Ci sono dischi che nascono da un’idea o da un concept e ce ne sono altri che invece partono da un percorso, da un viaggio o da una storia. Come il nuovo disco di Daniele Morelli, intitolato Sentieri e uscito per l’etichetta Off Records, che parte da ben 13 anni di permanenza in Messico, un periodo lungo che certamente ha influenzato il modo di suonare e soprattutto di intendere la musica. Hanno preso parte a questa nuova avventura che vi raccontiamo in queste pagine, Fabio di Tanno al contrabbasso, Abraham Lòpez Calderòn alla batteria, Tommaso Iacoviello alla tromba, con la partecipazione speciale dell’armonicista Federico Bertelli, che appare in tre delle 14 tracce. Daniele Morelli ci racconta questo percorso che parte dal Messico e giunge in Italia con dei suoni nuovi, frutto di un mix culturale acquisito negli anni.

Il titolo del tuo nuovo disco, Sentieri, racchiude in parte l’essenza e la filosofia del disco. Ha un significato particolare per te?

Ha un significato sia dal punto di vista compositivo che dell’immaginario musicale. Credo che questo disco racchiuda tutti i sentieri musicali che ho percorso fino ad oggi. Ho fatto un lavoro di composizione e di arrangiamento che esplora diversi sentieri percorsi nel passato mescolando diverse tecniche dall’improvvisazione alla scrittura, cercando di ricreare un sentiero diverso per ogni brano. Un sentiero spiritualmente. Ogni passo del cammino corrisponde a una trasformazione della coscienza.

C’è un concept o un filo conduttore che lega i brani di questo disco?

Il filo conduttore è l’idea di costruire una colonna sonora di un unico grande film che risulta essere il disco. Anche se non era l’idea iniziale dell’album più lo ascolto e più me ne convinco. Rispetto al passato che decidevo di fare volontariamente un concept album e quindi lavorare ogni composizione su un’idea specifica questi brani sono nati separatamente ed ho poi deciso di registrarli. Oltre al fatto che 11 brani sono in quartetto con tromba e 3 con l’armonica, una delle caratteristiche in comune in tutto l’album è la presenza delle chitarre ritmiche, gli arrangiamenti delle corde.

Ci vuoi dare una breve descrizione di questo album? Ci sono inoltre dei brani che per te sono davvero importanti e di cui vuoi parlare?

Diciamo che tutti i brani di questo album sono importanti per me. Se parlo troppo di un brano magari se ne offende un altro e non vorrei creargli questo dispiacere. È possibile che si senta l’influenza della mia vita in Messico in diverse composizioni, ma in una ho voluto avvicinarmi alle mie radici toscane. L’Aruspice è un brano in 13/8 dedicata appunto agli aruspici che erano i veggenti etruschi, interpretavano il volo degli uccelli, i fulmini e perfino il fegato degli animali. Onde invece è un brano in 11/8 che secondo me più si avvicina a una specie di melodia tradizionale. Tra i silenzi è una ballad dedicata a mio nonno con cui ho passato tanto tempo e che mi ha insegnato ad ascoltare i silenzi, che ringrazierò sempre per la sua filosofia e il suo modo di essere con me e nel mondo. I silenzi sono importanti nella vita e nella musica. A volte ce ne dimentichiamo.

Hai trascorso 13 anni in Messico. Quanto è stata importante per te la permanenza in questo Paese e cosa ti ha lasciato in particolare?

In Messico ho conosciuto l’inimmaginabile. Mi sono appassionato a vari aspetti di queste culture millenarie, dalle centinaia di piramidi e siti archeologici, molti dei quali ancora inesplorati, alle culture indigene attuali con il quale ho avuto modo di convivere e anche al surreale sincretismo che si è venuto a creare con la conquista spagnola e la conseguente evangelizzazione. Il mistero che avvolge queste culture è incredibile sia a livello archeologico che culturale. Tante domande che spesso non hanno trovato delle risposte ma tanta ispirazione e creatività.

Tornando al disco, Sentieri, cosa rappresenta per te? Un Punto di arrivo, un punto di partenza o magari una sintesi del tuo linguaggio musicale?

Ogni punto di arrivo è anche un punto di partenza. In questo momento per me rappresenta una sintesi del mio linguaggio e della maturità che ho raggiunto adesso, perché come sappiamo il futuro è imprevedibile e sono convinto che il mio disco più bello sarà il prossimo. Ma è sempre così, cerco di superarmi ogni volta che registro un album. Sia a livello compositivo che sull’improvvisazione e la comunicazione tra diversi strumenti. Mi appassiona tanto immaginare la chitarra come se fosse un sax, un piano, un vibrafono o una batteria e provo a suonarla così come se fosse un altro strumento. Forse in questo album ho sintetizzato tutti questi linguaggi.

Se dovessi fare un paragone tra il Daniele Morelli di qualche anno fa, prima di andare in Messico, e quello di oggi quali sono le differenze che ti vengono in mente?

Questa è una domanda che richiede una lunga riflessione che non mi sono mai preso il tempo di fare (ride). Ci sono state tante tappe e percorsi diversi. Ho iniziato in Toscana suonando blues e poi rock progressive, poi a 20 anni mi sono trasferito ad Amsterdam, poi a Lione dove frequentai il Conservatorio di Jazz ed infine a Bruxelles. Diciamo che negli anni in Nord Europa il mio linguaggio jazzistico era molto occidentale e forse si incanalava in qualcosa di preconfezionato. Il trasferimento in Messico in generale mi ha permesso di eliminare il più possibile tanti pregiudizi e soprattutto nella musica. Ma anche per quanto riguarda la storia della musica dobbiamo pensare che tutte le musiche oggi fatte in Europa sono fortemente condizionate dal mercato nord americano. Lo stesso Jazz che si suona in Europa è un’idea confezionata negli Stati Uniti che ovviamente non prende in considerazione la storia della musica messicana anteriore a New Orleans. Ricercando tutte le musiche presenti in Messico mi sono liberato del concetto musicale nord americano e ho cercato di sviluppare una maggiore sensibilità musicale. Devo anche dire che da quando vivo in Messico faccio molta più attenzione alle immagini che scaturiscono dalla musica e cerco di comporre e improvvisare così, raccontando una storia o descrivendo proprio delle immagini emotive. Insomma che il tutto sia meno intellettuale, cerebrale o politicizzato e più ispirato a immagini ed emozioni precise.

Prima di lasciarci vogliamo chiederti qualche coordinata. Ci sono dei nuovi progetti a cui stai lavorando o dei nuovi live di cui ci vuoi parlare?

Certo, ho appena fatto un trio con Tommaso Iacoviello alla tromba e Pietro Borsò alla batteria. Un trio senza basso che ci permette di sperimentare sull’interplay tra di noi e sulla libertà armonica. Abbiamo appena registrato un album che sarà pubblicato ad ottobre e presenteremo il progetto il prossimo 10 luglio nel Tempio di Minerva Medica di Montefoscoli tra le colline toscane.   

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