Un viaggio introspettivo che affronta temi come l’entropia e il destino dell’universo interrogandosi sul futuro dell’umanità. Il jazz moderno incontra la fantascienza nel concept album dal titolo ‘The Last Question’, ultimo progetto a firma del Nugara Trio recentemente pubblicato dall’etichetta GleAM Records. A ispirare l’album è stato proprio il celebre racconto di Isaac Asimov, fonte di ispirazione per una band che, giunta alla pubblicazione della sua seconda opera originale, ha trovato nello scrittore il proprio filo conduttore narrativo. Ne parlano a Jazz Agenda i membri del trio, ovvero Francesco Negri al piano, Viden Spassov al contrabbasso e Francesco Parsi alla batteria.
Per cominciare l’intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?
“The last question” è il nostro secondo disco di musica interamente originale, fortemente influenzato dalla fantascienza di Asimov. Per noi rappresenta un passo in avanti nella creazione di un’estetica condivisa all’insegna del jazz contemporaneo. Nel disco è presente come ospite il grande Giovanni Falcone è presente in quattro brani.
Questo disco è il secondo uscito pubblicato dai Nugara Trio per GleAM Records. Cosa è cambiato rispetto al precedente?
Rispetto al disco precedente questo album è sicuramente più maturo e le composizioni sono connesse dal trait d’union tematico che le ha ispirate. Abbiamo scelto di rifarci alla fantascienza senza utilizzare suoni elettronici (che sarebbero risultati didascalici) ma mantenendo una dimensione acustica, sublimando le esperienze che abbiamo legate alla musica elettronica. Anche per questo disco abbiamo avuto il piacere di essere prodotti da GleAM Records che ci ha supportato in molteplici questioni logistiche lasciandoci piena libertà creativa.
Quali sono state le vostre principali fonti di ispirazione e come avete composto i brani?
Le nostre fonti di ispirazioni sono state in questo caso prevalentemente extra musicali. Per quanto riguarda il materiale sonoro non abbiamo cercato di replicare o di ispirarci direttamente a nessuno ma piuttosto abbiamo lasciato che fossero i nostri ascolti a scegliere lo stile più adatto per ogni brano. Per quanto riguarda il processo compositivo c’è stato un contributo collettivo nel creare un album che risultasse armonico e variegato orbitando intorno alle tematiche principali. Prima di cominciare a comporre ci siamo confrontati per capire se le fonti di ispirazioni potessero essere condivise e successivamente abbiamo ultimato le composizioni che sono in alcuni casi delle creazioni a più mani. In ultimo c’è stata una vera e propria selezione del materiale per capire cosa avesse senso che finisse nel disco.
Il titolo ha un significato particolare per voi?
Sì, il titolo ha un significato molto preciso per noi. The Last Question prende ispirazione dall’omonimo racconto di Isaac Asimov, in cui l’umanità, nel corso di miliardi di anni, continua a porre alla propria intelligenza artificiale una stessa domanda fondamentale: se sia possibile invertire l’entropia e salvare l’universo dalla sua inevitabile fine. Con il passare del tempo questa IA evolve fino a diventare una forma di coscienza quasi universale e trascendente, ma la domanda rimane sempre la stessa. È “l’ultima domanda” proprio perché riguarda il destino finale di tutto ciò che esiste.
Ci è sembrato un riferimento perfetto per racchiudere le tematiche del disco. L’album è pensato come un viaggio che attraversa interrogativi fondamentali sulla natura umana, sul tempo, sulla coscienza e sul rapporto tra l’uomo e la tecnologia. Il concetto di entropia e la riflessione sul futuro dell’umanità ci hanno offerto una cornice narrativa molto potente. Inoltre abbiamo scelto questo titolo perché è estremamente evocativo: raccoglie tutte le tensioni del disco e suggerisce l’idea di una ricerca aperta. Come nel racconto, anche nel nostro percorso musicale il viaggio conta quanto la risposta e forse la risposta non è mai definitiva.
A proposito dei brani ce n’è qualcuno in particolare che è stato particolarmente importante per voi?
È difficile per noi individuare un brano che emerga davvero sugli altri. Naturalmente ognuno di noi ha le proprie preferenze, e ci sono pezzi che magari sentiamo più vicini o più significativi a livello personale. Tuttavia, fin dall’inizio del processo creativo, abbiamo cercato di lavorare in modo molto condiviso, mettendo al centro l’idea di costruire un percorso comune.
Per questo abbiamo dato più importanza al concept generale del disco che ai singoli brani presi isolatamente. The Last Question è stato pensato come un viaggio, e in qualche modo trova il suo significato più pieno quando viene ascoltato nella sua interezza: è lì che la storia, le atmosfere e le connessioni tra i brani emergono davvero.
Raccontaci adesso la storia di questo disco: ci volete parlare di questo percorso?
È stato un processo abbastanza lungo e stratificato. Il disco è nato in modo quasi spontaneo, senza l’idea iniziale di costruire subito un concept così definito. All’inizio c’erano alcuni brani e suggestioni, ma soprattutto la volontà di andare oltre quello che avevamo fatto con il primo disco.
A un certo punto però è emersa in modo naturale una direzione comune: alcune immagini, alcune atmosfere, e poi il riferimento alla fantascienza di Isaac Asimov hanno iniziato a dare coerenza a tutto il materiale. Da lì il lavoro è cambiato: non si trattava più solo di scrivere brani, ma di capire come farli dialogare tra loro.
L’evoluzione più importante è avvenuta proprio nel tempo, tra prove e concerti. I pezzi sono cresciuti molto suonandoli dal vivo, trasformandosi anche in maniera non sempre prevista. È stato un processo graduale, in cui abbiamo tolto, aggiunto, riorganizzato, fino a trovare un equilibrio che funzionasse davvero come un racconto unitario. In questo senso, il disco non è nato tutto insieme, ma si è costruito passo dopo passo ed è proprio questa evoluzione lenta che gli ha dato la sua forma definitiva.
Al disco ha fatto seguito anche un lungo tour con tante date. Quanto è stato importante per il vostro percorso e quanto ha contribuito alla vostra crescita?
Per noi il live è sempre stato fondamentale. È sul palco che la nostra musica prende davvero forma e dove riusciamo a esprimere pienamente l’identità del gruppo. Fin dal primo disco abbiamo lavorato molto per portare il progetto in giro il più possibile, e la nostra musica in particolare, trovi il suo senso più autentico proprio nella dimensione dal vivo. Il tour è stato quindi un passaggio importantissimo per la crescita del trio: suonare tanto ci ha permesso di far evolvere i brani, rafforzare il dialogo tra di noi e far maturare il suono del gruppo.
Con The Last Question siamo stati molto felici di riuscire a portare il progetto in contesti importanti sia in Italia che all’estero, grazie anche al supporto del progetto PerChiCrea promosso da Siae e Ministero della Cultura, e del progetto Oltreconfine di Musicisti Italiani di Jazz insieme al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Per la prima volta quest’anno ad esempio ci siamo esibiti in alcuni noti Jazz Club della Georgia oltre ad essere tornati in Spagna, Olanda, Germania, Inghilterra e ovviamente Italia.
Quanto è importante per il Nugara Trio la dimensione live?
La dimensione dei live è fondamentale per lo sviluppo del nostro gruppo e della nostra musica. Soprattuto nei momenti in cui stiamo lavorando a nuovi brani e nuova musica, poterli suonare davanti ad un pubblico ci aiuta a capire la direzione naturale che stanno prendendo e cosa può essere migliorato. Per questo motivo abbiamo sempre cercato di avere uno o più concerti prima di registrare musica nuova in studio. E’ un processo in parte conscio e in parte inconscio, i brani si rifiniscono concerto dopo concerto e diventa più facile avere una visione d’insieme. Si aggiungono nuovi dettagli e suonarli più volte ci dà la possibilità di esplorare varie direzioni e l’universo intorno ad ogni brano. Oltre ad aiutarci a far evolvere la musica e farla crescere, suonare molti concerti ci ha aiutato sicuramente a migliorare il nostro interplay e a sviluppare una direzione musicale più uniforme davanti al pubblico.
Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?
Dopo questi mesi intensi e questo lungo tour stiamo fruttando questo periodo per ricaricare un po’ le batterie. Stiamo programmando alcuni concerti per questa estate e per la prossima stagione, anche grazie alla collaborazione con l’associazione Italia Jazz Club di cui abbiamo vinto il concorso lo scorso novembre. Avere dei periodi di tempo un po’ più distesi ci aiuta anche a rimettere in moto la macchina creativa e a sviluppare nuove idee e nuova musica. Non sveliamo ancora niente ma ci saranno presto novità!
