
Si intitola Is not that sometimes l’ultimo singolo del bassista Marco Bruno caratterizzato da sonorità che congiungono l’armonia jazz con la melodia del pop, fondendo una sperimentazione di natura elettronica con la musica rock. Partecipano a questa avventura Shanti Colucci alla batteria, Federico Buccini alle tastiere e Daniel Ventura al sax tenore. Ecco il racconto del bassista che ci racconta come nasce questo brano così diverso rispetto al resto del suo repertorio.
Per cominciare l’intervista parliamo subito di questo ultimo singolo ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?
Is not that sometimes è un esperimento rispetto ai miei soliti brani. È un brano la cui interazione si concentra sulla manipolazione di sonorità elettroniche che si sviluppano su una sezione ritmica rock. Il titolo è ispirato dalla traduzione sbagliata dall’italiano all’inglese dell’espressione “non è che tante volte”. In effetti a questo titolo voglio legare un episodio (e quindi un periodo) legato ad un tour del 2016 nel nord Europa con il mio amico Stemin. Il brano è stato registrato mixato e masterizzato al Container Audio Room di Subiaco (Rm) da Roberto Proietti Cignitti ed è distribuito dall’etichetta barese Angapp Music. I musicisti con i quali ho realizzato questo singolo sono: Shanti Colucci alla batteria, Federico Buccini alle tastiere e Daniel Ventura al sax tenore.
Questo brano è ricco di contaminazioni e linguaggi che si fondono: Raccontaci il tuo percorso musicale e la tua storia…
Penso di dover precisare che il primo strumento al quale approcciai da piccolo fu la tromba, per il quale frequentai anche il conservatorio di Avellino per un breve periodo. Nel frattempo stavo studiando da autodidatta il basso elettrico, tramite il quale venni a conoscenza di Jaco Pastorius, sviluppando un enorme interesse per il jazz e la fusion. Sempre nello stesso periodo coltivavo la mia passione per il rock e il funk. Quando mi trasferii a Roma per intraprendere questo percorso, studiando al Slmc sono venuto a contatto con molteplici influenze e tantissimi musicisti, grazie al quale sono cresciuto e continuo a farlo.
Cosa rappresenta questo singolo? Anticipa anche l’uscita di altri brani oppure di un disco?
Questo singolo non è che un esperimento per me. In effetti ascoltando il mio primo album l’influenza dei suoni elettronici è minima rispetto il contesto acustico. In quest’ultimo lavoro discografico volevo appunto cercare una chiave di volta nell’approccio al suono, cercando appunto un modo per generare dell’interplay. Il brano non anticipato l’uscita del prossimo album (ancora in fase di allestimento) ma in realtà rilancia quello vecchio.
Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?
Tra gli artisti importanti, che hanno caratterizzato la mia crescita musicale e compositiva, dovrei distinguere quelli che influiscono nel mio modo di suonare il basso elettrico a quelli che invece hanno caratterizzato la mia maniera di comporre. Nel primo gruppo menzionerei quei bassisti solisti che sono venuti dopo Jaco Pastorius, come Gary Willis, Hadrien Feraud e Janek Gwidzala. Per quello che riguarda il sound mi piace ispirarmi invece a Tim Leferbrv. Hanno invece condizionato negli anni, a livello compositivo, diverse band dell’ambito jazz crossover contemporaneo. Sono partito ispirandomi alle tendenze jazz pop come Est, Shai Maestro, Pat Metheny passando per sonorità forse più progressive o più etniche come: Snarky Puppy, Tigran Hanamasian e Avishai Cohen, andando poi alla ricerca di nuove sonorità elettroniche prendendo spunto dal quartetto di Donny McCaslin.
Come vedi lo scenario italiano e soprattutto che tipo di sbocchi può avere la tua musica in Italia?
Lo scenario non è per nulla allegro purtroppo. Non è facile riuscire ad inserirsi nella programmazione di eventi specifici su questa tipologia di musica. Da una parte è in corso un importante processo di deculturizzazione, per il quale il pubblico in generale cerca di meno la musica impegnata, non va ai concerti, non ascolta musica superiore ai 3 minuti e resta legata all’entità di un numero su Spotify. D’altro canto, quello che abbiamo in Italia è una grossa nicchia del jazz tradizionale e d’avanguardia che quantomeno fa sentire la sua voce ma che forse non è ancora pronta ad accettare nuove tipologie di Jazz. Ad oggi le migliori opportunità per questa musica sono all’estero.
Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?
Per ora sono alla ricerca costante di ingaggi e vi terrò aggiornati. Mentre per la musica sono in cantiere diversi brani che registrerò nel mio prossimo album ipoteticamente per ottobre/novembre.