Jazz Agenda

Carlo Cammarella

Carlo Cammarella

Il Genio di Eddie Lang: parte il concorso riservato a giovani chitarristi e jazz band

Largo alle nuove leve del jazz italiano. Questa la mission del concorso internazionale ‘Il Genio di Eddie Lang’, rivolto a giovani chitarristi e jazz band under 35 che quest’anno, giunto alla sua XIII° Edizione, si svolgerà in parallelo all’Eddie Lang Jazz Festival di Monteroduni. Il contest è organizzato dall’associazione culturale Eddie Lang Music Aps nata nel 2021 con lo scopo primario di curare l'organizzazione dell'Eddie Lang Jazz Festival.  Le iscrizioni sono aperte fino al 30 giugno con l’evento clou che si svolgerà nella giornata del 1° agosto quando i musicisti in gara potranno esibirsi durante le finali del contest. L’obiettivo del concorso è quello di mettere in luce le potenzialità e il talento dei partecipanti offrendo loro la possibilità di esibirsi all’interno del Festival. Oltre a questa opportunità i vincitori riceveranno un premio in denaro e la possibilità di suonare anche nel corso dell’edizione successiva che si terrà nel 2025. Lo scorso anno, invece, le band e i musicisti che hanno trionfato, ovvero il chitarrista Edoardo Cimino, Ross Quintet e Saìhs, hanno potuto registrare il loro disco presso gli studi TotoSound e Gold Pressvure di Roma. Non è un caso infatti che nel corso di queste tredici edizioni sono stati diversi gli artisti che sono usciti allo scoperto grazie a questa partecipazione affermandosi in seguito nel panorama jazzistico italiano.

Per l’iscrizione al concorso basta seguire questo link

https://www.eddielang.it/concorso-il-genio-di-eddie-lang.html

Il festival comincerà il 26 e 27 luglio con i concerti sul palco principale mentre dal 29 al 31 luglio si terrà il campus Eddie Lang Junior Fest, incentrato sulla storia del jazz e sulla figura di Eddie Lang. Un’iniziativa organizzata in collaborazione con la scuola di musica di Monteroduni dell'associazione Giuseppe De Giacomo, con la partecipazione dei maestri Vincenzo Quirico, Basilio Roselli, Marco e Paolo Zampogna, Rosaria Massaro e Nicola Hansalik Samale. Fondamentale anche il convegno del 1° agosto incentrato sulla figura di Adriano Mazzoletti mentre le due giornate conclusive che si terranno il 2 e 3 agosto con gli artisti principali sul palco.

Il collettivo che coordina il Festival è guidato dal Maestro Marco ZampognaPresidente e Direttore artistico che spiega: “Il concorso è ormai un vero e proprio punto di riferimento per giovani talenti che grazie a esso hanno la possibilità di esibirsi sul palco principale del festival. Quest’anno, dopo il grande successo della precedente edizione, siamo contenti di riaprire questa possibilità sia ai giovani chitarristi che alle jazz band. Inoltre siamo felici che i due weekend del festival saranno ricchi di attività come il Campus dedicato alla scuola di musica di Monteroduni in collaborazione con l’Aps Giuseppe de Giacomo. Ci tengo anche a sottolineare l’importanza del convegno dedicato alla figura di Adriano Mazzoletti con vari ospiti internazionali che si terrà poco prima della finale del concorso”.

1° Agosto

finali concorso "Il Genio di Eddie Lang"

Castello Pignatelli

Monteroduni (IS)

 

@ EDDIE LANG MUSIC APS è un’associazione iscritta al 5xmille - C.F. 00986690949

Lee Mays: 'Lo smooth jazz mi ha aperto le porte per eseguire le mie canzoni dal vivo'

Lee Mays, noto cantautore di Dallas, Texas, conosciuto a livello internazionale, si è fatto strada in Italia grazie alla sua partecipazione al concerto di Piazza di Spagna del Fashion&Talent nel 2019. Dopo essere apparso in Rai e su Lazio Tv come colonna sonora di alcuni cortometraggi, Lee Mays decide di promuovere un suo inedito nelle radio e nei magazine italiani. Rainbow In My Heart, distribuito da The Orchard/ Sony Music Entertainment, è uscito qualche mese fa e ha un tappeto sonoro tipicamente smooth jazz con atmosfere pop/R&B capace di ammaliare qualunque genere di ascoltatore. In questa intervista ne abbiamo approfittato per chiedere a Lee qualcosa in più sul nuovo singolo e sul suo passato. La sua esperienza e competenza ci hanno lasciati estasiati.

Lee Mays. Un onore poter parlare con te.  La prima cosa che vorrei chiederti è qual è il modo di fare musica cristiana contemporanea, da quando hai iniziato negli anni '70 ad oggi?

Quando ho registrato il mio primo album intitolato "Shine Your Love" di Percy Mays nel 1975 ero nuovo nel mondo della registrazione musicale. Non ero mai stato in uno studio di registrazione prima. Sebbene fossi considerato "il produttore", di tanto in tanto durante le sessioni facevo affidamento sull'aiuto del tecnico del suono.  Essenzialmente prendevo le decisioni su come volevo che le mie canzoni venissero suonate e mi assicuravo che ogni canzone fosse arrangiata esattamente come volevo. A quei tempi tutto era analogico. C'era un nastro di registrazione master in acetato da 2 pollici (50,8 mm) che si trovava su un registratore a bobina. Oggi tutto è elettronico e informatizzato. Quindi con le nuove tecnologie e con l’intelligenza artificiale è molto più semplice registrare e produrre la musica di oggi.

Cosa pensi delle realtà attuali che fanno christian music a livello internazionale? Mi viene da pensare ad artisti come Michal W.Smith o tutti quegli artisti che discendono  dalla Hillsong Music...

Questa è una domanda difficile a cui rispondere perché non mi considero più un artista cristiano contemporaneo. Inoltre, non ascolto la musica cristiana contemporanea di oggi; quindi, la mia risposta non sarebbe al livello di un avido ascoltatore di CCM. All'inizio della mia carriera musicale, ero un artista CCM. Il periodo in cui sono stato attivo è stato dai primi anni '70 fino al 1981, anno in cui ho lasciato completamente l'industria musicale per più di tre decenni. Durante gli oltre 30 anni in cui ho smesso di viaggiare e ho terminato le mie esibizioni sul palco, ho continuato a scrivere canzoni. Ho scritto sia canzoni cristiane che canzoni secolari che erano di natura pop e jazz romantico. Quando ho deciso di tornare nel mondo della musica come artista nel 2010, il mio genere preferito era lo smooth jazz. Sono state le canzoni smooth jazz che mi hanno aperto le porte per eseguire le mie canzoni originali in alcuni dei migliori jazz club di Mosca, San Pietroburgo, Siberia, Kiev, Riga e Minsk. Anche se ora eseguirò una o due canzoni cristiane nei miei concerti dal mio famoso album "Shine Your Love" di Percy May del 1976, mi considero un artista smooth jazz.

Negli Stati Uniti, un artista che si occupa di musica cristiana, forse particolare come te, visto che il tuo genere è più orientato al jazz, come viene visto dai colleghi musicisti?

Anche questa è una domanda difficile a cui rispondere perché negli ultimi anni non mi sono esibito molto spesso negli Stati Uniti. Dal 2011 viaggio principalmente a livello internazionale ed eseguo la mia musica originale nei jazz club di Russia, Ucraina, Bielorussia, Lettonia e Italia. Pertanto, non ho molta familiarità con la scena musicale locale di Dallas-Fort Worth, Texas e raramente interagisco con musicisti cristiani contemporanei negli Stati Uniti poiché il mio genere oggi è lo smooth jazz. Sfortunatamente, la guerra della Russia in Ucraina mi ha costretto a cancellare tutti i concerti in Russia, Ucraina e Bielorussia all'inizio del 2022. Tuttavia, sono potuto tornare a Kiev, in Ucraina, il 30 novembre 2024 per eseguire uno spettacolo speciale per il popolo ucraino al 32 Jazz Club a Kiev, Ucraina.

Pensi che la “musica cristiana” sia più un genere musicale o un'etichetta per distinguere gli artisti che cantano lodi a Dio nei loro testi?

La "musica cristiana" è tutta incentrata sui testi che enfatizzano il rapporto tra l'uomo e Dio pronunciato dal cantautore cristiano. È il testo di una canzone, secondo la mia modesta opinione, a determinare se una canzone scritta da un cantautore cristiano è una canzone cristiana. Vorrei sottolineare e far capire che esistono sinonimi per la parola "musica cristiana". Alcuni di questi sinonimi includono le parole "musica gospel", "musica ispiratrice" e "musica spirituale". Le sottocategorie includono pop cristiano, blues, gospel contemporaneo, gospel del sud, country cristiano, rap e metal.

Se parliamo di musica cristiana, qual è il limite tra il sacro e il profano?

Secondo me, una canzone cristiana non deve necessariamente contenere parole come Dio, Gesù, Spirito Santo, Il Signore, ecc. Ho scritto canzoni cristiane senza tali riferimenti ma ho invece usato i pronomi "Lui", "Tu" e "Tuo" - in lettere maiuscole significa divinità o Signore. Finché una canzone ha tali pronomi e/o finché la canzone offre un messaggio di redenzione di natura ispiratrice, come il bene sul male, l'amore sull’odio, o pace sulla guerra, allora la canzone può essere considerata cristiana o una canzone ispiratrice, secondo me.

Per quanto riguarda il cambio di testo nel mio ultimo singolo, "Rainbow In My Heart", il testo originale della prima strofa del 1976 era: "Sei la stella del mattino, voglio essere dove sei".  Nel 2023, per passare da una canzone cristiana a una canzone d'amore, ho cambiato il testo in "tu sei la mia stella splendente, voglio essere dove sei".  Nella Sacra Bibbia, "Bright Morning Star" è un titolo usato per riferirsi a Gesù Cristo.  In Apocalisse 22:16, la Bibbia descrive Gesù come "la luminosa stella del mattino".  Questo titolo trasmette speranza e sicurezza, poiché la stella del mattino è il primo corpo celeste ad apparire dopo il tramonto e prima dell'alba. Cambiando il testo in "shining star", ho pensato al titolo di una delle mie canzoni disco preferite da ballare degli anni Settanta, "Shining Star". "Shining Star" è il titolo di una canzone del popolare gruppo americano R&B, funk e soul, Earth, Wind e Fire.  In questo caso, come nel caso della mia canzone originale, "Rainbow In My Heart", le parole "stella splendente" non si riferiscono a Gesù Cristo ma a un essere umano, trasformando così la mia canzone da un tema cristiano a un tema di una canzone d'amore su una donna.

Guarda il video: https://youtu.be/d_rSCIMwZV4?si=VNbCJzgdVi0tPzXq

Rainbow in my heart è una canzone scritta nel 1976. Perché ha deciso di registrarla 48 anni fa? Dopo? Qual è stato il fattore scatenante? La scintilla?

"Rainbow In My Heart" è stato scritto nel 1976. A quei tempi non avevo le registrazioni di tutte le mie canzoni su nastro. Né avevo gli accordi e le note di ogni canzone scritti su carta. Era troppo costoso per me registrare ogni canzone scritta. Ma il testo e la melodia di Rainbow In My Heart erano facili da ricordare negli ultimi 48 anni. Da quando ho lasciato l'industria musicale, dal 1981 al 2010, ho scritto numerose canzoni. Considerando questo, non ho bisogno di scrivere nulla di nuovo dato che ho delle buone canzoni scritte negli anni Ottanta, Novanta e 2000 che sono meravigliose nei generi Gospel/Inspirational e Smooth Jazz. Ho riportato in vita Rainbow In My Heart perché stavo semplicemente cercando nuovo materiale.

Stai lavorando come produttore al film “Our White Boy”, basato sul libro di Jerry Craft, il primo un uomo bianco che giocava a baseball semi-professionista nella West Texas Coloured League nel 1959 e nel 1960. Qual è la differenza tra scrivere una canzone e lavorare per un film?

Sono il proprietario della società di produzione cinematografica, Change-Up Pictures LLC. Sono uno dei produttori e produttore esecutivo del film Our White Boy. Attualmente siamo nella fase di pre-produzione e poiché sono un principiante nell'industria cinematografica, ho la fortuna di avere l'aiuto di due dei migliori produttori cinematografici di Hollywood. A giugno ho intenzione di pubblicare su YouTube l'intervista di Dale Hansen con Jerry Craft e Clarence Myles Jr. L'intervista di 25 minuti con il leggendario giornalista sportivo di Dallas-Fort Worth, Dale Hansen, approfondirà le vere esperienze di Jerry Craft, un uomo bianco, e dei suoi compagni di squadra di baseball neri durante le loro due stagioni con i Wichita Falls/Graham Stars.

L'intervista sarà storica. Jerry Craft, che ha 86 anni, e Clarence Myles Jr, che ha 88 anni, sono gli ultimi due compagni di squadra sopravvissuti della squadra di baseball della Negro League della fine degli anni '50. Per rispondere alla tua domanda su cosa sia più semplice, è molto più facile scrivere una canzone in un giorno... che dare vita a un film importante con un budget di 5 milioni di dollari, cosa che può richiedere diversi anni. Ho iniziato a lavorare a questo progetto nel febbraio 2022.

Hai qualche artista italiano che ascolti e con cui vorresti collaborare?

Ascolto Mario Biondi! È il mio cantante italiano preferito. Adoro la sua voce e il suo stile musicale.  Se potessi emulare un artista come cantante baritono, allora sarebbe Mario Biondi. Ho avuto il privilegio di collaborare con Emiliano Pari e Pierapoalo Rainieri quando mi sono esibito all'evento Fashion&Talent a Roma nel settembre 2019. Ho un amico che ho incontrato su Facebook che ammiro e che si esibisce nei jazz club di Roma. Il suo nome è Michaela Gazzolo. Adoro il suo modo di scrivere e il suo stile smooth jazz.

In un'intervista ho letto che da bambino hai iniziato a suonare il pianoforte grazie a tuo padre. Quale strumento suggeriresti ai bambini per iniziare?

Per quella che è la mia esperienza, consiglio a tutti i bambini di imparare uno strumento. Ero autodidatta quindi non consiglierei di imparare in questo modo. Non tutti possono imparare a suonare uno strumento da soli. Non tutti riescono a trovare la motivazione per perseguire i propri sogni musicali insegnando da soli a suonare uno strumento. Penso che sarebbe più facile cercare l'aiuto di insegnanti di musica se sei seriamente intenzionato a imparare a suonare uno strumento. Prendi lezioni private o vai a scuola e impara e ottieni la guida di insegnanti di musica.

Quanto è importante secondo te la musica come mezzo educativo?

Gli studi hanno dimostrato che i bambini coinvolti nella musica come una banda da concerto, una banda musicale o un coro vocale durante gli anni scolastici ottengono risultati migliori in matematica, scienze e lingue rispetto a quegli studenti che non sono coinvolti nell'apprendimento della musica. Ero uno studente di banda alle scuole medie e superiori. Ho suonato la tuba in una banda da concerto e in una banda musicale durante i miei sei anni di scuola media e superiore.

Contatti

https://www.instagram.com/leemaysmusic/

Raff Ranieri e il nuovo disco Flows: 'Un percorso di vita ricco di esperienze'

Flows è il disco d'esordio del pianista Raff Ranieri uscito recentemente per l'etichetta Filibusta Records. Un lavoro originale, di jazz che vuole evitare classificazioni e che allo stesso tempo mescola ispirazioni. Questo album unisce e fonde quei generi musicali che l’autore sente in una maniera molto intima e personale, con la collaborazione di Marco Fazzari alla batteria e Aldo Capasso al contrabbasso, e con la partecipazione di due ospiti speciali: Simona De Rosa (voce e autrice della traccia Pictures) e Mino Lanzieri (chitarra e compositore di Until You. Ne parliamo a tu per tu con Raff Ranieri.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco Flows che è la tua opera prima: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Flows rappresenta quello che per me è stato un un percorso di vita ricco di esperienze di ogni genere e specie, che ho potuto descrivere in musica. Ogni brano rappresenta una storia a sé, il primo brano è l’incipit da cui poi si sono susseguiti gli altri brani, flussi di coscienza vari che ho eviscerato lentamente e con estrema sincerità d’animo.

Raccontaci adesso la tua storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Questo progetto, sarà strano, ma è sempre esistito, sono gli eventi della vita e le circostanze esterne ad avermi portato pian piano a costruire quello che poi si è tramutato in un percorso musicale e di vita. Tutto e connesso sinergicamente. Come un disegno che solo oggi, mi appare chiaro.

Marco Fazzari alla batteria e Aldo Capasso al contrabbasso completano la line-up del trio. Parlaci anche dei tuoi compagni d’avventura e perché li hai scelti

Il progetto è stato creato anche con la ricerca costante del giusto organico ,capace di poter valorizzare la mia musica. È stato un susseguirsi di cambiamenti che mi ha portato a trovare i musicisti che oggi mi accompagnano in questo viaggio meraviglioso, ovvero Marco, Aldo e le due guests, Mino Lanzieri e Simona de Rosa, che ci tengo a citare, perché fanno parte attivamente e interamente al mio progetto. Amici e colleghi che si sono rivelati una grande squadra su cui contare e come ogni grande squadra, non conta quanto sei bravo, conta l’interplay che si crea nella vita comune e che va a confluire automaticamente nella musica. Tutti loro sono stati capaci di dare il giusto e necessario contributo affinché la mia musica prendesse una vera essenza, senza che nessuno abbia prevalso sull’altro.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

In questo periodo cerco di trarre tanta positività e cerco di avere una prospettiva abbastanza coerente. Sento che questo sia più un punto di inizio che una fotografia o un punto di arrivo. La composizione è qualcosa che oggi più che mai sento davvero.

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

Avendo fatto anche un percorso classico, i miei riferimenti attraversano centinaia di anni di evoluzione musicale, ed ancora oggi sono in continua ricerca di fonti nuove. Sin da piccolo sono stato rapito da Bach ,Chopin ,Shubert e Mozart, cosi per quanto riguarda la tradizione moderna, ci sono vari autori ed esecutori che mi hanno rapito completamente ad esempio Oscar Peterson, Bel Evans, Herbie hancock, Chick Corea, K.Jarreth, Berry Harris, Michael Camillo ed tanti altri. Sento ogni genere musicale, perchè ogni brano può essere una fonte di ispirazione o di innovazione, che sia jazz o R&B, o funk o classica.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

Sicuramente riesco a vederlo proiettato nel futuro, non saprei di preciso come, né quale possa essere la chiara evoluzione, anche perché sono io in primis in una fase di continuo mutamento, ma sicuramente è in una fase di chiara ed evidente evoluzione.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Sicuramente ci saranno altre date oltre quelle già avvenute in questi giorni , ma probabilmente nel periodo invernale, proprio perché in questo momento è in cantiere il prossimo disco , o addirittura i prossimi due che sono già in fase di scrittura e programmazione.

Lilac Dream Duo: ‘Searching For Nothing è un viaggio: ogni brano rappresenta uno stato d’animo’

Si intitola Searching for Nothing disco d’esordio del Lilac Dream Duo, composto da Martino Corso, pianoforte, e Silvia Remaggi, voce, recentemente pubblicato dall’etichetta Emme Record Label. Una band che ama esplorare tutte le potenzialità del jazz partendo da una formazione minimale che sperimenta e spazia tra diversi linguaggi. Ne parliamo a tu per tu con i membri di questa formazione.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Searching For Nothing è impostato come un viaggio, ogni brano rappresenta uno stato d’animo, una condizione esistenziale all’interno di un percorso di vita. Noi parliamo del percorso nella musica perché è il contesto che abbiamo scelto ma si può applicare a qualsiasi ambito, a qualsiasi vocazione ci venga a chiamare. Nel mondo odierno è difficile inseguire i propri i sogni ed il viaggio verso la realizzazione è pieno di sfumature e di dualità: cadute e traguardi, crisi e gioia, senso di inadeguatezza e sensazione di essere sulla strada giusta. Il punto focale però è proprio che la battaglia più difficile è quella con noi stessi: se quel sogno ci ha scelto non possiamo che abbandonarci a lui e realizzarlo.

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Ci siamo conosciuti in Conservatorio a Genova dove eravamo entrami studenti dei corsi accademici Jazz. Abbiamo avuto modo di conoscerci personalmente e musicalmente e di vederci evolvere e maturare e, quid in più, abbiamo potuto farlo insieme. Pensiamo che questo abbia fatto si che il progetto nascesse in maniera quasi naturale: abbiamo discusso per anni scambiandoci idee sulla musica e su cosa significhi dedicarsi a questa arte nei nostri tempi e sulla musica stessa. Incanalare tutto questo nel linguaggio in cui ci esprimiamo meglio è stata la naturale conseguenza.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

I confini spesso non sono netti. In un mondo dove tutto sembra essere standardizzato ed etichettabile non è facile legittimarsi a tirar fuori la propria voce. Per noi questo è stato sicuramente un punto di arrivo, trovare il coraggio di prendere parola, esprimendo le nostre idee in libertà senza preoccuparci di essere “giusti”. Ma allo stesso modo crediamo fortemente che nella musica non si “arrivi” mai: è la curiosità e il desiderio di sperimentazione il motore stesso, la linfa vitale del tutto. Rubando le vostre parole quindi Searching for Nothing è anche una fotografia di quello che siamo stati e, per il futuro, ci auguriamo continui ad accompagnarci cambiando ed evolvendo insieme a noi.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Certo, ne abbiamo entrambi e la nostra musica è forse un punto di incontro tra le nostre diverse influenze che ad un primo sguardo potrebbero anche risultare distanti. Da una parte l’amore per i grandi ensemble jazz di Martino e quindi per la musica molto strutturata, molto “scritta” come quella di Kenny Wheeler; dall’altra l’attrazione per la sperimentazione e l’improvvisazione totale di Silvia, innamorata della musica di William Parker ma anche della sua filosofia. Il tutto ha trovato per noi un naturale collegamento, grazie a percorsi ed influenze che solo la musica può essere in grado di disegnare: Maestri come Carla Bley, Norma Winstone, John Taylor, Fred Hersch e Jay Clayton ci insegnano come tutto sia collegato e, semplicemente, musica.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Sicuramente il progetto più immediato e più importante è l’ampliamento del Lilac Dream Duo in Lilac Dream Quartet, con l’aggiunta di una splendida sezione ritmica composta da Giovanni Sanguineti al contrabbasso e Matteo Schillaci alla batteria. Quando si fa musica originale diventa difficile “aprirsi” ad altri ma è anche vero che la musica, ed il jazz in particolare, è fatta di scambio e di dialogo. Abbiamo cercato a lungo e con cura le persone giuste, con cui sentiamo un feeling umano e musicale per noi irrinunciabile.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

A fine maggio presenteremo per la prima volta il disco nella nostra città, Genova, più in particolare al Louisiana Jazz Club, un luogo al quale siamo molto affezionati. Un altro importante palco sarà sicuramente quello del Fara Jazz Festival ad Agosto. Per quanto riguarda altre registrazioni possiamo dire che sicuramente è nelle nostre intenzioni proseguire in questa esplorazione che abbiamo cominciato con Searching for Nothing ma sappiamo molto bene che la musica ha bisogno di tempo, per essere creata, per essere ascoltata, per essere compresa r noi intendiamo far fluire liberamente le idee, finché non sarà il momento di dar loro voce.

 

Lucia Ianniello, KEEP LELT And Go Straight South: ‘Un lavoro senza filtri e compromessi’

Pubblicato dall’etichetta Filibusta Records KEEP LELT And Go Straight South è il terzo disco come bandleader della trombettista e compositrice campana, Lucia Ianniello. Un progetto composto interamente da brani originali in cui per la prima volta l’artista è anche autrice di alcuni testi, in qualità di cantante, oltre che di strumentista. Questo album è anche la rappresentazione sonora di un profondo cambiamento, sia musicale che interiore. Hanno partecipato alla realizzazione di questo lavoro il pianista, compositore e didatta Paolo Tombolesi, il chitarrista Roberto Cervi e Alessandro Forte, batterista, presente in quattro dei nove brani. Ecco il racconto di Lucia Ianniello.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

È un lavoro composto interamente da brani originali, nove tracce che indicano più che un percorso, una direzione coerente d’intenti, condivisa insieme ai musicisti che hanno reso possibile questo disco: Paolo Tombolesi  pianoforte e tastiere, Roberto Cervi chitarre e Alessandro Forte batteria. E la direzione è quella di un utopico Sud, come scrive Filippo La Porta nelle note di copertina, soprattutto di un mito culturale e civile.

Raccontaci adesso la tua storia: come è nato questo progetto, come si è evoluto nel tempo e in cosa si differenzia dai progetti precedenti?

È cominciato tutto in trio; infatti, la batteria di Alessandro si è aggiunta solo in quattro brani ma poi ho deciso che la dimensione del quartetto fosse più congeniale per il live e aumentasse il grado di espressività e i colori della nostra musica. I primi due dischi pubblicati nel 2015 e 2017 con SLAM Production, rispettivamente Maintenant in quartettoe Live at Acuto Jazz in quintetto, sono strettamente collegati tra loro perché buona parte del repertorio è dedicato alla musica della Pan Afrikan Peoples Arkestra e all’opera e alla visione di Horace Tapscott. Poi c’è stato nel 2022 My one and only Planet (Freely Records) realizzato in quintetto con musica interamente improvvisata.

KEEP LEFT and go straight South appena pubblicato con Filibusta Records non è stato un progetto ragionato, pur contenendo anche brani molto strutturati, ha preso forma nelle lunghe passeggiate lungo il mare. Spesso ho canticchiato motivi e testi che, sul momento, ho registrato col cellulare e poi riportato sulla tastiera del pianoforte. Rispetto ai precedenti lavori la componente compositiva è più presente, a parte un brano firmato da Paolo Tombolesi, tre sono scritti a quattro mani (di cui uno con il chitarrista Roberto Cervi) e tutti gli altri sono mie composizioni."

Questo disco rappresenta per te un cambiamento musicale e interiore. Ce ne vuoi parlare?

Penso che questo lavoro contenga in sé una schiettezza e una semplicità che, pur essendo caratteristiche del mio carattere, ho tenuto celate nei precedenti dischi e che qui si sono manifestate naturalmente attraverso l’uso della lingua napoletana e la scrittura di tre brevi testi. Sono sicura che procederò mantenendo questa nuova direzione perché comporre la propria musica ed essere autrice dei testi che canto, non da cantante, tengo a precisarlo, ma essendo una strumentista, è molto appagante. Non ho certo scoperto l’acqua calda ma è quello che oggi motiva la mia urgenza espressiva, perché riduce la distanza dal pubblico e mi consente di veicolare messaggi, pensieri, non soggetti a fraintendimenti.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Rappresenta quello che sono in questa fase, o meglio che sono stata, perché è già esperienza passata, non è né partenza, né arrivo, solo verità di rapporto e di vita vissuta appieno e in armonia con me stessa e con gli altri musicisti. Questo lavoro non è passato attraverso alcun filtro, mi riferisco ad eventuali compromessi a cui ci si sottopone, a volte, per rendere più appetibile un prodotto musicale composito. È un punto di vista musicale libero e ha il pregio, secondo me, di far riflettere su argomenti non propriamente leggeri come le diseguaglianze sociali, il razzismo, i movimenti migratori, con garbo e solarità.

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

Devo confessare che ascolto di tutto da sempre, dalla musica popolare a quella pop, dalla classica al jazz, alla musica sperimentale contemporanea. Tra i trombettisti, per esempio, ha avuto un certo ascendente su di me la britannica Alison Balsom, musicista classica, almeno per quel che riguarda il suono e la naturalezza dell’emissione. Stilisticamente punto di riferimento sono stati: Miles Davis, Jon Hassell, Nils Petter Molvær e Arve Henriksen. E comunque, ripeto, ascolto e apprezzo molti musicisti ma la lista sarebbe troppo lunga.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi, quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

Evito di rispondere. Non amo vivere proiettata nel futuro, la mia musica è quello che sono mentre vivo con i musicisti con cui mi accompagno al momento. E da cosa nasce cosa, sull’onda delle emozioni e dei sentimenti.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

La prima presentazione del CD è prevista il 31 maggio ad Atina (FR) come anteprima del Festival Atina Jazz 2024, poi saremo a Lucca Jazz, a Terracina Jazz Festival, a luglio in Germania nell’ambito del Fliedner Musiktage, un festival innovativo rivolto a pazienti psichiatrici ma aperto anche al pubblico. Con la riapertura, dopo l’estate, presenteremo il CD alla Casa del Jazz di Roma, etc.

In cantiere, più che una nuova registrazione c’è la pubblicazione di un libro… ma questa è un’altra storia.

Gianmarco Ferri racconta il disco On the scene: 'Lo swing è il cuore pulsante di questo album'

Pubblicato dall'etichetta GleAM Records On the Scene è il primo album da leader del chitarrista e compositore molisano Gianmarco Ferri che vede la partecipazione di Stefano Battaglia al contrabbasso, Luca Santaniello alla batteria e il featuring di Marcello Allulli al sassofono tenore sulla ballad So Close. L'album è inoltre impreziosito dalla presenza del pianista statunitense David Kikoski, autentico maestro del Jazz contemporaneo che ha contribuito in modo significativo al progetto. Ecco il racconto di Gianmarco Ferri.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

L’intento principale del disco era quello di diffondere gioia e energie positive attraverso la musica. Questo progetto è stato concepito per far ‘’ballare’’ le persone immergendole in un'atmosfera coinvolgente e festosa. Lo swing, che rappresenta il mio amore più grande, è il cuore pulsante di questo album, trasmettendo un'energia contagiosa che invita l'ascoltatore a muoversi e a lasciarsi trasportare dal ritmo. Spero che chiunque ascolti questo disco possa sentirsi allegro, ispirato e pieno di vitalità, proprio come mi sentivo io durante la sua creazione. Che la musica possa essere un ponte verso la felicità e la condivisione di emozioni positive!

Raccontateci adesso la tua storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Credo che per tutti i musicisti la realizzazione del primo disco rappresenti qualcosa di molto complesso sopratutto per la costante sensazione di non sentirsi mai davvero pronti. La persona che mi ha davvero spinto nella realizzazione di questo lavoro è Luca Santaniello, nonché batterista presente nella recording. Luca è un amico straordinario e un batterista eccezionale che ha avuto un impatto straordinario sulla mia vita e sulla mia creatività. La sua costante fiducia in me è stata un faro luminoso che mi ha spinto a superare i miei limiti. La sua passione per la musica e il suo talento straordinario sono un'ispirazione costante per me, e il suo supporto incondizionato è stato fondamentale per darmi la forza e la determinazione necessarie per realizzare questo progetto. Una volta che ho preso fiducia sono andato dritto nel processo di creazione del lavoro con una grande confidenza.

La collaborazione con un grande pianista come David Kikoski: ce la vuoi raccontare?

La connessione tra me e Dave Kikoski è avvenuta grazie a Luca. Luca, trasferitosi a New York nel 2001, conosceva Dave. Durante l'estate scorsa, Dave era in Italia per un tour e siamo riusciti a portarlo in studio per registrare il disco in una giornata.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Assolutamente, il disco per me è come uno "stamp" della mia evoluzione musicale fino a questo momento. La musica è un medium in costante mutamento, sempre in evoluzione e in continua trasformazione, prendendo nuove forme e influenze. Ogni giorno trascorso con il mio strumento rappresenta un capitolo della mia espressione artistica in un dato momento, catturando le mie idee, emozioni e visioni musicali. È affascinante pensare a come la musica si adatti e si rifletta nel contesto culturale e temporale in cui viene creata, mostrando sempre nuove prospettive e sfaccettature della creatività umana.

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

Grant Green e Wes Montgomery sono senza dubbio i miei esempi più grandi sin da quando ho cominciato a suonare. Sono sempre però stato attratto da altri strumenti e ho cercato di applicare i concetti da loro esplorati sulla chitarra prendendo ispirazione da sassofonisti come Dexter Gordon e Sonny Stitt, così come pianisti come Wynton Kelly e Ahmad Jamal. Devo anche dire che amici e colleghi musicisti sono la mia costante fonte di ispirazione, incoraggiandomi sempre a migliorare e a esplorare nuove frontiere musicali. La collaborazione e lo scambio creativo con altri musicisti sono davvero fondamentali per la mia crescita artistica e la continua evoluzione della mia musica.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

Attualmente, l'obiettivo principale è portare il progetto in giro. In futuro, potrebbe esserci la contemplazione di un nuovo lavoro musicale che incorpori una evoluzione stilistica o concettuale, magari esplorando nuove influenze o sperimentando con nuove tecnologie per creare un'esperienza diversa. Devo però specificare che per me è fondamentale mantenere un forte attaccamento alla tradizione e allo swing anche mentre esploro nuove direzioni musicali per garantire che la radice storica e l'energia dell'originalità rimangano saldamente integrate nel mio lavoro futuro.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Al momento, sto pianificando una serie di concerti in diverse città per promuovere il lavoro di tutti noi. Parallelamente, sto lavorando su nuovi brani che spero di portare avanti per esplorare nuove sonorità e arricchire il mio repertorio. Sono entusiasta di ciò che il futuro potrà portare e non vedo l'ora di condividere queste nuove esperienze con altre persone.

Nugara Trio in concerto presso il Mare Culturale Urbano

 

GIOVEDÌ 30 MAGGIO alle 21:00 Nugara Trio faranno tappa a Milano per la nuova tappa del loro Tour italiano, ospiti del bellissimo Mare Culturale Urbano. 
Francesco Negri (piano), Viden Spassov (contrabbasso) e Francesco Parsi presenteranno la musica di "Point of Convergency", il loro debutto discografico uscito a giugno per GleAM e distribuito da IRD International Records Distribution.

“Atmosfere estremamente ben connesse con eleganza, gusto e che riescono a mettere in bella evidenza le personalità e la conoscenza dei molteplici linguaggi musicali di Francesco Negri, di Viden Spassov e di Francesco V. Parsi. Questo è già un Trio con la T maiuscola e con ancora ampissimi margini di crescita. Bravi!”
Dado Moroni

Francesco Negri, Viden Spassov e Francesco V. Parsi sono tre giovani musicisti provenienti da diverse città d’Italia, rispettivamente Genova, Torino e Firenze, che si conoscono ai seminari di Nuoro Jazz 2021 dove, grazie a un provvidente colpo del destino, si ritroveranno insieme perche vincitori delle annuali borse di studio come migliori studenti. E’ la nascita dei Nugara Trio, che decidono di omaggiare il luogo della loro nascita e la magia della terra sarda con un nome derivato da Nugoro, nome antico di Nuoro. 
Tre musicisti, tre animi diversi, tre spiriti che hanno incrociato il loro viaggio quasi per caso, come tre linee che dall’ignoto dell’infnito si sono intersecate in unico punto, il punto di convergenza, punto dal quale nasce la musica del Trio. Una musica di diffcile collocazione artistica e di genere, ricca, complessa, melodica: ognuno dei tre musicisti porta all’interno del disco quello che e il suo bagaglio musicale e culturale, spesso in confitto, frutto di un processo di creazione mai banale e a volte contraddittorio ma sempre in grado di raggiungere quel grado di equilibrio e di armonia che rende “Point of Convergency” un disco che vive di vita propria, e che si rinnova in ognuna delle sue 8 tracce. 
Come i vertici di un triangolo che convergono in un unico punto centrale, i tre musicisti hanno riversato nei brani alcune delle loro maggiori infuenze musicali verso le quali sono in debito; dalla musica classica e romantica, al folk e alla world music, il pop, il progressive rock e infine il jazz che, con la sua capacità di fagocitare suggestioni e restituirle con un volto nuovo, chiude il cerchio.

 

Il Tour è organizzato da Accademia Europea d'Arte "LE MUSE" e Monfrà Jazz Fest con il supporto di SIAE e Ministero della Cultura all'interno del bando #PerChiCrea .

Info e prenotazioni 
Email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Telefono: +39 02 4507 1825

 

Indirizzo
Via G. Gabetti, 15

20147 – Milano

 

Ingresso 
Gratuito

START h 21.30

Ultime foglie: l’ottavo disco di Pensiero Nomade raccontato dal leader Salvatore Lazzara

Pubblicato dall’etichetta Filibusta Records, Ultime foglie è l’ottavo disco di Pensiero Nomade: un lavoro che rappresenta la sintesi di tutte le ispirazioni musicali del leader Salvatore Lazzara che rappresenta un nuovo punto di partenza. Completano la line-up di questo album Davide Guidoni (Batteria, percussioni), Edmondo Romano (flauto basso, duduk, fluier, chalumeau, clarinetto, low whistle) e Giorgio Finetti al violino. Ci racconta questo progetto Salvatore Lazzara.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Il tema centrale del progetto è la voglia di cambiare, di affrontare un viaggio esistenziale, di mettersi in movimento per andare altrove. Non è un concept album, ovviamente, ma c’è questo filo rosso che lega tutte le tracce: da un lato il bisogno di allontanarsi e di prendere distanza dalle cose consuete, dall’altro la smania di conoscere cose nuove e mettersi in gioco. Questo diciamo è il concetto, l’idea. Se metti tutto questo in musica trovi Ultime foglie, che infatti si muove da presupposti ormai consolidati per me, sia sul piano compositivo che strumentale, ma si spinge un po' più in là, nell’uso di strumenti diversi, nella ricerca di atmosfere diverse.

E cosa è cambiato in questo disco rispetto ai precedenti di Pensiero Nomade?

Un cerchio perfetto, l’ultimo lavoro fin qui, provava a mettere dei punti fermi sul piano dello stile e della forma: c’era il bisogno di fare sintesi di tutte le ispirazioni che avevo, di consolidare la maniera in cui componevo. E soprattutto c’era il bisogno di fissare l’immaginario musicale, che era fatto di jazz, di progressive rock, di musica elettronica e acustica, di world music. Tante direzioni diverse che volevano trovare una sintesi. In Ultime foglie c’è una tensione più al ritmo, al movimento e al racconto; per certi versi è venuta fuori una musica cinematica, meno riflessiva o estatica.

Raccontaci adesso la tua storia: come si è evoluto nel tempo Pensiero Nomade e cosa è cambiato dall’inizio?

Pensiero nomade è nato come un progetto con tante influenze, spesso anche contrastanti fra loro. Era un bisogno di mettere dentro tutto l’universo musicale che mi affascinava in qualcosa che fosse mio e che mi rappresentasse. C’era dentro anche tanta ingenuità e forse un pizzico di presunzione nell’accostarsi alla musica di artisti che consideravo dei mostri sacri pensando di riproporla in una miscela personale. In alcuni momenti questa miscela è stata più instabile che in altri. Oggi, dopo otto cd, Pensiero nomade ha una sua personalità distinta, molti approcci sono cambiati, molte idee si sono rivelate velleitarie, altre si sono consolidate. Sono convinto che chi mi ha seguito fin qua ha compreso lo sforzo di “raffinare e semplificare”, che ho fatto in questi anni (nel 2025 il progetto avrà 18 anni esatti). È un’attività faticosa, ma ho avuto ottimi compagni di strada, alcuni dei quali sono ancora qui con me a fare musica insieme. E questo per me è il più grande segnale che qualcosa di buono è stato fatto.

Cosa rappresenta per te questo disco: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza?

Diciamo che sono soddisfatto dell’attuale forma del progetto, e penso che Ultime foglie sia una giusta rappresentazione di cosa rappresenta oggi per me Pensiero nomade. Dicevo prima che il concetto guida del progetto è la voglia di cambiare e di mettersi in movimento: Ultime foglie vuole trasmettere proprio la gioia e l’ebbrezza del viaggio e del cambiamento (come in Avidi gli occhi). Ma a volte anche la fatica e la disperazione del viaggio (come, ad esempio, in Passava un angelo che è una traccia ispirata dal tema delle migrazioni).

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

La lista sarebbe lunghissima, anche perché non sono mai stato troppo legato a questa o quella corrente musicale al punto di farmene assorbire completamente. Ci sono musicisti che non ho mai abbandonato, penso agli Oregon di Ralph Towner, ai progetti solisti di Robert Fripp; altri che ho amato da lontano, come David Sylvian o Sakamoto, altri che mi hanno affascinato per un po’. Ci sono “estetiche” musicali che mi affascineranno sempre, come il jazz della ECM, altre che ho solo sfiorato. In tutto questo poi molto è stato determinato da chi con me ha creato la musica di Pensiero nomade, i musicisti che hanno portato il loro immaginario e la loro estetica dentro al progetto. Oggi in generale sono meno legato agli artisti e più alla musica, anche quella meno nota che arriva da tutto il mondo (e che magari non è conosciuta da noi, ma famosa altrove).

Pensiero Nomade ci sembra un progetto sempre in evoluzione. Come lo vedi nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

L’essenza del progetto è, strano a dirsi, nel suo nome; Pensiero nomade può evolversi ancora, senza dubbio, ma sono convinto che ci saranno sempre dei punti fermi, perché se è vero che con il pensiero viaggiamo veloci, con il corpo, con la materia, facciamo fatica a spostarci a sradicarci dalla nostra zona di confort. Quindi ci saranno cambiamenti, ma nella direzione che ormai caratterizza il progetto, una miscela di world music e jazz, di acustico e di elettronico, con un orecchio al mediterraneo ed uno al resto del mondo.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

C’è già tanta musica che sto scrivendo, per almeno un paio di progetti. Ma in tanto c’è questo cd da far ascoltare a tante persone; quindi sicuramente il viaggio continua!

Gio’ Bosco a teatro con lo spettacolo Creuza de Ma: ‘De André un faro della cultura italiana’

Un concerto teatrale che ripercorre la storia di Fabrizio De André attraverso i brani più significativi della sua lunga produzione. Tutto questo è Creuza de Ma e altre cattive strade, spettacolo ideato da Gio' Bosco e da Mario Donatone che si terrà il 9 e 10 maggio presso il Cineteatro 33 con la partecipazione del coro World Spirit Orchestra - Joyful Noise e di Massimo Iacobacci alla fisarmonica. Un viaggio nel tempo che parte dagli umori francesi e popolari dei suoi inizi, con brani irrinunciabili come La canzone di Marinella, Bocca di Rosa, Via del campo, e che passa per i concept album degli anni 70 come Non al denaro né all'amore né al cielo, Storia di un impiegato, La buona Novella, per arrivare alla parte più dialettale e World. Ne parliamo a tu per tu con Gio’ Bosco.

Fabrizio de André: un gigante del cantautorato e della musica italiana. In che modo verrà ripercorsa la poetica questa figura così importante in questo spettacolo?

Ripercorreremo l’arte di De André seguendo il cammino storico della sua produzione per mettere in luce le varie fasi della sua musica. Partiremo naturalmente da alcuni brani del primo periodo fino ad arrivare alla parte world passando per i concept album degli anni 70 .

Vuoi darci anche qualche anticipazione su come sarà strutturato lo spettacolo e anche quali saranno alcuni dei brani che porterete in scena?

Lo spettacolo si svolge come una narrazione che arricchisce l’esecuzione dei brani con aneddoti e ricordi anche personali; vi è una prima parte molto minimalista con me alla voce, Mario Donatone piano voce e arrangiamenti, e Massimo Iacobacci alla fisarmonica, e una parte finale con la partecipazione del coro World Spirit Orchestra/Joyful Noise , che io e Mario dirigiamo da diversi anni. Tra i brani vi sono alcuni immancabili classici  (Via del Campo, Marinella, La Guerra di Piero ) ma anche altri meno conosciuti, fino a quelli in dialetto genovese, una lingua vera e propria che De André ha valorizzato nel suo periodo world come idioma mediterraneo per eccellenza (A Cumba, A Domenega, Creuza De Ma eccetera).

Proprio a questo proposito quali sono i brani a cui sei maggiormente legata?

Il primo brano che mi colpì fu Geordie, una ballata in uno stile insolito per quel periodo che mi fece  anche riflettere sull’ingiustizia della pena di morte. Ogni brano di questo grande autore mi dava innumerevoli spunti di riflessione e sconvolgeva il pensiero comune; come nelle canzoni collegate al clima politico degli anni 70, che ho vissuto da ragazza, ad esempio Il Bombarolo, o quelle contro la guerra e le ingiustizie sociali come La Guerra di Piero e La Collina; e naturalmente mi hanno affascinato i brani che mettevano in discussione la morale bigotta e borghese dell’epoca, come Via Del Campo e Bocca Di Rosa.

Ci sono degli aspetti nascosti di Fabrizio de André che forse noi non conosciamo e che soltanto una persona nata e cresciuta a Genova può afferrare veramente?

Sicuramente certe espressioni dialettali e aspetti caratteriali propri di una persona nata e vissuta a Genova sono più leggibili da un conterraneo, così come la vicinanza con la cultura francese ma nell’arte di De André prevale un universalità accessibile a tutti rispetto alla peculiarità di un appartenenza regionale.

Un cantautore trasversale dalle mille sfaccettature: quali sono gli aspetti che ti hanno affascinato maggiormente di questa figura?

Secondo me la sua poesia e la forza descrittiva dei suoi testi non hanno eguali nel panorama italiano, le parole delle sue canzoni hanno un effetto fisico e profondamente evocativo. Anche la sua ricerca musicale è stata eclettica e allo stesso tempo di grande valore, ha avuto l’abilità di percorrere sempre nuove soluzioni, avvalendosi anche della collaborazione di grandi musicisti e arrangiatori.

Che retaggio culturale ci ha lasciato Fabrizio de André e secondo te come ha influenzato e ispirato diverse generazioni anche di cantautori?

L’opera di De André rappresenta un patrimonio di grande valore culturale che ha legami con il medioevo, con la poesia e la letteratura in genere e con la musica popolare di sempre. De André è stato un faro della cultura italiana del XX secolo ed è a tutt’oggi un esempio per chiunque voglia fare il cantautore o semplicemente l’autore. Quando portiamo in giro la sua musica vengono molti ventenni che lo vedono come un caposcuola e trovano perfettamente attuale il suo messaggio.

Un’ultima domanda: De André è a nostro avviso un cantautore senza tempo che racconta storie universali. Nonostante questo, da genovese, hai forse nostalgia di alcune storie o aspetti della tua città che sono stati raccontati nelle sue canzoni?

Ho lasciato Genova a 15 anni e ogni aspetto di quella città è di quell’atmosfera nelle sue canzoni mi fa sentire un po’ a casa. Andavo nei “carruggi” da bambina con mia mamma e vedevo quelle “graziose” citate nei suoi brani e passavo in quei “quartieri dove il Sole del buon Dio non dà i suoi raggi” e sentivo al mercato orientale di via XX settembre i suoni dei venditori registrati in “Creuza de Ma”. Inoltre abitavamo con la mia famiglia proprio in cima a una “Creuza”: una salita lastricata di mattoni affiancata a due muri come una mulattiera, come se ne vedono molte nella mia città. Può sembrare insolito sentire De André cantato da una donna ma ti posso assicurare che quando canti qualcosa che ti appartiene la tua voce diventa un medium tra il tuo vissuto e le storie di tanta gente.

Jack De Carolis racconta il nuovo disco Sparks of cosmic fire

Pubblicato dall’etichetta Emme Record Label Sparks of cosmic fire è il disco d’esordio del trio guidato dal chitarrista Jack De Carolis completato da Luigi Cataldi al basso e Pasquale Cataldi alla batteria. Un disco dall’innato senso melodico, dai tratti onirici in cui spicca una perfetta empatia tra i musicisti. Ecco il racconto del leader di questo progetto.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Il disco "Sparks of Cosmic Fire" è un lavoro che non è stato pensato e strutturato nel senso canonico del termine. Ormai da anni tengo in cantiere brani o idee anche stilisticamente lontane tra loro, accomunate però da un aspetto comune: l'idea intuitiva come punto di partenza. Si può immaginare che proprio questo sia il concept dell'album, infatti, nel titolo stesso mi riferisco a un aspetto particolare del "fuoco", la sua ottava alta, la spinta creatrice e generatrice. L'occasione di un concorso dell'etichetta Emme Record Label di Enrico Moccia mi ha dato modo di rendere organiche, ultimare e dare forma a queste idee, scintille, che successivamente si è concretizzata nell'uscita del disco a inizio gennaio di quest'anno.

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Il progetto è nato come un guitar trio jazz standard che ci ha guidato e insegnato tantissimo, una vera e propria palestra per poi poter cominciare a comporre brani originali. L'amicizia, l'appartenenza allo stesso territorio e i gusti musicali condivisi di tutti i membri del trio ci hanno dato modo di passare molto tempo a sperimentare e sviluppare le nostre idee e, di fatto, si è trasformato in un vero e proprio laboratorio compositivo. La logica collaborativa e aperta alla contaminazione di tutti i membri rappresenta un elemento essenziale per l'idea del trio che ho sempre avuto, e, allo stesso tempo, a mio parere, permette la sua naturale evoluzione.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

La risposta più completa sarebbe tutte e tre le cose, ma allo stesso tempo nessuna delle tre. Il momento dalla registrazione è chiaramente un fermo immagine della vita musicale del trio. In un certo senso è un punto di arrivo, inteso come raccontare e racchiudere nel disco tutto quello che musicalmente sono stato, tutto il mio bagaglio e le influenze fino a quel momento storico. Inevitabilmente punto di partenza proprio per la natura umana, in quanto esseri in continua evoluzione. Allo stesso tempo nessuna delle tre cose perché mi piace pensare alla musica, alla composizione come qualcosa di molto simile al lavoro dello scultore, cioè, tirare fuori da un blocco di marmo l'immagine che già c'è e che c'è sempre stata.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Tra le nostre influenze sicuramente rientra buona parte del panorama del jazz moderno, da Kurt Rosenwinkel a Brad Mehldau, fortemente affascinati dalla complessità armonica e ricerca ritmica, passando per il lirismo e l'armonia intricata di alcune correnti stilistiche provenienti dal Brasile, in particolare di Toninho Horta(al que dedico un brano nel disco), grandissimo chitarrista e Compositore. Non possiamo non annoverare tra le nostre influenze il potere della semplicità melodica della musica dei Beatles, e, infine, una band dei nostri giorni che un po' racchiude e sintettizza secondo la nostra opinione molti di questi elementi in maniera poetica: i Radiohead. In tutto ciò l'improvvisazione rappresenta un terreno comune, la modalità di espressione più soggettiva di ogni musicista.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Mi piace dare spazio all'imprevedibilità di ciò che può riservare il futuro, allo stesso tempo ci auguriamo di portare il più possibile dal vivo la nostra musica ovunque, che rimane sempre l'esperienza più diretta e appagante per un musicista. A livello evolutivo il progetto è nato sulla base del principio di flessibilità, sia dal punto di vista di genere e contaminazione ma anche della possibilità di ampliare l'organico se le composizioni ne richiedono l'esigenza. Quindi, personalmente, anche sulla base delle ultime idee compositive tirate giù vedo realizzarsi concretamente entrambe le cose descritte.

Quest'estate ci sarà la presentazione ufficiale del disco presso il "Fara Music Festival" e successivamente altri concerti di promozione in Provincia di Latina e nel Lazio in generale. In cantiere c'è l'idea di un nuovo album, magari con una formazione allargata e leggermente diversa rispetto al trio. Mi piace pensare che sicuramente sarà una continuazione del mio ultimo lavoro soprattutto come concept. Ma per il resto non voglio dare troppi spoiler, spero che ci aggiorneremo presto!

 

 

 

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