Stefano Rielli: ‘Il disco So Far un punto di partenza per osservare nuove mete’

Si intitola So Far, il primo album del bassista e compositore uscito nel settembre 2025 per l’etichetta GleAM Records. Un album che rappresenta una fotografia estremamente sincera dell’artista, l’istantanea di questo momento, il luogo raggiunto con il bagaglio culturale sino ad ora accumulato, con lo studio, l’ascolto e l’impegno. Il disco, che ha visto la partecipazione di Gabriele Mirabassi al momento della registrazione verrà presentato il 5 ottobre presso Palazzo Carlo V nella città di Lecce. Ne parliamo a tu per tu con Stefano Rielli partendo proprio dal live e dai componenti della band che hanno preso parte a questa avventura.

Per cominciare, il disco verrà presentato il 5 ottobre a Palazzo Carlo V nella città di Lecce. Vuoi raccontarci innanzitutto come verrà strutturato il concerto e soprattutto quali brani porterai dal vivo?

“Ho avuto la fortuna di intercettare un consorzio di associazioni che cureranno la programmazione culturale al Castello Carlo V, un luogo estremamente importante e simbolico per la città di Lecce. Da tempo lì non si svolgevano attività artistiche, e poter inaugurare questa nuova rassegna è per me un onore immenso. Il concerto seguirà un percorso che rispecchia la narrazione del disco: suoneremo tutti i brani presenti nell’album, arricchiti da due aggiunte speciali. La prima è un mio arrangiamento di un brano reso celebre da una versione di Coltrane, a cui sono molto legato; la seconda è un mio inedito originale. L’idea è quella di offrire un viaggio musicale che alterni momenti di grande intensità ad altri più introspettivi, mantenendo sempre una forte connessione con il pubblico.”

Parliamo anche dei musicisti che hai scelto per questo disco che ti accompagneranno nel corso del tuo concerto. Vuoi raccontarci perché hai scelto proprio loro e come è nato questo sodalizio?

“I musicisti che hanno preso parte al disco sono persone a cui sono legato da rapporti profondi, sia sul piano musicale che umano. Alla batteria c’è Marco Girardo, uno dei miei più cari amici: ci conosciamo da moltissimo tempo e suoniamo quasi sempre insieme. Questo fa sì che ci sia un’affinità immediata, una comprensione reciproca che non ha quasi bisogno di parole.

Al sax tenore c’è Emanuele Coluccia, musicista eclettico che stimo tantissimo: oltre a essere sassofonista, è anche compositore, arrangiatore e polistrumentista. Abbiamo spesso collaborato in progetti di altri musicisti del territorio, e durante le registrazioni ho fatto tesoro della sua grande esperienza, che per ragioni anagrafiche e per la lunga carriera sui palchi è stata per me un punto di riferimento costante.

Un altro grande protagonista del disco è Vince Abbracciante, uno dei più acclamati fisarmonicisti a livello internazionale, che qui però ha suonato l’organo Hammond, strumento su cui si esprime con la stessa forza comunicativa. È stato un onore averlo accanto, anche se, a causa dei suoi numerosi impegni, non potrà essere presente al concerto di presentazione.

Proprio da questa circostanza è nata l’opportunità di incontrare Bruno Montrone, un altro formidabile performer pugliese. L’ho conosciuto grazie alla comune amicizia con il mio produttore, Angelo Mastronardi, e sarà per me un piacere immenso condividere per la prima volta il palco con lui. È un musicista di cui ho sentito parlare molto e che ho avuto modo di ascoltare diverse volte, ma non avevo ancora avuto il privilegio di collaborare direttamente.

Infine, nel disco è presente anche Gabriele Mirabassi, che non ha certo bisogno di presentazioni. Con lui avevo già incrociato il cammino in passato, collaborando a lavori di altri musicisti, e la stima reciproca ha portato in modo naturale alla condivisione di un brano insieme. È stato un onore e un privilegio registrare con lui, anche se, per via della sua intensa attività concertistica, non potrà partecipare alla serata di Lecce.

In sintesi, il sodalizio con questi artisti nasce dal rispetto, dall’amicizia e da un linguaggio comune che ci lega al di là delle note: sono convinto che questa energia arrivi forte anche a chi ascolta.”

Raccontaci adesso la storia di questo disco: dalla sua genesi fino alla registrazione vera proprio?

“La genesi di questo disco è stata piuttosto turbolenta. Inizialmente avevo immaginato di realizzare un lavoro in contrabbasso solo, ma riflettendo e confrontandomi con amici musicisti e addetti ai lavori ho capito che sarebbe stata una scelta azzardata. Un progetto di quel tipo richiede alle spalle una carriera già affermata a livello internazionale, e come primo disco rischiava di non ricevere l’attenzione adeguata.

Il jazz e i suoi linguaggi tradizionali sono un patrimonio imprescindibile del mio percorso, e da lì sono partito per immaginare le possibili direzioni. All’inizio avevo pensato a diverse collaborazioni in duo — contrabbasso e clarinetto, contrabbasso e basso elettrico, addirittura due contrabbassi — idee affascinanti ma forse troppo frammentarie. È stato fondamentale il confronto con Angelo Mastronardi che, prima ancora di essere il mio produttore, è un caro amico di lunga data: grazie a lui ho capito che la strada più sensata fosse un quartetto, una formazione capace di dare organicità e coerenza al progetto.

Abbiamo registrato in due sessioni distanziate di circa un anno. La prima mi ha permesso di raccogliere materiali e idee, ma in seguito ho deciso di integrare nuove tracce più coerenti con la direzione stilistica che stava maturando, eliminando quelle meno adatte. Il lavoro si è svolto al Sud-Est Studio, una delle sale più attrezzate della Puglia: già in passato avevo inciso lì e non avevo dubbi sul livello qualitativo che avrei trovato.

In tutto questo percorso il confronto con mia moglie è stato prezioso: pur non occupandosi di musica, è stata una sorta di “sparring partner” costante, aiutandomi a ragionare sulle scelte e a mantenere una visione chiara. Il disco, infine, è cresciuto parallelamente a un altro evento fondamentale della mia vita: la nascita di mio figlio. Mi piace pensare a questo lavoro come a una doppia gestazione, due percorsi di nascita che hanno camminato insieme e che, in un certo senso, si rispecchiano l’uno nell’altro.”

Il termine So Far, che poi dà il titolo del disco, come dici ha diversi significati a seconda di come viene posto, qual è quello che racchiude la vera essenza di questo lavoro?

“So Far può significare sia “fino a qui” sia “così lontano”. L’essenza del disco non sta tanto nell’ambivalenza fine a se stessa, quanto nell’integrazione di questi due aspetti. Da una parte è la fotografia del mio cammino fino a questo momento: le competenze e la padronanza del linguaggio musicale che ho maturato e gli obiettivi che sono riuscito a raggiungere. Dall’altra è il punto di partenza da cui osservo nuove mete: traguardi che prima non riuscivo nemmeno a immaginare e che ora comincio a intravedere, pur sentendoli ancora distanti.

La copertina del disco, realizzata da mia moglie con un arazzo in tecnica mista di pittura e ricamo, è una metafora visiva di questo concetto. Rappresenta tanti punti che sono approdi, tappe raggiunte, ma anche punti di partenza che guardano verso orizzonti più distanti. È un’immagine che rispecchia perfettamente lo spirito del disco: uno sguardo al cammino compiuto, con la consapevolezza che davanti c’è ancora molto da esplorare.”

So far si presenta anche come una raccolta di brani appartenenti a grandi autori. Quali sono quelli a cui ti senti più legato e come li hai riarrangiati?

“La scelta dei brani è stata molto accurata, perché ciascuno rappresenta un momento preciso della mia formazione musicale. Dewey Square di Charlie Parker, ad esempio, oltre a essere uno standard imprescindibile per ogni appassionato, per me è legato a una scoperta particolare: la straordinaria interpretazione di Roy Hargrove a cappella, dal carattere quasi cameristico, nel disco Parker’s Mood. Lì sono arrivato passando da Christian McBride, di cui ero — e sono — grande ammiratore. Ogni brano porta con sé un tassello della mia identità musicale, e in questo senso non riesco a stabilire una gerarchia. C’è però una figura che ha avuto un ruolo centrale nella mia crescita: Kurt Elling. La musica vocale è stata il mio primo vero contatto con il jazz, e scoprire Elling nei primi anni Duemila è stato per me folgorante.

Nel 2022, grazie a una serie di fortunate circostanze, ho avuto l’onore di suonare con lui in due concerti, e da allora ci siamo incontrati più volte: oggi posso dire con un pizzico di orgoglio adolescenziale che siamo amici. Al di là dell’artista immenso, mi colpisce sempre la sua umanità: una persona semplice, di buon cuore, che porta questi valori anche nella musica. Per questo i suoi lavori sono stati un riferimento importante per me, in particolare nelle versioni di Where to Find It, Endless Lawns e My Love, Effendi, che hanno ispirato la mia rilettura. Quanto agli arrangiamenti, nella maggior parte dei casi ho cercato di rispettare l’identità originaria dei brani, intervenendo solo con piccole aggiunte: code, interludi o variazioni sottili. Il grosso del lavoro è stato adattare tutto a un organico insolito, dove l’interazione tra contrabbasso e organo Hammond è diventata un tratto caratterizzante.

Da questo punto di vista, il disco Off the Top di Jimmy Smith è stata per me una fonte d’ispirazione importante: lì c’è proprio l’idea di “rivoluzionare” un impasto sonoro tradizionale, creando nuove possibilità timbriche. Un altro riferimento imprescindibile è John Coltrane, che ho voluto omaggiare in maniera diretta con Like Sonny, e in maniera più sottile nel mio brano originale, dove ho cercato di far emergere alcuni tratti tipici del suo linguaggio armonico e melodico. Il pezzo che forse ha subito la trasformazione più radicale è Where to Find It: l’interpretazione originale di Wayne Shorter, con il pianoforte di Herbie Hancock e senza sezione ritmica, era troppo distante dal mio mondo, così come sarebbe stato incoerente rifarla come l’ha proposta Elling. Ne è nato un arrangiamento originale, in cui contrabbasso e batteria costruiscono un profilo ritmico nuovo, lontano dalle formule classiche dello swing ma comunque radicato nel linguaggio e nei suoni della tradizione jazzistica.”

Parlaci a questo punto anche di Seesaw….

“Il brano si intitola Seesaw, che in inglese significa “altalena”. Solo dopo aver scelto il titolo mi sono accorto che esiste già un pezzo con lo stesso nome, firmato da Walter Smith III. Ammetto che, scoprendolo, mi sono sentito un po’ in difetto: difficile reggere il confronto con un artista del suo calibro! Ma ho deciso di viverla con ironia e lasciare che il mio Seesaw fosse semplicemente il riflesso della mia esperienza musicale. Il titolo nasce innanzitutto dall’andamento della melodia: salti ampi, passaggi tra registri gravi e acuti in un tempo relativamente veloce, che danno la sensazione di un continuo oscillare, quasi una perdita momentanea di equilibrio, proprio come su un’altalena.

Dal punto di vista formale, il brano si basa sulla struttura del rhythm changes, uno dei pilastri del linguaggio jazz. Ho scelto questa forma proprio perché incarna bene l’idea del disco: il legame saldo con la tradizione, unito al desiderio di spingerla in direzioni personali. In Seesaw ho arricchito la struttura con progressioni armoniche che rimandano ai cosiddetti Coltrane changes, ma usandoli in maniera un po’ insolita: spostando i centri tonali in posizioni ritmiche inusuali, così da creare un senso di destabilizzazione — ancora una volta un movimento oscillante, coerente con l’immagine dell’altalena. Normalmente questo tipo di struttura si presta a velocità molto sostenute, ma la complessità del tema mi ha portato a collocarlo in un tempo medium-up, che gli restituisce chiarezza e respiro.

Anche l’orchestrazione segue un percorso personale: nella sezione A c’è un unisono tra contrabbasso e sax tenore che sfocia in una chiusura con richiami espliciti al linguaggio improvvisativo di Coltrane, mentre nella sezione B ho deciso di non ricorrere ai consueti giri di dominante o a sostituzioni armoniche, preferendo invece lasciare piena libertà alla batteria, che diventa così protagonista con un’improvvisazione autonoma.

C’è poi una piccola “nerdata” che ho voluto inserire: a metà della sezione B, basso e organo Hammond suonano un obbligato all’unisono che cita un celebre lick reso immortale da Kurt Elling nella sua versione di Body and Soul. È un dettaglio che per me ha un grande valore personale, perché il testo associato a quelle note è diventato un simbolo che riverbera ricordi ed emozioni della mia storia familiare. In fondo, l’altalena di Seesaw non è solo un gioco di intervalli o di armonie: è il simbolo del continuo oscillare tra passato e futuro, tra la solidità di un linguaggio che appartiene alla storia del jazz e il tentativo, umile ma sincero, di trasformarlo in una voce personale.”

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

“Credo che questo disco racchiuda inevitabilmente un po’ tutte le cose che hai citato. È la fotografia del mio presente: quello che so fare oggi, il linguaggio musicale che ho interiorizzato fin qui, le esperienze che mi hanno formato. Allo stesso tempo rappresenta un punto di arrivo, perché dentro ci sono anni di studio, di concerti, di incontri con musicisti che hanno lasciato il segno e che in qualche modo mi hanno portato fino a questo passo. Ma è anche (forse soprattutto) un punto di partenza: mentre lavoravo al disco mi sono accorto di quante altre strade si aprivano davanti a me, di quante possibilità creative ancora da esplorare. In questo senso lo vedo come un passaggio di crescita: ho fermato su disco quello che sono oggi, ma senza mai perdere di vista la prospettiva di domani.”

Per il futuro invece hai qualche progetto in cantiere di cui ci vuoi parlare?

“Al momento non ho progetti già definiti di cui poter parlare, ma ho dei desideri molto chiari. La prima cosa, per me fondamentale, è riuscire a organizzare meglio la mia vita in modo da potermi dedicare con più continuità allo studio. È lo strumento che ho per colmare, almeno in parte, il divario con quelle mete artistiche che oggi intravedo più chiaramente rispetto al passato. Da questo percorso di crescita personale mi piacerebbe far nascere un nuovo album. Non l’ho ancora progettato nei dettagli, ma so che sarà più orientato verso la scrittura originale, quindi con più musica mia. Allo stesso tempo non mancheranno brani del repertorio jazz (magari celebri, magari meno conosciuti) ma rivisti con arrangiamenti più personali e meno didascalici. Un’altra certezza è che sarà un disco più ampio, sia in durata che in respiro complessivo. Per il resto, organico e direzione stilistica compresi, preferisco lasciare che il tempo e l’esperienza mi guidino.”

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