Jazz Agenda

Carlo Cammarella

Carlo Cammarella

Lilac Dream Duo: ‘Searching For Nothing è un viaggio: ogni brano rappresenta uno stato d’animo’

Si intitola Searching for Nothing disco d’esordio del Lilac Dream Duo, composto da Martino Corso, pianoforte, e Silvia Remaggi, voce, recentemente pubblicato dall’etichetta Emme Record Label. Una band che ama esplorare tutte le potenzialità del jazz partendo da una formazione minimale che sperimenta e spazia tra diversi linguaggi. Ne parliamo a tu per tu con i membri di questa formazione.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Searching For Nothing è impostato come un viaggio, ogni brano rappresenta uno stato d’animo, una condizione esistenziale all’interno di un percorso di vita. Noi parliamo del percorso nella musica perché è il contesto che abbiamo scelto ma si può applicare a qualsiasi ambito, a qualsiasi vocazione ci venga a chiamare. Nel mondo odierno è difficile inseguire i propri i sogni ed il viaggio verso la realizzazione è pieno di sfumature e di dualità: cadute e traguardi, crisi e gioia, senso di inadeguatezza e sensazione di essere sulla strada giusta. Il punto focale però è proprio che la battaglia più difficile è quella con noi stessi: se quel sogno ci ha scelto non possiamo che abbandonarci a lui e realizzarlo.

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Ci siamo conosciuti in Conservatorio a Genova dove eravamo entrami studenti dei corsi accademici Jazz. Abbiamo avuto modo di conoscerci personalmente e musicalmente e di vederci evolvere e maturare e, quid in più, abbiamo potuto farlo insieme. Pensiamo che questo abbia fatto si che il progetto nascesse in maniera quasi naturale: abbiamo discusso per anni scambiandoci idee sulla musica e su cosa significhi dedicarsi a questa arte nei nostri tempi e sulla musica stessa. Incanalare tutto questo nel linguaggio in cui ci esprimiamo meglio è stata la naturale conseguenza.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

I confini spesso non sono netti. In un mondo dove tutto sembra essere standardizzato ed etichettabile non è facile legittimarsi a tirar fuori la propria voce. Per noi questo è stato sicuramente un punto di arrivo, trovare il coraggio di prendere parola, esprimendo le nostre idee in libertà senza preoccuparci di essere “giusti”. Ma allo stesso modo crediamo fortemente che nella musica non si “arrivi” mai: è la curiosità e il desiderio di sperimentazione il motore stesso, la linfa vitale del tutto. Rubando le vostre parole quindi Searching for Nothing è anche una fotografia di quello che siamo stati e, per il futuro, ci auguriamo continui ad accompagnarci cambiando ed evolvendo insieme a noi.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Certo, ne abbiamo entrambi e la nostra musica è forse un punto di incontro tra le nostre diverse influenze che ad un primo sguardo potrebbero anche risultare distanti. Da una parte l’amore per i grandi ensemble jazz di Martino e quindi per la musica molto strutturata, molto “scritta” come quella di Kenny Wheeler; dall’altra l’attrazione per la sperimentazione e l’improvvisazione totale di Silvia, innamorata della musica di William Parker ma anche della sua filosofia. Il tutto ha trovato per noi un naturale collegamento, grazie a percorsi ed influenze che solo la musica può essere in grado di disegnare: Maestri come Carla Bley, Norma Winstone, John Taylor, Fred Hersch e Jay Clayton ci insegnano come tutto sia collegato e, semplicemente, musica.

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Sicuramente il progetto più immediato e più importante è l’ampliamento del Lilac Dream Duo in Lilac Dream Quartet, con l’aggiunta di una splendida sezione ritmica composta da Giovanni Sanguineti al contrabbasso e Matteo Schillaci alla batteria. Quando si fa musica originale diventa difficile “aprirsi” ad altri ma è anche vero che la musica, ed il jazz in particolare, è fatta di scambio e di dialogo. Abbiamo cercato a lungo e con cura le persone giuste, con cui sentiamo un feeling umano e musicale per noi irrinunciabile.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

A fine maggio presenteremo per la prima volta il disco nella nostra città, Genova, più in particolare al Louisiana Jazz Club, un luogo al quale siamo molto affezionati. Un altro importante palco sarà sicuramente quello del Fara Jazz Festival ad Agosto. Per quanto riguarda altre registrazioni possiamo dire che sicuramente è nelle nostre intenzioni proseguire in questa esplorazione che abbiamo cominciato con Searching for Nothing ma sappiamo molto bene che la musica ha bisogno di tempo, per essere creata, per essere ascoltata, per essere compresa r noi intendiamo far fluire liberamente le idee, finché non sarà il momento di dar loro voce.

 

Lucia Ianniello, KEEP LELT And Go Straight South: ‘Un lavoro senza filtri e compromessi’

Pubblicato dall’etichetta Filibusta Records KEEP LELT And Go Straight South è il terzo disco come bandleader della trombettista e compositrice campana, Lucia Ianniello. Un progetto composto interamente da brani originali in cui per la prima volta l’artista è anche autrice di alcuni testi, in qualità di cantante, oltre che di strumentista. Questo album è anche la rappresentazione sonora di un profondo cambiamento, sia musicale che interiore. Hanno partecipato alla realizzazione di questo lavoro il pianista, compositore e didatta Paolo Tombolesi, il chitarrista Roberto Cervi e Alessandro Forte, batterista, presente in quattro dei nove brani. Ecco il racconto di Lucia Ianniello.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

È un lavoro composto interamente da brani originali, nove tracce che indicano più che un percorso, una direzione coerente d’intenti, condivisa insieme ai musicisti che hanno reso possibile questo disco: Paolo Tombolesi  pianoforte e tastiere, Roberto Cervi chitarre e Alessandro Forte batteria. E la direzione è quella di un utopico Sud, come scrive Filippo La Porta nelle note di copertina, soprattutto di un mito culturale e civile.

Raccontaci adesso la tua storia: come è nato questo progetto, come si è evoluto nel tempo e in cosa si differenzia dai progetti precedenti?

È cominciato tutto in trio; infatti, la batteria di Alessandro si è aggiunta solo in quattro brani ma poi ho deciso che la dimensione del quartetto fosse più congeniale per il live e aumentasse il grado di espressività e i colori della nostra musica. I primi due dischi pubblicati nel 2015 e 2017 con SLAM Production, rispettivamente Maintenant in quartettoe Live at Acuto Jazz in quintetto, sono strettamente collegati tra loro perché buona parte del repertorio è dedicato alla musica della Pan Afrikan Peoples Arkestra e all’opera e alla visione di Horace Tapscott. Poi c’è stato nel 2022 My one and only Planet (Freely Records) realizzato in quintetto con musica interamente improvvisata.

KEEP LEFT and go straight South appena pubblicato con Filibusta Records non è stato un progetto ragionato, pur contenendo anche brani molto strutturati, ha preso forma nelle lunghe passeggiate lungo il mare. Spesso ho canticchiato motivi e testi che, sul momento, ho registrato col cellulare e poi riportato sulla tastiera del pianoforte. Rispetto ai precedenti lavori la componente compositiva è più presente, a parte un brano firmato da Paolo Tombolesi, tre sono scritti a quattro mani (di cui uno con il chitarrista Roberto Cervi) e tutti gli altri sono mie composizioni."

Questo disco rappresenta per te un cambiamento musicale e interiore. Ce ne vuoi parlare?

Penso che questo lavoro contenga in sé una schiettezza e una semplicità che, pur essendo caratteristiche del mio carattere, ho tenuto celate nei precedenti dischi e che qui si sono manifestate naturalmente attraverso l’uso della lingua napoletana e la scrittura di tre brevi testi. Sono sicura che procederò mantenendo questa nuova direzione perché comporre la propria musica ed essere autrice dei testi che canto, non da cantante, tengo a precisarlo, ma essendo una strumentista, è molto appagante. Non ho certo scoperto l’acqua calda ma è quello che oggi motiva la mia urgenza espressiva, perché riduce la distanza dal pubblico e mi consente di veicolare messaggi, pensieri, non soggetti a fraintendimenti.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Rappresenta quello che sono in questa fase, o meglio che sono stata, perché è già esperienza passata, non è né partenza, né arrivo, solo verità di rapporto e di vita vissuta appieno e in armonia con me stessa e con gli altri musicisti. Questo lavoro non è passato attraverso alcun filtro, mi riferisco ad eventuali compromessi a cui ci si sottopone, a volte, per rendere più appetibile un prodotto musicale composito. È un punto di vista musicale libero e ha il pregio, secondo me, di far riflettere su argomenti non propriamente leggeri come le diseguaglianze sociali, il razzismo, i movimenti migratori, con garbo e solarità.

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

Devo confessare che ascolto di tutto da sempre, dalla musica popolare a quella pop, dalla classica al jazz, alla musica sperimentale contemporanea. Tra i trombettisti, per esempio, ha avuto un certo ascendente su di me la britannica Alison Balsom, musicista classica, almeno per quel che riguarda il suono e la naturalezza dell’emissione. Stilisticamente punto di riferimento sono stati: Miles Davis, Jon Hassell, Nils Petter Molvær e Arve Henriksen. E comunque, ripeto, ascolto e apprezzo molti musicisti ma la lista sarebbe troppo lunga.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi, quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

Evito di rispondere. Non amo vivere proiettata nel futuro, la mia musica è quello che sono mentre vivo con i musicisti con cui mi accompagno al momento. E da cosa nasce cosa, sull’onda delle emozioni e dei sentimenti.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

La prima presentazione del CD è prevista il 31 maggio ad Atina (FR) come anteprima del Festival Atina Jazz 2024, poi saremo a Lucca Jazz, a Terracina Jazz Festival, a luglio in Germania nell’ambito del Fliedner Musiktage, un festival innovativo rivolto a pazienti psichiatrici ma aperto anche al pubblico. Con la riapertura, dopo l’estate, presenteremo il CD alla Casa del Jazz di Roma, etc.

In cantiere, più che una nuova registrazione c’è la pubblicazione di un libro… ma questa è un’altra storia.

Gianmarco Ferri racconta il disco On the scene: 'Lo swing è il cuore pulsante di questo album'

Pubblicato dall'etichetta GleAM Records On the Scene è il primo album da leader del chitarrista e compositore molisano Gianmarco Ferri che vede la partecipazione di Stefano Battaglia al contrabbasso, Luca Santaniello alla batteria e il featuring di Marcello Allulli al sassofono tenore sulla ballad So Close. L'album è inoltre impreziosito dalla presenza del pianista statunitense David Kikoski, autentico maestro del Jazz contemporaneo che ha contribuito in modo significativo al progetto. Ecco il racconto di Gianmarco Ferri.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

L’intento principale del disco era quello di diffondere gioia e energie positive attraverso la musica. Questo progetto è stato concepito per far ‘’ballare’’ le persone immergendole in un'atmosfera coinvolgente e festosa. Lo swing, che rappresenta il mio amore più grande, è il cuore pulsante di questo album, trasmettendo un'energia contagiosa che invita l'ascoltatore a muoversi e a lasciarsi trasportare dal ritmo. Spero che chiunque ascolti questo disco possa sentirsi allegro, ispirato e pieno di vitalità, proprio come mi sentivo io durante la sua creazione. Che la musica possa essere un ponte verso la felicità e la condivisione di emozioni positive!

Raccontateci adesso la tua storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Credo che per tutti i musicisti la realizzazione del primo disco rappresenti qualcosa di molto complesso sopratutto per la costante sensazione di non sentirsi mai davvero pronti. La persona che mi ha davvero spinto nella realizzazione di questo lavoro è Luca Santaniello, nonché batterista presente nella recording. Luca è un amico straordinario e un batterista eccezionale che ha avuto un impatto straordinario sulla mia vita e sulla mia creatività. La sua costante fiducia in me è stata un faro luminoso che mi ha spinto a superare i miei limiti. La sua passione per la musica e il suo talento straordinario sono un'ispirazione costante per me, e il suo supporto incondizionato è stato fondamentale per darmi la forza e la determinazione necessarie per realizzare questo progetto. Una volta che ho preso fiducia sono andato dritto nel processo di creazione del lavoro con una grande confidenza.

La collaborazione con un grande pianista come David Kikoski: ce la vuoi raccontare?

La connessione tra me e Dave Kikoski è avvenuta grazie a Luca. Luca, trasferitosi a New York nel 2001, conosceva Dave. Durante l'estate scorsa, Dave era in Italia per un tour e siamo riusciti a portarlo in studio per registrare il disco in una giornata.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Assolutamente, il disco per me è come uno "stamp" della mia evoluzione musicale fino a questo momento. La musica è un medium in costante mutamento, sempre in evoluzione e in continua trasformazione, prendendo nuove forme e influenze. Ogni giorno trascorso con il mio strumento rappresenta un capitolo della mia espressione artistica in un dato momento, catturando le mie idee, emozioni e visioni musicali. È affascinante pensare a come la musica si adatti e si rifletta nel contesto culturale e temporale in cui viene creata, mostrando sempre nuove prospettive e sfaccettature della creatività umana.

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

Grant Green e Wes Montgomery sono senza dubbio i miei esempi più grandi sin da quando ho cominciato a suonare. Sono sempre però stato attratto da altri strumenti e ho cercato di applicare i concetti da loro esplorati sulla chitarra prendendo ispirazione da sassofonisti come Dexter Gordon e Sonny Stitt, così come pianisti come Wynton Kelly e Ahmad Jamal. Devo anche dire che amici e colleghi musicisti sono la mia costante fonte di ispirazione, incoraggiandomi sempre a migliorare e a esplorare nuove frontiere musicali. La collaborazione e lo scambio creativo con altri musicisti sono davvero fondamentali per la mia crescita artistica e la continua evoluzione della mia musica.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

Attualmente, l'obiettivo principale è portare il progetto in giro. In futuro, potrebbe esserci la contemplazione di un nuovo lavoro musicale che incorpori una evoluzione stilistica o concettuale, magari esplorando nuove influenze o sperimentando con nuove tecnologie per creare un'esperienza diversa. Devo però specificare che per me è fondamentale mantenere un forte attaccamento alla tradizione e allo swing anche mentre esploro nuove direzioni musicali per garantire che la radice storica e l'energia dell'originalità rimangano saldamente integrate nel mio lavoro futuro.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Al momento, sto pianificando una serie di concerti in diverse città per promuovere il lavoro di tutti noi. Parallelamente, sto lavorando su nuovi brani che spero di portare avanti per esplorare nuove sonorità e arricchire il mio repertorio. Sono entusiasta di ciò che il futuro potrà portare e non vedo l'ora di condividere queste nuove esperienze con altre persone.

Nugara Trio in concerto presso il Mare Culturale Urbano

 

GIOVEDÌ 30 MAGGIO alle 21:00 Nugara Trio faranno tappa a Milano per la nuova tappa del loro Tour italiano, ospiti del bellissimo Mare Culturale Urbano. 
Francesco Negri (piano), Viden Spassov (contrabbasso) e Francesco Parsi presenteranno la musica di "Point of Convergency", il loro debutto discografico uscito a giugno per GleAM e distribuito da IRD International Records Distribution.

“Atmosfere estremamente ben connesse con eleganza, gusto e che riescono a mettere in bella evidenza le personalità e la conoscenza dei molteplici linguaggi musicali di Francesco Negri, di Viden Spassov e di Francesco V. Parsi. Questo è già un Trio con la T maiuscola e con ancora ampissimi margini di crescita. Bravi!”
Dado Moroni

Francesco Negri, Viden Spassov e Francesco V. Parsi sono tre giovani musicisti provenienti da diverse città d’Italia, rispettivamente Genova, Torino e Firenze, che si conoscono ai seminari di Nuoro Jazz 2021 dove, grazie a un provvidente colpo del destino, si ritroveranno insieme perche vincitori delle annuali borse di studio come migliori studenti. E’ la nascita dei Nugara Trio, che decidono di omaggiare il luogo della loro nascita e la magia della terra sarda con un nome derivato da Nugoro, nome antico di Nuoro. 
Tre musicisti, tre animi diversi, tre spiriti che hanno incrociato il loro viaggio quasi per caso, come tre linee che dall’ignoto dell’infnito si sono intersecate in unico punto, il punto di convergenza, punto dal quale nasce la musica del Trio. Una musica di diffcile collocazione artistica e di genere, ricca, complessa, melodica: ognuno dei tre musicisti porta all’interno del disco quello che e il suo bagaglio musicale e culturale, spesso in confitto, frutto di un processo di creazione mai banale e a volte contraddittorio ma sempre in grado di raggiungere quel grado di equilibrio e di armonia che rende “Point of Convergency” un disco che vive di vita propria, e che si rinnova in ognuna delle sue 8 tracce. 
Come i vertici di un triangolo che convergono in un unico punto centrale, i tre musicisti hanno riversato nei brani alcune delle loro maggiori infuenze musicali verso le quali sono in debito; dalla musica classica e romantica, al folk e alla world music, il pop, il progressive rock e infine il jazz che, con la sua capacità di fagocitare suggestioni e restituirle con un volto nuovo, chiude il cerchio.

 

Il Tour è organizzato da Accademia Europea d'Arte "LE MUSE" e Monfrà Jazz Fest con il supporto di SIAE e Ministero della Cultura all'interno del bando #PerChiCrea .

Info e prenotazioni 
Email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Telefono: +39 02 4507 1825

 

Indirizzo
Via G. Gabetti, 15

20147 – Milano

 

Ingresso 
Gratuito

START h 21.30

Ultime foglie: l’ottavo disco di Pensiero Nomade raccontato dal leader Salvatore Lazzara

Pubblicato dall’etichetta Filibusta Records, Ultime foglie è l’ottavo disco di Pensiero Nomade: un lavoro che rappresenta la sintesi di tutte le ispirazioni musicali del leader Salvatore Lazzara che rappresenta un nuovo punto di partenza. Completano la line-up di questo album Davide Guidoni (Batteria, percussioni), Edmondo Romano (flauto basso, duduk, fluier, chalumeau, clarinetto, low whistle) e Giorgio Finetti al violino. Ci racconta questo progetto Salvatore Lazzara.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Il tema centrale del progetto è la voglia di cambiare, di affrontare un viaggio esistenziale, di mettersi in movimento per andare altrove. Non è un concept album, ovviamente, ma c’è questo filo rosso che lega tutte le tracce: da un lato il bisogno di allontanarsi e di prendere distanza dalle cose consuete, dall’altro la smania di conoscere cose nuove e mettersi in gioco. Questo diciamo è il concetto, l’idea. Se metti tutto questo in musica trovi Ultime foglie, che infatti si muove da presupposti ormai consolidati per me, sia sul piano compositivo che strumentale, ma si spinge un po' più in là, nell’uso di strumenti diversi, nella ricerca di atmosfere diverse.

E cosa è cambiato in questo disco rispetto ai precedenti di Pensiero Nomade?

Un cerchio perfetto, l’ultimo lavoro fin qui, provava a mettere dei punti fermi sul piano dello stile e della forma: c’era il bisogno di fare sintesi di tutte le ispirazioni che avevo, di consolidare la maniera in cui componevo. E soprattutto c’era il bisogno di fissare l’immaginario musicale, che era fatto di jazz, di progressive rock, di musica elettronica e acustica, di world music. Tante direzioni diverse che volevano trovare una sintesi. In Ultime foglie c’è una tensione più al ritmo, al movimento e al racconto; per certi versi è venuta fuori una musica cinematica, meno riflessiva o estatica.

Raccontaci adesso la tua storia: come si è evoluto nel tempo Pensiero Nomade e cosa è cambiato dall’inizio?

Pensiero nomade è nato come un progetto con tante influenze, spesso anche contrastanti fra loro. Era un bisogno di mettere dentro tutto l’universo musicale che mi affascinava in qualcosa che fosse mio e che mi rappresentasse. C’era dentro anche tanta ingenuità e forse un pizzico di presunzione nell’accostarsi alla musica di artisti che consideravo dei mostri sacri pensando di riproporla in una miscela personale. In alcuni momenti questa miscela è stata più instabile che in altri. Oggi, dopo otto cd, Pensiero nomade ha una sua personalità distinta, molti approcci sono cambiati, molte idee si sono rivelate velleitarie, altre si sono consolidate. Sono convinto che chi mi ha seguito fin qua ha compreso lo sforzo di “raffinare e semplificare”, che ho fatto in questi anni (nel 2025 il progetto avrà 18 anni esatti). È un’attività faticosa, ma ho avuto ottimi compagni di strada, alcuni dei quali sono ancora qui con me a fare musica insieme. E questo per me è il più grande segnale che qualcosa di buono è stato fatto.

Cosa rappresenta per te questo disco: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza?

Diciamo che sono soddisfatto dell’attuale forma del progetto, e penso che Ultime foglie sia una giusta rappresentazione di cosa rappresenta oggi per me Pensiero nomade. Dicevo prima che il concetto guida del progetto è la voglia di cambiare e di mettersi in movimento: Ultime foglie vuole trasmettere proprio la gioia e l’ebbrezza del viaggio e del cambiamento (come in Avidi gli occhi). Ma a volte anche la fatica e la disperazione del viaggio (come, ad esempio, in Passava un angelo che è una traccia ispirata dal tema delle migrazioni).

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

La lista sarebbe lunghissima, anche perché non sono mai stato troppo legato a questa o quella corrente musicale al punto di farmene assorbire completamente. Ci sono musicisti che non ho mai abbandonato, penso agli Oregon di Ralph Towner, ai progetti solisti di Robert Fripp; altri che ho amato da lontano, come David Sylvian o Sakamoto, altri che mi hanno affascinato per un po’. Ci sono “estetiche” musicali che mi affascineranno sempre, come il jazz della ECM, altre che ho solo sfiorato. In tutto questo poi molto è stato determinato da chi con me ha creato la musica di Pensiero nomade, i musicisti che hanno portato il loro immaginario e la loro estetica dentro al progetto. Oggi in generale sono meno legato agli artisti e più alla musica, anche quella meno nota che arriva da tutto il mondo (e che magari non è conosciuta da noi, ma famosa altrove).

Pensiero Nomade ci sembra un progetto sempre in evoluzione. Come lo vedi nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

L’essenza del progetto è, strano a dirsi, nel suo nome; Pensiero nomade può evolversi ancora, senza dubbio, ma sono convinto che ci saranno sempre dei punti fermi, perché se è vero che con il pensiero viaggiamo veloci, con il corpo, con la materia, facciamo fatica a spostarci a sradicarci dalla nostra zona di confort. Quindi ci saranno cambiamenti, ma nella direzione che ormai caratterizza il progetto, una miscela di world music e jazz, di acustico e di elettronico, con un orecchio al mediterraneo ed uno al resto del mondo.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

C’è già tanta musica che sto scrivendo, per almeno un paio di progetti. Ma in tanto c’è questo cd da far ascoltare a tante persone; quindi sicuramente il viaggio continua!

Gio’ Bosco a teatro con lo spettacolo Creuza de Ma: ‘De André un faro della cultura italiana’

Un concerto teatrale che ripercorre la storia di Fabrizio De André attraverso i brani più significativi della sua lunga produzione. Tutto questo è Creuza de Ma e altre cattive strade, spettacolo ideato da Gio' Bosco e da Mario Donatone che si terrà il 9 e 10 maggio presso il Cineteatro 33 con la partecipazione del coro World Spirit Orchestra - Joyful Noise e di Massimo Iacobacci alla fisarmonica. Un viaggio nel tempo che parte dagli umori francesi e popolari dei suoi inizi, con brani irrinunciabili come La canzone di Marinella, Bocca di Rosa, Via del campo, e che passa per i concept album degli anni 70 come Non al denaro né all'amore né al cielo, Storia di un impiegato, La buona Novella, per arrivare alla parte più dialettale e World. Ne parliamo a tu per tu con Gio’ Bosco.

Fabrizio de André: un gigante del cantautorato e della musica italiana. In che modo verrà ripercorsa la poetica questa figura così importante in questo spettacolo?

Ripercorreremo l’arte di De André seguendo il cammino storico della sua produzione per mettere in luce le varie fasi della sua musica. Partiremo naturalmente da alcuni brani del primo periodo fino ad arrivare alla parte world passando per i concept album degli anni 70 .

Vuoi darci anche qualche anticipazione su come sarà strutturato lo spettacolo e anche quali saranno alcuni dei brani che porterete in scena?

Lo spettacolo si svolge come una narrazione che arricchisce l’esecuzione dei brani con aneddoti e ricordi anche personali; vi è una prima parte molto minimalista con me alla voce, Mario Donatone piano voce e arrangiamenti, e Massimo Iacobacci alla fisarmonica, e una parte finale con la partecipazione del coro World Spirit Orchestra/Joyful Noise , che io e Mario dirigiamo da diversi anni. Tra i brani vi sono alcuni immancabili classici  (Via del Campo, Marinella, La Guerra di Piero ) ma anche altri meno conosciuti, fino a quelli in dialetto genovese, una lingua vera e propria che De André ha valorizzato nel suo periodo world come idioma mediterraneo per eccellenza (A Cumba, A Domenega, Creuza De Ma eccetera).

Proprio a questo proposito quali sono i brani a cui sei maggiormente legata?

Il primo brano che mi colpì fu Geordie, una ballata in uno stile insolito per quel periodo che mi fece  anche riflettere sull’ingiustizia della pena di morte. Ogni brano di questo grande autore mi dava innumerevoli spunti di riflessione e sconvolgeva il pensiero comune; come nelle canzoni collegate al clima politico degli anni 70, che ho vissuto da ragazza, ad esempio Il Bombarolo, o quelle contro la guerra e le ingiustizie sociali come La Guerra di Piero e La Collina; e naturalmente mi hanno affascinato i brani che mettevano in discussione la morale bigotta e borghese dell’epoca, come Via Del Campo e Bocca Di Rosa.

Ci sono degli aspetti nascosti di Fabrizio de André che forse noi non conosciamo e che soltanto una persona nata e cresciuta a Genova può afferrare veramente?

Sicuramente certe espressioni dialettali e aspetti caratteriali propri di una persona nata e vissuta a Genova sono più leggibili da un conterraneo, così come la vicinanza con la cultura francese ma nell’arte di De André prevale un universalità accessibile a tutti rispetto alla peculiarità di un appartenenza regionale.

Un cantautore trasversale dalle mille sfaccettature: quali sono gli aspetti che ti hanno affascinato maggiormente di questa figura?

Secondo me la sua poesia e la forza descrittiva dei suoi testi non hanno eguali nel panorama italiano, le parole delle sue canzoni hanno un effetto fisico e profondamente evocativo. Anche la sua ricerca musicale è stata eclettica e allo stesso tempo di grande valore, ha avuto l’abilità di percorrere sempre nuove soluzioni, avvalendosi anche della collaborazione di grandi musicisti e arrangiatori.

Che retaggio culturale ci ha lasciato Fabrizio de André e secondo te come ha influenzato e ispirato diverse generazioni anche di cantautori?

L’opera di De André rappresenta un patrimonio di grande valore culturale che ha legami con il medioevo, con la poesia e la letteratura in genere e con la musica popolare di sempre. De André è stato un faro della cultura italiana del XX secolo ed è a tutt’oggi un esempio per chiunque voglia fare il cantautore o semplicemente l’autore. Quando portiamo in giro la sua musica vengono molti ventenni che lo vedono come un caposcuola e trovano perfettamente attuale il suo messaggio.

Un’ultima domanda: De André è a nostro avviso un cantautore senza tempo che racconta storie universali. Nonostante questo, da genovese, hai forse nostalgia di alcune storie o aspetti della tua città che sono stati raccontati nelle sue canzoni?

Ho lasciato Genova a 15 anni e ogni aspetto di quella città è di quell’atmosfera nelle sue canzoni mi fa sentire un po’ a casa. Andavo nei “carruggi” da bambina con mia mamma e vedevo quelle “graziose” citate nei suoi brani e passavo in quei “quartieri dove il Sole del buon Dio non dà i suoi raggi” e sentivo al mercato orientale di via XX settembre i suoni dei venditori registrati in “Creuza de Ma”. Inoltre abitavamo con la mia famiglia proprio in cima a una “Creuza”: una salita lastricata di mattoni affiancata a due muri come una mulattiera, come se ne vedono molte nella mia città. Può sembrare insolito sentire De André cantato da una donna ma ti posso assicurare che quando canti qualcosa che ti appartiene la tua voce diventa un medium tra il tuo vissuto e le storie di tanta gente.

Jack De Carolis racconta il nuovo disco Sparks of cosmic fire

Pubblicato dall’etichetta Emme Record Label Sparks of cosmic fire è il disco d’esordio del trio guidato dal chitarrista Jack De Carolis completato da Luigi Cataldi al basso e Pasquale Cataldi alla batteria. Un disco dall’innato senso melodico, dai tratti onirici in cui spicca una perfetta empatia tra i musicisti. Ecco il racconto del leader di questo progetto.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Il disco "Sparks of Cosmic Fire" è un lavoro che non è stato pensato e strutturato nel senso canonico del termine. Ormai da anni tengo in cantiere brani o idee anche stilisticamente lontane tra loro, accomunate però da un aspetto comune: l'idea intuitiva come punto di partenza. Si può immaginare che proprio questo sia il concept dell'album, infatti, nel titolo stesso mi riferisco a un aspetto particolare del "fuoco", la sua ottava alta, la spinta creatrice e generatrice. L'occasione di un concorso dell'etichetta Emme Record Label di Enrico Moccia mi ha dato modo di rendere organiche, ultimare e dare forma a queste idee, scintille, che successivamente si è concretizzata nell'uscita del disco a inizio gennaio di quest'anno.

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Il progetto è nato come un guitar trio jazz standard che ci ha guidato e insegnato tantissimo, una vera e propria palestra per poi poter cominciare a comporre brani originali. L'amicizia, l'appartenenza allo stesso territorio e i gusti musicali condivisi di tutti i membri del trio ci hanno dato modo di passare molto tempo a sperimentare e sviluppare le nostre idee e, di fatto, si è trasformato in un vero e proprio laboratorio compositivo. La logica collaborativa e aperta alla contaminazione di tutti i membri rappresenta un elemento essenziale per l'idea del trio che ho sempre avuto, e, allo stesso tempo, a mio parere, permette la sua naturale evoluzione.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

La risposta più completa sarebbe tutte e tre le cose, ma allo stesso tempo nessuna delle tre. Il momento dalla registrazione è chiaramente un fermo immagine della vita musicale del trio. In un certo senso è un punto di arrivo, inteso come raccontare e racchiudere nel disco tutto quello che musicalmente sono stato, tutto il mio bagaglio e le influenze fino a quel momento storico. Inevitabilmente punto di partenza proprio per la natura umana, in quanto esseri in continua evoluzione. Allo stesso tempo nessuna delle tre cose perché mi piace pensare alla musica, alla composizione come qualcosa di molto simile al lavoro dello scultore, cioè, tirare fuori da un blocco di marmo l'immagine che già c'è e che c'è sempre stata.

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Tra le nostre influenze sicuramente rientra buona parte del panorama del jazz moderno, da Kurt Rosenwinkel a Brad Mehldau, fortemente affascinati dalla complessità armonica e ricerca ritmica, passando per il lirismo e l'armonia intricata di alcune correnti stilistiche provenienti dal Brasile, in particolare di Toninho Horta(al que dedico un brano nel disco), grandissimo chitarrista e Compositore. Non possiamo non annoverare tra le nostre influenze il potere della semplicità melodica della musica dei Beatles, e, infine, una band dei nostri giorni che un po' racchiude e sintettizza secondo la nostra opinione molti di questi elementi in maniera poetica: i Radiohead. In tutto ciò l'improvvisazione rappresenta un terreno comune, la modalità di espressione più soggettiva di ogni musicista.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Mi piace dare spazio all'imprevedibilità di ciò che può riservare il futuro, allo stesso tempo ci auguriamo di portare il più possibile dal vivo la nostra musica ovunque, che rimane sempre l'esperienza più diretta e appagante per un musicista. A livello evolutivo il progetto è nato sulla base del principio di flessibilità, sia dal punto di vista di genere e contaminazione ma anche della possibilità di ampliare l'organico se le composizioni ne richiedono l'esigenza. Quindi, personalmente, anche sulla base delle ultime idee compositive tirate giù vedo realizzarsi concretamente entrambe le cose descritte.

Quest'estate ci sarà la presentazione ufficiale del disco presso il "Fara Music Festival" e successivamente altri concerti di promozione in Provincia di Latina e nel Lazio in generale. In cantiere c'è l'idea di un nuovo album, magari con una formazione allargata e leggermente diversa rispetto al trio. Mi piace pensare che sicuramente sarà una continuazione del mio ultimo lavoro soprattutto come concept. Ma per il resto non voglio dare troppi spoiler, spero che ci aggiorneremo presto!

 

 

 

Fabrizio Scrivano, Terra di Mezzo: ‘Una sintesi delle esperienze maturate nel tempo’

Pubblicato dall’etichetta Alfa Music Terra di Mezzo è l’ultimo album del chitarrista Fabrizio Scrivano che vede la partecipazione di feat. Jerry Popolo, Gabriele Rampi Ungar, Riccardo Biancoli. Un progetto di jazz contemporaneo caratterizzato da un grande senso melodico e dove non mancano i riferimenti alla propria terra d’origine, la Calabria, per cui l’artista, nonostante sia residente a Mantova, prova ancora un forte legame affettivo. Ne parliamo con il leader del quartetto.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Questo lavoro è una sintesi delle mie esperienze maturate negli ultimi sedici anni di vita. Il titolo, “Terra di mezzo”, è il mio stato d’animo, è come mi sento in questo momento. Vivo a Mantova, città che mi ha accolto e che adoro, ma ho ancora dei forti legami con il mio paese d’origine, la Calabria, con i paesi della Presila Cosentina e con la Sila. Questo traspare anche quando parlo: il mio accento non è mutato nel tempo e credo mai muterà. Questo disco raccoglie gli amori e gli umori, come avrebbe detto Rino Gaetano, di un emigrante che racconta luoghi e persone che ha incontrato nel proprio viaggio, nuove amicizie e vecchi ricordi. Uno spaccato di vita che abbraccia il nord ed il sud dell’Italia attraverso le note.

Raccontaci adesso la tua storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

L’idea di questo lavoro è nata più di 5 anni fa più o meno nel 2019: avevo dei brani che volevo registrare, ma il COVID ha bloccato tutto, specialmente la mia voglia di scrivere. Usciti da quel periodo ho iniziato a riscrivere. La formazione del gruppo è stata abbastanza naturale, ho scelto le persone in base all’amicizia che mi lega e che si è rafforzata con questo progetto. Conosco Gabriele Rampi dai primi anni in cui mi sono trasferito a Mantova e con lui abbiamo avuto tanti progetti insieme. Gabriele è una persona molto precisa ed è stato quello che mi ha spronato nella realizzazione di questo lavoro. Nel dicembre 2022 abbiamo fatto una data zero in duo con i miei brani ed ha riscosso un discreto successo, quindi ho capito che era il momento giusto per registrare.  A Riccardo Biancoli avevo chiesto di suonare nel disco più o meno tre anni fa, ha accettato subito, infatti nell’inverno del 2022 abbiamo iniziato a provare ed il suo contributo è stato fondamentale, per dirla tutta è suo il titolo della penultima traccia dell’album “Silafolk”. Jerry Popolo è stato l’ultimo ad essere contattato. Suonavo con lui nel suo quartetto veronese insieme a Nicola Monti al contrabbasso e Oreste Soldano alla batteria, gli ho chiesto se voleva partecipare al lavoro ed ha accettato senza pensarci due volte. Dopo aver fatto la prima prova tutti insieme siamo andati a cena e lì abbiamo capito che avremmo fatto un ottimo lavoro.

Il disco è stato poi registrato al Digitube studio da Carlo Cantini il quale, con la sua grande professionalità, è riuscito a fare emergere il suono definitivo del quartetto. Ho proposto infine il lavoro definitivo ad Alessandro Guardia di Alfamusic, con il quale avevo già collaborato anni prima con il progetto ODF1100 per l’uscita di “Uscita d’emergenza”, dopo l’ascolto mi ha contattato per iniziare questa nuova avventura. Il 19 gennaio 2024 è uscito finalmente “Terra di mezzo”.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

Credo che rappresenti la fotografia di un momento o meglio, come dicevo prima, di un mio periodo. Ma è anche un punto di partenza, il sodalizio che è nato nella realizzazione di questo lavoro continua anche fuori della musica, siamo amici e questo traspare nell’ascolto dei brani, questo disco è un disco sincero, senza trucco e senza inganno, dove emergono tutte e quattro le personalità senza mai intaccare lo spazio dell’altro, come si fa tra buoni amici. Un punto di partenza per i nuovi concerti, per nuovi lidi, per nuove avventure.

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

Come dicevo in altre interviste, noi siamo quello che mangiamo. Io mi sono cibato di musica da quando ero bambino, i miei zii, sono tutti musicisti classici e quando si esercitavano o facevano delle lezioni la musica riempiva il quartiere. Quando ho iniziato a suonare ero, e lo sono ancora ora, un grande appassionato di rock. Il mio primo grande amore furono i Pink Floyd, studiavo per ore il suono e gli assolo di Gilmour dal quale credo di aver rubacchiato un po'.

Non c’era internet e con i miei amici si ci trovava in casa per ascoltare dischi o per ordinarli via posta. Ricordo che arrivava ogni mese il catalogo Nannucci e noi ci riunivamo per comperare di tutto. In una occasione comperai due audiocassette di Pat Metheny, Works e Works II, da allora Metheny è stato parte integrante del mio mangiare. Da lui sono passato ad ascoltare i pilastri del jazz: Parker, Coltrane, Davis, Evans, Mingus, Monk, da ognuno di loro ho preso qualcosa, ma non solo. In questo momento sto ascoltando tanta musica brasiliana, bossanova, samba, jazz brasiliano, artisti come Pedro Martins, Toninho Horta, Chico Pineiro, Hamilton de Hollanda, oltre ai classici Jobim, Chico Buarque de Hollanda e Joao Bosco. Ma sono convinto che la musica sia uno scambio, una condivisione, sono convinto che le persone con cui ho suonato con cui ho studiato mi abbiano influenzato, mi viene da pensare alle giornate passate con Alfonso Santimone il quale mi ha spronato a fare delle cose diverse dalla mia confort-zone, o Gabriele Rampi che ogni volta mi spinge a fare cose nuove e mi bacchetta sulla precisione. Ognuno di queste persone e molte altre hanno influenzato il mio stile e spero di incontrarne altre per poter crescere e cambiare.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

La mia idea per il prossimo lavoro è un po' complessa, come complesso sono io in questo periodo della mia vita.  Per il momento solo un’idea o meglio un sogno è quello di registrare con questa formazione, insieme ad un’orchestra d’archi. Un lavoro molto più complesso ma credo che possa dare anche tante soddisfazioni. A dire il vero anche in questo lavoro doveva esserci un’incursione d’archi ma purtroppo per mio errore non è stato possibile farlo.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Per il momento si partirà con la presentazione del disco a Mantova  a fine marzo 2024, stiamo organizzando un mini tour estivo che toccherà Calabria, Puglia e Sicilia. Ovviamente le date sono in divenire quindi basterà seguirci sui social per conoscere i prossimi eventi.

Francesco Del Prete, Divertissement: ‘Andare oltre le note scritte su un pentagramma’

Divertissement l’ultimo disco del violinista Francesco Del Prete si presenta come un mix di colori che hanno come minimo comun denominatore una profonda curiosità non solo verso la musica e  ma anche verso il mondo circostante. Un lavoro intrigante dove protagonista è un violino che insieme al sapiente uso dell’elettronica riesce a creare suoni e scenari all’apparenza impossibili con uno strumento soltanto. Francesco Del Prete racconta a Jazz Agenda questa nuova avventura.  

Per cominciare l'intervista parliamo subito di questo tuo ultimo disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

“Divertissement” è un disco di 11 composizioni originali i cui ambiti di interesse ed argomenti affrontati sono molteplici: arte, letteratura, fumetti, danza, movimento e velocità, sentimenti, passato e nostalgia, attualità. A differenza dei miei precedenti lavori discografici – che possono essere definiti a ragione dei concept-album – ho immaginato questo come una collezione piuttosto variegata di brani, magari diversi fra di loro, ma con un denominatore comune: i pezzi sono stati concepiti per mio diletto, prima imbastiti velocemente con violino e pedaliere in modo tale da sperimentare nuove tecniche musicali e poi arrangiati e rifiniti con l’intento di tracciare un percorso trasversale coerente e sincero allo scopo di indagare ed approfondire la mia poetica personale.

Il titolo Divertissement è molto curioso e originale. Ha un significato particolare per questo tuo progetto?

Il titolo Divertissement ha per me un duplice riferimento: in musica classica indica generalmente un brano strumentale dal carattere scorrevole e leggero in voga nella seconda metà del sec. XVIII; al contempo, volutamente, allude anche al concetto di “divertimento”, dal latino di-vèrtere che vuol dire volgersi altrove, deviare in direzione opposta. Ed è esattamente quel che ho fatto io dopo l’uscita di “Rohesia ViolinOrchestra”, dedicato al connubio tra vino e violino: ho diretto altrove il mio sguardo, la mia attenzione per allargare il mio spettro sonoro attraverso la ricerca di nuove soluzioni timbriche, nuove melodie, nuovi e più mirati arrangiamenti ed espedienti ritmico-percussivi, concretizzati ed eseguiti sempre e solo al violino.

Raccontaci adesso la tua storia e il tuo percorso artistico. Come ti sei avvicinato a questo modo di suonare il violino e come si è evoluto nel tempo fino ad arrivare alla genesi di questo disco?

Mi ha sempre intrigato andare oltre le note scritte su un pentagramma, improvvisare liberamente dando sfogo a determinate suggestioni e stimoli di ricerca sonora; ecco perché ad un certo punto è stato naturale avvicinarsi alla musica jazz e alla world music che dell’improvvisazione fanno la propria bandiera. Il resto arriva per esigenze pratiche: durante i primi anni di studio jazz avevo bisogno costante di qualcuno che mi accompagnasse con uno strumento adeguato a sviluppare l’armonia sì da approfondirne le regole; ho cominciato perciò ad immaginare e a costruire delle sequenze tramite violino solo con l’utilizzo di loop machine; i risultati mi hanno talmente galvanizzato, confortato anche dall’entusiasta risposta del pubblico, che oggi presento il mio quarto lavoro discografico seguendo la procedura che porto avanti già da diversi anni, ViolinÒrchestra, un’intera orchestra con un solo violino a cinque corde, e vi garantisco che l’entusiasmo è ancora lo stesso e c’è ancora tanto dacreare.

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

I generi musicali trattati ed espressi nel disco, in una chiave molto personale, sono veramente tanti: swing, rock, prog, balcan, classico, pop, chiara espressione dei miei ascolti onnivori e del mio interesse verso la musica a 360°. Ecco perché, dovessi fare una lista dei miei favourite artists si tratterebbe sempre di un elenco per difetto, ma allo stesso tempo molto variegato: dal classico sicuramente i violinisti David Oistrack, Gidon Kremer e Hillary Hahn come esecutori e Debussy e Sibelius come compositori; dal jazz il Pat Metheny Group, il contrabbassista Avishay Cohen, i pianisti IIro Rantala ed Enrico Pieranunzi, i trombettisti Lee Morgan e Freddy Hubbard; da altri generi, Astor Piazzolla, i Taraf de Haidouks, Sting & The Police, Eminem, Lucio Dalla, Caparezza, Niccolò Fabi; tra i violinisti: Jean-Luc Ponty, Didier Lockwood, Zbigniew Seifert, Christian Howes, Billy Contreras, Zach Brock, Mateusz Smoczyński, il Turtle Island String Quartet, Roby Lakatos e veramente tanti tanti tanti altri.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica e su cosa stai sperimentando?

Da sempre mi avvalgo della presenza di altri strumentisti, sia nei miei dischi – quest’ultimo vede la partecipazione di ben otto musicisti ospiti, tromba, pianoforte, sassofono, violoncello, voce, arpa, synth ed elettronica – sia durante le performance live; ma ora sto provando ad immaginare una formazione più allargata per sviluppare altre idee d’insieme che mi ruotano in testa: vedremo cosa ne viene fuori.

Per concludere ci vuoi dare qualche coordinata sulle prossime date?

Fortunatamente si prospetta un’estate intensa dal punto di vista dei concerti; proprio in questi giorni stiamo chiudendo una serie di live che terrò nei prossimi mesi, e questo mi entusiasma parecchio perché il mio primo pensiero, durante la scrittura di un brano, è la performance che ne seguirà dato che la musica rimane la massima espressione del mio pensiero più intimo e nascosto.

Marco Bruno, Is not that sometimes: ‘Il brano una chiave di volta nell'approccio al suono’

Si intitola Is not that sometimes l’ultimo singolo del bassista Marco Bruno caratterizzato da sonorità che congiungono l’armonia jazz con la melodia del pop, fondendo una sperimentazione di natura elettronica con la musica rock. Partecipano a questa avventura Shanti Colucci alla batteria, Federico Buccini alle tastiere e Daniel Ventura al sax tenore. Ecco il racconto del bassista che ci racconta come nasce questo brano così diverso rispetto al resto del suo repertorio.

Per cominciare l'intervista parliamo subito di questo ultimo singolo ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Is not that sometimes è un esperimento rispetto ai miei soliti brani. È un brano la cui interazione si concentra sulla manipolazione di sonorità elettroniche che si sviluppano su una sezione ritmica rock. Il titolo è ispirato dalla traduzione sbagliata dall'italiano all'inglese dell'espressione "non è che tante volte". In effetti a questo titolo voglio legare un episodio (e quindi un periodo) legato ad un tour del 2016 nel nord Europa con il mio amico Stemin. Il brano è stato registrato mixato e masterizzato al Container Audio Room di Subiaco (Rm) da Roberto Proietti Cignitti ed è distribuito dall'etichetta barese Angapp Music. I musicisti con i quali ho realizzato questo singolo sono: Shanti Colucci alla batteria, Federico Buccini alle tastiere e Daniel Ventura al sax tenore.

Questo brano è ricco di contaminazioni e linguaggi che si fondono: Raccontaci il tuo percorso musicale e la tua storia…

Penso di dover precisare che il primo strumento al quale approcciai da piccolo fu la tromba, per il quale frequentai anche il conservatorio di Avellino per un breve periodo. Nel frattempo stavo studiando da autodidatta il basso elettrico, tramite il quale venni a conoscenza di Jaco Pastorius, sviluppando un enorme interesse per il jazz e la fusion.  Sempre nello stesso periodo coltivavo la mia passione per il rock e il funk. Quando mi trasferii a Roma per intraprendere questo percorso, studiando al Slmc sono venuto a contatto con molteplici influenze e tantissimi musicisti, grazie al quale sono cresciuto e continuo a farlo.

Cosa rappresenta questo singolo? Anticipa anche l'uscita di altri brani oppure di un disco?

Questo singolo non è che un esperimento per me. In effetti ascoltando il mio primo album l'influenza dei suoni elettronici è minima rispetto il contesto acustico. In quest'ultimo lavoro discografico volevo appunto cercare una chiave di volta nell'approccio al suono, cercando appunto un modo per generare dell'interplay. Il brano non anticipato l'uscita del prossimo album (ancora in fase di allestimento) ma in realtà rilancia quello vecchio.

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

Tra gli artisti importanti, che hanno caratterizzato la mia crescita musicale e compositiva, dovrei distinguere quelli che influiscono nel mio modo di suonare il basso elettrico a quelli che invece hanno caratterizzato la mia maniera di comporre. Nel primo gruppo menzionerei quei bassisti solisti che sono venuti dopo Jaco Pastorius, come Gary Willis, Hadrien Feraud e Janek Gwidzala. Per quello che riguarda il sound mi piace ispirarmi invece a Tim Leferbrv. Hanno invece condizionato negli anni, a livello compositivo, diverse band dell'ambito jazz crossover contemporaneo. Sono partito ispirandomi alle tendenze jazz pop come Est, Shai Maestro, Pat Metheny passando per sonorità forse più progressive o più etniche come: Snarky Puppy, Tigran Hanamasian e Avishai Cohen, andando poi alla ricerca di nuove sonorità elettroniche prendendo spunto dal quartetto di Donny McCaslin.

Come vedi lo scenario italiano e soprattutto che tipo di sbocchi può avere la tua musica in Italia?

Lo scenario non è per nulla allegro purtroppo. Non è facile riuscire ad inserirsi nella programmazione di eventi specifici su questa tipologia di musica. Da una parte è in corso un importante processo di deculturizzazione, per il quale il pubblico in generale cerca di meno la musica impegnata, non va ai concerti, non ascolta musica superiore ai 3 minuti e resta legata all'entità di un numero su Spotify. D'altro canto, quello che abbiamo in Italia è una grossa nicchia del jazz tradizionale e d'avanguardia che quantomeno fa sentire la sua voce ma che forse non è ancora pronta ad accettare nuove tipologie di Jazz. Ad oggi le migliori opportunità per questa musica sono all'estero.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Per ora sono alla ricerca costante di ingaggi e vi terrò aggiornati. Mentre per la musica sono in cantiere diversi brani che registrerò nel mio prossimo album  ipoteticamente per ottobre/novembre.

Sottoscrivi questo feed RSS