testi è stata condotta sia in base alla mia predilezione per liriche dal carattere evocativo, astratto e scarsamente narrativo, sia in base al desiderio personale di non dare spazio ai classici della tradizione ma ad autori contemporanei legati anche al mio vissuto: alcuni poeti provengono dalle mie terre d’origine (Bergamo e Alberobello) e alcuni li conosco di persona; ho pensato di mettere in musica le loro parole anche in virtù del legame diretto che c’è con loro.

La scelta di utilizzare testi della contemporaneità nasce dal desiderio di abbracciare il nostro tempo: abbiamo sentito come importante e urgente parlare dell’oggi all’oggi, così come suonare qualcosa di attuale nel senso di irripetibile, perché legato al presente e all’istante preciso della performance. È stato poi naturale orientarsi verso la poesia, perché rappresenta un ambito letterario molto fertile dal punto di vista musicale in termini di forma, ritmo, metro, significanti e significati, contenuti, “evocazioni”. Tra le altre cose, la poesia non ha sempre referenti precisi dunque lascia spazio al vago e all’astratto, all’interpretazione personale, mentre il suo carattere fortemente espressivo riesce a dare un peso espressivo anche alla musica.

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Io e Fabrizio Carriero abbiamo iniziato a suonare insieme nel 2015, quando abbiamo deciso di provare a improvvisare utilizzando come elemento di partenza dei testi poetici in inglese. Ci siamo incontrati nei circuiti del jazz milanese nonché a scuola, presso i “Civici Corsi di Jazz” di Milano, ma l’ispirazione non è arrivata dagli ambienti accademici. Lo spunto è giunto da un lato attraverso un incontro con Norma Winstone avvenuto in un workshop del 2015 – durante il quale la cantante confidò di ispirarsi alla poesia per scrivere i propri testi –, dall’altro lato attraverso il lavoro condotto sotto la guida del compositore e pianista Stefano Battaglia, nei suoi laboratori di ricerca dedicati all’improvvisazione.

All’inizio del nostro connubio io e Fabrizio abbiamo scelto di lavorare sulle liriche di Emily Dickinson, la cui produzione poetica vastissima è caratterizzata da una forte musicalità a livello metrico-formale; per certi versi non è stato facile capire come costruire i brani, ma dal punto di vista del canto è stato per me molto naturale lavorare con l’inglese, perché è la lingua che utilizzo di più da sempre; abbiamo lavorato su aspetti musicali molto elementari sfruttando la natura timbrica, melodica e percussivo-ritmica dei nostri strumenti, e intorno agli elementi parametrici di base della musica – declinabili ovviamente in maniera diversa – abbiamo costruito delle strutture precise per ogni poesia. Ci piaceva l’idea che il suono d’insieme fosse acustico, che nella sua semplicità e funzionalità mantenesse un carattere “primordiale” – in virtù degli strumenti coinvolti, che per certi versi sono quanto di più primordiale esista –, e per questo non ci siamo preoccupati di aggiungere altri particolari strumenti oltre a quelli impiegati. Il progetto su Emily Dickinson ha assunto una forma definitiva prendendo il nome di “My River runs to thee”, ed è stato pubblicato nel 2018.

Nel corso degli anni, tuttavia, ho personalmente maturato la necessità di una maggior connessione col testo dal punto di vista dell’autenticità e della spontaneità, e in questo senso ho compreso che l’italiano poteva rappresentare una scelta importante e preziosa, anche in considerazione della mia passione per la lingua italiana e per la scrittura (non a caso sono laureata in Lettere Moderne). Abbiamo pensato che l’italiano potesse dare stimoli molto diversi e che potesse portare a risultati inediti, e al tempo stesso – proprio per la difficoltà che comporta improvvisare col testo italiano – abbiamo vissuto l’idea dell’italiano come fosse una “sfida”.

Gradualmente abbiamo sentito anche il bisogno di integrare l’organico con nuovi elementi timbrici (non necessariamente acustici) e di lanciarci su un repertorio di testi più “attuale”: la ricerca di nuovi suoni, di nuovi testi e di nuovi equilibri timbrici ha portato alla nascita di “Nel Canto Presente”, dopo un periodo piuttosto ampio di sperimentazione su testi contemporanei anche diversi, che alla fine non sono convogliati nel disco ma attraverso i quali siamo riusciti a trovare un nuova dimensione espressiva in rapporto all’italiano. Sembra superfluo, ma la scelta della lingua nel canto è davvero cruciale per la resa musicale complessiva, soprattutto in un progetto in cui il suono – inteso come elemento puro, nella sua essenza – è il punto focale del lavoro. In ogni caso, abbiamo fatto in modo che la sonorità del progetto avesse un carattere per certi versi anche “rituale” (oltre che “primordiale”), attraverso la scelta di armonie modali, bordoni, melodie stilisticamente affini al canto etno/folk (che io amo particolarmente).

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

“Nel Canto Presente” rappresenta un po’ tutte queste cose, insieme. Innanzitutto penso che un disco sia sempre e comunque la testimonianza di un momento preciso, poiché l’artista è in continua evoluzione: il disco non può che essere manifesto di una particolare fase espressiva e stilistica, ma la sua unicità sta proprio nella capacità di rappresentare un momento particolare della storia dell’artista. In secondo luogo, il nostro attuale progetto è sicuramente il punto di arrivo di una ricerca che si è espansa ed evoluta nel tempo, e che per certi versi ha anche esaurito alcune sue forze propulsive; non smette però di essere un percorso in continua evoluzione, sia perché non è nella nostra natura smettere di fare ricerca, sia perché il progetto stesso ha di per sé un carattere cangiante e irripetibile in quanto connesso al linguaggio improvvisativo. Ci sarà sempre un elemento di novità ogni volta che suoniamo questo repertorio: l’evoluzione sta nel compiere sempre gesti diversi e nuovi, e la possibilità di suonare i brani agendo in maniera differente – senza che la musica crolli o che sia compromessa – ci dà la sensazione di poter crescere ed evolverci senza dover per forza mettere un punto conclusivo all’esperienza. Questo perché la natura del repertorio è quella di brani strutturati ma non veramente scritti, per cui abbiamo sempre una certa libertà dal punto di vista espressivo, gestuale, e di materiale da utilizzare. Ciò non toglie, naturalmente, che il disco apra a riflessioni di varia natura su prospettive progettuali future, ed evoluzioni ulteriori dal punto di vista dello stile, del linguaggio, dell’approccio alla musica e all’improvvisazione.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Quando io e Fabrizio abbiamo cominciato a lavorare insieme non avevamo in mente degli esempi particolari di duo voce e batteria a cui ispirarci; abbiamo sperimentato con tutto quello che potevamo mettere in campo di nostro dal punto di vista dei generi e degli stili, lasciandoci alle spalle con totale spontaneità l’idea di improvvisare come due musicisti di jazz. In questo senso, è stato cruciale il nostro eclettismo musicale e l’apertura a linguaggi diversi, tanto che ci è venuto naturale trovare una nostra dimensione musicale ed espressiva. La prima fase del lavoro è stata di estrema sperimentazione, e spesso le prove consistevano in una parte iniziale di “esercizi” di improvvisazione e di libera improvvisazione senza testo, utili a farci entrare in sintonia, a farci trovare la giusta dimensione di interplay (anche a livello mentale), utili a farci lavorare su singoli parametri musicali e narrativi.

Nel nostro progetto converge comunque tutta la musica che abbiamo ascoltato prima e durante questi anni di lavoro insieme, sia musica a cui ci siamo ispirati insieme per il duo, sia musica a cui ci siamo accostati individualmente in base al nostro gusto personale. Dal punto di vista del duo sono stati di riferimento, tra i vari: Monica Demuru e Cristiano Calcagnile – eccezionali performer che abbiamo ascoltato dal vivo più volte – , Abbey Lincoln e Max Roach – in particolare nei momenti di duo contenuti nel disco We Insist! Freddom Now Suite –, gli artisti ECM Tamia e Pierre Favre, il batterista Günther Sommer e la cantante Irene Schweizer.

Per quanto mi riguarda, mi hanno ispirato ad esempio i lavori sulla voce di alcuni compositori come John Cage, Luciano Berio, George Aperghis, György Ligeti, nonché cantanti come Cristina Zavalloni, Maria Pia De Vito, Norma Winstone, Sara Serpa, Jen Shyu, Björk, e artiste ECM di estrazione etno-folk come Savina Yannatou (interessante soprattutto nei lavori con Barry Guy), Iva Bittova, Areni Agbabian, e Sidsel Endresen; è stata importante per me anche la musica vocale del Rinascimento e del Barocco, nonché le arie antiche. Quanto a Fabrizio, sono sempre state forti le influenze del trio di Keith Jarrett, ma tra i batteristi che più lo hanno influenzato ci sono sicuramente Carlo Virzi, Michele Rabbia, Roberto Dani, Christian Lillinger.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Non abbiamo ancora idee precise circa l’evoluzione del progetto, ma le direzioni potrebbero essere quella dell’aggiunta di nuovi membri all’interno del gruppo come un musicista di elettronica, e quella del lavoro su testi originali scritti da noi. Dal punto di vista musicale, ci piace l’idea di unire in maniera più definita e compiuta l’aspetto acustico e quello elettronico attraverso la presenza di qualcuno che sia esperto di live electronics, mentre sotto il profilo narrativo sarebbe bello costruire una nostra drammaturgia tramite la scrittura di testi che raccontano una storia, o che sono legati tra loro da un tema dominante, da un filo conduttore che scegliamo noi. Si tratterebbe cioè di scrivere dei testi appositamente, e non più di musicare brani preesistenti. Ancora, potrebbe essere interessante sperimentare con testi di prosa, che hanno un’impostazione discorsiva completamente diversa da quelli di poesia. Ma abbiamo bisogno di tempo per maturare una scelta precisa sul futuro. Intanto ci godiamo l’uscita di questo disco, che rappresenta per noi un motivo di grande gioia considerando il periodo drammatico che abbiamo attraversato.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Non abbiamo registrazioni in ballo ma qualche concerto sì, anche col repertorio dedicato ad Emily Dickinson. Il momento è ancora difficile dunque non abbiamo un calendario fitto di date, ma confido che possano saltare fuori altre occasioni e situazioni, magari anche in virtù dell’interesse che questo progetto può suscitare negli ambienti non strettamente musicali ma magari più affini al teatro o alla letteratura. Il nostro progetto propone infatti un viaggio anche letterario, e il suo carattere performativo lo rende per certi versi anche un po’ “teatrale”. Speriamo solo di non dover essere più costretti a stare completamente fermi com’è stato in questi mesi, perché è stato un momento davvero molto complesso sotto diversi punti di vista (per noi, come per molti altri).

 

Please, Hold on! (Vivere ancora): il nuovo singolo di Mario Donatone scritto durante il primo lockdown

Pubblicato dall’etichetta Groove Master Edition, Please, Hold on! (Vivere ancora) è il nuovo singolo di Mario Donatone. Un brano funky blues, dalle influenze latine e mediterranee realizzato in collaborazione con due grandi artisti internazionali come Chicago Beau e Roberto Luti. Testo e musica sono stati elaborati da Mario Donatone e dal bassista Davide Bertolone nel primo lockdown del 2020. Ecco il racconto di questa nuova avventura che rappresenta senza dubbio un nuovo inizio.

Mario, per cominciare l'intervista parliamo subito del singolo Please Hold On: vuoi descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda parlando del sound e delle influenze?

Si tratta di un brano nel quale abbiamo cercato in parte di modulare la classicità della tradizione blues e soul su un linguaggio ritmico moderno, dinamico ma nel senso dell’evoluzione creativa del nostro modo di vedere questa musica, senza rincorrere una contemporaneità pop che non ci interessa. Come sai anche la scelta di valorizzare le armonie vocali, e di essere una band che oltre a suonare “canta” fondendo voci maschili e femminili, ci porta naturalmente verso un crossover in cui blues, gospel, rock e jazz si incontrano naturalmente. Di nuovo in questo brano c’è l’inserimento attraverso il testo di suoni e parole italiane, un nostro modo di dare una dimensione latina e più profondamente nostra alla musica che vogliamo fare.

Raccontaci adesso la storia di questo brano: sappiamo che è nato durante il periodo più difficile della pandemia da una tua idea con Davide Bertolone: vuoi raccontarci come ci avete lavorato?

Please, Hold on (Vivere ancora) l’abbiamo scritto su What’s up durante il primo lockdown del 2020 io e il bassista Davide Bertolone, un musicista con cui ho una sintonia enorme e antica, visto che abbiamo suonato tantissimo insieme negli anni ’90, accompagnando tantissimi artisti neroamericani di blues e soul, e realizzando anche progetti originali. Dopo tanti anni di pausa della nostra collaborazione, dovuta ad una lunga assenza di Davide dall’Italia, abbiamo ricominciato a produrre musica insieme con una nuova consapevolezza dettata dall’esperienza. L’idea si è poi concretizzata grazie alla produzione in studio con l’ottimo Milo Silvestro, che suona anche le congas sul brano.

Un singolo che si avvale anche della presenza di artisti internazionali con Chicago Beau e Roberto Luti: ci vuoi raccontare anche come è nata la collaborazione con loro?

Con Chicago Beau c’è stata subito l’idea di collaborare attraverso il nostro amico Daniele Bombasaro, storico e instancabile organizzatore musicale con cui lavoriamo da tempo. Lui è una figura storica del blues di Chicago e allo stesso tempo è un personaggio assolutamente moderno, apertissimo alle contaminazioni e storicamente anche legato alla migliore avanguardia del jazz. Il suo contributo è di grandissimo valore sia all’armonica che con il suo talkin’ - rap, che ha dato un sapore unico al brano. L’idea di Roberto Luti è venuta in un secondo momento, man mano che sviluppavamo l’idea del racconto un po’ fantascientifico del video. La bellezza unica del suo suono alla slide che si sente sin dall’inizio credo spieghi da solo come non poteva che essere lui il musicista giusto per creare l’atmosfera che avevamo in testa.

Please Hold On - Vivere ancora: un titolo che rappresenta il tuo legame con la musica black made in USA e anche con il tuo essere Italiano?

Si io credo che la nostra generazione, fatta di musicisti che hanno la radice culturale italiana ancora ben definita, e allo stesso tempo hanno “macinato” tanta musica d’oltremanica, possa e debba oggi mediare in modo naturale e convinto questi due mondi, perché ci appartengono entrambi.

Parliamo anche dei riferimenti musicali che troviamo all’interno del singolo!

Non saprei risponderti con esattezza. Posso dirti che quando ho cominciato a concepirlo stavo pensando ad un antico spiritual che si chiama Hold on!, uno dei primi esempi di questa musica che ho ascoltato da ragazzo, addirittura in una versione di Eugenio Finardi nel doppio del famoso concerto per Demetrio Stratos nel 1978. Ho cercato di combinare questa prima ispirazione con un modo un po’ “latin” di usare la lingua italiana, con frasi brevi e ritmate. La mia vocalità è un punto di incontro, spero credibile, tra quelle voci rock innamorate del soul, come quella di Steve Winwood, e una certa mediterraneità melodica, accentuata dalle mie radici partenopee. Per quanto riguarda il nostro modo di scrivere, direi che si caratterizza per una fusione tra il blues e il soul più classico e il dinamismo armonico di musicisti come Donald Fagen.

Prima di salutarci c’è qualcosa di nuovo a cui stai lavorando con questa formazione di cui ci vuoi parlare?

Questo è il migliore gruppo che ho mai avuto. Nella versione live più completa esso comprende una ritmica eccezionale con Angelo Cascarano alla chitarra, Davide Bertolone al basso e Roberto Ferrante alla batteria e all’armonica, che sono anche dei meravigliosi cantanti. Ad essi si uniscono le voci stupende ed empatiche di Giò Bosco ed Isabella Del Principe. E’ chiaro che questo singolo prelude un lavoro più ampio nella direzione di questo sound, ma gli sviluppi saranno decisi e allo stesso tempo non precipitosi. Abbiamo molto materiale nuovo e vogliamo lavorarci con calma. A gennaio se non ci saranno problemi legati al Covid saremo il 21 al Don Giovanni a Roma e il 22 in un bel festival ad Atina.

Inoltre a febbraio ci sarà una mia doppia uscita molto ghiotta, un disco e un libro per raccontare il blues prebellico e il suo apporto alla cultura musicale contemporanea, uno studio molto approfondito e un progetto acustico collegato ad esso in cui sono in compagnia del solo piano acustico e della cantante Giò Bosco su quattro brani. Si tratta del più importante progetto divulgativo che io abbia mai realizzato, e ne saprete qualcosa molto presto.

Sara Fortini racconta il nuovo progetto Songs: “Un disco intimo che racchiude brani diversi tra loro”

Pubblicato dall’etichetta Emme Record Label, Songs è il disco d’esordio del duo composto da Sara Fortini alla voce e Federico De Vittor al pianoforte. Un progetto intimo che mette al centro la melodia e rivisita l’armonia di alcuni brani famosi, alternandoli ad altri inediti. Sara Fortini ci ha raccontato come è nata questa avventura...

Per cominciare l’intervista ci volete raccontare come è cominciata questa collaborazione e come è nato questo progetto in duo?

È iniziato tutto suonando insieme in diversi contesti e situazioni, condividendo musica, idee e sensazioni abbiamo trovato una forte intesa, il resto poi è arrivato spontaneamente di conseguenza. Ad entrambi piaceva l’idea di strutturare un repertorio di ballads, di canzoni lente per cui fosse necessario chiedere all’ascoltatore ma anche all’esecutore il tempo di fermarsi ad ascoltare.

Songs è un disco intimo dove la melodia, a nostro avviso, è al centro di tutto: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

“Songs” è come avete già espresso nella domanda un disco intimo che racchiude brani diversi tra loro fra cui alcuni riarrangiamenti di canzoni molto conosciute all’interno del mondo del cantautorato italiano e non solo. Al suo interno ci sono brani scritti da entrambi come “Correnti più a sud”,“Serenade” e “Colors” ma ci sono anche brani di Lucio Dalla e Umberto Bindi come “Canzone” e “Arrivederci” un brano di Monk “Ugly Beauty” e due brani dei The Beatles “Across the Universe” e “Eleanor Rigby”.

È un disco eterogeneo che cerca di dar voce alle nostre influenze più grandi nel modo più sincero e personale possibile ma soprattutto è un disco sincero, di ogni brano abbiamo registrato solo una o due take e il lavoro di sovra incisione e post produzione è ridotto al minimo.

In questo progetto abbiamo notato un repertorio piuttosto variegato, con brani vostri e altri grandi successi italiani e internazionali. In base a quale criterio li avete scelti?

Quando si lavora ad un progetto discografico che ci mette nella situazione di essere sia interpreti che autori le cose si complicano e la scelta del repertorio può essere difficile. Noi abbiamo deciso di scegliere delle canzoni che segnano o hanno segnato dei momenti particolari nel nostro percorso sia artistico che personale.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Soprattutto nella musica non esistono mai punti di arrivo ma solamente nuovi punti di partenza. Noi volevamo lasciare una fotografia che ritraesse chi siamo oggi e perché e l’abbiamo scattata con questo disco, un domani riascoltandolo saremo sicuramente diversi ma le nostre canzoni saranno ancora le stesse.

Parlando del duo piano e voce: quali sono secondo voi le potenzialità espressive di questa formazione?

Le possibilità espressive del duo pianoforte voce sono infinite, così come ogni strumento se esplorato profondamente offre continue scoperte. In questo disco le dinamiche diventano importantissime così come la capacità di trovare sfumature e colori nuovi per ogni brano, ci viene da dire che la fragilità e la forza di questo disco è proprio questa, saper trovare la giusta intenzione espressiva per ogni canzone nel modo più sincero e immediato possibile.

Chiudiamo con uno sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Stiamo continuando a comporre e a condividere musica. Nel prossimo futuro c’è l’idea di un disco che abbia un carattere più simile ad alcuni pezzi del disco come “Eleanor Rigby”, dove l’interpretazione si mescola anche ad un tipo di arrangiamento più strutturato e perché no, anche alla sperimentazione.  Ci stiamo preparando per i prossimi concerti inserendo anche altri brani trovando spunto anche da alcuni scritti di poeti più contemporanei, vi terremo aggiornati sulle prossime date.

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