Si intitola Beyond Whisper disco d’esordio del batterista, compositore e arrangiatore Luca Onori uscito venerdì 20 marzo per l’etichetta WoW Records. Un lavoro originale in cui il jazz incontra la musica classica e dove la musica d’insieme e gli arrangiamenti diventano i veri protagonisti. Hanno preso parte alla realizzazione dell’album il pianista Danilo Blaiotta e il contrabbassista Dario Piccioni a cui si è aggiunto un quartetto d’archi. Qulal è stato il risultato? Ne parliamo con il leader di questo progetto, Luca Onori.
Luca, per cominciare l’intervista partiamo dal titolo del disco, Beyond Whisper: ha un significato particolare per te?
È un titolo che è emerso durante la scrittura di “But Breathing”. Il “sussurro” degli archi mi ha suggerito un’immagine molto precisa: quella di un suono che nasce in modo intimo, quasi impercettibile, e che poi si trasforma, si espande, diventando potenzialmente qualsiasi cosa. Questa idea di trasformazione mi affascina profondamente e mi è sembrata rappresentare al meglio l’identità del mio disco d’esordio.
In questo album il linguaggio della musica classica e quello del jazz si fondono. Ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?
I brani del disco si muovono spesso all’interno della forma della “song” jazzistica, con un tema iniziale, uno spazio dedicato all’improvvisazione e una ripresa finale. Allo stesso tempo, ho lavorato molto con gli archi e con le loro possibilità timbriche per costruire introduzioni e finali più strutturati, a volte anche con richiami a scritture fugate e contrappuntistiche. Ne nasce un dialogo continuo tra due mondi: uno più definito e architettonico, l’altro più libero e istintivo.
Qual è stata l’idea che ti ha spinto a lavorare a questo nuovo progetto? E soprattutto quali sono i collegamenti, secondo te, tra il mondo del jazz e quello della classica?
L’idea ha preso forma durante il mio ultimo periodo di studi in Conservatorio, quando ho sviluppato una tesi intitolata “Il batterista bandleader”. In quell’occasione ho approfondito figure come Roach, DeJohnette e Brian Blade, osservandole da una prospettiva diversa: non tanto il loro approccio allo strumento, quanto ciò che costruiscono oltre esso. Mi ha colpito molto la loro apertura: progetti in cui DeJohnette passa al pianoforte o al sassofono, oppure esplora la musica meditativa; o le grandi formazioni di Roach, che integrano archi, voci e percussioni. Per quanto riguarda i collegamenti tra jazz e musica classica, credo che la musica, in fondo, sia un linguaggio unico, capace di attraversare qualsiasi confine. Più che separazioni, vedo possibilità di dialogo.
Quali sono state le tue principali fonti di ispirazione e in generale come lavori alla stesura dei tuoi brani?
La mia principale fonte di ispirazione è la vita stessa: emozioni, ricordi, stati d’animo, esperienze. La musica, di per sé, è fatta di suoni privi di significato intrinseco; è il contesto, la spinta dal quale provengono, a dar loro valore. Anche il processo di scrittura è molto variabile: a volte nasce da un’idea melodica, altre da una progressione armonica o da un giro di basso. Mi interessa esplorare percorsi diversi e osservare dove mi conducono. La fase più stimolante, però, è quella dell’arrangiamento: rispetto a un trio, dove tutto accade all’istante, qui ho potuto lavorare in modo più “artigianale”, modellando il suono attraverso la scrittura.
Ci sono dei brani a cui si legato maggiormente in questo disco? Ce ne vuoi descrivere qualcuno?
Ogni brano ha per me un peso significativo, ma ce ne sono tre a cui sono particolarmente legato: Tarab, But Breathing e Love Lullaby. Tarab nasce dopo un viaggio in Nord Africa ed è costruito come una piccola suite in tre movimenti, con una forma più vicina alla tradizione classica. But Breathing è invece un invito all’ascolto interiore, quasi un mantra legato al respiro e alla ricerca di equilibrio. Love Lullaby, infine, è una nenia sospesa, una sorta di ninna nanna in cui la voce — quella della mia compagna, soprano lirico — diventa espressione sonora. Ho scelto di non usare parole proprio per lasciare spazio all’immaginazione: evoca per me un canto lontano, carico di amore e speranza.
Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, che per te sono stati davvero importanti?
Sono davvero tanti. Oltre ai già citati Roach, DeJohnette e Blade, citerei altri artisti come Fred Hersch, Edward Simon, Jarrett e Wheeler, solo per nominarne alcuni. E poi, naturalmente, i grandi compositori della tradizione classica: Mahler, Brahms, Dvořák e molti altri.
Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?
Nel futuro mi piacerebbe portare questo progetto dal vivo il più possibile, magari affiancandolo a nuove composizioni. Allo stesso tempo, sento l’esigenza di continuare a sperimentare: esplorare nuovi organici, nuove soluzioni, nuovi approcci alla scrittura e all’improvvisazione. In fondo, si tratta di far evolvere il linguaggio, ampliandolo ma anche, quando serve, riducendolo all’essenziale.
