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Otherwise, ovvero l’esordio discografico di Filippo Tirincanti, è un lavoro che abbraccia sonorità soul, blues e jazz. Un Cd ricco di contaminazioni scritto, come ci ha raccontato in questa intervista lo stesso autore, “Senza compromessi”. Pubblicato dall’etichetta indipendente Eleven e distribuito da Edel, Otherwise è un lavoro che mette in risalto tutte le doti di questo giovane autore che, forse anche in maniera istintiva, ama spaziare fra diversi generi musicali. Alla realizzazione di questo progetto hanno partecipato dei grandi jazzisti come Luca Mannutza al piano, Fabrizio Bosso alla tromba, Egidio Marchitelli e Roberto Cecchetto alle chitarre, Francesco Puglisi al basso e Lorenzo Tucci alla batteria. Filippo ci ha raccontato in prima persona questa esperienza.

Filippo, partiamo dal tuo background. Tu hai girato molto l’America in macchina e sei stato anche per un lungo periodo a Seattle. Quanto ha influito la musica “nera” e in particolare il Jazz e il Blues nel tuo percorso musicale?

Sicuramente la musica nera ha influito molto nella mia vita. Considera che a cinque anni ho iniziato ad ascoltare Jimmy Hendrix e poi sono arrivato a Robert Johnson, fino a Miles Davis. La musica nera ha influito tantissimo anche perché per fortuna o per sfortuna il 90 % della musica che ascolto è nera e va dal rock, blues, jazz, soul, R&B e quindi ha avuto una grande influenza. In più stando 10 anni in America l’ho sentita ancora di più.

Quasi tutti i musicisti che hanno partecipato alla realizzazione di questo Cd sono Jazzisti. Perché?

Diciamo che sono tutti jazzisti tranne me. Questo è successo perché avevo scritto questi brani… Che fanno parte di un album che considero un album un po’ dolce, morbido e tranquillo. Quindi questa influenza jazz e l’utilizzo di queste sonorità, secondo me, si sposavano molto bene con questo progetto. Poi abbiamo iniziato a collaborare insieme, abbiamo visto che le cose funzionavano e siamo arrivati fino in fondo. Ribadisco sempre che questo è un Cd senza compromessi, nel senso che ho potuto veramente scrivere come volevo e come mi pareva sia nei testi che nella musica. E loro sono riusciti a colorare veramente bene il tutto.

Quindi, potremmo dire che il jazz nel tuo caso è venuto in un secondo momento?

Guarda, io non sono poi così ferrato nella musica jazz, la ascolto e come ti dicevo a 10 o 11 anni mi sono avvicinato a Miles Davis e soprattutto alla fusion. Poi piano piano sono andato anche a scoprire il jazz un po’ più vecchio, da Charlie Parker, John Coltrane, Charlie Christian, che è un chitarrista che mi piace molto, a Jungle Reinhard. E’ una musica che mi piace tantissimo, ma la lascio suonare a chi di dovere, visto che è difficile, richiede tanto talento, tanto impegno e tanto studio.

Però possiamo dire che in questo tuo lavoro, almeno in una parte, l’approccio jazzistico si sente molto…

Si, perché il jazz è anche improvvisazione, un aspetto della musica che per me è molto importante. Quindi, questo derivato che parte dal blues e poi ve verso il jazz lo sento molto dentro di me. E’ che non sono un jazzista, lo ribadisco soprattutto per il grande rispetto che ho nei confronti di questa musica complicata, difficile e che richiede tanto talento. Tuttavia, quando riesco a rubare qualcosa dall’improvvisazione jazz per portarla… Diciamo verso la musica che compongo, per me è sempre un fattore positivo.

E per il futuro? Magari hai anche in mente di fare un lavoro che abbracci il jazz nella sua purezza?

Non lo so dipende… Se mi metto a studiare seriamente per una ventina di anni può essere (ride). Sono molti i musicisti italiani che dicono di suonare jazz perché magari fanno tre standard e quattro accordi jazz, mentre invece ci sono personaggi come Fabrizio Bosso o Luca Mannutza (che ho avuto la fortuna di sentire) che quando suonano… Suonano veramente! Il jazz è un po’ come la musica classica, richiede tanto impegno e tanta dedizione.

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