Brani pregni di melodia che attingono da una profonda radice blues ma con un’atmosfera contemporanea che trasporta verso ambientazioni nuove come in un viaggio in solitaria tra paesaggi nordici. Sono queste le caratteristiche dell’ultimo disco del chitarrista Lorenzo Iorio intitolato Anatomy of a Dream recentemente pubblicato dall’etichetta Filibusta Records. presentato negli Stati Uniti  nel contesto del Peperoncino Jazz Festival – New York Session, con la direzione artistica di Sergio Gimignano e John Patitucci, e nel Food Dance Festival di Cesare Vangeli. Nella Grande Mela Lorenzo Iorio – chitarra, Alessio Iorio – Basso e Maurizio Mirabelli – Batteria si sono esibiti nel distretto di Manhattan il 26 Giugno all’Italian American Museum per il PJF, il 27 Giugno al Food Dance Restaurant nel contesto del Food Dance Festival alla direzione di Cesare Vangeli, il 28 Giugno ancora per il PJF alla Scuola d’Italia. Ne parliamo con Lorenzo Iorio che racconta a Jazz Agenda questa nuova avventura.

Cosa si prova a portare la propria musica fuori dall’Italia e soprattutto in Paese come gli Stati Uniti dove il jazz è così importante?

L’esperienza di portare la propria musica all’estero credo sia tra le cose più importanti per la carriera di un musicista, è altamente appagante e dà sicuramente senso ai tanti sacrifici fatti nel proprio percorso. Addirittura arrivare fino in America, a New York è come per una calciatore partecipare ai mondiali di calcio, è il massimo! Abbiamo vissuto un’emozione altamente positiva e devo dire che tutte le persone che abbiamo incontrato hanno dimostrato un grande rispetto e vero interesse verso la nostra musica, verso Anatomy of a Dream. Ci siamo esibiti al Food Dance Restaurant Festival e al Peperoncino Jazz Festival – New York Session con location a La Scuola d’Italia e all’Italian American Museum a Little Italy. Qui alcune persone si sono anche commosse, forse perché certi brani che facciamo hanno una carica emotiva particolare o anche perché nell’introdurre i brani racconto di alcuni fatti personali che magari coinvolgono l’ascoltatore, non so esattamente perché, ma è stato così. Il direttore dell’Italian American Museum, come anche quello di La Scuola d’Italia compiaciuti auspicano di rivederci il prossimo anno. Questo ci stimola maggiormente a realizzare il nuovo album. Ogni concerto ci ha coinvolto e ispirato in maniera diversa, probabilmente questa sensazione è dovuta alle location che hanno quella propria energia che trasmettono e si percepisce.

Raccontateci allora nel dettaglio le esperienze fatte nelle location dove siete stati negli Stati Uniti…

Nell’Italian American Museum eravamo consapevoli di essere a Little Italy, era come vivere in uno di quei film con De Niro, abbiamo navigato nel passato, al Food Dance invece siamo stati accolti e caldeggiati in un ambiente veramente confortevole ed  intimo, come stare a casa in Calabria, soprattutto a livello culinario abbiamo assaporato il cibo calabrese di cui già avevamo nostalgia, naturalmente dopo il concerto.  Al Food Dance dopo la presentazione di Anatomy of a Dream abbiamo invitato Enrico Granafei, Kristine Massari e Larry Corban che erano lì presenti e abbiamo eseguito alcuni standard del repertorio jazz, è stato un grande momento di aggregazione, la musica può. A La Scuola d’Italia è stato bello ritrovarsi in questo palazzo dei primi del 1900, rivestito in legno, adiacente a Central Park, anche qui si è percepita la sensazione di vivere la storia degli italiani in America. L’esperienza newyorkese ci ha lasciato tanti ricordi belli e ridato tanta fiducia nella potenzialità di quello che possiamo ancora fare con la nostra musica. Tutto questo lo abbiamo potuto vivere grazie alla partecipazione e alla selezione del Bando Oltre Confine – Il Jazz Italiano nel Mondo promosso dal Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione Internazionale e gestito dal MIDJ (Musicisti Italiani di Jazz).

Anatomy of a dream, un titolo sicuramente evocativo che racchiude l’essenza del tuo Progetto? Ha un significato particolare per te?

Anatomy of a Dream vuole descrivere il sogno del musicista che nella mia visione è quello di viaggiare per il mondo facendo musica, portare un messaggio, un’emozione, in giro con le proprie composizioni. Io lo dico spesso che chi fa musica è come se avesse un passaporto universale per arrivare ovunque e di questo bisogna assolutamente esserne coscienti. Anatomy of a dream riesce a farmi guardare oltre la finestra di casa mia da dove già vedo il mare e il suo orizzonte tutti i giorni, per me significa la possibilità di fare un salto ancora più in la dell’orizzonte. Nell’album i titoli dei brani sono tutti riferiti a persone o posti che ho realmente conosciuto e che mi hanno lasciato un profondo ricordo dentro, non ho abbinato casualmente il titolo al brano, ma ogni canzone che ho composto aveva un richiamo speciale verso Maria, Big Joel, Boris, Vilnius Blues, Tree of bells, Family e Your Hands. 

Nel tuo disco abbiamo notato una piacevole fusion tra jazz e blues. Ce lo vuoi descrivere brevemente? Inoltre quali sono I tuoi riferimenti musicali?

Amo il blues e l’atmosfera densa di rivalsa che questo genere trasmette, ma non mi sento un chitarrista blues, non ho vissuto l’esperienza della strada tra la gente di periferia americana, quindi dentro non sento di dire molto in questo senso. Ho un po’ il linguaggio blues e per fortuna i miei difetti riesco a mescolarli con le mie conoscenze nel mondo del jazz di cui sono un po’ più fornito, alla fine mi rendo conto che le due cose si allineano ed esce fuori qualcosa di carino da ascoltare. Nei brani alcune idee arrivano in modo spontaneo, altre hanno bisogno di rettifica durante la stesura, non voglio che ci sia troppo blues o troppo jazz, cerco sempre di mantenere un equilibrio tra i linguaggi.

I miei riferimenti musicali sono ancorati da sempre alle canzoni dei Beatles fino ad intrecciarsi con la musica di Pat Metheny. Naturalmente amo tutto il periodo bebop di Miles Davis fino alla sperimentazione sulla chitarra di Bill Frisell, non posso fare a meno di Jimmy Hendrix come di Bach e Stravinsky. Attualmente il riferimento di punta però è Julian Lage, ha portato una vera ondata di freschezza nel mondo chitarristico.

Dopo questa bella esperienza Negli Stati Uniti a quali progetti stai lavorando? Hai già in mente un altro viaggio da compiere?

Oggi sto lavorando per procacciare altri nuovi concerti dove presentare Anatomy of a Dream, sono anche alla ricerca di una agenzia booking, sarebbe l’ideale averne una così da dedicarmi di più alla composizione e allo studio sullo strumento, ma molti agenti  mi dicono che in Italia è tutto saturo e molti festival e le rassegne non si servono delle agenzie per la loro programmazione, praticamente dovrei andare in giro per l’Italia a conoscere personalmente tutti i direttori artistici accattivandomi la loro simpatia. Oltre questo sto programmando la realizzazione del nuovo album, sono però incerto sulla direzione da prendere perché ho in cantiere molte idee e diversi brani che vanno però in direzioni diverse, non so se realizzare un concept album o un bel contenitore eterogeneo di musica, come quei bei i dischi che facevano i Beatles, meraviglia!

Ho in mente di viaggiare sicuramente in Europa, ho bisogno di trovare nuove collaborazioni all’estero, la musica può fare questo e sto pensando anche alla Cina, sarebbe bello portare Anatomy of a Dream in Asia, sono sicuro che troverei il mio spazio da quelle parti.

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