Un’esplosione di energia, dove ogni musicista contribuisce con forza e vitalità a un tessuto sonoro fitto e frenetico. In questo modo possiamo sintetizzare l’essenza di Recall, disco d’esordio di Raffaele Fiengo, recentemente pubblicato dall’etichetta GleAM Records, le cui linee ritmiche e l’improvvisazione si intrecciano in un flusso incessante, richiamando l’intensità del jazz e la musica contemporanea. Il risultato è un dialogo vibrante, in cui la libertà individuale si fonde con una struttura intrinsecamente dinamica e coinvolgente. Ne parliamo a tu per tu con Raffaele Fiengo.

Raffaele, per cominciare l’intervista partiamo dal titolo del disco, Recall: ha un significato particolare per te?

Recall è un titolo che per me ha un significato molto profondo. Richiama l’idea del “richiamare alla memoria” ma non in senso nostalgico o statico: è piuttosto un processo attivo, quasi creativo. I brani del disco nascono infatti da frammenti, suggestioni e ricordi musicali che ho interiorizzato nel tempo e che, in qualche modo, riaffiorano trasformati.

Nel disco abbiamo percepito le influenze dello stile newyorkese e un jazz dal linguaggio molto moderno. Ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Il riferimento allo stile newyorkese nasce più che altro da un’attitudine: un modo di vivere il jazz come linguaggio in continua evoluzione, aperto, contaminato. È una scena in cui la tradizione è molto presente, ma non viene mai trattata come qualcosa di intoccabile – piuttosto come un punto di partenza. Direi che è un linguaggio moderno non tanto perché vuole essere “nuovo” a tutti i costi, ma perché riflette in modo sincero il presente, le influenze che viviamo oggi e il modo in cui ascoltiamo e facciamo musica adesso.

Ci sono dei brani che hanno un significato particolare per te?

Ci sono diversi brani nel disco a cui sono particolarmente legato, ognuno per motivi diversi. Alcuni nascono da esperienze personali molto precise, altri invece da suggestioni più astratte, ma tutti rappresentano un momento specifico del mio percorso. Poi ci sono pezzi a cui sono legato in modo più emotivo, perché associati a persone, luoghi o periodi della mia vita. In questi casi la musica diventa quasi un modo per fissare un ricordo, ma senza mai renderlo definitivo.

Per quanto riguarda il processo compositivo, di solito parto da cellule molto semplici – che possono essere melodiche, ritmiche o armoniche – e le sviluppo nel tempo, lasciando spazio a evoluzioni graduali. Non penso mai al brano come a qualcosa di completamente definito fin dall’inizio: preferisco costruirlo per stratificazione, cercando un equilibrio tra ciò che è scritto e ciò che può emergere spontaneamente durante l’esecuzione.

Quali sono state le tue principali fonti di ispirazione e in generale come lavori alla stesura dei tuoi brani?

Le mie principali fonti di ispirazione arrivano da ascolti anche molto diversi tra loro. Sicuramente il jazz contemporaneo ha un ruolo centrale: artisti come Immanuel Wilkins mi hanno colpito molto per il modo in cui riescono a coniugare una forte identità espressiva con una scrittura estremamente curata e personale. Allo stesso tempo, sono molto affascinato dalla musica minimale, soprattutto per il rapporto con il tempo e la ripetizione. L’idea che piccoli cambiamenti possano generare trasformazioni profonde è qualcosa che cerco di portare anche nella mia scrittura.

Per quanto riguarda il processo compositivo, di solito parto da cellule molto semplici – che possono essere melodiche, ritmiche o armoniche – e le sviluppo nel tempo, lasciando spazio a evoluzioni graduali. Non penso mai al brano come a qualcosa di completamente definito fin dall’inizio: preferisco costruirlo per stratificazione, cercando un equilibrio tra ciò che è scritto e ciò che può emergere spontaneamente durante l’esecuzione.

La band con cui suoni composta da musicisti con cui collabori da tempo. Vuoi descriverci come è nata la collaborazione con loro e le motivazioni di questa scelta?

Sì, è una band che nasce in modo molto naturale, da collaborazioni che si sono sviluppate nel tempo. Con alcuni di loro suono da diversi anni, in contesti anche diversi, e questo ha creato una fiducia reciproca che per me è fondamentale. La scelta di coinvolgerli nel progetto non è stata solo legata alle loro qualità musicali – che ovviamente sono altissime – ma soprattutto al tipo di ascolto e sensibilità che portano nella musica. Sono musicisti con cui condivido un certo modo di intendere l’interplay, molto aperto e dinamico, in cui ciascuno ha spazio ma allo stesso tempo contribuisce in modo profondo al suono collettivo

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, che per te sono stati davvero importanti?

Se parlo dei miei riferimenti musicali, subito penso a Pat Metheny, Kenny Garrett e a Pino Daniele. Devo tutto questo a mio papà, perché è stato lui a farmeli conoscere e a trasmettermi la passione per la musica dal principio, lui é stato il mio primo insegnante e riferimento.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Vedo il mio progetto come qualcosa di molto dinamico: vorrei continuare a crescere e sperimentare. Penso che in futuro ci saranno nuove collaborazioni che ci permetteranno di esplorare territori sonori diversi e scoprire nuovi suoni, ampliando il nostro linguaggio musicale senza perdere l’identità.

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