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Orsa Maggiore il nuovo lavoro dei Pane – una recensione

Il 16 luglio scorso, nell’ambito del festival “Estemporanea” pressolaCasa delle Donne, il gruppo Pane ha presentato il nuovo cd “Orsa Maggiore”. Si tratta del secondo album, dopo “Tutta la dolcezza ai vermi” del 2009 (o il terzo se si considera il primo disco autoprodotto nel 2003). Leader e vera anima del gruppo è Claudio Orlandi, cantante e autore dei testi, ma l’apporto degli altri musicisti (pianoforte, chitarra, flauto traverso, batteria) è fondamentale per la riuscita di un progetto musicale così particolare, che giunge con questo nuovo album alla piena maturazione. Quello di Pane è uno stile originalissimo e non inquadrabile rigidamente in alcun genere musicale: cantautorato a metà tra il poetico e l’impegnato, folk colto, progressive, jazz, echi cameristici. La vocalità di Claudio confina con la recitazione, la narrazione: la sua presenza scenica è imponente, magnetica, a tratti tragica ed assistere ad un concerto di questo gruppo è un’esperienza che non si dimentica. La musica di Pane, fatta di sonorità acustiche, è avvolgente, maestosa, suggestiva, evocativa, ma ad accrescerne la forza sono i testi, sempre di estremo spessore, colti, poetici. In effetti tutte le canzoni (tra le quali “Cavallo”,“Samaria” e “Orsa maggiore” sono ispirate rispettivamente a testi di Victor Cavallo, Gesualdo Bufalino e Vladimir Majakovskij) hanno il sapore al tempo stesso essenziale ed articolato, tragico e luminoso di una verità arricchita da sfumature oniriche: sono testi percorsi da inquietudini, dubbi, sentimenti forti, ora cupi, ora romantici, veri e propri componimenti letterari  privi di banalità e retorica. L’ascolto dell’album “Orsa Maggiore” non lascia indifferenti, s’incide nell’animo, penetra a fondo nell’universo interiore e sollecita l’inconscio, è un ascolto che chiede di essere ripetuto,  più e più volte: l’orecchio e l’animo vengono catturati dal crescendo strumentale e vocale che caratterizza quasi tutti i brani, dalla potente suggestione della musica e delle parole e ne sono scossi ed appagati al tempo stesso. Una segnalazione merita anche la cura con cui è realizzato il libretto, arricchito da pochi ma efficaci riferimenti iconografici colti (Bosch, Hevelius). “Solchi inauditi e fecondi” (verso dell’ultimo brano presente nel disco, “Alla luna”) sono quelli che lascia dentro l’ascoltatore questo album, piccola ma luminosa perla nell’odierno panorama musicale italiano.

Marianna Giordano

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