Pubblicato dall’etichetta Emme Record Label, Free Divin’ è il disco d’esordio del trio guidato da Emiliano Roca uscito il 6 novembre del 2025.Un disco dal sound moderno e dal respiro internazionale che pone una grande attenzione alla melodia e che allo stesso tempo fonde stili diversi in un unico linguaggio. La band nasce durante gli studi al Conservatorio Reale dell’Aia ed è completata dal bassista indiano Arjun Ramdas e dal batterista lettone Davids Eglītis. È Emiliano Roca che racconta a Jazz Agenda la nascita di questo progetto.

Per cominciare l’intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

“Free Divin’ “è il risultato di più di cinque anni di lavoro insieme al mio trio. È una raccolta di composizioni originali, frutto del percorso che abbiamo fatto negli ultimi anni. Ogni brano racconta una storia e descrive luoghi, momenti e sensazioni. Invito l’ascoltatore a tuffarsi liberamente in questo disco, cercando il più possibile di lasciarsi trascinare dal flow che abbiamo voluto creare.

Raccontaci adesso la storia di questo disco: come è nato e come si è evoluto nel tempo?

Pensavo alla realizzazione di questo disco già da un paio d’anni, ma non avevo avuto la possibilità di concretizzarlo prima a causa degli impegni lavorativi e degli studi in conservatorio. Lo scorso febbraio Enrico Moccia ed Emme Record Label mi hanno proposto di coprodurre il disco insieme: ho accolto subito la proposta. A giugno eravamo già in studio; solo due giorni di registrazioni, ma con le idee piuttosto chiare su quello che volevamo fare. Sono molto contento di aver potuto lavorare con il team di Emme Record Label per la realizzazione del mio disco d’esordio.

Vi siete conosciuti all’Aia durante gli studi al conservatorio. Quanto ha influito la presenza in Olanda sulla vostra creatività artistica?

L’Olanda è una nazione molto varia, nonostante le sue dimensioni. Persone da tutto il mondo scelgono questo Paese come nuova casa, e questo mi ha dato la possibilità di conoscere tantissimo, non solo a livello musicale. Qui respiro un’aria di libertà: mi sono sempre sentito libero di esprimermi e di imparare. Ho avuto, e continuo ad avere, l’opportunità di studiare e lavorare con musicisti di fama internazionale. Sono molto grato a questo paese.

A livello di jazz e di musica suonata che aria si respira da quelle parti e quali sono le differenze con l’Italia?

Qui si suona moltissimo: c’è jazz tutto l’anno, con tanti festival, sale da concerto, club e jazz café. La varietà musicale è enorme e la parola “jazz” può significare tante cose. La tradizione e il mainstream sono ancora molto rispettati e suonati, ma allo stesso tempo c’è grande spazio per nuove idee, sound contemporanei e opportunità per i giovani musicisti.

In Olanda il jazz si respira fin dai primi anni ’50 ed è parte integrante della cultura del paese. Ho visto suonare jazz in luoghi e situazioni a volte insolite per me. Questa è forse la grande differenza con l’Italia, dove il jazz non ha avuto lo stesso impatto culturale: resta una musica più di nicchia e quindi meno suonata, nonostante i tantissimi musicisti incredibili presenti nel nostro Paese.

Ci vuoi parlare anche dei musicisti che hanno partecipato alla realizzazione del disco? Cosa vi accomuna e cosa ti ha portato a sceglierli?

Ho conosciuto Arjun Ramdas e Davids Eglitis nel 2020 all’Aia. Abbiamo studiato insieme al Royal Conservatory of Den Haag, siamo diventati subito molto amici e abbiamo iniziato a suonare insieme fin da subito. La possibilità di studiare e crescere musicalmente con musicisti così incredibili mi ha dato tantissimo. Sono molto grato a loro: mi hanno dato molto in questi anni e sono certo che continueremo a collaborare anche in futuro.

Un disco per una band o per un artista può rappresentare molte cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza. Per te cosa rappresenta?

Dal nome del gruppo e dal fatto che le composizioni siano tutte a mio nome si potrebbe pensare a un disco focalizzato su di me. In realtà ho sempre considerato il mio trio come una band a tutti gli effetti. Quando compongo mi concentro soprattutto su melodia e armonia; tutto il resto non è pianificato a tavolino. Il vero lavoro avviene in prova e in studio con il gruppo, dove c’è spazio per le idee e la creatività di ognuno.

Mi piace pensare a questo disco come a una testimonianza di ciò che siamo e di ciò che siamo stati: sicuramente un punto di arrivo, ma allo stesso tempo anche un punto di partenza.

Chiudiamo con uno sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o nuove registrazioni da portare avanti?

Sì, è in programma un tour estivo in Italia per presentare Free Divin’. Annunceremo le date nei prossimi mesi.

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