Jorma Kaukonen e Jack Casady, in qualità di membri originari dei Jefferson Airplane, sono stati tra i pionieri del rock psichedelico degli anni 60. Nel 1970 i due hanno dato vita al progetto  Hot Tuna(in origine il nome previsto era “Hot Shit” ma fu la casa discografica ad opporsi) una delle più longeve band di roots-music americana. Dopo i primi quattro leggendari album (a partire dal secondo First Pull Up, Then Pull Down,  del 1971, entrò nella band anche il grandissimo violinista Papa John Creach), seguiti da una separazione e una da reunion negli anni 80, gli Hot Tuna si sono ciclicamente ripresentati alla ribalta in varie formazioni, con la costante presenza dei membri fondatori Casady e Kaukonen. A partire dal 2000 si sono succeduti vari tour sia in versione elettrica che acustica, e l’accento stilistico si è andato via via spostando verso il Country Blues, anche perché  alla line-up si è nel frattempo aggiunto Barry Mitterhoff, virtuoso del mandolino elettrico e vero e proprio veterano di generi quali il Bluegrass.  Quest’anno, con l’uscita di “Steady As She Goes“, primo disco in studio dal 1999,  e con un nuovo tour mondiale, gli Hot Tuna sono tornati a rendere bollenti  i cuori degli appassionati di Vintage Rock. Se infatti il termine vintage si riferisce ad oggetti d’annata con qualità superiori rispetto alle produzioni più moderne, allora gli Hot Tuna sono l’incarnazione vivente di questa definizione.

Il concerto svoltosi giovedì scorso, 21 luglio, al Parco della Casa del Jazz di Roma è iniziato con un’atmosfera assolutamente “relaxed”, come se si stesse assistendo a un’esibizione tra amici, magari in una fattoria di Woodstock, dove (ma guarda caso….) è stato registrato il nuovo album. Grazie all’approccio rilassato e divertito, la band del “Tonno bollente” riesce immediatamente a creare una gradevolissima atmosfera live che ipnotizza il pubblico romano accorso in massa malgrado la superofferta di concerti di questa stranamente fresca estate romana. I tre brani di apertura, “I see the Light” (ballatona country-acida), “Children of Zion” (blues superclassico) e “Wish you would” (sarà piaciuto particolarmente ai fan di Iggy Pop), ci danno la misura di quel che ci attende per il resto della serata: una cavalcata di oltre due ore, durante la quale la band di Kaukonen e Casady passa agevolmente attraverso tutti gli stili che hanno fatto grande la musica moderna Americana, quella con la A maiuscola per intenderci. Blues, Folk, Country, Rock, tutto distillato attraverso il fluido chitarrismo “finger-picking” e la rauca voce di Kaukonen, il basso genialmente semplice e galoppante di Casady, gli arpeggi virtuosi del “Mandolin Hero” Mitterhoff ed il preciso e potente drumming di Abe Fogle. Stupisce la freschezza dell’impatto sonoro, quasi come se invece che a degli ultrasessantenni ci trovassimo di fronte a dei ventenni impegnati nel loro primo tour. Ma le lunghe cavalcate acide dei Tuna  rivelano tutta l’esperienza dei nostri, grandiosi nell’intrecciare trame sonore straordinariamente coinvolgenti. Kaukonen, pelle bruciata dal sole e braccia coperte di tatuaggi, come un vecchio timoniere conduce la platea verso i lisergici deserti californiani di fine anni 60: verso metà concerto si raggiunge uno degli apici, grazie alla cover di un brano dei “compagni di strada lisergica” Grateful Dead (“I Know You Rider“). Ma anche i brani del nuovo album “Steady As She Goes” non sfigurano affatto (una menzione particolare per la quasi byrdsiana “Things That Might Have Been“, inno all’innocenza perduta di un’infanzia americana degli anni ’50, e forse dell’intera nazione). Si chiude con gran parte del pubblico in piedi, che (complici  la birra e gli ottimi cocktail serviti dal Bar della Casa del Jazz?) si mette ad ondeggiare come gli hippy a Woodstock. Gran finale con due brani tratti da America’s Choice, l’album uscito nel 1974: “Funky #7″ e  “Hit Single #1″. Non c’è dubbio: il tonno è ancora bollente!

Raphael Gallus e Francesco Varone

Set list:

I see the light

Children ofZion

Wish you wood

Ode to Billy Dean

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