Jazz Agenda

Carlo Cammarella

Carlo Cammarella

Cecilia Sanchietti racconta Circle Time: “Un viaggio tra stili che tocca e trascende il jazz”

Si intitola Circle Time ed è l’ultimo disco che porta la firma di Cecilia Sanchietti pubblicato da Alfa Music. Completano la formazione Gaia Possenti al pianoforte, Davide Grottelli sassofoni, Stefano Napoli contrabbasso e lo special guest David Boato tromba e flicorno. Un progetto che rappresenta un vero e proprio viaggio nel presente, che prende spunto da diverse culture e dove non mancano le contaminazione stilistiche.

Circle Time – ci spiega Cecilia Sanchietti - è un progetto di musica jazz originale ricco di contaminazioni etniche/afro/popolari, ma anche interazioni con altri stili e modi di conduzione vicini all’even 8th, al pop e al funk. Brani ritmici e più articolati lasciano il posto ad altri più morbidi e pieni di colori e atmosfere. Il concetto di fondo è proprio quello dell’interazione e di un viaggio tra stili che tocchi e al tempo stesso trascenda il jazz e le sue contaminazioni, senza mai identificarsi in maniera definitiva con nessuna di esse. Da qui il termine stesso “Circle Time” che significa letteralmente “tempo del cerchio” e deriva dalla psicologia umanistica. E’ una metodologia  per condurre discussioni di gruppo in modo interattivo e paritario. I partecipanti si dispongono in cerchio e il setting diventa uno spazio di scoperta, di confronto e costruzione, libero dall’idea del giudizio e dell’errore. Questo disco è quindi “Circle Time” non solo perché riproduce lo stesso setting in quanto attraverso l’interplay e l’improvvisazione jazzistica il gruppo propone, stimola e contiene l’espressione di ciascun artista, ma anche perché il risultato è un percorso e un continuo richiamo e scambio tra stili. Il disco, uscito lo scorso marzo e presentato presso il “Ventotto di Vino Jazz Club” e  “Il Cantiere “ di Roma con l’etichetta Alfa Music, propone brani composti prevalentemente da me e Federica Zammarchi. Vede inoltre la partecipazione come autori di Davide Grottelli e Stefano Scatozza, mio direttore all’interno dell’Orchestra del 41esimo Parallelo.”

Dietro ogni disco c’è sempre un pensiero. E così anche dietro Circle Time si nasconde un’idea, un viaggio che a quanto pare Cecilia ha compiuto nel presente tra musiche, tradizioni e culture differenti. A proposito la batterista romana ci spiega che:

Il principale motivo del disco era il desiderio di fare una fotografia del presente, del mio importante momento storico, musicale ma anche personale, che paradossalmente rappresenta più un inizio, un punto da cui cominciare, che non un punto di arrivo. Voleva essere un modo per fermare un progetto che ho reputato di qualità, pieno di ottima musica, ottimi musicisti e un bellissimo suono, cercando di dargli un senso che non fosse solo esecutivo, ma anche culturale e sociale. Volevo fare un disco che fosse non solo per me, ma anche e sopratutto per la gente, pieno di proposte accessibili  a tutti, anche ai non esperti di musica jazz, piacevole, passionale. Tra le altre cose, vedendolo a ritroso, credo di aver voluto anche dar voce, involontariamente, a ciò che mi ha condotto qui oggi senza esserne consapevole, alle tante esperienze umane del mio passato non musicale, ma di educatrice e volontaria. Grazie a queste esperienze e alle storie che ho avuto il privilegio di conoscere, avevo tanto di cui parlare in questo disco. Bosnia, Kossovo, Senegal, Chiapas, Repubblica Democratica del Congo, Rwanda e alcuni tra i territori più periferici dell’Italia, sono tutti in questo disco e tra le mie dediche. Il disco vuole essere quindi un progetto di qualità pieno di bella musica che recupera il senso sociale della stessa. Come scrive Dario Zigiotto nelle note di copertina, l’album è “una splendida intuizione progettuale e artistica, perché dietro c’è un’idea e, cosa ancor più importante, un sentimento aperto: un’espressione di umanità dove la libertà del jazz attrae i legami sociali e accoglie le diverse identità”.

Come spesso accade, però, il percorso musicale di un musicista è denso di ostacoli. Anche per Cecilia Sanchietti compiere questo cammino non è stato facile, ma forse più alte sono le difficoltà, maggiore è la soddisfazionefinale  . A proposito prosegue dicendo che:

Ho iniziato a studiare la batteria all’età di 18 anni, non piccolissima, dopo aver studiato per 5 anni pianoforte. Per me non è stato facile, quando ero adolescente non era così “scontato” e favorito dalla famiglia e dal contesto sociale il fatto di voler fare il musicista e in particolare batterista. Nel tempo mi sono sentita sempre più appoggiata, ma è stato un lungo processo e devo molto ai miei principali maestri, che mi hanno supportato umanamente e musicalmente, primi tra tutti Mimmo Antonini e il mio Maestro, Emanuele Smimmo. Gli ultimi anni ho studiato jazz con Fabrizio Sferra, da cui ho appreso cosa voglia dire essere un batterista musicista e da cui, come spero di aver saputo esprimere sul disco, ho capito il senso del “comporre” melodie anche con uno strumento ritmico come il nostro. Ho frequentato i principali seminari in ambito jazz, dalle Clinics della Berklee a Perugia, al Tuscia in Jazz, con Ron Savage e Francisco Mela e seguito lezioni di percussioni con Massimo Carrano alla Percento Musica. Nel 2009 ho ricevuto l’attestato “Outstanding musician-ship” dai docenti della Berklee.”

E per quanto riguarda il percorso professionale invece? 

“Il mio percorso professionale - conclude Cecilia - si è sviluppato nel corso degli anni passando dal pop, al funk, per approdare al jazz e in particolare alla musica etnica e al cantautorato circa una decina di anni fa. Non sono una jazzista purista, anzi, per me il jazz è stata una piacevole scoperta, da un punto di vista professionale, intorno al 2007. Devo molto a Giorgio Cuscito, sassofonista e pianista jazz, che mi ha introdotto in questo mondo da cui non ne sono più uscita. Il jazz per me ha coinciso con il passaggio alla professionalità, ho iniziato con lo swing e il jazz tradizionale, per arrivare poi a “scoprire” la musica etnica e le sue contaminazioni, le modalità di conduzione afro e popolari, di cui mi sono innamorata e infine l’even 8th. Solo ora, dove aver suonato svariati stili, mi accorgo di quanto per me questo sia stato importante e non, come spesso si può credere, un deterrente per suonare jazz.”

Carlo Cammarella 

 

 

 

Mike Stern Band di scena all’Auditorium

E’ un musicista che oggi viene considerato da tutti come un’icona della chitarra, un maestro senza eguali che fa parte a pieno titolo della storia della musica, un artista fra i più apprezzati dal pubblico e dai critici. Parliamo di Mike Stern, uno dei chitarristi più amati nel mondo, che martedì 18 maggio farà visita all’Auditorium insieme alla sua band composta da Bob Malach al sax, Dave Weckl alla batteria e, special guest della serata, Richard Bona al basso elettrico e voce. E dire che la carriera di Mike Stern non comincia proprio sotto la stella del jazz, ma sotto l’influenza del blues e del rock’nroll di Eric Clapton e Jimi Hendrix. Tuttavia la sua vera formazione avviene negli anni ’70, quando frequenta il Berklee College of Music. Ed è questo il periodo in cui il giovane ragazzo di Boston inizia a consolidare quello stile che lo porterà a compiere diverse collaborazioni con musicisti di fama internazionale (fra i più importanti ricordiamo Miles Davis, Jacopo Pastorius, ilvibrafonista Mike Mainieri e il sassofonista Michael Brecker). Il suo album di debutto è “Upside Downside” (1986) al quale partecipano Sansborn, Pastorius e il batterista Dave Weckl, ma la sua vera consacrazione avviene con l’album “Play” del 1999 e con Voices del 2001. E quella di martedì sarà per gli amanti della chitarra e del jazz una serata da non perdere.

Francesca Trissati Quartet all’Alexanderplatz

Sarà una serata all’insegna dello standard jazz, quella che si terrà domenica 16 maggio presso l’Alexanderplatz, . Francesca Trissati, leader dell’omonimo quartetto, proporrà una rivisitazione in chiave moderna dei grandi classici della tradizione e alcuni brani inediti del suo repertorio. Cresciuta con la musica nel sangue, la giovane cantante comincia a cantare fin dall’età di 10 anni e si avvicina al jazz ispirandosi alle grandi interpreti del passato come la grandissima Ella Fitzgerald.  Conosce molto bene gli standard e allo stesso tempo ama i grandi musicisti italiani come Rea, Trovesi, Coscia, Gatto, Zanchini eccetera. Una musicista versatile, dunque. E il quartetto che domenica sera riscalderà il palco dell’Alexanderplatz possiede proprio questa caratteristica, la capacità di spaziare tra ritmiche eterogenee come lo spirituals, l’Hard-Bop e il Funky, unita ad un sound pulito ed avvolgente.

Live Report: I G Unity in concerto al Beba do Samba

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Dopo il successo del concerto di Caterina Palazzi al teatro Lo Spazio, la rassegna Spazio Jazz si è spostata lo scorso giovedì presso il Beba do Samba, storico locale di San Lorenzo ove è sempre di scena la musica live. Dunque, una nuova sfida ed una nuova casa, che ci ha dimostrato la sua calorosa accoglienza già a partire da questo primo appuntamento. E in questa splendida serata che ha visto protagonista la musica di Django Reinhardt, sono saliti su questo palcoscenico i G-Unity, un trio composto da tre giovanissimi, nato dalle ceneri dei Gipsy Italien. Gabriele Giovannini e Giuseppe Civiletti, membri storici del trio, hanno già all’attivo un disco con la precedente formazione dall’omonimo nome, mentre un nuovo progetto è in cantiere assieme a Daniele Gai. Gabriele Giovannini ci ha raccontato la genesi di questo nuovo progetto.

Ragazzi, per cominciare raccontateci la genesi di questo progetto. Come sono nati i G-Unity?

Il progetto nasce dalle ceneri di una nostra vecchia formazione, i Gipsy Italien, con cui io e Giuseppe abbiamo anche fatto un disco dal titolo omonimo. Purtroppo le cose non sono andate bene e così eccoci qui. Abbiamo reclutato un ottimo Daniele Gai alla chitarra per poter continuare un discorso e un progetto musicale che ci sta particolarmente a cuore.

Tutti e tre condividete la passione per il Manouche e soprattutto per Django Reinhardt. Cosa vi ha portato ad amare questo genere e soprattutto  questo artista così geniale?

“Hai detto bene, Django era un genio. E il Manouche altro non è che la musica di Django, quindi il Gypsy Jazz è Django e amare il Gypsy Jazz significa amare Django. Grande Musica, dalla tradizione vastissima, come vastissima è la produzione artistica di Django; dalle musette, allo swing, alle melodie tzigane. Una musica ricca di vita, di sfumature e colori che ha un lato romantico molto malinconico e un altro più aggressivo, un altro ancora più evocativo e sognante; il tutto condito dalla travolgente vitalità tipica del mondo gitano. E’ un genere affascinante, soprattutto per i chitarristi, essendo musica che nasce appunto dalla chitarra (di Django) e incentrata su questo strumento. Quindi, nel mio caso, essendo chitarrista, amando la chitarra e la grande musica in generale, il Gypsy Jazz è una conseguenza naturale.”

E parlando in senso più generale cosa vi ha affascinato di più del mondo gitano e di questa cultura che in musica si traduce spesso in ritmi serrati e travolgenti?

“L’umanità, la gioia, la condivisione, la famiglia. Una grande tradizione tramandata di padre in figlio, di famiglia in famiglia. Uno stile di vita, cui solo i gitani potevano dar vita. Il loro modo di vivere, di affrontare la vita ed il mondo sono perfettamente rappresentati dalla loro musica. Una musica e una cultura meravigliose, estremamente umane.”

 

Nel corso della serata che abbiamo avuto il piacere di vedere giovedì scorso al Beba Do Samba abbiamo visto un repertorio che spaziava da brani della tradizione Manouche ad altre musiche riadattate in chiave gipsy. Insomma, vi piace anche mescolare le carte in tavola?

“Si abbiamo eseguito brani di Django, della tradizione gitana e anche qualche brano appartenente al repertorio jazzistico. Django era solito suonare su standard americani, e ne ha anche registrati molti negli studi della Rai a Roma nel 1949 e 1950 con batteria, contrabbasso e piano e con solo musicisti italiani. Per quanto ci riguarda tendiamo a proporre dal vivo i brani che più ci piacciono, indipendentemente dal genere musicale, adattandoli al nostro modo di concepire musica per trio acustico.”

Il genere Manouche è anche un genere molto virtuoso che richiede un grande studio alle spalle. Ci volete raccontare anche quanto lavoro c’è dietro alle performance che noi vediamo dal vivo?

“Al di là dello studio e del lavoro individuale sullo strumento, il lavoro di gruppo è incentrato sull’arrangiamento. Ci piace molto suonare e soprattutto suonare insieme, scegliere il repertorio più variegato possibile per evocare sensazioni ed atmosfere diversi, seguendo sempre ciò che più ci rende felici e soddisfatti. Per quanto riguarda la musica live l’impatto col pubblico ci obbliga a tenere la mente aperta lasciando sempre un margine di adattamento della scaletta in base alle emozioni che percepiamo dalla gente.” 

Da quello che abbiamo saputo il vostro è anche un progetto a cui spesso prendono parte altri musicisti. Ci volete parlare delle vostre collaborazioni?

“Nostro ospite consueto è Juan Carlos Albelo Zamora, dotatissimo violinista, che dà un grande supporto musicale e scenico alle nostre performance. Lui ha molta personalità e una grande musicalità e ci offre ancora più soluzioni musicali. Suonare con lui è sempre un piacere. E’ ricco di idee ed ha un approccio alla musica che a noi, e non solo, piace moltissimo.”

Visto che siete giovani e vi date anche molto da fare una domanda d’obbligo. Che cosa ne pensate dell’attuale condizione musicale italiana? E soprattutto che spazio c’è per un genere come il Manouche?

“He he he belle domande. Parlare della condizione della musica italiana in generale è un argomento troppo grande per essere trattato, comunque credo che in Italia ci siano molti musicisti bravissimi e ricchi di talento. Per quanto riguarda il Manouche è e resterà un genere di nicchia, poco ricercato, forse sottovalutato. Di spazio ovviamente ce n’è per tutti e per tutto, non credo esistano limiti.”

E per i prossimi progetti che cosa avete in mente?

“Guarda, il 20 Aprile saremo a L’Archivio 14 a via Lariana a Roma con Juan Carlos ed anche il 2 Maggio al Gregory’s Jazz club. Per l’estate stiamo organizzando alcuni concerti al quale sarai ovviamente invitato e a brevissimo entreremo in studio per registrare il nostro primo disco che sarà ricco di collaborazioni e che spero riusciremo a terminare entro la fine anno. Appena pronto ne riceverai una copia, stai pronto!”

E allora grazie mille. Aspetto con ansia! Grazie e in bocca al lupo per il futuro!

“Grazie a te Carlo ea a tutti i lettori di JazzAgenda!”

Carlo Cammarella

Foto di Valentino Lulli

Live report: Nicky Nicolai e Stefano di Battista Jazz Ensemble aprono Parioli in Musica

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Non poteva che cominciare nel migliore dei modi il Festival “Note di Lunedì Parioli in Musica” che lo scorso lunedì ha preso vita al teatro Parioli Peppino de Filippo. Una storica location da tempo consacrata alla televisione che torna a dare spazio alla cultura e soprattutto, per quello che ci riguarda, al grande Jazz. A calcare il palcoscenico in questa splendida serata, che ci ha regalato due ore di spensieratezza in un grigio lunedì di pioggia, ci sono stati due ospiti di eccezione: la vocalist Nicky Nicolai e Stefano di Battista con il suo jazz ensemble. Il concerto comincia con un momento molto intino scandito dalle note di un pianoforte e soprattutto dalla voce profonda di Antonella Lupi, giovane cantante apparsa anche a Sanremo, che per qualche minuto riesce ad incantare una platea gremita ed un teatro che sebbene sia lunedì è già tutto pieno.Poi la parola passa ai protagonisti veri e propri e soprattutto alla voce di Nicki Nicolai e al sassofono di Stefano di Battista. Si comincia con un brano tratto dall’ultimo album della cantante: “Più Sole”, una melodia allegra, spensierata che per uno strano caso del destino, visto che fuori pioveva veramente tanto, ci fa sorridere un po’ facendoci dimenticare il maltempo. 

Si passa poi ad un’atmosfera più intima per poi raggiungere i ritmi incalzanti del brano “Dall’Inizio dei Finali”, forse il migliore di tutta la serata, che ci fa respirare il clima tipico delle big band. Un ritmo incalzante e un groove deciso ci trasportano a suon di note dall’altra parte dell’oceano, magari un’altra epoca o in un’altra città. C’è anche il tempo per un’ospite d’eccezione, Eddy Palermo che salito sul palcoscenico ci offre un altro momento di intimità, accompagnando la voce, in questo caso soffice, di Nicky Nicolai con il brano “E se domani”. E non poteva mancare in una serata come questa un omaggio al grandissimo Lucio Dalla, scomparso da pochi giorni, con il brano che forse rappresenta maggiormente l’universo disegnato dal cantautore. Con le note di Piazza Grande, infatti, Nicky Nicolai canta accompagnata dal pubblico ricordando un amico, un musicista, un genio. Insomma, una serata divisa in vari momenti dove gli unici fili conduttori sono la voce di Nicky Nicolai, sempre grintosa e piena d’energia, e soprattutto il sassofono di uno strepitoso Stefano di Battista che durante questo lunedì di pioggia ci hanno regalato un concerto dedicato al grande jazz, ma anche alla musica d’autore. Decisamente un buon inizio per una rassegna appena nata che ha dalla sua parte un cartellone ricco di musicisti e soprattutto ricco di jazz.

Carlo Cammarella

Foto di Paolo Soriani

Live Report: Daniele Cordisco Organ Trio al Teatro Lo Spazio

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Il terzo appuntamento al teatro lo Spazio con la rassegna musicale Spazio Jazz (domenica 6 novembre) ha visto salire su questo nuovo palcoscenico dedicato al Jazz capitolino, l’Organ Trio del chitarrista Daniele Cordisco, formazione assai giovane completata dall’organo di Andrea Rea e dalla batteria di Giovanni Campanella che ci ha coinvolto fin dal primo minuto con tutta la freschezza e la voglia di suonare tipica dei gruppi che si stanno affermando nel panorama musicale italiano. Tanti gli ospiti che si sono alternati sul palcoscenico e che hanno dato vita ad una jam session ricca di colpi di scena e piena di entusiasmo. E in un periodo certamente non florido per la musica dal vivo, in cui molti locali hanno chiuso i battenti o si trovano in difficoltà, è sicuramente bello per noi constatare che la voglia di suonare è sempre tanta e che ad alimentarla ci sono i musicisti attivi da molto tempo, ma anche le giovani promesse che armate di passione ed entusiasmo hanno voglia di dire la loro. Ora, come alcuni di voi sapranno, Spazio Jazz è una rassegna nata in collaborazione con Blue Taste e Muzak Off, alla quale partecipiamo attivamente; motivo per cui ci teniamo particolarmente a raccontarvela (almeno in parte) visto che ad alternarsi sul palco ci sono stati anche alcuni dei musicisti più in vista del panorama capitolino e nazionale.

E veniamo allora alla serata vera e propria. Il concerto è cominciato sotto le note dell’Organ Trio capitanato dal giovane e talentuoso Daniele Cordisco, una formazione giovane che già dimostra una maturità artistica fuori dal comune, grazie ad un’empatia e ad un interplay solido e raffinato. La chitarra di Daniele è vivace, a volte si infiamma dando prova di un fraseggio dinamico ed energico, altre volte armonizza incastrandosi perfettamente con l’organo di Andrea Rea. Ed è forse questa la capacità che ci ha colpito di più di questo giovane musicista; una versatilità ed una scioltezza che non lo trascinano mai verso l’eccesso e che lo mettono in condizione di dialogare perfettamente con il resto della formazione. Dal canto suo, Giovanni Campanella dimostra una solidità che forse troviamo solo in pochi musicisti ed un tocco raffinato ed elegante che non va mai va a coprire il resto della formazione, legandovisi perfettamente. Ma se questa prima parte della serata ci ha lasciato davvero delle forti emozioni (nonostante il pubblico sia stato troppo ristretto) ad una certa ora della notte hanno cominciato a fare capolino dall’ingresso del teatro tanti altri ospiti che a mano a mano si sono alternati su questo palcoscenico. Fra questi vi possiamo segnalare Giorgio Cuscito, Antonella Aprea, Roberto Pistolesi, Cristina Ravot e anche il papà di Daniele, Nicola Cordisco.

Ora, descrivere un momento del genere, in cui alcuni musicisti di indubbia fama salgono su un palcoscenico soltanto per la pura e semplice “voglia di suonare”, è qualcosa di veramente speciale. E non lo diciamo soltanto perché in questa serata eravamo impegnati in prima persona, ma soprattutto perché lo spettacolo si è rivelato dinamico, coinvolgente e caratterizzato da diverse sfaccettature, a seconda dei musicisti che in quel dato momento si trovavano su palco. Dalle frizzanti note fuoriuscite dal sassofono di Giorgio Cuscito, alla calda voce di Cristina Ravot, che con la sua Bossa Nova ci trasporta in Brasile per qualche minuto, fino al momento in cui papà e figlio “Cordisco” suonano insieme regalandoci un momento di intimità familiare che si espresso dalle note di due chitarre superlative. Due stili completamente diversi, la vivacità del giovane che si mescola con la conoscenza di chi è più maturo, per un momento che i pochi presenti hanno apprezzato moltissimo. E che dire di più? Chi ama il jazz saprà bene che descrivere a parole situazioni del genere è compito arduo e difficile, specie perché di momenti ce ne sono stati veramente tanti, ognuno con la sua vivacità e con la sua particolarità. Dispiace solo che una serata del genere meritava sicuramente un teatro pieno, ma forse la pioggia e il timore di un’alluvione (viste la immagini in televisione) hanno fermato anche i più temerari. Certo è che i pochi eletti che quella sera si sono trovati al Teatro Lo Spazio avranno avuto la possibilità di vedere uno spettacolo che ricorderanno per un bel po’. Almeno fino alla prossima jam, dove vedranno tanti altri musicisti suonare solo e unicamente per la gioia di farlo!

Carlo Cammarella

Foto di Valentino Lulli

CASA DEL JAZZ LIVE DIARY : Le Orme e il Banco del Mutuo Soccorso chiudono Progressivamente

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Non c’è discussione sul fatto che i primi anni ’70 siano stati i più prolifici per il rock progressivo italiano, anni in cui le più importanti formazioni di questo genere producevano i migliori dischi e i migliori concerti. E le persone che spesso ci hanno raccontato di quel periodo, ce l’hanno definito come magico e irripetibile, come un qualcosa che si respirava nell’aria e che forse non sarebbe tornato più. Certo, se ci pensiamo un po’ su, la prima cosa che potremmo rispondere è che probabilmente hanno anche ragione, ma pensandoci meglio, potremmo anche contestare dicendo che domenica 11 settembre alla Casa del Jazz (nell’ambito del Festival Progressivamente), a vedere Le Orme e il Banco del Mutuo Soccorso, c’erano quasi tre mila persone. E non parliamo soltanto di nostalgici amanti della musica degli anni ’70, ma di un pubblico che forse rappresenta tutte le generazioni e che semplicemente ama la buona musica. Quindi, cerchiamo di proiettarci per un attimo in quella serata e per capire meglio l’atmosfera diciamo subito che ben prima dell’inizio del concerto non era rimasta l’ombra di un posto a sedere. Gente seduta per terra, in piedi, vicina al mixer e ai lati del palcoscenico per un concerto davvero indimenticabile che ci ha fatto sentire come dei privilegiati baciati da una buona stella, magari da “La croce del sud”, giusto per fare una citazione ad hoc. Ma lasciamo stare le parole rubate a persone che sicuramente hanno più inventiva di noi e cerchiamo di tuffarci nell’atmosfera di questa splendida serata.

I primi a salire su questo palcoscenico e ad incantare un pubblico più che mai ansioso di ascoltare sono Le Orme. Certo, è probabile che tutti gli amanti del progressive siano a conoscenza della separazione avvenuta fra gli ultimi due membri della storica line up, ovvero il batterista Michi Dei Rossi e il vocalistAldo Taglialapietra, ma questo non vuol dire che il gruppo abbia perso la voglia e l’inventiva per stupire e per stupirsi. E quindi, se pensiamo che adesso alla voce c’è Jimmy Spitaleri, fondatore dei Metamorfosi, allora possiamo proprio dire che sebbene le cose cambino, come a volte è anche giusto che sia, la buona musica rimane sempre tale e riesce sempre ad emozionare. E poi la presenza scenica non è da sottovalutare per niente. Spitaleri si presenta con una chioma lunga e folta e con tutta l’energia necessaria per affrontare una serata del genere.

 

Fin dall’inizio, infatti, da quando Le Orme cominciano a suonare, riescono a creare atmosfere surreali, a trascinarti in quell’arte della sperimentazione che soltanto pochi musicisti riescono a fare così bene. La prima parte è dedicata tutta all’ultimo lavoro d studio, La via della Seta. Testi che parlano di viaggi, sia terreni che mentali, musiche che hanno il potere di farti abbandonare la realtà per permetterti di tuffarti in un universo parallelo fatto di suoni, colori, ma anche di arte e poesia. Due viaggi, uno compiuto attraverso il suono degli strumenti, l’altro attraverso la narrazione e la conoscenza. C’è anche il tempo per fare un tuffo nel passato con il disco Felona e Sorona, suonato al momento della chiusura, e per ascoltare quella musica corale, sinfonica, monumentale che da sempre è stata, secondo noi, la principale caratteristica di questa formazione. E il concerto in questo modo acquista diverse sfaccettature, diversi momenti che lo rendono unico e irripetibile fino all’ultima chiusura della batteria di Michi Dei Rossi, sempre impeccabile, come del resto tutti gli altri membri delle Orme.

Ora, solitamente dopo che termina il primo concerto bisogna aspettare un po’ di tempo perché cominci il secondo. In generale passano una ventina di minuti, ma questa volta, forse perché la voglia di suonare era davvero tanta, non ne sono passati neanche cinque. Il Banco del Mutuo soccorso, infatti, sale sul palcoscenico della Casa del Jazz dopo un brevissimo tempo di intervallo e comincia a suonare con tutta l’energia che tutti gli amanti di questa band si aspettano di percepire. Francesco di Giacomo, voce della band, a 60 anni suonati ha ancora energia da vendere e Vittorio Nocenzi piuttosto che suonare vola sulla tastiera. Ma la cosa bella, che viene spesso sottolineata da più membri della band, è che la musica è condivisione. Senza il pubblico non ci sarebbe la stessa alchimia e quindi niente di tutto quello che abbiamo visto e sentito sarebbe possibile. Sono parole che ci fanno capire la passione che c’è dietro ogni singola nota suonata o pizzicata su ogni strumento. Energia pura, energia positiva, energia che ci fa viaggiare nello spazio e nel tempo e che allo stesso tempo riesce a metterti nelle migliori condizioni possibili.

 

Francesco di Giacomo ha ancora una voce capace di emettere suoni irripetibili e di alternare ad essi momenti di recitazione pura, come se il concerto fosse un’opera d’arte in continuo movimento. E sebbene ci sia un momento in cui ogni singolo elemento riesca ad emergere, la cosa più bella rimane sempre quella musica d’insieme che durante questa serata indimenticabile è riuscita ad ipnotizzare il pubblico per oltre un’ora e mezzo. Il concerto, quindi, scorre veloce e nella sua complessità risulta, leggero, coinvolgente quasi inafferrabile. Con il Banco tutto diventa semplice, si crea un legame fra pubblico e palco, i ritmi incalzanti e la potenza che viene sprigionata dalla formazione coinvolge tutti, anche quelli che magari si trovavano lì per caso ignari di quello che avrebbero ascoltato. E la cosa che ci ha davvero colpito è l’umiltà, la semplicità, la spensieratezza con cui la serata viene affrontata, come se questi illustri signori con alle spalle 40 anni di rock progressivo si fossero fermati davanti allo scorrere del tempo per regalarci attimi di estasi per i nostri timpani.

E come grande conclusione di questa serata, che sicuramente ricorderemo per un bel po’ di tempo, salgono sul palco insieme al Banco le Orme. E immaginatevi cosa può succedere in un concerto con due formazioni del genere che suonano insieme canzoni capolavoro come Non mi rompete. E’ qualcosa che ci viene veramente difficile da spiegare senza l’ausilio di quei musicisti che per 20 minuti ci hanno fatto viaggiare con ritmi e melodie che non si possono definire coinvolgenti perché altrimenti sarebbe troppo riduttivo. Insomma, quella di domenica è stata la conclusione in grande stile di un festival (Progressivamente) che per una settimana ci ha davvero tenuto compagnia con alcuni dei migliori musicisti della scena di ieri, di oggi e chissà… Forse anche di domani.

Carlo Cammarella

foto di Valentino Lulli

 

 

 

 

 

Marcello Allulli sul metodo di insegnamento: “E’ fondamentale osservare gli studenti!”

Nella musica quanto in altre discipline la didattica è una componente importantissima. Tuttavia il dibattito su quale sia la forma migliore di insegnamento è più che mai aperto e gli spunti di riflessione certamente non mancano. Quale potrebbe essere, dunque, il miglior approccio per trasmettere il proprio sapere in una classe? Lo abbiamo chiesto a Marcello Allulli che all’intensa attività concertistica associa anche la didattica e l’insegnamento musicale

Dal mio punto di vista – ci spiega Marcello - è fondamentale dal primo momento che entro nella stanza osservare gli studenti e capire quali sono i punti su cui dovrò lavorare nello specifico. Nelle mie classi di improvvisazione/ear training non c'è un livello specifico ed è aperta a tutti gli strumenti. La difficoltà sta nel saper mantenere alta la concentrazione e l'interesse soprattutto negli allievi più bravi che giustamente hanno già affrontato un certo tipo di esercizi.

Penso che lo studio della prospettiva, ovvero guardare le cose da un altra angolazione, sia un po’ il segreto e la riuscita dei miei laboratori. Per esempio far cantare i temi ai batteristi o far fare le bass line ai sassofonisti, etc.etc. Ma soprattutto essere in grado di saper cantare e apprendere tramite il canto ciò che poi verrà riprodotto col proprio strumento.”

Visto che parliamo di Jazz il discorso della didattica non può non toccare anche l’improvvisazione. Quanto è importante anche questo tipo di insegnamento? A proposito Marcello Alluli prosegue dicendo che:

“Penso che l'improvvisazione sia molto importante non solo nel jazz, ma nella vita, anche perché secondo il mio parere musica e vita sono direttamente connesse! Soprattutto oggi dove ci sono sempre meno punti di riferimento, tutto viene sempre più messo in discussione. Pertanto dobbiamo avere la capacità di saper inventare e saper reinventarci. Lo dico perché la nostra vita è un grande magnifico assolo!!”

Ma quel è il punto di partenza? Come si arriva a trasmettere il proprio sapere a studenti desiderosi di apprendere. Ovviamente ogni maestro prima di insegnare è stato anch’esso coinvolto in un processo di  apprendimento. Abbiamo approfondito anche questo punto con Marcello Allulli.

Il mio metodo di studio  - prosegue - parte innanzitutto dalla ricerca della concentrazione. Sin dai tempi delle scuole medie ,mi ricordo di aver avuto problemi nel rimanere attento alle lezioni o nella lettura di un libro. Probabilmente è un problema che mi sono portato avanti con l'età. Uno dei metodi che mi sono imposto è quello di fare appena sveglio determinati esercizi o suonare una canzone  al pianoforte.

Non ho pregiudizi verso i generi musicali, da questo punto di vista mi sento onnivoro e appena ascolto qualcosa che mi piace che sia un brano, una sequenza ritmica o una semplice melodia cerco di impararla ed assimilarla. Cerco di non tralasciare mai gli esercizi sul suono ed esercizi ritmici (con metronomo e senza) e ormai da diversi anni lo studio della musica di J.S.Bach.”

Marco Tamburini muore in un incidente stradale a Bologna

 

Un tragico incidente e un grande lutto per il mondo della musica. Marco Tamburini, talentuoso trombettista con all’attivo tante collaborazioni di grande livello, è morto ieri, 29 maggio 205, a causa delle ferite riportate in un incidente avvenuto a Bologna in via Zanardi. La sua moto Honda si è scontrata intorno alle ore 20:00 contro altri due scooter: le cause dell’incidente sono ancora da accertare. Oggi Tamburini avrebbe compiuto 56 anni.

Lucrezio de Seta REVELATION Quintet in concerto all'Alexanderplatz Jazz Club

 

L’arte in continuo cambiamento, che non si ferma mai, che non conosce punti di riferimento e che trova sempre nuovi spunti. Questi i punti di forza del nuovo progetto di Lucrezio de Seta, il Revelation Quintet, che venerdì 15 maggio sarà di scena sul palcoscenico dell’Alexanderplatz. Ad accompagnato in questa avventura, all’interno del tempio del jazz romano, ci saranno Ettore Carucci al pianoforte e tastiere, Leonardo De Rose al contrabbasso, già sodali nel progetto ‘Movin’On’ uscito a fine 2014, con l’aggiunta di Daniele Tittarelli al sax alto e Francesco Lento alla Tromba. Questa nuova evoluzione nasce dall’esperienza sempre viva di Movin’ On (Headache Production-2014), un progetto in cui confluiscono diverse anime, che muta pelle continuamente, che non tradisce le radici del jazz puro senza disdegnare intense incursioni verso la cultura orientale, verso la cultura mediterranea e per quanto riguarda questo concerto anche verso l’elettronica. Ed è proprio questo lo spirito che pervade ogni brano del disco, ogni singola nota, ogni inciso, ogni frase musicale.

Nulla è lasciato al caso, ma l’interplay non manca e il lavoro collettivo è quella forza nascosta che rappresenta la vera anima del REVELATION QUINTET. Da questo punto di partenza prendono forma brani “apparentemente” di diversa estrazione come Smatters, in cui a farla da padrone sono i ritmi incalzanti del Bebop, o come Suresh e Vedanta che attingono dalla tradizione indiana, o più generalmente orientale, e conducono lo spirito in un viaggio verso luoghi lontani, esotici e contemplativi. C’è tempo per un viaggio onirico nell’antica Grecia con il brano “Seguendo la Luna Laerte veleggiò verso Levante”, dove il suono delle percussioni ci trasporta ai tempi delle Baccanti. C’è tempo anche per affacciarsi verso l’elettronica, verso le contaminazioni contemporanee in un perfetto connubio tra vecchio e nuovo, tra passato e presente, tra sperimentazione e tradizione, tradendo una passione per i grandi personaggi della musica del ventesimo secolo. Fra questi spiccano lo spirito dell’improvvisazione collettiva Davisiana e la sperimentazione armonica di Monk.

Movin’ On rappresenta la voglia di andare avanti… – spiega Lucrezio de Seta – Quel bisogno e quella ricerca che mi portano a voltare pagina, senza dimenticare quel bagaglio culturale che fa parte di me e che mi ha formato nel corso degli anni e che ora mi ispira l’allargamento della formazione al classico quintetto jazzistico arricchito di piccoli congegni del presente tecnologico... E’ un’idea di movimento, una tendenza che spinge ad esplorare sempre nuove soluzioni e non fermarmi mai davanti a ciò che “funziona”. Piuttosto sono attratto da tutto ciò che crea squilibrio e da tutto quello che fa innescare un moto perpetuo che porta verso un’evoluzione continua. E’ un vero e proprio balzo in avanti e un cammino nuovo senza rinnegare quelle che sono le mie radici!

 

Alexanderplatz

Via Ostia, 9, 00192 Roma

inizio concerto ore 22:30

06 3972 1867

 

Venerdì 15 maggio 2015

Lucrezio de Seta Revelation Quintet

MOVIN’ ON

 

Lucrezio de Seta - Batteria + elettronica

Daniele Tittarelli - Sax

Francesco Lento - Tromba

Ettore Carucci - Piano + tastiere

Leonardo De Rose – Contrabbasso

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