Un album che si muove lungo una linea estetica che riabbraccia la tradizione del jazz senza rinunciare a uno sguardo aperto verso sonorità più contemporanee. Si presenta così Tuning The Life, ultimo lavoro discografico del chitarrista Lorenzo Iorio recentemente pubblicato dall’etichetta Filibusta Records. Un disco che esplora il linguaggio del jazz contemporaneo mantenendo un forte legame con la tradizione jazzistica, in un percorso maturato alla distanza di un anno dal precedente “Anatomy of a Dream” molto apprezzato. A parlarci di questa avventura è Lorenzo Iorio.

Lorenzo, per cominciare l’intervista partiamo dal titolo del disco, Tuning The Life: ha un significato particolare per te?

Tuning the Life significa accordare la vita, nel vero senso del termine, così come se si dovesse accordare uno strumento musicale che non è intonato secondo le giuste frequenze. È il periodo storico che mi ha ispirato. Il mondo o meglio gli esseri umani devono necessariamente cambiare atteggiamento nei confronti della nostra casa, il pianeta terra, e verso noi stessi ovviamente. È urgente un cambio di rotta che ci dobbiamo imporre e questa sorta di “scordatura” deve essere assolutamente corretta, ne va della salute di tutti e dell’esistenza del pianeta. Sono molto attento all’andazzo politico, geopolitico, ambientale e sociale in cui siamo immersi e sono molto amareggiato di vivere questo periodo in cui la violenza e l’arroganza, in maniera spregiudicata dei potenti del mondo ha preso il sopravvento. Non va bene! La vita è una, va vissuta al meglio nel rispetto di tutti e soprattutto nel rispetto dell’ambiente, che è patrimonio da lasciare in dono alle prossime generazioni. Non ho figli, ma è giusto lasciare alle prossime generazioni un mondo bello e godibile come lo abbiamo trovato noi prima. A parte questo aspetto un significato particolare che mi dà molta felicità è quello di condividere questo lavoro con un gruppo di musicisti meravigliosi e unici: Andrea Paternostro al sax alto, Alessio Iorio, mio fratello, al contrabasso e basso elettrico e Maurizio Mirabelli alla batteria. È grazie a loro che ho potuto realizzare questo nuovo lavoro, loro ci credono, credono nella musica originale, nei nuovi progetti e hanno fiducia in me e tutto ciò è super. Spero di condividere con loro tutto il bello che la musica può dare.

Tuning the life, a nostro avviso, è un disco molto diverso dal precedente. Cosa cambia a livello compositivo e soprattutto quale è stato il tuo approccio alla creazione dei brani?

Si, Tuning the Life è un altro mondo musicale rispetto al precedente Anatomy of a Dream. L’aspetto compositivo in generale è più complesso, c’è una componente armonica più elaborata, le strutture sono molto più articolate, evolvono non poco verso modulazioni continue, ma la costante che anche qui è forte come nel precedente lavoro è la melodia. I temi sono sempre cantabili e a tratti anche i soli. L’approccio è spontaneo, io penso che è tutto frutto di ciò che ho ascoltato all’inizio quando ho iniziato a studiare la chitarra, ascoltavo i Beatles, Pat Metheny e le colonne sonore di Morricone o John Williams, ecco perché la melodia è sempre li.

Parliamo di un disco di jazz contemporaneo, con suoni molto moderni. Qual è il tuo approccio con la tradizione?

La tradizione è tutto. Se nel DNA musicale non hai tracce della tradizione il futuro musicale è vuoto. La cosa più importante è ascoltare la musica dei grandi del passato, farne indigestione, da Bach a Wes Montgomery, Miles Davis, Stravinsky, il Blues, la Bossa Nova, è tutto li, assimilare il linguaggio, poi studiarlo e capire scientificamente cosa succede.

Ci sono dei brani a cui si legato maggiormente in questo disco? Ce ne vuoi descrivere qualcuno?

Sono affezionato a tutti perché ognuno è un pezzo dei miei ricordi e della mia personale vita. Bronzo A è legato al mio amore per i bronzi di Riace che spesso vado a visitare al museo di Reggio Calabria, Blues for Caravaggio è un omaggio al mio pittore preferito che ho scoperto a Capodimonte a Napoli, Serafico Fabrizio è dedicato ad un mio fraterno amico con il quale ho condiviso casa a Vilnius, Pantaide è stato un cantiere nella mia precedente vita professionale da geologo, è una località di Belvedere Marittimo, Velato Cristo è la scultura che più di tutti mi ha incantato e ispirato, Miranda è un omaggio alla mia povera bisnonna brasiliana, Max è un brano composto mentre seguivo il corso di prassi di chitarra jazz al conservatorio durante la pandemia, Max era il mio maestro.

In sintesi come descriveresti brevemente questo disco ai nostri lettori?

Tuning the Life è un album che si lascia ascoltare, non è impegnativo, è pregno di melodie non solo nei temi, ma anche nei soli la melodia è sempre li. È un disco jazz che lo metti in play e te ne innamori, ti porta dal blues alla rumba per mano, ti fa accomodare e ti narra storie lontane dal fascino senza tempo. A tratti potresti anche ballare se ti piace il ritmo brasiliano della samba o se sei in macchina ti fa viaggiare nel nord Europa alla ricerca di una birreria tipica dell’est.

Quali sono state le tue principali fonti di ispirazione e in generale come hai lavorato alla stesura dei tuoi brani?

La prima parte della domanda è già spiegata un paio di domande sopra (ride). Per la stesura dei brani devo dire ad esempio che Serafico Fabrizio e Pantaide sono canzoni che hanno circa venticinque anni, li ho composti quando andavo a lezione da Bruno Marrazzo, grande chitarrista jazz e didatta, fonte di ispirazione che vive a Cosenza. Scrissi questi brani in pochi giorni e poi li parcheggiai per tutto questo tempo fino ad oggi. Gli altri brani in generale sono un po’ più recenti. La loro creazione spesso è stata casuale. Succede che mentre suono le mani e le dita toccano delle note, probabilmente quelle giuste che mi accendono una lampadina attirando la mia curiosità. Se sono bravo a capirle, riesco a congelare l’idea e a creare il brano, non sempre succede, ma se succede…

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

Attualmente ci stiamo preparando per vivere una nostra prima tournée europea. Saremo ospiti di alcuni eventi importanti, a Bruxelles ospiti del Belgian Italian Jazz Festival e del suo Direttore Artistico Angelo Gregorio, poi in Olanda a Rotterdam, suoneremo al Batavierhuis invitati dal Direttore Artistico Loek Van den Berg e saremo anche ospiti nella rassegna dello storico Dizzy Jazz Club. A maggio ci aspetta New York dove nuovamente siamo onoratissimi di ritornare e presentare il nostro nuovo album al Peperoncino Jazz Festival New York Session. Francesca Panebianco e Sergio Gimigliano, ideatori e Direttori Artistici del Festival, insieme a John Patitucci, per la seconda volta ci ospitano a questo grande evento unico, siamo felicissimi di rivedere la Grande Mela.

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