Jazz Agenda

Torna il cesanese Jazz Festival

Venerdì 16 e sabato 17 settembre si terrà a Roma la seconda edizione del Cesanese Jazz Fest. Questamanifestazione organizzata dall’associazione Labcom con il sostegno della Provincia di Roma sarà ospitata nella splendida cornice del parco di via Sabiniano (Dadò Chalet), con una formula rinnovata: oltre alla degustazione enogastonomica e ai concerti di musica jazz (che spaziano dallo swing al fado, incontrando la musica leggera ed il ragtime), uno spazio dedicato al cabaret, un mercatino dell’ artigianato, un Aperitivo Letterario dedicato al libro “La città naturale”, che vedrà la partecipazione dell’autore Silvano Scalabrella, del giornalista dell’avvenire Andrea Monda e di Federico Iadicicco, vice presidente della Commissione Cultura della Provincia di Roma. Il ritmo saltellante e dondolante dello Swing sarà il filo conduttore di un viaggio musicale tra le due sponde dell’Oceano Atlantico. Si parte con i classici in stile “Hot Jazz” di New Orleans per arrivare a Kansas City e New York rispettivamente il regno di Count Basie e Duke Ellington che con le loro orchestre fecero diventare lo Swing un genere di grande successo. Dall’altra parte dell’Oceano arriviamo in Italia con la sua “Musica ritmata”, con le canzonette dell’Eiar eseguite all’epoca dalle grandi orchestre di Pippo Barsizza, Gorni Kramer e da celebri solisti come Natalino Otto, Il Trio Lescano, Alberto Rabagliati. Un immaginario viaggio nel tempo quando gli anni 30’ appartenevano al ballo, alla radio, allo Swing!!!

 

L’ass. Labcom rilancia anche quest’anno l’abbinamento tra Cesanese e Jazz, due esempi  in cui il Lazio rappresenta un eccellenza nel panorama nazionale: il Cesanese del Piglio è il primo vino del Lazio ad avere ottenuto la DOCG (Denominazione di origine controllata e garantita) mentre il jazz esprime nella nostra regione un numero crescente di scuole e rassegne specializzate,  e che attraggono sempre di più le giovani generazioni. Sono infatti i giovani i veri protagonisti di questa manifestazione che vuole essere innanzitutto un luogo di incontro per quelle realtà giovanili (associazioni, piccoli produttori enogastronomici, musicisti emergenti…) che riconosco nelle propria identità un opportunità di sviluppo economico e culturale. Un passato da valorizzare e un futuro da costruire.

Programma spettacoli

VENERDI’ 16 SETTEMBRE 2011

20.00 Concerto/ La Luna nel Caffè / jazz-swing
Voce: Giovanna Berardinelli
Sax Tenore: Michele Leiss
Chitarra: Andrea Bilotti
Basso Elettrico: Enrico Zapicchi
Batteria: Valerio Toninel

Accanto ai brani della tradizione classica del jazz anni ‘30-’50 proposti in versioni essenziali e semplici, iI gruppo ama sostare nelle strade del folk europeo e americano, del rock e della musica cantautoriale, anche italiana, ricercando in ogni brano la componente onirica, fiabesca, di racconto del cuore.

22.00 Concerto/ Swing Pistols / jazz swing
Marino Microfono– Voce
Mario Strizzacervelli – Batteria
Nat Sexysax – Sassofono
Charlie the boss – Contrabbasso
Alessandro Belloguaglione – Chitarra
Sandro er bassotto – Tromba

Inseguiti da foglio di via e decreto di espulsione, all’alba del nuovo millennio The Swing Pistols decidono di lasciare il loro amato quartiere di Brooklyn (altrimenti detto Broccolino) e di ritornare in Italia, terra di origine dei loro nonni, emigrati in America all’inizio del ‘900.Giunti a Roma disperati ed affamati per sbarcare il lunario cominciarono a suonare nei malfamati locali intorno alla stazione Termini. Ben presto la loro fama superó I confini del quartiere e vennero chiamati ad esibirsi in luoghi lontani ed esotici come Trastevere, Ostia e Capocotta. La loro musica che mescola I classici dello swing Italiano e Americano é ormai diventata un marchio di fabbrica. The Swing Pistols sono amati ed apprezzati dai bambini dell’asilo e dai vecchietti col bastone, dai ragazzi yankee col ciuffo ribelle e dalle ragazzine con le minigonne a pois.

SABATO 17 SETTEMBRE 2011
18.00 Aperitivo Letterario/ presentazione del libro “La Città naturale”
Partecipano:
Silvano Scalabrella – autore del libro
Andrea Monda – giornalista Avvenire
Federico Iadicicco – vicepresidente Commissione Cultura Provincia di Roma

20.00 Concerto/ Chiara Morucci/ jazz- fado
Voce chiara: Chiara Morucci
Chitarra: Franco Pietropaoli
Chitarra portoghese: Felice Zaccheo

Chiara Morucci, autrice, compositrice e cantante romana di 25 anni presenta il suo progetto di canzoni originali, in italiano e portoghese, spaziando dal fado alla canzone d’autore, con reinterpretazioni di brani popolari e d’autore che toccano anche il Sudamerica, intrecciando lingue e sonorità latine.
-Ha preso parte all’omaggio a Gabriella Ferri “Ti amiamo Gabriella” tenutosi all’Auditorium Parco della Musica a Roma, ideato ed organizzato da Maurizio Viola.
-Ha cantato con Mauro di Domenico, Rodolfo Maltese, Fausto Mesolella
-PREMIO BINDI 2007 per la canzone d’autore con “Un giorno blu d’amour”.
-PREMIO BIANCA d’APONTE 2006 per la canzone d’autrice con “Ed io sono una rosa”.

21.00 Cabaret/ Edoardo Ferrario
Edoardo Ferrario nasce a Roma nel 1987.
Durante gli anni dell’università si diploma all’Accademia del comico di Roma e inizia a portare in scena i suoi testi. Nel 2009 entra nel laboratorio Zelig al teatro Morgana e partecipa alla trasmissione Ottovolante di radio Due. Nel Giugno 2011 è finalista al premio Troisi a San Giorgio a Cremano. Nel 2010 scrive “Battute Fomento”, uno spettacolo su temi di grande attualità : la riscoperta dell’Africa dopo i mondiali, quei servizi dei telegiornali tanto autoreferenziali da essere già una parodia e un’attenta descrizione del mondo dei suoi coetanei, sopratutto di Roma Nord, uniti nel “fomento” per Romanzo Criminale.
Da Ottobre del 2011 si esibirà nella serata Cocktail Comedy Club ogni mercoledì all’Oppio Caffè.

22.00 Concerto/ Clea Cotroneo Quartet  / jazz-swing
Voce: Clea Cotroneo
Pianoforte: Karri Luhtala
Contrabasso: Gabriele Greco
Batteria: Dario Panza

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Le vie del Pane e del Fuoco – intervista ad Ettore Fioravanti

Si chiama Le vie del Pane e del Fuoco l’ultimo lavoro del quartetto di Ettore Fioravanti prodotto dalla nuova etichetta discografica Note Sonanti. Un progetto sperimentale  a cui hanno preso parte musicisti come Marcello Allulli al sax, Marco Bonini alla chitarra, Francesco Ponticelli al contrabbasso e anche Enrico Zanisi al pianoforte. Si tratta di un disco in cui diverse sonorità confluiscono in un unico filo conduttore che è il linguaggio del jazz. E noi che abbiamo già avuto modo di vedere dal vivo questa formazione abbiamo deciso di approfondire l’argomento con Ettore Fioravantiin persona.

Ettore, per cominciare volevamo chiederti di raccontarci la genesi di questo progetto. Come è nata questa collaborazione fra musicisti così diversi per stile e per età?

“Il quartetto nasce dalla ricerca di personalità compatibili e disponibili a creare un ensemble maggiormente elastico e flessibile rispetto alle formazioni che ho gestito in passato. Con Marcello Allulli c’erano già state numerose collaborazioni, lui rappresenta insieme la voce pura e l’iconoclasta; Marco Bonini ha nel repertorio tutte le sfaccettature della chitarra, dal rock all’elettronica all’improvvisazione radicale; infine Francesco Ponticelli possiede uno dei più bei suoni di basso da me sentiti in  questi ultimi anni, e ha il dono della sintesi. Forse loro tre rappresentano quello che non sono io, e mi completano.”

Questo nuovo lavoro, dal titolo “Le vie del pane e del fuoco” ha, secondo noi, una natura decisamente sperimentale: è una scelta che avete fatto per dare vita a qualcosa di innovativo oppure qualcosa che avevate proprio nel vostro DNA?

“Ho sempre suonato musica libera, quasi per terapia: una delle possibilità che mi regala il quartetto è proprio l’imprevedibilità, l’improvvisazione collettiva, il girotondo tenendosi per mano dove tutti danno forza a tutti. Tutto ciò non impedisce di continuare ad amare e rappresentare la vena melodica che penso di avere dentro, come la hanno i miei compagni. Il jazz veramente free vuol dire anche fare una canzone, magari rovesciandola, ma rispettandone gli elementi caratterizzanti.”

Quindi, perché avete deciso di portare avanti un approccio ad un jazz forse più contaminato piuttosto che tradizionale?

“Boh, sai le cose le fai e ti trovi a farle con quelli che hai scelto senza troppa coscienza. Anche la conoscenza spesso fa gabbia intorno ad un’idea perché relaziona quello che fai ad un progetto precostituito. Ma noi siamo carpentieri che tradiscono molto spesso il progetto disegnato, e lo fanno proprio con la voglia di mettersi alla prova: il rischio che sia un disastro c’è, e guai a chi lo tocca ‘sto rischio. Ma il feeling deve viaggiare e guai a chi lo ingabbia.”

E soprattutto quale potrebbe essere secondo te l’anima di questo disco?

“Credo proprio la compattezza del gruppo: ci sono pochi assoli nel vero senso del termine, il più dei casi ci sono depistamenti a turno dalla linea centrale, e mi piace pensare che se uno si sgancia gli altri lo tengono per le bretelle per permettergli di rientrare in riga prima o poi. Inoltre credo che se si faccia il calcolo degli “sganciamenti” ci sarebbe un pari e patta fra tutti e quattro. Comunque la ricerca di questi equilibri ci tengo che sia fatta con la musica più che con le parole, cioè è conseguenza degli assestamenti tellurici del feeling di gruppo piuttosto che di singole piroette intellettuali studiate a tavolino per staccarsi dalla routine del tema-impro-tema.”

E per quanto riguarda questa formazione, così eterogenea dal punto di vista generazionale, ci vuoi parlare dell’approccio che avete in sala di registrazione?

“La differenza di età io la sento più sul piano delle fonti ispirative e formative, che nel caso di loro tre sono senz’altro più variegate delle mie. L’approccio rock per me rappresenta un vestito della domenica: anche se sono cresciuto col rock, nel mio cervelletto vagano più le musiche dei King Crimson e di Lucio Battisti che quelle dei Beatles o Rolling Stones. Nel mio passato vedo di più la canzone (intesa proprio come relazione fra una melodia agganciata al suono delle parole) e la sinfonia (ma de noantri, sia ben chiaro), cioè una storia compositiva con variazioni e ripetizioni. Loro tre vivono i suoni di oggi con maggiore osmosi, e non hanno remore a usare le chitarre “alla Nirvana” accoppiate a Straight no chaser. Lo fanno in automatico e senza sovrastrutture. E questo voglio imparare da loro.”

Quindi, dovendo trarre delle conclusioni da questo disco, cosa ti aspettavi all’inizio e cosa, invece, è venuto fuori una volta che è stato registrato?

“Bella domanda, perché racchiude tutte le altre: diciamo che è venuto diverso dalla mia prefazione, ma non l’ho mica cancellata, ho solo aggiunto un epilogo che la contraddice. E poi forse succederà che quando si registrerà ancora (prevedo entro sei/sette mesi) anche l’epilogo di cui sopra sarà tradito. Ho portato un pezzo jazz ed è diventato un rockabilly, la canzone di Mina è un puzzle smontato e rimontato a rovescio, gli accordi tonali sono diventati atonali e viceversa. Siamo un gruppo di traditori musicali, felici di esserlo.”

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Federica Zammarchi racconta Jazz Oddity

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Jazz Oddity, ultimo progetto da studio della vocalist Federica Zammarchi, è un disco che ci ha incuriosito fin da subito, anche prima di ascoltarlo. E’ un lavoro originale in cui la cantante senese ha ripreso uno dei più grandi artisti di tutti i tempi, David Bowie, e ha riproposto alcuni dei suoi brani più famosi riadattandoli in chiave Jazz. Il risultato è stato, secondo noi, molto convincente, e per questo abbiamo deciso di approfondire l’argomento con Federica, che ha risposto volentieri alle nostre domande.

Federica, per cominciare volevamo chiederti come nasce questa esigenza di confrontarsi con un musicista così importante come David Bowie?

“Beh, non lo definirei un confronto, piuttosto un omaggio, un ringraziamento ad un artista che mi ha “tenuto compagnia” ed ispirata da sempre. Bowie è un genio, trasversale, che ha reinventato in continuazione il suo modo di fare musica, di comunicare con il pubblico. Il motivo per cui ho deciso di riadattare alcuni suoi brani a nuove sonorità non è altro che una grande dimostrazione di affetto e di ammirazione verso il suo lavoro.”

Quindi, perché hai deciso di arrangiare questi brani in chiave jazz?

“Questo dipende dal mio mondo musicale, ho sempre ascoltato rock e pop prima di intraprendere la strada del jazz, che è quella che in qualche modo ancora seguo. Ho voluto portare un repertorio “diverso” all’interno di un genere che ha sempre attinto dalla musica di ascolto di tutti i periodo storici. Oltretutto di certo non mi considero una “jazzista” pura, amo la contaminazione, quello che faccio nasce semplicemente da come io mi approccio alla musica, di qualunque genere. Non so nemmeno se si possa parlare di chiave jazz, i puristi probabilmente non sono d’accordo, è una chiave “nostra”, che dipende soprattutto dalle personalità dei musicisti coinvolti nel progetto.”

Ascoltando questo disco abbiamo potuto vedere come hai riarrangiato alcuni dei più grandi successi di David Bowie in maniera molto originale e senza stravolgerne il senso. Quale è stato il tuo approccio verso questi brani?

“Esattamente quello hai detto tu: ho cercato di metterci del mio, anche stravolgendo armonia e ritmo a volte, tenendo però sempre ben a mente l’originale e lasciando la melodia perfettamente riconoscibile. Ho mantenuto nei limiti del possibile la “forma-canzone” dei brani, che forse è l’aspetto che maggiormente differenzia il mondo del rock/pop dal jazz, dando sempre grande importanza al testo, per lasciare gli spazi improvvisativi il più possibile aperti ed inseriti in un contesto emotivo. Il resto dipende esclusivamente dalla grande coesione ed intesa della band…”

E come avete lavorato per adattarli a delle sonorità così particolari?

“Sicuramente quando ho iniziato a scrivere per questo progetto avevo in testa un certo tipo di suono, di mood, che ho esposto al gruppo durante le prove. Poi suonando sono uscite delle cose nuove, a volte diverse, convincenti, che hanno iniziato a caratterizzare il nostro sound portandolo in una direzione estremamente riconoscibile. Sono stata molto fortunata ad avere un gruppo di musicisti non soltanto bravissimi ma estremamente partecipi, che hanno lavorato con me fin dall’inizio proprio per fare in modo che queste sonorità caratterizzassero il nostro lavoro.”

Quindi, secondo te, il Jazz può essere in generale un filo conduttore per mescolare stili e sonorità così diverse?

“Non so…non amo particolarmente parlare di “jazz”, piuttosto di “musica” in senso lato. Io credo fortemente che quello che chiamiamo jazz sia una forma di approccio al repertorio, un “modo” di eseguire qualsiasi brano, ma è una mia personalissima opinione. In questo senso sì, certamente il jazz può essere un fenomenale filo conduttore. Ma forse è più giusto parlare di incontro musicale tra cinque personalità molto diverse, provenienti da esperienze varie, ma estremamente capaci di interplay e che mettono costantemente la loro musica al servizio del brano. Come etichettarlo non lo so, probabilmente non è poi così importante…”

E per quanto riguarda i progetti futuri, c’è qualcosa di nuovo a cui stai lavorando?

“Sto lavorando su tantissime cose: un disco in duo con Enrico Zanisi, un progetto sui brani di Shorter con Emanuele Smimmo, una follia su repertorio di varia natura (anche originali) col vibrafonista Andrea Biondi e sto scrivendo pezzi nuovi. Sicuramente inizieremo presto a lavorare ad un “Jazz Oddity vol. II”, dato il successo del primo e la forte volontà di tutto il gruppo di continuare a collaborare, che probabilmente presenterà numerose sorprese (come aggiunte all’organico). Abbiamo anche in mente di eseguire alcuni live con strumenti sinfonici (archi ecc). Intenzioni impegnative, vedremo cosa succede!”

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