Jazz Agenda

Carlo Cammarella

Carlo Cammarella

Gabriella di Capua racconta In the Night: “Un’unione tra sonorità nujazz e suoni elettronici”

In the Night è il disco d’esordio della vocalist Gabriella di Capua recentemente uscito per l’etichetta Romolo Dischi. Un progetto in cui il jazz, l’elettronica e tanti altri linguaggi si fondono creando un sound originale e moderno.  Gabriella di Capua ci ha raccontato come è nata questa nuova avventura...

Ciao Gabriella, per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Il disco rappresenta un momento particolare legato ai miei 20 anni, è una raccolta di brani che parlano della storia con un ragazzo con cui potevo sentirmi felice ma anche molto triste. Una storia a volte difficile e poco positiva in cui mi sentivo spesso messa da parte e che mi ha portato a riflettere sulla realtà che stavo vivendo e se potesse essere condivisa anche da qualcun altro. Per questo ho deciso di scrivere di un argomento personale.

Raccontaci adesso la storia di questo progetto: come è nato e come si è evoluto nel tempo?

Questo progetto è nato quando mi sono trovata da sola e ho deciso di concentrarmi sulla musica che di sicuro non mi avrebbe fatto sentire male come lui. Così ho deciso di prendere quei testi e di trasformarli in un progetto che ora è diventato quasi un mood of life. Il disco si intitola In the night perché da musicista con il mio piccolo tour mi esibisco di notte, momento della giornata in cui sento più sensibilità artistica e inguaribile nostalgia. 

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Una fotografia esattamente del momento in cui tutto é cominciato, e anche finito in un certo senso. Ha sancito la fine della mia vecchia vita in cui non mi curavo della mia carriera e vedevo la musica non come essenza della mia vita; ha sancito l’inizio della mia devozione per la musica, con le sue complessità, l’amore per l’arte e la ricerca del suono.

In the Night è un disco con diverse sonorità che spaziano tra jazz/acid jazz al nusoul, popRnB: quali sono e sono stati i tuoi principali riferimenti musicali?

Mio padre con la sua cultura musicale e con il suo essere un pianista mi ha fatto conoscere tanta musica ed é stato il mio primo riferimento. Dopo, con la mia ricerca personale, i miei riferimenti sono diventati tanti e diversi, dal jazz con Keith Jarrett, Norma Winstone, al pop con Lana del Rey, Beyoncé, poi l’hip hop con Kendrick Lamar, ASAP Rocky, Travis Scott, poi Jordan Rakei, Massego, Solomun, Paul Kalkbrenner. Insomma, vari generi che non mi piace usare perché alla fine ascolto e mi riferisco a tutto ciò che mi piace, a prescindere da essi.

Come vedi il tuo progetto nel futuro e quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

È un po’ che lo portiamo avanti, ora stiamo lavorando a dei nuovi brani che credo siano la naturale evoluzione del disco che abbiamo fatto uscire quest’anno, questa volta con più testi in italiano. L’essenza é sempre un’unione tra sonorità nujazz e suoni elettronici. Mi piacerebbe unire i due mondi da sempre quasi agli antipodi, anche se la storia della musica è piena di esempi e strade già percorse in questo senso, ma speriamo di affinare sempre di più la nostra personalità musicale attraverso le sperimentazioni.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: ci vuoi raccontare se hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Abbiamo un po’ di concerti fortunatamente, sono reduce dal mio primo concerto a Roma alla Terrazza del Gianicolo ed è stato molto emozionante. Ora a brevissimo ho un fine settimana tutto partenopeo perché suonerò il 29 luglio alla Ex Base NATO per il festival Indie, Rock e dintorni e il 31 al Cafè Street di Torre del Greco. Registrazioni si, a settembre entreremo nel pieno della produzione e della creazione, una volta finita la stagione estiva e i concerti.

Come Again - l’esordio discografico del duo B.I.T: “La musica portata alla sua essenza”

 

Un disco che attinge gran parte del repertorio dalla tradizione classica rivisitando i brani attraverso l’improvvisazione jazz. In questo modo potremmo riassumere l’essenza di Come Again, disco d’esordio dei B.I.T., ovvero Danielle Di Majo al sax e Manuela Pasqui al pianoforte, uscito per l’etichetta Filibusta Records. Ecco il racconto delle due autrici...

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Certo! Forse non brevemente...Come Again è un disco molto melodico, parola chiave: Lirismo. Cerchiamo la melodia, il canto sopra ogni altra cosa, spesso a discapito dei fuochi artificiali e degli esibizionismi tecnici che in genere sono argomenti di facile presa, soprattutto nell'ambito del jazz e dell'improvvisazione. Abbiamo cercato di ridurre, spogliare la musica e portarla a una essenza quasi embrionale, lavorando sui brani della tradizione e su nostre composizioni in maniera totalmente spontanea e estemporanea. E' un disco “live”, cioè non ci sono sovraincisioni. E' una fotografia realistica del momento presente, senza trucco, senza paura. Da un punto di vista ideologico Come Again è anche il nostro grido di resistenza al silenzio e all'immobilità imposti dalla gravità di questo evento sconvolgente che è stato e in parte ancora è la pandemia.

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo duo e come si è evoluto nel tempo?

Abbiamo cominciato a collaborare all'interno di un altro progetto musicale, un quartetto dedicato a Wheeler, nell'anno precedente la pandemia. Lì ci siamo conosciute musicalmente e personalmente. E' stata proprio la pandemia a darci la spinta per fare altro. Un modo per approfondire legame e ricerca in un momento molto, molto faticoso e penoso.

Perché la scelta di mescolare brani tradizionali con la tradizione jazz?

Come ti spiegavamo nella presentazione del disco, abbiamo scelto di lavorare sui brani della tradizione, la nostra tradizione (quella del bel canto per intenderci), soprattutto per una questione di ricerca melodica. Quello tradizionale è un patrimonio potremmo dire genetico, che abbiamo cercato di ricontattare, come un'analisi dell'inconscio, attraverso il nostro approccio alla musica e all'improvvisazione: molti dei brani del disco provengono dalla tradizione “classica”; non è un'operazione nuova quella di attingere al passato, soprattutto per musicisti trasversali, cioè che affondano le loro radici in linguaggi diversi, dal patrimonio classico, al folk o al jazz. Entrambe abbiamo queste caratteristiche, seppur con esperienze e approfondimenti differenti e questo ci ha da subito messe in grande sintonia. Manu lavora da tanto sulla rielaborazione in chiave improvvisativa del patrimonio antico e con Danielle ci siamo riconosciute anche nella direzione, nella ricerca del suono e dell'espressività. E' una sintonia intellettiva e emotiva che ci conduce attraverso il lavoro sui brani originali, sull'interazione e sugli arrangiamenti.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Il musicista di riferimento di Danielle è senza dubbio suo marito, Giancarlo Maurino, con il quale condivide la vita privata ma anche musicale. Giancarlo è un musicista di grande peso nella scena italiana (ha collaborato con musicisti del calibro di Mingus, Don Cherry, Elsa Soraes, Rava, Fresu, e molti molti altri); I riferimenti di Manuela sono svariati, e nei confronti di tutti la stessa intensa gratitudine: primi amori pianistici sono stati per Pieranunzi, Marcotulli, Venier, Tylor e poi Chopin, Skryabin, Grieg, Bach.

Dal momento che parliamo di un disco nato nel pieno della pandemia cosa rappresenta per voi Come Again?

Come Again è nato proprio a cavallo dei primi lock down e considera che siamo entrate in studio a dicembre del '20! Ci sono voluti circa nove mesi, quelli più difficili di questa pandemia, e quindi si, ha rappresentato moltissime cose per entrambe. Il  senso di  impotenza e l'isolamento che tutti abbiamo sperimentato, sono diventati la spinta per inventare e costruire delle possibilità alternative di espressione. Come Again è questa possibilità, rappresenta la voglia di ricominciare a essere insieme, di resistere, di comunicare e di farlo attraverso la musica. E' una speranza, un augurio, una direzione.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Come Again in effetti è stato il punto di partenza per capire che direzione prendere e ci siamo rese conto che abbiamo una nostra originalita, un nostro suono. E a dire il vero stiamo già lavorando a un nuovo repertorio di brani originali. Passata la fase della conoscenza reciproca, ci sentiamo pronte per sostenerci creativamente anche in questa direzione espressiva così delicata, sempre mantenendo il filo del lirismo, dell'espressivita e della sincerità.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Filibusta Records sta organizzando una presentazione all'Auditorium, più o meno a ottobre, insieme a Antonella Vitale Quintet che presenterà il suo cd “Segni invisibili” nel quale Danielle ha collaborato come solista. Progettiamo di suonare il prossimo anno oltre oceano e, come ti accennavamo prima, stiamo già lavorando ad un nuovo disco di brani originali. Speriamo di riuscire a realizzare tutto!!!

 

 

Francesco Del Prete racconta a Jazz Agenda il nuovo disco Cor Cordis

Pubblicato dall’etichetta Dodicilune, Cor Cordis è il nuovo disco del violinista salentino Francesco Del Prete. Un progetto raffinato, trasversale dove non manca una buona dose di elettronica e dove il violino va ben oltre l’utilizzo tradizionale a cui siamo stati abituati a vedere. Ne abbiamo parlato in prima persona con Francesco Del Prete che ci ha raccontato questa nuova avventura

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descrivere brevemente Cor Cordis ai lettori di Jazz Agenda?

“Cor Cordis” è un disco strumentale realizzato con sovraincisioni di violini acustici ed elettrici a 4 e 5 corde utilizzati in maniera classica e moderna; l’aggiunta di una buona dose di elettronica lì dove ne sentivo l’esigenza è stato il passo successivo, come anche quello di arricchire alcuni brani con l’intervento di stimati e preziosi colleghi salentini che di buon grado hanno accettato l’invito: dalla voce al sax, dal violoncello al synth, dalla batteria al trombone i miei violini si sono ritrovati a fare ora da protagonisti, ora da contrappunto, ora da gregari in questo percorso intriso di arrangiamenti ed improvvisazioni che si rincorrono l’un l’altro, fino a diventare due entità interdipendenti dove l’una richiama l’altra e l’altra ci ricama attorno.

Raccontaci adesso la storia del disco: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Il mio progetto per “violino solo” nasce diversi anni fa con “Corpi d’arco”, un disco di inediti che inizialmente prendeva le mosse dall’esigenza e dalla voglia di superare quello stereotipo, radicato nel sentire comune, che identifica il violino come uno strumento ad utilizzo prettamente melodico: è stato inevitabile quindi ritrovarsi a fare da bassista, chitarrista, percussionista, nella costruzione di brani originali. Col passare del tempo quello che sembrava un esercizio di stile, seppur intrigante, ha lasciato il posto ad un’elettrizzante procedura compositiva molto personale, della quale onestamente non ho più potuto fare a meno: lavorare su tutti i livelli della composizione, partendo dal semplice spunto fino ad arrivare alla stesura completa di tutte le parti necessarie a dare una forma compiuta al brano, permette di esprimere la mia creatività a tutto tondo e di curare in maniera certosina ed originale le singole tracce: ecco dunque a voi “COR CORDIS”.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Questo nuovo album rappresenta per me una lunga riflessione sulla possibilità e soprattutto la capacità che ha ognuno di noi di andare al di là di ciò che l’occhio vede in "prima battuta" per raggiungere appunto il COR CORDIS, il "cuore del cuore" del microcosmo che ci circonda. Tra le tracce che compongono il disco, due di queste bramano e cercano la bellezza (“Lo gnomo” e “L’attrice”), un’altra scava nell’animo umano rivelandone l’abisso (“Il teschio e le farfalla”), altre ancora riflettono sull’identità di ognuno di noi (“Gemini” e “SpecchiArsi”) mentre cerco di svelarne falsità e menzogne (“L’inganno di Nemesi”); nel frattempo le ore camminano inesorabili ed incuranti di tutti noi (“Tempo”).

Cor Cordis è un disco dove non mancano contaminazioni tra diversi linguaggi e anche una buona dose di sperimentazione: raccontaci anche da questo punto di vista il tuo personale percorso artistico…

Ho cominciato in tenera età a studiare violino classico laureandomi in conservatorio a Lecce; ma sin dai primissimi anni forte è stato il desiderio di chiudere lo spartito musicale e cercare tra corde, tastiera e crini dell’arco le note che mi frullavano in testa. Abbastanza scontato quindi è risultato: da una parte laurearmi anche in musica jazz (di cui sono innamorato) e dall’altra confrontarmi con una miriade di gruppi di musica etnica, pop, rock, che avevano nel proprio dna l’elemento “improvvisazione”. Il passaggio al violino elettrico – principalmente a 5 corde che mi permette di “scavare” tra le frequenze più gravi – ed alla strumentazione elettronica – pedaliere multi-effetto, loop-machine, midi – è stata un’esigenza fisiologica dettata sia dalla necessità di farsi sentire a volumi elevati – inevitabile se ti esibisci con strumentisti amplificati – sia dal bisogno impellente di personalizzare il proprio sound, cercando così la mia voce originale. Da qualche anno collaboro con la cantante e producer Lara Ingrosso – curatrice della parte elettronica del mio disco – con cui condivido il progetto electro-pop/alternative hip-hop RESPIRO, ormai radicato sul territorio nazionale.

E quali sono i musicisti e gli artisti che nel corso della tua carriera ti hanno maggiormente ispirato?

Premetto che sarà sicuramente un elenco per difetto ma allo stesso tempo molto variegato, chiara espressione dei miei ascolti onnivori e del mio interesse verso la musica a 360°: dal classico sicuramente i violinisti David Oistrack, Gidon Kremer e Hillary Hahn come esecutori e Debussy e Sibelius come compositori; dal jazz il Pat Metheny Group, il contrabbassista Avishay Cohen, i pianisti IIro Rantala ed Enrico Pieranunzi, i trombettisti Lee Morgan e Freddy Hubbard; da altri generi, Astor Piazzolla, i Taraf de Haidouks, Sting & The Police, Eminem, Lucio Dalla, Caparezza, Niccolò Fabi; tra i violinisti: Jean-Luc Ponty, Didier Lockwood, Zbigniew Seifert, Christian Howes, Billy Contreras, Zach Brock, Mateusz Smoczyński, il Turtle Island String Quartet, Roby Lakatos e veramente tanti tanti tanti altri.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

Da qualche tempo penso a questi miei lavori già pubblicati come i primi due capitoli di una trilogia dedicata, tra le altre cose, a rimarcare magnificenza e ricchezza del violino e ad esaltarne la sua versatilità; chissà, magari il prossimo disco – che non credo tarderà molto – chiuderà il cerchio e proverà a sanare la distanza tra forma (CORPI d'arco) e sostanza (COR cordis).

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: nonostante il disco sia appena uscito stai già pensando a qualcosa di nuovo?

Come anticipato nella precedente risposta sono già al lavoro sui nuovi brani; per fortuna gli spunti sono innumerevoli: qualsiasi cosa può stuzzicare la mia fantasia, dal particolare colpo d'arco che può generare riff interessanti e stimolanti pattern ritmici alla riflessione su tematiche che mi interessano ed impressionano, producendo in questa maniera titoli mirati. Ma tutto ciò non fa altro che testimoniare il mio sfrenato ed impellente bisogno di esprimermi attraverso la mia musica.

Esce Ars Insidiae: il nuovo disco firmato The Bumps

Presente su tutte le piattaforme digitali da mercoledì 19 maggio 2021, Ars Insidiae è il nuovo album firmato The Bumps, eclettica formazione composta da tre fulgidi musicisti pugliesi come Vince Abbracciante alle tastiere, Davide Penta al basso e Antonio Di Lorenzo alla batteria. Pubblicato dall’etichetta discografica Bumps Records, la tracklist consta di nove brani originali scaturiti dalla fervida creatività compositiva di Abbracciante, Penta e Di Lorenzo, anche arrangiatori dell’intero album. Già il titolo di questo nuovo progetto discografico rappresenta il manifesto relativo al percorso che è sfociato nell’ideazione, nella scrittura e nella realizzazione delle nove composizioni. Ars Insidiae è musica evocativa, ricca di pathos, ma soprattutto mai oleografica. Questo, in particolar modo, grazie al solido legame fra i tre musicisti e alle profonde riflessioni sulla Puglia, in tutte le sue sfumature, comprendenti colori, suoni, luoghi, assonanze e dissonanze proprie di una terra ricca di suggestioni e ispirazioni. La matrice cinematica del jazz contaminato di The Bumps è figlia di un maliardo mélange improntato su luoghi, varie situazioni, echi di bande di paese, personaggi realmente incontrati o soltanto immaginati e rivelazioni “On the Road”, per tramutarle nel cosiddetto tableaux musico-visivo da ascoltare ad occhi chiusi. La gestazione in studio di registrazione di Ars Insidiae è durata quasi un anno, come una sorta di Work in Progress, mentre l’idea precisa del sound del trio è, da sempre, frutto di una sapida commistione fra sonorità retrò e moderne, attraverso l’utilizzo di strumentazione acustica/vintage e supporti digitali ed elettronici. Le riprese sono state effettuate nei Bumps Studios di Fasano, con particolari microfoni per basso e batteria, a cui sono seguite lunghe e accurate fasi di rielaborazione e sovrascritture con l’aggiunta di tastiere originali come l’organo Hammond, il Fender Rhodes, Wurlitzer, Elka, Farfisa e Vox. Il missaggio e la brillante postproduzione hanno ulteriormente impreziosito il sound del disco, attraverso un mood onirico che rappresenta l’autentica peculiarità sonora del gruppo.

Biografia

Nel giugno del 2000, Vince Abbracciante, Davide Penta e Antonio Di Lorenzo si sono incontrati sul palco per la prima volta, iniziando così la loro lunga collaborazione. Hanno pubblicato i primi tre dischi con lo pseudonimo I Tàngheri, esibendosi in prestigiosi festival e importanti teatri italiani. The Dharma Bums, terzo della serie e pubblicato dalla Universal Music, ha visto la collaborazione del chitarrista statunitense Marc Ribot. Questo disco, che rappresenta la prima perla per i tre sfavillanti musicisti pugliesi, simboleggia il passaggio dal tango acustico a una musica di confine fra lounge, cinedelia, punk jazz e sperimentazioni sonore con strumentazioni tipicamente vintage. Trasformato il nome in The Bumps, nel 2011 hanno lanciato il nuovo album intitolato Playin’ Italian Cinedelics, un viaggio  incentrato sulle colonne sonore dei film italiani degli anni Sessanta e Settanta, che destruttura, trasforma e dona nuova linfa a straordinari capolavori ideati per il grande schermo da maestri del calibro di Armando Trovajoli, Fred Bongusto, Dario Baldan Bembo, Piero Piccioni, Piero Umiliani e Giorgio Gaslini. La pubblicazione di questo disco, inoltre, ha segnato l’inizio del percorso di collaborazione con l’etichetta discografica Bumps Records. Nel 2015, invece, ecco la nuova uscita con Al di Sopra di Ogni Sospetto, dedicata alla musica dell’immenso Ennio Morricone, attraverso (re)interpretazioni originali ed estremamente interessanti. In ventuno anni di attività concertistica il trio ha calcato i palchi di alcuni tra i più famosi festival nazionali e internazionali, ospitando, fra gli altri, artisti di statura mondiale come Marc Ribot, John Medeski, Juini Booth, Flavio Boltro, Carlo Actis Dato, Roberto Ottaviano, Vincenzo Deluci, Gianluca Petrella, Giò Sada.

Sito ufficiale: https://www.thebumps.net/

Facebook:https://www.facebook.com/thebumpsnet

YouTube:https://www.youtube.com/user/thebumpsnet

SoundCloud:https://soundcloud.com/the-bumps-1

Last Breath of Summer il nuovo singolo di One Flower Left: intervista ad Alessandra Patrucco

 

Si intitola Last Breath of Summer il primo singolo del progetto One Flowert Left pubblicato dall’etichetta Filibusta Records. Un brano in cui il jazz e l’elettronica si incontrano scritto proprio a fine estate. La band è composta da Alessandra Patrucco alla voce e all’elettronica, che ha scritto e arrangiato tutti i brani dell’album, Angelo Conto al piano e all’elettronica, Luca Curcio al contrabbasso e basso elettrico e Nicholas Remondino alla batteria, oggetti ed elettronica. Alessandra Patrucco ci ha raccontato come è nata questa avventura.

Il titolo del brano Last Breath of Summer è molto evocativo: ci vuoi raccontare cosa rappresenta per voi?

Ho scritto questa canzone a fine estate, quando senti il sole cambiare e i colori e gli odori ti lasciano già immaginare settembre. Stavo andando in bicicletta quando mi ha sorpreso una sensazione di gioia pura, la stessa di quando da bambina facevo gli ultimi giri in bicicletta tra le colline prima di ricominciare la scuola, libera di poter stare nel movimento, nel ritmo e nel vento. Questa esperienza ha fatto nascere in me un profondo senso di gratitudine anche per altri momenti di vita intensi e discreti, il valore dei quali non avevo potuto riconoscere fino ad allora, ballare è uno di questi.

In questo brano il jazz e l’elettronica si incontrano: volete descrivere brevemente Last Breath of Summer ai lettori di Jazz Agenda?

Il brano è composto di tre caratteri differenti: intro e coda sono jazz e scarni, voce e pianoforte, il tema in quartetto è molto cantabile e poi c’è l’inserto dance con l’elettronica. La batteria è sempre suonata dal vivo, Nicholas ha un suono propulsivo bellissimo che si è incontra felicemente con l’elettronica minimalista di Angelo. Anche il basso è sempre suonato dal vivo.

E come avete lavorato alla realizzazione di questo brano? 

Quando siamo andati in studio era già chiara la struttura e che qualità timbriche dovesse avere, per cui anche questo brano lo abbiamo registrato tutti insieme, in modo che rimanesse comunque un certo margine per l’improvvisazione nell’area dance. La parte vocale è stata registrata al momento con la mia vecchia loop station.

E’ il primo singolo che ascoltiamo: anticipa forse la stesura di un disco? Ci volete dare in caso qualche anticipazione?

Last breath of summer è il primo singolo ma è il brano che chiude l’album. Temporalmente è l’ultima canzone che ho scritto ed è molto diversa da tutte le altre proprio perché è l’unica ad avventurarsi in territori così lontani dal jazz. Ho scritto il resto dell’album in un tempo dilatato e ogni brano è nato in momenti diversi e significativi. I prossimi singoli in uscita rivelano altre influenze che si innestano sulla matrice jazz.

Ascoltando questo brano, rispetto ai vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Ho ascoltato molto i Radiohead, Bjork e James Blake in quel periodo.

Chiudiamo con una proiezione per il futuro: quali potrebbero essere secondo voi le evoluzioni di questo progetto?

Non sono una che progetta la musica con anticipo, aspetto che le canzoni mi vengano a cercare ma senz’altro la musica elettronica nelle sue varie declinazioni assorbe molto del mio interesse come la ricerca verso l’essenziale e la ripetizione. Mi interessa continuare a esplorare e riuscire a trovare una sintesi tra linguaggi differenti, poter giocare con il contrasto, la sorpresa e la forma.

Salvatore Lazzara racconta “Un Cerchio Perfetto”: la sintesi di vari percorsi musicali

Pubblicato da Filibusta Records, Un Cerchio Perfetto è il settimo disco che porta la firma del progetto Pensiero Nomade. Un lavoro che rappresenta la sintesi di un percorso durato anni in cui si percepisce una velata dose di malinconia e in cui si percepiscono le idee compositive di Salvatore Lazzara e di come si sono evolute nel corso del tempo. Proprio con lui abbiamo parlato di questa nuova avventura che, probabilmente, rappresenta un punto di arrivo e allo stesso tempo un punto di partenza.

Per cominciare l'intervista Salvatore, parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Un cerchio perfetto rappresenta la sintesi dei vari percorsi musicali seguiti e delle sperimentazioni fatte con il progetto Pensiero Momade in più di dieci anni. Questo credo sia vero sia da un punto di vista strettamente compositivo e musicale, che come ricerca estetica complessiva. È un punto di arrivo per me, e rappresenta in pieno l’idea che ho sempre avuto di “musica nomade” e che solo adesso sento di avere raggiunto compiutamente.

Raccontaci adesso il tuo percorso musicale: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Pensiero Nomade nasce circa 12 anni fa, con un cd chiamato “Per questi ed altri naufragi”. In quel periodo avevo da poco concluso l’esperienza con il gruppo neo progressive dei Germinale, e credo che quel lavoro rappresentasse anche un tentativo di trovare strade musicali alternative a quel tipo di tradizione e di stile. Lo studio della chitarra acustica contemporanea e del jazz comincia proprio da quel cd, che però ha anche influenze di elettronica, ambient e minimaliste, e di certo avant-rock. Da lì in poi i lavori successivi hanno sempre avuto delle “oscillazioni stilistiche”, fra musica acustica (Tempi migliori, Imperfetta solitudine) e sperimentazione elettronica, jazz e minimalismo (Materia e memoria, Da nessun luogo). In mezzo a questi cd ci sono state anche delle collaborazioni più marcatamente sperimentali (Guided by noise, Appunti per una teoria delle maree) che esploravano percorsi “laterali” a Pensiero nomade. Ci sono stati anche molti cambi di etichette. Oggi quasi tutto il mio catalogo può essere raggiunto tramite Filibusta records.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Trovo che il titolo sia molto evocativo: questo cd chiude il cerchio di molti discorsi attorno al mio modo di fare musica, di comporre e di arrangiare. Certo questa sintesi felice è anche il frutto di una perfetta collaborazione con i miei compagni di musica: Andrea Pavoni (piano, tastiere, composizione e arrangiamenti), Davide Guidoni (batteria e percussioni), Luca Pietropaoli (contrabasso), Michela Botti (voce), Edmondo Romano (fiati). Il loro lavoro in questo cd non è stato solo “aggiungere” elementi ma fonderli insieme. Sono molto felice del risultato sonoro e dell’immagine complessiva delle tracce.

Nella tua ricerca musicale cosa è cambiato rispetto ai precedenti dischi? Ci sono delle novità di cui ci vuoi parlare?

Come ti dicevo mi sto lasciando alle spalle molte influenze “disturbanti”, cercando di sintetizzare finalmente una proposta musicale del tutto mia. E per fare questo mi sono prima di tutto concentrato sugli strumenti che sento più miei, le chitarre, che ho sempre suonato con un’attenzione alla “narrazione”, più che alla tecnica fine a sé stessa. Questo è un disco essenzialmente acustico, ma credo che rappresenti un cambio di passo generale rispetto al mio modo di suonare la chitarra, sempre meno elettronica, meno rumoristica, diciamo che oggi suono in maniera “pacificata”.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le altre evoluzioni di Pensiero Nomade?

Senza dubbio sul solco di questo lavoro, magari anche un po' più elettrico, in alcuni momenti, ma sicuramente orientato al racconto, alle storie, alle mie radici mediterranee. Ci sono poi delle influenze che mi hanno marcato indelebilmente, come il jazz nordico ECM, certo rock di avanguardia, dalle quali non mi allontanerò mai veramente, e che sono certo di ritrovare anche nel futuro.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: concerti a parte, date le difficoltà del momento, c’è qualche novità di cui vuoi parlare?

Ci sono già progetti aperti, con vecchi e nuovi compagni di strada, ma come accade a tutti coloro che non vivono di musica, e forse anche a causa della situazione attuale, è difficile dire ora quando e come prenderanno forma. Di sicuro non guardo al passato con nostalgia e non amo restare fermo troppo a lungo.

Last Breath of Summer: esce il primo singolo di One Flower Left

Last Breath of Summer, primo singolo del progetto One Flower Left, esce venerdì 26 marzo per l’etichetta Filibusta Records (distrib. digitale Believe Distribution Services) anticipando l’uscita del disco che avverrà tra pochi mesi. Alessandra Patrucco alla voce e all’elettronica ha composto scritto e arrangiato tutti i brani dell’album. La band è completata da Angelo Conto al piano e all’elettronica, Luca Curcio al contrabbasso e basso elettrico e Nicholas Remondino alla batteria, oggetti ed elettronica. La musica energica ed elegante si muove tra influenze jazz, che ritroviamo soprattutto nella voce della vocalist, l’elettronica, il pop e le atmosfere dance. Il brano accattivante e dinamico risulta un vero e proprio mix artistico in cui ritroviamo linguaggi, stili che si mescolano alla perfezione legando tradizione e musica moderna. Last Breath of Summer nasce da un sentimento di gioia e gratitudine per le piccole cose della vita che portano ad un irrefrenabile desiderio di ballare.

SPOTIFY

https://open.spotify.com/album/1bUK1FoRNg04gi0OJVM9Lh

BIO: Alessandra Patrucco è cantante, scrive musica e testi ed è attiva sulla scena europea. Come compositrice e interprete ha creato un linguaggio personale in cui confluiscono gli interessi per il jazz, il pop, la musica elettronica, la tradizione popolare e l'improvvisazione. Ha pubblicato tre album: Circus (ICP 045, Tondist 2006), Varda la luna/Sasa’ (Nota 2006), Majin/Dindun (2013). Ha collaborato con diversi artisti: Pierre Favre (Zurigo), ICP orchestra (Amsterdam), Villa Sonora, gruppo vincitore del Jur Naessens Music Award 2007 (Amsterdam), con il musicista londinese Nitin Shawney al Festival Marsatack (Marseille).

Ha tenuto concerti tra gli altri, per il Festival Internazionale del Libro di Torino- Lingua Madre, Europa Cantat XVIII, Festival Premio Nazionale Musica Popolare di Loano con il suo trio Dindun, Festival OperaEstate (Bassano) e Festival Short Theatre (Roma), per la Mostra Sonora i Visual (Barcellona) e Museruole/Women in experimental music (Bolzano) con il suo progetto Ramat de so, per il Festival Lem (Barcellona), Dispositivo Campo Magnetico (Barcellona) e MITO educational Festival Internazionale della Musica (Torino), per il Teatro Stabile di Torino con lo spettacolo Admurese, per il Tremplin Jazz Festival (Avignone), e due edizioni del Torino jazz festival con il suo quartetto.

Line up:Alessandra Patrucco - voce, composizione ed elettronica, Angelo Conto - piano ed elettronica, Luca Curcio - contrabbasso e basso elettrico, Nicholas Remondino - batteria, oggetti ed elettronica 

 

One Flower Left:

https://www.facebook.com/One-flower-left-110348527779064

http://www.klang.to.it/Alessandra/index.html

 

Francesco Mascio racconta il nuovo EP Preview: tra contaminazione, ricerca e curiosità

 

Pubblicato il 21 dicembre dall’etichetta Italian Way Music, Preview è il nuovo EP del chitarrista Francesco Mascio contenente tre brani originali intitolati Lilith, Brigid e Nyomuto. Un progetto evocativo, dai tratti onirici che fonde world music, musica etnica affacciandosi anche verso la tradizione irlandese. Ne abbiamo parlato a tu per tu con Francesco Mascio in persona.

Per cominciare l'intervista parliamo subito dell EP: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Preview é un EP contenente tre brani di mia composizione. Lilith é una composizione ispirata alla musica mediterranea, e nello specifico si tratta di un brano molto vicino alle sonorità andaluse. Brigid invece si ispira alla musica irlandese, anche se il suo andamento ritmico ricorda molto la tradizione musicale dei monti Appalachi negli Stati Uniti. Infine Nyomuto, che vede la collaborazione del griot gambiano Jali Babou Saho, é una composizione affine con la tradizione musicale dell’Africa occidentale.

Raccontaci adesso la tua storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Preview” nasce all’interno delle sale di registrazione del Nightingale Studios, a seguito di un’idea di Lorenzo Vella. Nell’ambito di questa iniziativa, ero stato invitato a prendere parte ad una sessione di riprese audio, effettuata mediante una particolare tecnica di registrazione detta binaurale. Successivamente, dall’incontro con l’etichetta Italian Way Music, é nata l’idea di pubblicare l’intero lavoro sotto forma di un EP.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

In un anno complicato per la musica e l’arte in genere come il 2020, ho voluto lasciare un segno tangibile e udibile attraverso questo EP, il quale come, si intuisce dal titolo stesso, anticipa, in una versione guitar solo, le sonorità di un lavoro discografico che ho intenzione di pubblicare più in là. “Preview” rappresenta quindi la prova concreta del non arrendersi, nell’affermare che, nonostante le difficoltà, la Musica va avanti.

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

Lungo il mio percorso musicale sono stati tanti gli artisti che hanno ispirato e influenzato la mia musica.  Citarli tutti sarebbe impossibile, soprattutto perché non ho mai limitato il mio ascolto ad un singolo genere, per cui potrei facilmente accostare Michael Jackson a John Coltrane, come Andrès Segovia a Bob Marley. Per tale motivo credo che l’aspetto più importante che ha caratterizzato le mie influenze musicali, sia stato la curiosità. Infatti grazie al fatto di essere curioso, vado continuamente alla ricerca di nuovi stimoli da cui traggo ispirazione per creare la mia musica.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

In questo periodo in cui l’attività concertistica é pressoché immobile, mi sto dedicando molto alla composizione, che come al mio solito spazia molto tra i vari stili. Vi sono infatti composizioni legate al mondo del jazz, altre connesse con la tradizione musicale africana, altre ancora hanno un taglio più hip hop e r&b, mentre altre composizioni sono invece ispirate alla musica rinascimentale europea. In effetti al momento non saprei dire con esattezza quale di queste vene creative riuscirà a sfociare prima delle altre in una prossima pubblicazione.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

L’ 8 febbraio sono stato in studio per registrare il mio primo singolo, mentre la settimana seguente prenderò parte ad una sessione di registrazione con un quartetto jazz. Molto presto darò notizia di queste nuove attività, ma per il momento non posso svelare altro. Ringrazio Carlo Cammarella per lo spazio dedicato al mio nuovo Ep “Preview” e invio grande abbraccio a 6 corde a tutti gli amici di Jazz Agenda.

Lunga Vita a chi sostiene la Musica e l’Arte.

Thomas Rückert s il nuovo disco “A Rose E `er Blooming”: dalla musica sacra medievale al jazz

Pubblicato il 18 dicembre 2020 dall’etichetta Eden River Records "A Rose E'er Blooming." È il nuovo album in piano solo del jazzista Thomas Rückert: un progetto che rappresenta un'incarnazione musicale della preghiera. Questo lavoro trae spunto dalle melodie e dai testi sacri tedeschi medievali aggiungendo la libertà dell'improvvisazione e una varietà ben equilibrata di tecniche di pianoforte e composizione. Ecco il racconto di Thomas Rückert

Parliamo dell'album all'inizio dell'intervista: Potrebbe descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

A Rose E `er Blooming è un'incarnazione musicale della preghiera. Serve lo spirito delle melodie e dei testi sacri medievali tedeschi con la libertà dell'improvvisazione e una varietà equilibrata di tecniche pianistiche e compositive. Thomas Rückert combina le melodie originali con strutture musicali di diversi generi. In questo CD si trovano aspetti di jazz, gospel, folk, contrappunto classico occidentale e - sì - musica tradizionale indiana e africana. Si fondono dolcemente con lo spirito della storica musa tedesca al servizio del sacro.

Ora raccontaci la tua storia: Come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

L'idea mi è venuta quando un organizzatore di concerti mi ha chiesto di suonare un concerto di musica natalizia per pianoforte senza le solite canzoni come Jingle Bells o O Tannenbaum, ma piuttosto con canzoni della grande vecchia tradizione tedesca del Medioevo.

Un disco per una band o un artista può sintetizzare cose diverse: una foto del momento, un punto di arrivo o di partenza: cosa rappresenta per voi?

È un arrivo per me, ho potuto realizzare in questo CD cose che per me sono state importanti per tutta la vita, sia dal punto di vista ludico che musicalmente-spirituale. Il sogno di una vita si è avverato.

Quando parliamo dei tuoi riferimenti musicali, cosa ti viene in mente? Ci sono alcuni artisti, conosciuti o meno, che sono stati davvero importanti per voi?

Jam Keith Jarrett viene prima di tutto per me. Suona sempre al momento, è molto onesto e si prende dei rischi. È un seguace di Gudjeff, un maestro spirituale russo, quindi si sente molto il sacro nella sua musica. Per il resto, mi sento molto legato alla tradizione jazzistica e alle sue radici. Musicisti come Thelonious Monk, Bill Evans e naturalmente Herbie Hancock sono molto molto importanti per me.

Come vede il suo progetto in futuro? In breve, quali potrebbero essere gli sviluppi in termini di musica?

In generale mi dedicherò maggiormente al pianoforte solista, incorporandovi influenze dalla world music, ad esempio la musica turca o indiana ne farà parte perché incarnano un grande potere dei rispettivi popoli. Per me sarà sempre importante andare alle radici della musica, per esempio quando lavoro su una canzone spirituale come in questo CD, voglio usare questo spirito e non mostrare le mie capacità personali.

Infine, guardiamo al futuro: Avete in programma qualche concerto o nuove registrazioni che intendete presentare?

Sì, ci sarà un CD in trio pubblicato nel 2021 con il bassista newyorkese Thomas Morgen e il batterista di Colonia Fabian Arends. Ci siamo incontrati in studio l'anno scorso e abbiamo improvvisato meravigliosamente, da un lato in piena libertà e dall'altro su composizioni originali o canzoni sconosciute dell'American Songbook come Bill o dove è il compagno per me.

Il Gioco pubblica il disco d’esordio: il jazz che si fonde con il rock e i suoni orientali

E’ uscito per l’etichetta Emme Record Label, nell’agosto del 2020, il disco d’esordio de “Il Gioco”. Un trio “bassless” composto dal sassofonista Leonardo Rosselli, il chitarrista Thomas Lasca e il batterista Andrea Elisei con la partecipazione speciale di Francesco Savoretti alle percussioni. Un progetto dinamico in cui il jazz si fonde con il rock e con sonorità orientaleggianti. La band ci ha raccontato questa nuova esperienza.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Salve a tutti, in questo nostro primo disco abbiamo voluto dare spazio alle nostre esperienze personali extra-musicali, inserendole in un contesto preciso che è appunto il nostro sound. Attraverso i vari titoli che abbiamo dato alle tracce dell’album, è possibile risalire alle sensazioni/esperienze che ci hanno colpito a tal punto da scriverci della musica dedicata.

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Il gruppo è nato fra i banchi di scuola delle superiori, il jazz era una nostra passione comune e perciò cercavamo di “strimpellare” come potevamo all’epoca. Poi con il tempo siamo passati da essere un quartetto ad un trio, passando per diversi sostituti, fino ad arrivare all’attuale formazione.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

Sicuramente per noi è stato prima di tutto una fotografia del momento, un punto di arrivo di un percorso nato quando eravamo più giovani, ma allo stesso tempo segna l’inizio di una nuova strada che sicuramente percorreremo con un’idea più chiara di quello che è il nostro stile e il nostro concetto di musica.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti? 

Sicuramente molto importanti sono stati il trio di Paul Motian, Joe Lovano e Bill Frisell per il concetto di gruppo “bassless”, ma anche gruppi più vicini alla tradizione jazzistica come il quartetto di Gerry Mulligan e Bob Brookmeyer che ci è stato d’ispirazione per quanto riguarda la gestione dell'accompagnamento melodico.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Attualmente ognuno di noi tre sta seguendo le proprie attività musicali. Non mancano però le occasioni per vederci e per suonare insieme che, visto il periodo in cui viviamo, è già molto. La cosa a cui sicuramente teniamo di più è la nostra amicizia, senza la quale non riusciremmo a tirare fuori una musica come quella presente nel nostro disco d’esordio. Dopotutto il lato umano è quello che va ad influenzare più di tutti l’interplay che si viene a creare al momento dell’esecuzione, oltre ovviamente all’attento ascolto reciproco.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Per ora siamo fermi dal punto di vista del live, sicuramente il periodo non ci è stato molto d’aiuto. Nonostante questo noi ci teniamo “caldi” per la prima occasione disponibile per promuovere Il Gioco dal vivo. Parallelamente a questo ognuno di noi si sta concentrando in progetti diversi sempre in ambito jazzistico, esperienze che sicuramente saranno un grande stimolo per questo trio che fonda le proprie radici sull’interplay e sulla voglia di navigare strade desuete.

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