Venerdì 2 ottobre alle ore 21.00 il Teatro Garbatella di Roma ospiterà il concerto-evento speciale firmato da Luigi Turinese. Il cantautore romano festeggerà dal vivo due traguardi fondamentali della sua vita e del suo percorso artistico i 10 anni dall’inizio della sua storia discografica e i suoi 70 anni d’anagrafe, cogliendo l’occasione per presentare ufficialmente al pubblico il suo nuovo progetto discografico “dieci/70”. Sul palco tanti special guests tra cui Evelina Meghnagi, Freddy Rising, Valerio Billeri, Carmen Falato, Carlo Mura, Mr. Paganini, Alessandra Monacelli, Luigi Mariano, Irene D’Onghia, Ada Montellanico, Salvatore La Carrubba, Marco Da Silva, MadEleine, Arturo Ferrante, Leonardo Turinese Tranfo (Leo) e Thiago Turinese Tranfo. A parlarci di questo concerto è Proprio Luigi Turinese

Il 2 ottobre sarà sul palco del Teatro Garbatella per un concerto-evento molto speciale. Che tipo di spettacolo sarà e con quale spirito si appresta a vivere questa serata così significativa?

Dovendo dare un’intenzione, una direzione alle serate “speciali” – quelle a teatro lo sono, ben più delle serate nei club, che rappresentano una sorta di “normale amministrazione” –, mi sono reso conto che quest’anno ci sono ben due ricorrenze significative: i dieci anni di discografia e i 70 di vita. Perché non metterle insieme?

Un aspetto centrale della serata sarà la presenza di diversi ospiti che saliranno sul palco insieme a lei. Che valore aggiunge questa dimensione corale al racconto del suo concerto?

Proprio per la caratteristica di festa di compleanno, anzi di compleanni (discografico e personale), ho pensato che questa fosse l’occasione giusta per chiamare a raccolta gli amici musicisti, di estrazione differente – classica, pop, jazz, cantautorato – purché animati dall’amore per la condivisione.

Parlando del nuovo album dieci/70, ci troviamo di fronte a un lavoro che mette insieme brani scritti in epoche diverse, compresi alcuni inediti. Come si integrano all’interno dello stesso disco storie e sonorità nate in momenti differenti della sua vita?

Dovrei parlare della mia vita, o meglio del mio modo di intenderla. Per farla breve, il mio percorso esistenziale chiama da sempre appunto all’integrazione. Sono medico, psicoanalista, scrittore, cantautore: ci ho messo settant’anni a cercare di armonizzare le mie diverse anime, per poi accorgermi che è un’anima sola, polifonica e policroma. Anche nell’album mi è piaciuto condensare tempi e spazi differenti e fare un “disco patchwork”; laddove il precedente, “Passaggi”, era invece, tutto al contrario, un concept album. Mi piace spaziare e spiazzare: innanzitutto me stesso.

Il jazz insegna che la musica è materia viva, fondata sull’ascolto reciproco, l’interplay e la rielaborazione continua delle strutture. Quanto c’è di questa attitudine jazzistica nell’impostazione degli arrangiamenti e nel modo in cui fa dialogare i musicisti della sua band?

Il jazz mi piace molto e lo frequento, da ascoltatore, con una certa assiduità. Non avendo però una formazione jazzistica, non voglio fare il passo più lungo della gamba. Devo dire che trovo quasi sempre deludenti i cantautori che chiamano i jazzisti illudendosi di “swingare” brani che armonicamente non si prestano. Ci sono eccezioni: penso ad esempio a Fabio Concato, che però già nella scrittura, anche se con arrangiamenti pop, lascia trapelare una conoscenza dell’armonia secondo canoni jazzistici; e allora si può permettere di andare in tour con musicisti jazz. Sul come faccio dialogare i musicisti, le rispondo che chiedo loro soprattutto di rispettare il dialogo tra musica e testo: quando mi accorgo che la dinamica con cui suonano certi brani rischia di mettere a repentaglio l’intenzione poetica, intervengo anche con decisione per spiegare loro che i suoni devono “colorare” i testi e non viceversa. Un testo “aereo” o mistico con arrangiamenti funky non riuscirei a cantarlo.

All’interno del suo percorso le capita spesso di rileggere e reinterpretare brani, sia del suo repertorio sia di grandi autori. Qual è la chiave per spogliare una canzone della sua veste originale e renderla parte del proprio mondo sonoro?

Innanzitutto devo amarla e poi cantarla e cantarla e cantarla. Quando mi accorgo che la sto interpretando “a modo mio”, come se l’avessi scritta io, allora è pronta a entrare nel mio repertorio. Anni fa progettai un ciclo di quattro concerti dedicati ai miei cantautori di riferimento, nel corso dei quali alternavo anche brani miei (più o meno metà e metà). Alla fine di uno di questi concerti venni avvicinato da una persona che mi disse che a un certo punto non riusciva più a capire quali canzoni fossero mie e quali no. Mi sembrò un grosso complimento.

Riguardando al suo percorso d’autore, come si è evoluto nel tempo il suo rapporto con la composizione? Passando dai primi brani alle produzioni più recenti, cosa è cambiato nella ricerca dell’armonia e nella cura della parola?

“Ballate di un’altra estate” (2016) raccoglie canzoni che avevo scritto negli ’70. Confrontando quel tipo di scrittura con quella che è venuta dopo, devo dire che già a vent’anni padroneggiavo la parola con una certa maestria, mentre la musica risulta in un certo senso più datata, recando con sé gli stilemi del cantautorato dell’epoca. Oggi ho una scrittura musicale più complessa, mentre il versante poetico, che sicuramente si è arricchito nei contenuti grazie alle esperienze di vita (vivere mi piace moltissimo!), mantiene una certa coerenza stilistica.

Sul palco ad accompagnarla ci saranno Simone Turinese alla chitarra elettrica, Francesco Cognetti al basso, Adriano Piccioni alla chitarra elettrica e alla chitarra acustica, Fabrizio Sellan alle tastiere, Stefano Iacone alla batteria. Ci vuole dire qualcosa di più di questi musicisti…

Simone è il mio produttore artistico, il mio arrangiatore; gli devo riconoscere la capacità, rara, di comprendere appieno il senso dei miei testi, a cui di conseguenza sa confezionare il vestito adatto. Gli altri musicisti sono la mia band di palco e hanno tutti, senza eccezioni – a partire da Adriano Piccioni, che considero il “capobanda” – una caratteristica preziosa: si mettono al servizio delle mie canzoni, con pazienza, competenza e, mi consenta di aggiungerlo, con affetto: quest’ultima qualità non è scontata, in questo mondo e di questi tempi, nei quali la maggior parte delle persone vede solo il proprio naso.

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